Verrebbe voglia, qualche volta, di andare in pensione da se stessi. Dopo anni di contributi al proprio io vigile, al proprio ego famelico, si ha voglia di lasciarsi liquidare da sé e mettersi a riposo. Meglio ancora, radicalmente, licenziarsi e dimenticarsi. Dimettersi. Se non sono possibili queste scelte allora si potrebbe optare per un Part Time dell’esserci, che consente una metà sparita, smemorata, dimentica di sé e completamente vuota, vuota di senso e di tempo. Arrivederci tra una settimana.
Archivio di agosto 2007
TORNO SUBITO
lunedì, 27 agosto 2007Ombre grigie
venerdì, 24 agosto 2007Il Maestro se ne sta comodamente seduto in poltrona a gustarsi il suo drink, dopo le fatiche del concerto. Una bella signora, elegante e intraprendente, prova nella conversazione.
«Sapevo che c’era la registrazione del concerto e ho represso la tosse come potevo, sono per giunta raffreddata.»
«Mia cara signora – risponde un cinico gentile – ma qualche colpo di tosse dà autenticità alla presa diretta; qualche rumoretto di legni o scricchiolìo di sedie mi confermano che ascolterò un cd dal vivo. Piuttosto, ci sono colpi di tosse e colpi di tosse, non tutti sono uguali. Il suo, ad esempio, com’è? Vuole essere così gentile da farcelo sentire?»
«Non saprei, sono confusa, ci provo. Va bene così? Ancora?»
«Grazie, credo possa bastare, lei è stata molto gentile. Maestro lei che ne pensa?»
«No, non ci siamo; lei, Signora, non ha una tosse da registrazione, mi spiace, ha fatto molto bene a reprimersi.»
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I futuri leaders del Partito Democratico competono rimbeccandosi con citazioni di films e testi di canzoni. Il bottino oggi è questo. Alle primarie andranno a votare, secondo le previsioni, un milione di persone: registi e registe, cantanti e cantautori, attori e attrici, musicisti, artisti e scenografi, scrittori e giornalisti, poeti e sceneggiatori, vip televisivi e politici. Mancheranno all’appello comuni cittadini non in grado di capire i sottili rimandi musicologici e le schermaglie da cinefili dei contendenti.
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Molti considerano il web un “luogo” non idoneo per fare esercizio d’arte e letteratura, pensiero e vita. È una vecchia storia, cominciata forse con Baudelaire, sulla letteratura e i giornali quotidiani. Dietro questa “sprezzatura” della libertà su internet, mascherata dal giudizio di “dilettantismo” su chi scrive sulla rete, ci sono in realtà interessi economici e paure. Ma anche paradossali e stupidi moralismi: Bill Gates ha imposto a suo figlio di navigare non più di 45 minuti, come se lui gestisse spazzatura adatta agli altri ma non ai suoi incorruttibili figli. Pare che oggi per essere attuali bisogna essere (falsamente) antimoderni. Io preferisco essere moderno anche se inattuale.
Autostrade
martedì, 21 agosto 2007Non c’è il fascino, come in Roma di Fellini: tutte quelle auto ferme nel raccordo anulare, tutti fermi e chiusi nei loro misteriosi abitacoli, senza climatizzatore. I vetri oggi sono oscuranti, si vede poco dentro. Una coda in autostrada – una stradina chiamata A14 – lunga chilometri. Una rassegnazione, ormai, quasi da paese totalitario. Fortunatamente hai il kit di sopravvivenza quando viaggi lontano dalla civiltà: acqua, panini, latte pannolini e biberon del pupo, succhi di frutta, analgesico, caffè nel termos, profilattici e creme abbrozzanti.
