Archive for marzo, 2010

Niki Vendola. Governare, o morire, in versi

martedì, marzo 30th, 2010

antonio marchetti costruzione del dolore

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Forse nel sangue di Niki Vendola scorre un po’ di quel genio salentino che è stato Carmelo Bene.

C’è qualcosa di majakovskiano nel suo look, che ci ricorda il famoso “Quattro modi di morire in versi” del grande Carmelo. Vendola viene dalla terra dove i santi decollano, levitano poeticamente. La sua lingua si esilia da quella mediatico-fascista dell’imperatore e da quella greve, ripetitiva e impotente di sora Bersani. Almeno sino ad oggi.

Ballando ballando

sabato, marzo 27th, 2010

senza titoli

L’uomo che sembra tirare di boxe in realtà sta ballando. Balla sul palco della pubblica piazza. È un ministro della difesa dello Stato italiano ed esiste una genealogia. Vedendolo si pensa alla tragedia di un uomo ridicolo; ma la tragedia è solo nostra. È un fascista, i suoi nemici naturalmente sono i comunisti in questa Italia secessionista e virtuale. Certo non siamo nel 1914-15, tra i fumi fascinosi di D’Annunzio e Mussolini che esaltavano la guerra e la distruzione rigeneratrice. Qui le rovine conoscono la forma fredda, ove al posto dei morti ci sono i perdenti nella vita, mentre gli eserciti sono mafiosi e lacchè. Come rappresenterebbe un nuovo pennino alla George Grosz quell’uomo, quel ministro, che balla scompostamente sul palco?

Trent’anni fa i fascisti non ballavano, a ballare erano i socialisti e qualcuno scriveva anche libri sulle discoteche. I socialisti all’epoca ballavano come i passeggeri del Titanic che affondava inesorabilmente. I fascisti ballano oggi, come al solito fuori tempo, appena appena ringiovaniti dall’acqua Fiuggi. Quella che una volta si chiamava maggioranza silenziosa oggi straparla in piazza ripetendo, utili idioti, le parole del Padrone. Il pubblico di quel ministro è composto da persone senza cervello che ha riscoperto la parola, anche se non sua. I poveretti ubbidiscono persino alla parola amore (sino ad ora a loro sconosciuta). Il partito dell’amore in verità nacque nel 1991 a sostegno di una pornostar (oggi ci sono solo escort), Ilona Staller, in arte Cicciolina, ex moglie dell’artista-star Jeff Koons.

Ieri il Partito dell’Amore era il partito delle pornodive. Oggi è il Partito dell’Imperatore Porno-Pop.

Il Laboratorio Italia è ancora aperto.

Marina Mannucci in quattro numeri

venerdì, marzo 19th, 2010

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antonio marchetti madre.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Polifonia del femminile.


Numero uno

Sono ormai 12 anni che tutte le mattine prendo la corriera per recarmi a scuola, ieri con il grembiulino bianco e il fiocco, oggi con i jeans e la felpa con il cappuccio. Quando è ancora buio, ed il freddo irrigidisce anche i pensieri, sono tra le prime a salire, tra i posti ancora vuoti scelgo il penultimo in fondo a destra, lì, anonima, passo inosservata, il cappuccio sempre sollevato, volgo lo sguardo fuori dal finestrino. Finita la scuola risalgo sulla corriera, verso le quattro e mezza del pomeriggio giungo alla mia fermata, una sporca pensilina sotto l’arco di un cavalcavia. M’incammino verso casa, alzo il volume del lettore mp3 e sistemo gli auricolari, il clacson delle automobili in sottofondo. Nelle pozzanghere formatesi nei crateri d’asfalto della strada dissestata si riflettono ed ondeggiano le sagome dei grattacieli. Da un  distributore dismesso annuso l’odore rancido della nafta, manca poco, sono quasi arrivata.Tra i letti della mattina da rifare prima che tornino a casa gli altri, l’acqua da mettere a bollire, è presto sera e si consuma in fretta la cena. Mentre loro in cucina litigano sul canale della televisione da guardare, mio fratello è assorto in un videogioco; da sotto il materasso sfilo le bombolette spray, le infilo nello zaino ed esco, tiro su il cappuccio e mi dirigo verso la stazione.Finalmente è mercoledì sera, alle 20 e quarantotto arriva un convoglio dall’Austria e non posso perdermerlo, mi hanno detto che c’è una carrozza che non è whole car, devo arrivare per prima, il mio bombing deve essere rapido e incisivo e questa volta non sarà necessario crossare il lavoro delle altre crew. Ho comprato anche dei nuovi tappi e ho uno skinny che dovrebbe dare un getto sottile perfetto e senza sbavature.

