Ci sono gesti che riaffiorano prepotentemente dal passato. 1968, mese di maggio, galleria “La Tartaruga”. Plinio De Martis chiama gli artisti a raccolta per un “Teatro delle Mostre”, una mostra al giorno (evento si dice oggi, vacuamente). Cesare Tacchi propone una “Cancellazione d’artista”. Dentro una capsula trasparente Tacchi, munito di pennello e vernice bianca, comincia a cancellarsi sino a sparire alla vista del pubblico molto eccitato in quel pomeriggio di maggio romano. Ma Tacchi cancella anche l’altro, noi, il mondo di fuori; si cancella e cancella. Nel momento più alto del fraseggio ideologico e della frenesia dell’agire si staglia questo gesto esemplare che mi costringe ancora a pensare, ri-pensare. Avrei un grande desiderio che qualcuno oggi si autocancellasse. In definitiva per l’artista l’idea del tempo, o del passato, esiste relativamente a se stesso. Se si ha la possibilità, rivedersi il catalogo, testo di Calvesi, “dotte” didascalie di Bonito Oliva e splendide foto, opere in sè. Scatti di De Martis.