Forse, se tutto è sballato e va in malora conviene; per reciprocità si è spinti all’illegalità e all’anarchia, genos italico. Verrà un giorno l’asso pigliatutto, Veltroni, e sistemerà tutto: nelle lunghe code autostradali verranno distribuite copie gratuite dei suoi libri (le paghi al casello). Puoi tentare la statale, ma è quasi lo stesso. Il viaggiatore poi vede paesi tutti uguali, stessa edilizia, stesse attività commerciali. L’inquinamento visivo pubblicitario è atroce, più il paese è piccolo più grandi sono le insegne e più stravaganti i nomi delle miriadi di pizzerie, ristoranti, bar. Il piccolo ama la grandezza. Inutili semafori sembrano sistemati appositamente per farti leggere comodamente le pubblicità. La metà degli italiani gestisce bar ristoranti e pizzerie, l’altra metà è a dieta. Qualcosa non funziona. Ricorda quella definizione data da Hemingway degli italiani: la metà scrive poesie e romanzi, l’altra metà è analfabeta. Se ne deduce che la metà che legge, o che scrive, è autoreferenziale; non esistono lettori. Tra otto ore saremo a casa. L’Italia si allunga.
Era la mia città
sabato, 18 agosto 2007
La sinéddoche urbana della città del medio Adriatico era rappresentata dalla Strada Vecchia. Questa via stava davvero per il tutto. Pur avendo un nome la si designava così, con l’aggettivazione vecchio; non storico, che pareva all’epoca termine troppo azzardato e poco praticato, neppure antico, non avendone il pedigree temporale giusto. Era piuttosto strada residuale, resistente per distrazione, vergognosamente appartata e per ora non fatta sedere alla tavola mangereggia della bella compagnia palazzinara ma lasciata in cucina, a mangiare con la servitù. Bastava superare il ponte che già l’altro argine del fiume, mureggiato da folti rovi spinosi, annunciava la povera origine urbana del tutto. Gli argini del fiume erano decisamente impraticabili, a parte per me e Quirino. Un intrico di canne e piante spinose – rovi che laceravano la pelle ma che sapevano ricompensarti con dolcissime more – si estendeva per chilometri sino ad un centinaio di metri dalla foce, ove ormeggiavano i pescherecci ed alcune sopravvissute Paranze.Prima del mare aperto una fila di caseggiati in legno per la pesca, li travucche, arroccate a metà tra gli scogli e i bordi del porto, allungavano verso il mare lunghi artigli con le reti da pesca. Quando queste macchine da pesca erano in riposo diventavano trampolini per i tuffi più audaci.Appena dieci anni prima il fiume era ancora balneabile. Tra morbide insenature venivano lanciate le nere e gonfie camere d’aria dei camion Fiat e ci si tuffava per raggiungerle. Niente eritema solare, niente creme, niente abbronzante, avevamo la pelle serica e nera, stavamo lì sul porto ad arrostire dopo estenuanti e competitivi tuffi ad aspettare il tramonto e i granchi che risalivano sugli scogli, catturati e mangiati sul posto con uno spruzzo di limone.E insieme cantavamo la canzone dei Marcelos Ferial:Cuando calienta el sol a quì en la playasiento tu cuerpo vibrar cerca de mìes tu palpitar…Tu recuerdo…Mi locura…Mi delirio…Me estremezco-o-o-ocuando calienta el sol.Cuando calienta el sol oh oh oh…Cuando calienta el sol sol sol.
La prima morte
mercoledì, 15 agosto 2007QUI GIACE
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
MORTA DI DOLORE
PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO
FRATELLINO PINOCCHIO
In questo episodio della favola di Pinocchio il burattino protagonista piange tutta la notte, la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre sul marmo mortuario che ricopriva il corpo sotterrato della Bambina dai capelli turchini. Qui, su questa tomba, una volta sorgeva una casa, la Casina bianca, che ora non c’è più. Pietro Chiostri, con il suo pennino, mi presentava quest’episodio con una tristezza esangue e senza luogo e nello stesso tempo mi salvava dalla visione della Bambina morta che per me sarebbe stata insopportabile. Solo una lastra di marmo con la croce, disegnata con la china, fu per me il primo aperitivo della morte.
Ma nella favola c’è qualcosa di ancora più terribile: l’impiccagione di Pinocchio a un ramo della Quercia grande.
L’agonia è lunghissima e il burattino, sbatacchiato dal vento per lunghissime ore, arriva alla fine del viaggio, dopo indicibili sofferenze, nel luogo dell’incertezza della morte. Lasciamo perdere poi i quattro spaventevoli conigli-becchini neri come l’inchiostro!
Ma non finisce ancora qui. La morte non è solamente esperienza risolutiva e finale.