Numero due

Questo piccolo scrittoio in un angolo del soggiorno è l’unico spazio mio di tutta la casa.Quand’ero adolescente è morta mia madre, era stanca di vivere.

A ventiquattro anni è morto anche mio padre, ed io, sposata da poco, aspettavo un figlio. La rabbia ha sempre ostacolato la mia creatività, mi ha reso fiacca, incapace di ridere e divertirmi, se avessi saputo scegliere avrei impresso sul mio volto smorfie meno gravi, i miei occhi lampeggerebbero invece di perdersi vuoti verso un passato che mi si è rovesciato addosso senza che avessi il tempo di sceglierlo. Mio rifugio ed unica certezza, gli astri, legati alle azioni dell’uomo in una catena sottile di azioni e reazioni. Su di me incombe Antinous, costellazione vicina all’equatore, una delle sue raffigurazioni che lo vedono intrappolato fra gli artigli dell’Aquila mi accompagna dalla nascita, ma continuo a sperare che un giorno riuscirò a liberarmi dalla presa lacerante di quelle sgrinfie. Ora malgrado io ben sia consapevole che “è vano sperare quell’eternità che non è accordata né agli uomini né alle cose e che i più saggi negano persino agli dei…”, m’ immergo nelle effemeredi e studio per ore i temi natali, ed attraverso quest’indagine scrupolosa di rappresentazione di valori ed idee raggiungo l’estasi nel constatare ogni volta che tutte le varie psicologie e filosofie possibili si uniscono in un solo quadro perché il cosmo contiene tutti i possibili punti di vista.

Numero tre

Sulla credenza appoggiato alla vecchia radio il libro consunto delle ricette, pagine e pagine scritte con una calligrafia i cui segni sono cambiati nel tempo, ogni tanto uno schizzo a margine, pochi sono i fogli rimasti ancora da annotare. Con la mano abbasso la maniglia della porta che si affaccia al giardino, è autunno, mi soffermo ancora un attimo ad osservare il prezioso taccuino. Ogni ricetta racchiude i segreti della mia anima: quest’antica alchimia che trasforma la materia in cibo, mi ha permesso di assecondare i miei slanci creativi per tutta la vita. Quando tutti dormivano, mi sollevavo e scalza scendevo in cucina, aprivo la credenza e ricoprivo il tavolo delle ciotole colme di spezie, accendevo il fuoco e preparavo la trippa con il melograno, il battuto di manzo con cous cous di castagne, guancetta di vitellone con composta di topinambur e ristretto di parmigiano. Il lavello si riempiva di traballanti stoviglie unte, da detergere prima che sorgesse il sole. Mia madre era una Sinti-Drabarni, ed era nata ai margini della città, vestiva con lunghe gonne fiorite, e quando la carovana ripartiva le ruote del carro scricchiolavano. Giunti alla nuova destinazione, il gruppo si accampava e mio padre la sera suonava il violino. Io correvo libera e spettinata.Un giorno poi è finito tutto e ci hanno fermati, ci hanno imposto una casa.Sono sopravvissuta. Ed è stato allora che è iniziato il mio duetto clandestino dei sensi con il cibo, è stata la zuppa scacciapensieri che mi ha salvato dall’annientamento, ho staccato il grembiule dal chiodo della cucina e ho ritrovato l’antica ironia del vivere, del divorare il cibo e la vita. Nutrendo gli altri mi sono divertita a pungolare i loro desideri, attraverso i procedimenti scientifici della materia, uniti all’impulso dell’immaginazione. La notte trasformavo e di giorno poi creavo le giuste atmosfere, imbandivo la tavola, discreta ma sensuale e la illuminavo con candele; l’odore delle spezie si diffondeva, il sedano conferiva alla mia pelle un odore eccitante e a fine pasto mi sedevo tra gli ospiti: con un piccolo cucchiaino d’argento versavo fine cioccolato nelle tazze di caffè.