La paura di morire ha una sua durata e, molte volte, essa sembra interminabile.
Pinocchio, inseguito dai noti assassini, corre dapprima per quindici chilometri per rifugiarsi su un’albero e poi ancora, per tutta la notte, per campi e vigneti.
Lo sceriffo
martedì, 14 agosto 2007.
Non lasciatevi influenzare dal cognome che porta: Gentilini. Gli uomini tradiscono spesso i propri onomastici. Lui è soprannominato lo sceriffo.
Eppure ricordo tanti films americani di sceriffi giusti, magari con storie complesse alle spalle, melanconici nevrotici e misteriosi che accompagnavano l’esercizio della giustizia con il buon senso e l’esperienza. Non ricordo nel grande cinema sceriffi urlanti e bisognosi di affermare la “tolleranza zero”, non ne avevano bisogno. La loro forza, certo, risiedeva nell’abile uso della pistola ma non se ne facevano vanto, anzi, la usavano il meno possibile rendendo questa loro bravura ancora più intimidatoria e potente. Il differimento della potenza risulta più terrificante della potenza stessa.
Un vero sceriffo non direbbe mai “se mi danno uno schiaffo io spacco la faccia”, non cadrebbe mai in una tale sproporzione che offenderebbe la sua autorevolezza e quel senso dell’equilibrio che la comunità ripone su di lui, guardiano della legge. Darebbe un segnale di insicurezza.
Ai veri sceriffi sono sconosciute le pulizie etniche e l’odio per gli omosessuali.
I grandi sceriffi hanno vaste amicizie virili, spesso coltivate in una relazione di sentimenti di omosessualità latente ove l’irruzione femminile, attraverso gelosie e risentimenti, ne dimostra l’esistenza. Nello scorrere il cinema americano, sino alla contemporaneità, attraverso gli sceriffi, troviamo pochi Gentilini.
Anche gli sceriffi venduti, alla fine, muoiono redenti.
Considerare l’ometto Gentilini uno sceriffo è un’offesa all’America, al suo cinema, e soprattutto rappresenta una sopravalutazione di questo piccolo uomo.
In genere, chi urla per affermare la propria virilità e unicità incontaminata è insicuro, debole, complessato; vede nemici che attentano alla propria identità perché non si è sicuri di averne una propria.
Gentilini è il folklore italiano alimentato dai media. I gay insorgono, la sinistra insorge, e va avanti il solito teatrino.
Gentilini, piuttosto, ricorda quei ladri (ex vaccari) delle mandrie altrui, con qualche depresso pistolero che lo accompagna, e che in qualche modo si fa nominare sceriffo in un momento di crisi della comunità.
Poi però arriva nel paese l’uomo vero, magari carico di nevrosi e crisi di identità (forse anche di tipo sessuale), tollerante e ambiguamente buono, che maneggia la pistola magicamente, anche se non la usa da tanti anni (infatti la tira fuori da un vecchio baule davanti alla moglie e i figli esterrefatti); è l’uomo giusto, il vero sceriffo. È’ più veloce, fa fuori il vaccaro che urla e sputa bestemmie e che con la sua “pistolina” non ci sa fare. Un rivolo di sangue scivola dalla bocca del vaccaro e questo per lo spettatore vuol dire che il giusto ha mirato, appunto, giusto, con una velocità impressionante.
Ma siamo sempre al cinema!
Viaggiare soffrire salire in treno
lunedì, 13 agosto 2007Aforismi di agosto 2
domenica, 12 agosto 2007.
Dio è un cellulare spento.
Dio non va in ferie, Dio è in ferie.
I politici cattolici, in genere, non onorano Dio.
In compenso però lo sniffano.
Dio è in ogni luogo,
tranne che nella mia cameretta.
Dio c’è,
io vorrei darmi malato.
Il sabato di Dio si è allungato per tutta la settimana.
Una volta ho sentito Dio dentro di me.
Ulcera.
Dio, in fondo, se la cava sempre.
Dio è calvo.
Amare Dio è un modo come un altro per non amarmi.
Dio non c’è e si vede.
Dio è in cielo e in terra.
Non al mare.
Dio non sbaglia mai,
a parte Adamo.