Numero quattro

Questo sabato dovrebbero venire a trovarmi i miei figli, devo assolutamente ricordarmi di fargli sistemare meglio la poltrona sotto la finestra, da sola non riesco più a fare certi sforzi ed i miei occhi deboli hanno sempre più fame di luce. Ho iniziato un pizzo e non riesco ad andare avanti; se mi dimentico di chiederglielo dovrò aspettare un mese intero prima che tornino, forse due. Il cuscino del tombolo è appoggiato sul telaio ed anche tutte le coppie di fuselli, ma le mie mani faticano a stare ferme a lungo, è da ottant’anni che cuciono, tessono, intrecciano, decorano e ricamano. Quando a quattordici anni rimasi incinta, ero sola, mi diedero ricovero le Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue, all’interno del convento avevano istituito una “scuola-laboratorio” imparai a ricamare; le suore guardavano il mio bambino. A Sacile le ragazze avevano solo due possibilità: imparare a ricamare o apprendere il mestiere di sarta. Questo lavoro è stata l’unica mia risorsa per sopravvivere e per mantenere il mio primo figlio, poi anche la mia seconda figlia; durante la guerra ho cucito centinaia di divise. Con le altre ricamatrici, sedute lungo la via su piccole sedie impagliate, tra lini e rocchetti di sete, i pezzi delle nostre vite si intrecciavano con i fili sui canovacci del telaio; il tempo impiegato a ricamare non ci è mai stato sufficientemente ricompensato, ma non avevamo alternativa ed era l’unica cosa che sapevamo fare. Col filo realizzavamo opere d’arte, e tenevamo unite le nostre vite, il telaio tutto sommato ci aiutava a dimenticare i nostri guai. Le nostre mani hanno creato preziosissimi ricami anonimi che palazzi lussuosi ora custodiscono con cura.Speriamo che sabato i miei figli si ricordino di passare a salutarmi.

©Marina Mannucci


Sandro Visca e Luigi Poiaghi

lunedì, marzo 15th, 2010

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marchetti visca poiaghi

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La foto di sinistra mostra l’artista Sandro Visca al lavoro, nel suo studio a Pescara, con la sua macchina da cucire. Visca è pescarese di adozione, ci vive dalla fine degli anni Sessanta, è nato a L’aquila, ma quando si trasferì a Pescara aveva già alle spalle esperienze milanesi, un bagaglio artistico ed esistenziale cospicuo che, quando si è mobili e in viaggio, si cerca di alleggerire.

Sandro Visca non è artista afflitto da ansia di prestazione o psicopatologie legate all’ambizione di una carriera. Quando approda a Pescara è giovane uomo disposto a ridisegnare nuove mappe, per sé e per gli altri.

Visca è artista della lentezza.

La decisa tranquillità del suo passo, così come lo ricordo nei lontani anni tra la fine dei Sessanta e gli albori dei Settanta del secolo scorso, e che tanto mi colpì, aveva la capacità di conquistare spazio, la sua falcata era almeno doppia di quella normale, apparentemente lenta ma capace di guadagnare metri in modo impressionante. Visca era  lento ma arrivava prima.

Forse Andrea Pazienza – suo allievo al Liceo Artistico e che dedicava al maestro splendidi disegni raccolti da Fandango qualche anno fa in un volume dal titolo “Visca” – avrebbe sicuramente trovato una corrispondenza tra Sandro Visca e Gran Passo, il personaggio di Tolkien nel Signore degli Anelli, prima che si svelasse come Aragorn.