Dio creò prima la donna.
La cosiddetta primadonna.
Se Dio è unico
noi non siano da meno.
Una città
venerdì, 10 agosto 2007.
Le lucciole non erano mai sparite per il semplice fatto che non erano mai esistite, la poesia non era mai esistita, e l’unico separatore temporale, assai poco poetico per la verità, consisteva nella fulminea sparizione dei campi, di tutti i campi, e nella rapida metàstasi cementizia che ingoiava da un giorno all’altro pezzi di storia, per quanto irrilevante e fragile quella storia fosse per noi. Se si fosse pazientato qualche anno anche il risicato finto Ottocento sparso qua e là avrebbe meritato un suo riscatto storico. Nessuna salvezza per il Liberty villereccio che punteggiava le colline vista mare immediatamente aggredito da un esercito di geometri e ingegneri che si erano dati la voce, compagni di sbronze pitagoriche risolte in un delirio di cubi e parallelepipedi. Presero in prestito l’affettatrice dei salumieri, tagliando la terra in lunghe fette rettilinee intersecate ortogonalmente da fettine più minute in modo che piccole città stavano dentro un’altra, e così via, all’infinito, come mastrjoske labirintiche che non riesci più a ricomporre. Esauriti in fretta i pochi nomi storici conosciuti le strade presero i nomi delle città italiane, poi di quelle straniere e nei momenti di riposo dopo tanto affaticamento cominciavano a chiamarsi Strada da denominare numero 1, 2, 3… I bar si moltiplicarono, sparirono i giochi insieme allo spazio ed esplose il Flipper mentre per i pochi poeti foruncolosi e pallidi rimaneva ancora qualche sparuto Juke-Box; cento lire tre dischi ma non trovavi mai le tue canzoni.
Nasceva un’asilo, poi una scuola, temporanei mini-market quale illusoria trasformazione di bottegucce olio pane e vino presto spazzati via dai super e dagli iper avanguardie dei non-luoghi che bisognosi di parcheggi sempre più ampi stendevano i loro tappeti di bitume e cemento, sparivano le parole in dialetto sostituite da una neolingua che sapeva di italiano rifatto o cucinato non si sa dove parlato da ragazzi per fortuna quasi per bene miscuglio di codici genetici incomprensibili, ragazzini tirati su da tutta quell’esplosione di precotti surgelati e congelati cena in rosticceria stasera. Il tempo e lo spazio si rattrappivano, sparivano il surplace e la noia, ma questa è tutta un’altra storia.
Journal 3
martedì, 7 agosto 2007.
Bretagna.
Martedì. Villaggio di Saint-Servant, paese molto particolare, vivace; ci si ritorna il pomeriggio per visitare un piccolo museo che illustra la storia della marineria ed in particolare la rotta di Capo Horn.
Cena di frutti di mare a Cancale. Impressionanti le coltivazioni di ostriche, sembrano città fantascientifiche.
Mercoledì tutta la mattina in spiaggia a Dinard, tanto per favorire il mio eritema che quest’anno ha la mostruosa novità di colpire anche il viso e le mani.
Pomeriggio a Mont Saint-Michel: Una visione, luogo unico. Bassa marea, paesaggio piatto e vuoto, superfici di argilla chiara rigata da residui d’acqua. Il borgo è autenticamente medievale. La sera fuochi di artificio sulla spiaggia di Dinard su tematica dedicata a Jules Verne: Dalla terra alla luna.
Giovedì. Giornata di pausa, vacanza nella vacanza. Visita a Saint Lunaire, villaggio a pochissimi chilometri da Saint-Malo. C’è un piccola e antichissima chiesa con le tombe di alcuni santi. Le reliquie di Sait Lunaire sono sparite. Fuori la chiesa una croce, con la vergine in granito. Villaggio di grande quiete e con formidabili boulangeries.
Venerdì. Escursioni importanti. Fougère ed il suo castello così come lo abbiamo fantasticato da bambini, con tanto di Mago Merlino e le Fate, buone e cattive. Il castello si fa città e viceversa. Tipologia architettonica veramente interessante: le stanze si articolano nella verticale della torre con magnifici camini. È la prima volta che un castello esprime un’idea di confort.
Il pomeriggio ritorno a Mont Saint-Michel per cogliere l’avanzata del mare, che nella precedente visita appariva lontano chilometri. Dall’abbazia abbiamo visto i cavalli marini al galoppo e che hanno ghermito tanti imprudenti pellegrini. Un santo che va rispettato altrimenti ti inchioda nelle sabbie mobili o ti agguanta con il suo terribile esercito delle maree.
Sabato. Mentre si è prossimi alla luna piena e le maree raggiungono il culmine anche il mio eritema esprime il massimo della mostruosità; le mani ricordano i tentacoli del Kraken o di qualche altro mostro marino di Verne.
Domenica. Non si fa nulla, ozio puro. Unico lavoro: impacchi di amido per lenire l’eritema, di colore rosso scuro. Visto da lontano sembro abbronzato.
Lunedì. Siamo ritornati a Saint-Servant per una piacevole passeggiata e per acquistare semenze per il giardino. Il negozio è chiuso per ferie. Altra cena a Cancale (qui farei 360 cene all’anno), ostriche e frutti di mare serviti su distese di alghe. Vino Sauvignon. Ora c’è il mare e i graticci di ostriche sono completamente immerse nell’acqua. Al ritorno, appena dopo il tramonto, la strada della costa mostra la Bretagna selvaggia, forte, melanconica. Prima della notte il mare è argento fuso, le scogliere e le isole si stagliano nere nel cielo blu. Il blu di Matisse.
Alla fine della settimana inizia il ritorno ma con un lungo giro francese per andare a far visita a Le Corbusier ed alla cappella di Notre-Dame-du-Haut, a Ronchamp. Una visita a Rennes. Non ci piace molto questa città. L’incendio del 1720 ha devastato quasi tutto e quel poco di centro storico, intorno alla chiesa di St. Pierre, presenta le tipiche case bretoni con le facciate disegnate dalle travi di legno a vista. Il museo è modesto ma con pezzi interessanti. Una città che stimola poco un journal.
Journal 2
lunedì, 6 agosto 2007.
Bretagna.
Domenica mattina a Cambourg, la città di Chateaubriand, il suo castello, piuttosto maltenuto, ancora abitato, in parte, dai suoi discendenti. Costruzione severa ed incombente sul villaggio, la cui vita da questi spalti e finestre viene vista solo dall’alto e con distacco. Il parco, in alcune sue parti, è curato distrattamente dando a tutto l’insieme un aspetto fané e rabberciato. Dentro il castello si respira un’aria cadaverica e insana. Grazie a questo luogo triste ed oppressivo abbiamo di Chateaubriand quello che abbiamo.
Pomeriggio a la plage de l’Ecluse, sotto casa: bambini impegnati al gioco in stile anni Cinquanta. Via via che il mare avanza (maree di 12 metri di altezza) distrugge i castelli e le varie costruzioni di sabbia, lasciando poi al suo ritiro qualche traccia, come di vecchie rovine. Non importa, tra qualche ora i piccoli architetti potranno ricominciare a costruire.
Al mare qui ognuno sta come vuole e come può. Spiaggia elegante e popolare insieme. Piaceva a Matisse e a Picasso. Capanni di stoffa a righe bianche e azzurre e seggiole e teli portati da casa. Si sta in costume o vestiti. Andare in spiaggia non è come da noi. Questo mare e questo clima non lo permettono. Spiaggia elastica: ora stretta e claustrofobica ed un momento dopo sconfinata per grandiose partite a pallone ed estenuanti passeggiate cinematografiche alla Igmar Bergman.
Lunedì, a Dinard, mostra di Jules Verne che soggiornò in queste coste durante le sue vacanze.
Interessantissima mostra, ed i libri, prime edizioni, magnifici. Torno bambino, ma più intelligente di com’ero. Al pomeriggio escursione nella Vallée della Romce. Un cimitero del mare: relitti di imbarcazioni insabbiate e rivestite da alghe e incrostazioni marine. Seduto tra le rovine nautiche ho visto il cormorano in attività di pesca: formidable, incroyable!
Journal 1
domenica, 5 agosto 2007.
Verso la Bretagna.
Sosta nei pressi di Tours. Pernottamento nel “Chateau de Nobles” (Macon), castelletto molto tipico. Campagna ordinata e disseminata di vacche. Ricorda la Toscana, purchè non si nomini il vino. Atmosfera medievale, vita spartana come sanno viverla le persone ricche.
Arrivo a Dinard. Viaggio piuttosto faticoso. Il mare ha i suoi trucchi, scompare per ore seguendo il ritmo delle maree.
Dinard è tutto golfino e giubbino da velista. Molto raffinata e tranquilla. I bambini dovrebbero farci vergognare, sono tranquilli ed educati anche in spiaggia quando giocano. La casa dei nostri ospiti è piuttosto confortevole nonostante la solita farraginosità francese circa le funzionalità domestiche.
Visita a Saint-Malo. Qui Chateaubriand e la sorella si scambiavano parole misteriose ed inquietanti. La visione del mare è forte. La bassa marea scopre le rocce e in lontananza isolotti e fortezze puntellano il paesaggio marino. Un faro indica laggiù la rotta.
Dentro le mura Saint-Malo è rigorosa, austera e noiosa come i vescovi che l’hanno costruita.
La sera vien voglia di scrivere sciocchezze:
Mi accorsi che a Dinard
È vano nuotar
Scoppiò a Saint-Malo
Un amore melò
Qui manca il metrò
Perché tutto è retrò
Due volte al giorno puoi cagar
Tra il vento di Dinard
Tutti golfin
Tanti piccoli cagnolin
E schiacci tanti bei merdolin
Mattino. Dopo l’acquisto del buonissimo pane e dopo colazione un lungo giro a piedi per la costa di Dinard.
Al pomeriggio verso le Cap Fréhel. Promontorio sul mare dominato dal faro. Spettacolo straordinario. Vengono in mente le parole di Michelet: è bello sedersi vicino ai fari, sotto queste luci amiche, veri focolari della vita marina (La mer).
Qui si fa visita come ad un santuario. Nessuna cattedrale può competere con questa spettacolare architettura di rocce grigio-rosa consumate dal mare e dal vento, abitate da gabbiani e cormorani. In alcuni punti la vera vertigine, l’abîme puro.
È mancata putroppo la vista dal mare del grande faro, immaginando le vite salvate dalla sua luce.
Ancora Michelet: È importante vedere il proprio naufragio, incagliarsi in piena luce, conoscendo il luogo, le circostanze e le risorse che restano. “Gran Dio, se dobbiamo perire, facci perire nella luce.”
Aforismi di agosto
venerdì, 3 agosto 2007.
Non posso credere in Dio
visto che Dio non crede in me.
Aiutati che Dio non ti aiuta.
Pregare Dio è da maleducati.
In nome di Dio vanno aprendosi moderne macellerie.
Dio è momentaneamente impegnato
prova ad accedere nell’area fai da te
digitando www.diocenter.com
La strada di Dio, in fondo, rimane sempre la scorciatoia migliore.
Nelle domeniche di agosto
Dio angeli e santi vanno in ferie tutti assieme.
Non piove perché abbiamo un Dio ormai rinsecchito.
A Dio è rimasta solo la memoria breve.
Scegli Dio, zero scatti alla risposta.
Dio, però, viene dopo la penicillina.
Oggi Dio è molto insicuro.
Dio non ci salva mai, se non perchè è distratto.
Dio è invidioso.
Dio arriva a pesare venti chili.
Dio è affetto da cataratta.
Fare le cose come Dio comanda è una forma di depistaggio.
Dio fa molto vintage
Tema: La noia
mercoledì, 1 agosto 2007Starsene sdraiati sui gradoni roventi dell’anfiteatro della pineta, nuovo e inutilizzato con le erbacce già ben pasciute tra le fessure del cemento, starsene con il libro in mano delle vacanze: Opiè, il ragazzo serparo. Lui sì che aveva le idee chiare e il destino segnato: diventare serparo, la figura più importante del paese, ripercorrere la tradizione dei padri e dei nonni, imparare a catturare i serpenti per il Santo trascinato per le strade una volta l’anno, nero e imponente avvolto dai rettili nella processione più pagana e dionisiaca mai vista.
Starsene gettati sul quel cemento ardente con la sola compagnia degli insetti e con il libro aperto sulla stessa pagina che non va avanti.
Una noia spessa e pesante, che cala dall’alto, un nulla che ti cancella i pensieri e poi te li ripresenta in una circolarità inconcludente che ti riporta sempre sullo stesso centro vuoto. Tutti gli scenari della vita che verrà si presentano davanti agli occhi e poi si vanno ad imbucare nellla cosmica pigrizia della noia che li nullifica tutti. Il surplace era uno stato di sospensione dentro una vita attiva, dentro il gioco, un’accumulatore per una successiva sfrenatezza, qui invece tutto è passivo e inerte e ti sembra di sfiorare la morte, di provocarla, quasi di desiderarla.
Fai l’orecchio al libro, la stessa pagina 22, un bianco camposanto di caratteri tipografici sbiaditi dal sole disseminato di zanzare e mosche spiaccicate, visto che alla morte tua cominci a preferire quella degli altri, tombe di formiche che hai schiacciato con il dito scrutandone l’agonia – soffre la formica? – una macchia più grande che ha fatto sparire intere frasi prodotta dalla morte di una zecca cieca e sorda che ha sbagliato bersaglio ed è caduta sul libro, richiuso e poi aperto per verificarne la fine. Così si è negoziato con la noia. Torni nella tua palazzina, Ornella, Ambra, Vanna, non ti degneranno di uno sguardo, Rosita non la vedrai più. Quest’anno non andrai neppure dagli zii e l’odore delle donne ti è precluso, è morta zia Adelaide e la casa per almeno un anno si è richiusa su se stessa, forse stanno anche digiunando. Comincio a desiderare la riapertura della scuola e quando la Signora D’Amico, scartando lentamente l’ennesima caramella alla menta che gusterà giosamente insieme alla mia interrogazione, mi chiederà come ho passato l’estate e se ho letto il libro delle vacanze io le risponderò dicendo tutta la verità che non le ho mai detto.
« No Professoressa, il libro Paravia non l’ho letto, non lo so come va a finire la storia.
Però vorrei mostrarle pagina 22. Sembra una carta geografica o una carta militare, ma su questa pagina c’è tutta la mia estate. Vede queste macchioline piccole marroncino? Sono tutte le formiche che ho ucciso.
E queste striature che attraversano la pagina che sembrano fatte da un pennino? Sono mosche, si sono trascinate per qualche centimetro depositando le loro viscere sanguinolente. Lei è stupìta, lo vedo, dalla macchia grande che coinvolge anche la pagina 21 e che ricorda le macchie di Rorschac. È una zecca, che ho schiacciato usando il libro come trappola.
Ho fatto delle ricerche in proposito. La zecca è priva di occhi e sente la sua preda solo attraverso l’olfatto. Il segnale che lo spinge all’attacco è l’acido butirrico che io emanavo abbondantemente quest’estate dai miei follicoli sebacei. Questo essere sordo e cieco sente il calore dei mammiferi ed io quel giorno ero accaldatissimo. Quando la zecca si è lasciata cadere da una foglia che era sopra la mia testa si è trovata a gustare non il mio bel sangue caldo ma, per errore cartesiano, la pagina del libro, precisamente la pagina 22. Immediatamente ho chiuso il libro seppellendoci la zecca.
Cara Professoressa la mia estate è stata l’estate della noia, vede come ho speso il mio tempo? Vede che carneficina ho fatto? Non ho studiato e non ho imparato niente. Ma lei, comprensiva e buona, da sottoterra o da sopra la terra non so dove ora si trova, mi concederà qualche mia considerazione personale. Tutta questa noia mi è stata utile per capire la mia irrilevanza in questo mondo, il male che ho fatto a queste povere creature, ma da questo fondo funebre ho mosso qualche passettino. Lei vede meglio di me come oggi si rifugge dalla noia, guai ai ragazzi che si annoiano, bisogna riempire tutto il tempo con attività nevrotiche che madri ansiose programmano al centesimo. Guai a lasciarli soli con se stessi nell’esperienza della noia.
È grazie alla noia invece che io mi sono un po’ ascoltato e conosciuto».
(dal catalogo “Trasalimenti”)