Ma questa lentezza che guadagna spazio, che si fa spazio, diviene aforisma del suo stesso lavoro e della sua posizione professionale nel panorama artistico contemporaneo. A ciò si accompagna un particolare  “distacco”, una elegante “distanza” da eccessivi presenzialismi ed una sorta di – per quel che ricordo – fermezza morale, e direi quasi una certa “rudezza etica”, alquanto inattuali in quegli anni.

A Pescara dunque Visca vi approda intorno al 1968 e come l’artista stesso mi ricorda in una sua lettera di qualche tempo fa: mi sembrò la città ideale per svolgere il mio lavoro in piena libertà e lontano dalle tentazioni dell’affermazione.

Ma ben presto la lentezza del “gran passo”, il distacco, il rigore morale, la distanza ideologica, l’eleganza e la raffinata e curatissima “confezione” delle sue opere (ricordo i suoi bellissimi arazzi e gli sgargianti “cuciti”), vengono avvertiti come monete fuori corso tra la comunità pescarese e tra gli artisti stessi – afflitti da gravi forme di provincial-protagonismo – che pur esprimono una sotterranea ammirazione.

È seduto su una macchina per cucire, mette insieme i frammenti. Uomo antico, che ricompone l’infranto.

La foto di destra (scattata da Girolamo Geri) mostra l’artista Luigi Poiaghi intento a  ricamare nella sua casa studio nella campagna tra Rimini e San Marino. Meno tecnologico di Visca, Poiaghi ricama parole bianche, nella forma di haiku su supporti appena imbottiti anch’essi bianchi:

cercare

nulla

con

la lente

e non

trovare

niente

La sua “lentezza” è barriera di “resistenza” alla chiacchiera compulsiva dell’arte ed alle lusinghe del mercato che lui ha ben conosciuti nei suoi anni milanesi. Il tempo di esecuzione permette un vagare dei pensieri, un ozio della mente, mentre l’ago sembra trafiggere e risvegliare con leggerezza il corpo stesso dell’artista. Un “naufragio” operoso.  Alcune sue opere, sfiorate dal leggero rilievo del ricamo,  possono essere percepite solo in particolari condizioni di luce, così da sfuggire anch’esse al glamour del visivo contemporaneo.

© Antonio Marchetti

(Leggi l’articolo: http://www.variosondamestesso.com/2007/02/20/filo-darte-ricordando-alighiero-boetti/)

8 marzo. È qui la festa?

lunedì, marzo 8th, 2010

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antonio marchetti frigo

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Le “ministre” di questo governo sono invisibili. L’ambiente non conta nulla, in questi mesi di emergenza e scandali quotidiani quella “donna”, che gestisce quel ministero, non esiste. Per le pari opportunità, nell’Italia della cronaca contemporanea, c’è altra donna, invisibile, o balbettante. Per la gioventù, ridicolo già nel nome del ministero, il ministro appare come pezza di appoggio nei luoghi in cui non dovrebbe essere, con quegli occhioni ipertiroidei di chi la sa lunga ma non dice mai niente. Per il turismo abbiamo una donna talmente abbagliata dal suo premier che ripete come un clone idee non sue. È stato nominato un sottosegretario donna che ha avuto il merito di indicare un presunto amante della consorte del suo premier- padrone nella fase di separazione matrimoniale. Queste sono le donne nel governo del nostro paese. Forse sono state scelte proprio perchè devono star zitte, pur simboleggiando una qualche “pari opportunità”. Il problema è solo loro. Cosa festeggiano oggi le donne? Perchè, poi, chiamarla ancora festa? Non sarebbe piuttosto un lutto?

La nostra faccia (faccetta) nera

domenica, marzo 7th, 2010

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antonio marchetti serious persons

In questo Journal non lo abbiamo mai nominato. Lo abbiamo chiamato, spesso, l’imperatore porno-pop. Imperatore in quanto dominus incontrastato dei media e uomo ricchissimo; porno perchè frequenta puttane, simboleggia l’aspetto più retrivo della sessualità e accredita politicamente donne che provengono da quella filiera e che lui alimenta; pop perchè è scultura virtuale iconica che ripesca nell’immaginario fascista, nazista e stalinista. Non lo nominiamo ancora ma accettiamo la versione di Franco Cordero: “Il signor B”.

Jaqueline Risset, in un recente articolo su Le monde dal titolo “La face noir de l’Italie” descrive il nostro paese da un punto di vista “esterno” ed interno insieme, lasciando scorrere l’aria fresca delle nostre sorgenti culturali che la nostra faccia scura contemporanea (evidentemente condannati ad una anomalia orbitale) non riconosce più.

La Risset, studiosa e traduttrice di Dante, vive ed insegna da molti anni in Italia, la sua docenza a  Roma subentrava a quella di Giovanni Macchia . Chi ama la Francia, la sua poesia e la sua letteratura, avrà sicuramente negli scaffali gli  scritti della Risset. Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso c’era molta sintonia tra l’Italia e la Francia, ciascuno prendeva dall’altro: cinema, filosofia, psicoanalisi, critica letteraria, politica, poesia. Coloro che “interfacciavano” quella ricchezza o sono morti o sono dormienti. “Dormienti”, parola che la Risset pare apprezzi. Oggi tutto è in frantumi. La Risset, molto italiana, registra questa frantumazione. Giustamente Jaqueline Risset vede in Italia un virus che potrebbe diffondersi in altri paesi, in Europa soprattutto. In questo l’Italia, anche quando era minoritaria, ha cucinato nel suo laboratorio modelli esportabili. Mussolini era un modello sempre presente al tavolo dei progetti dittarioriali, non solo europei.

Anche il signor B potrebbe diventare un modello esportabile, e visto lo stato di impotenza italiana, l’Europa potrebbe intervenire. Potrebbe iniziare da subito a porre un problema di conflitto di interessi nelle elezioni per il parlamento europeo. Il partito del signor B non vi può partecipare perchè è proprietario di televisioni e giornali.

Philip Roth e i cento anni di Flaiano

lunedì, marzo 1st, 2010

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antonio marchetti stained glass

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Sul Venerdì di Repubblica del 26 febbraio campeggia sulla copertina un intenso ritratto fotografico di Philip Roth dal titolo: “Io e il sesso”.

Sono quei titoli che dovrebbero invogliare il lettore (ma chi già compra la Repubblica sin dal primo numero non ha bisogno di essere invogliato da alcunché) per poi introdurlo al mondo letterario del grande scrittore americano.

Niente di più sbagliato, l’articolo-intervista non smentisce il titolo; non si parla di letteratura ma di sesso. Sembra che Roth abbia solo scritto di sesso. L’inviata del settimanale smentisce il luogo comune che la sessuofobia sia solo al maschile; c’è oggi una diffusa sessuofobia (mascherata dal politicamente corretto e da certo secessionismo femminista) tutta al femminile. Roth risponde con sarcasmo ed ironia alle domande ma la sua letteratura ne esce male o non appare affatto. Un autore viene fuori al meglio con un buon intervistatore ma nel servizio che abbiamo di fronte c’è da chiedersi quale Philip Roth abbiamo letto in questi anni. Pensavamo che il sesso, la morte, il dolore, la malattia, la politica fossero i temi della vita (e della letteratura classica) e che Roth ha sempre trattato  (rileggere “Chiacchiere di bottega”). Ma parlare di ex mogli, di letto, di onanismo, di prostata senza la letteratura ci ricorda, a rovescio ma specularmente, la signorina Delphine Roux de “La macchia umana”, con qualche anno in ritardo storico, e che forse agonizzerà la sua carriera, con l’aiuto della chirurgia plastica, in qualche Talk-show spazzatura contemporaneo .

Purtroppo il Venerdì di Repubblica per molti è ormai solo l’incombenza dei cinquanta centesimi , per il resto si può infilare direttamente nella raccolta differenziata della carta o lasciarlo al giornalaio. Meglio “D”, forse lì avrebbero fatto di meglio.

Il 5 marzo Ennio Flaiano compie 100 anni, portati piuttosto bene.

Per ricordarlo pubblichiamo alcune righe di silenzio: