Archive for luglio, 2010

Il suicidio ordinato.

mercoledì, luglio 28th, 2010

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marchetti 3 torri.

Tra i vari tipi di suicidi oggi parleremo del suicidio ordinato. Per suicidio ordinato intendiamo il suicidio pensato, pianificato, curato nei minimi dettagli. Evidentemente anche la vostra immagine da morto deve essere ordinata e pulita, persino elegante. Dell’abito da indossare tratteremo più avanti. Evitate farmaci, che potrebbero dare problemi antiestetici dopo, o il retorico taglio dei polsi con tutto quel sangue, e poi è un suicidio troppo lungo, potreste annoiarvi. Sconsiglierei anche l’impiccagione perchè è una mancanza di rispetto per chi vi vedrà per primo. La pistola è sempre il mezzo migliore. Va bene anche il fucile ma dovete avere braccia molto lunghe per raggiungere il grilletto. Evitate il colpo alla tempia o al cuore, potreste sopravvivere e restare magari menomati a vita; direzionate l’arma nella parte interna della bocca, verso l’alto, in modo che il proiettile trapassi il cervello e fuoriesca dal cranio. Ci sarà sangue, ma voi vi munirete di protezione indossando ed esempio un impermeabile o forando una grossa busta di plastica infilandoci la testa e facendo attenzione affinchè il corpo ne sia avvolto. Sotto indosserete il vostro abito migliore, che resterà pulito. Consiglierei un colore grigio scuro, camicia bianca e scarpe nere, mocassini, con la suola intonsa. Niente cravatta. Dovete evitare di farvi vestire da altri, questo è molto importante. Non sparatevi in macchina o in luoghi poco sicuri meglio a casa vostra, non in piedi o a letto ma in poltrona, in modo da avere un rilascio del corpo contenuto e accettabile. Fate delle prove. Se siete soli lascerete accanto a voi in busta chiusa le indicazioni circa il dopo. La persona a cui destinerete la lettera dovrà essere scelta con cura, qualcuno di cui vi fidate e che svolgerà le procedure dai voi indicate con ordine e la minore partecipazione emotiva possibile. Se non avete nessuno a cui ricorrere scriverete una lettera qualche giorno prima alle onoranze funebri con cui avevate già stipulato un contratto e pagato in contanti. Se avete famiglia lasciate più lettere, diversificate e personalizzate, questo farà sentire i vostri familiari molto gratificati. In questo ultimo anno avrete messo da parte del danaro, che lascerete alla famiglia; danaro che la famiglia non si aspettava. In questo modo sarete molto apprezzati a differenza di tanti che se ne dipartono lasciando debiti. Ricordatevi di ripulire computer e hard disk lasciando le cose meritevoli di essere ricordate. Cestinate le foto in cui siete venuti male. Se intendete esporre il vostro corpo scegliete un allestimento sobrio, ravvivato da colori ed una tivù accesa, con della musica, magari potete farvi sistemare in poltrona, per ricordare il modo in cui avete lasciato questo mondo. Vorrei insistere sul fatto che ad un suicidio ordinato ci si arriva col tempo e tanta pazienza e che nulla deve essere lasciato al caso; la cosa più importante è il prima e il dopo, l’atto in sè è semplice. Il dopo lo è di più, in  quando non ci sarete e non potrete più intervenire su situazioni che non vi soddisfino (come saperlo poi?), ecco perchè una buona programmazione è di importanza vitale, direi “mortale”.

Hai una nuova richiesta di amicizia…

giovedì, luglio 15th, 2010

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antonio marchetti piccolo santuario

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La lingua è costretta a rattrappirsi sul web e nei social network, o implodere in una ripetizione ridondante di consonanti e vocali finali che segnano il grado zero emozionale: Facebook docet.

Qui siamo quel che siamo, qualcuno migliora, ma molti peggiorano. Peggiorano, purtroppo, persone intelligenti e colte, under 50. Chi vive lontano dalle città, in campagna, nelle periferie o in abitazioni dislocate in zone urbane grigie è connesso ma si muove molto di meno. Al contempo, chi viaggia, sente il bisogno di marcare la sua mobilità in una fissità pubblica, da narcisismo secondario. I giovani sono più a loro agio. Il carotaggio sulle generazioni rivela un quadro sconnesso, di difficile integrazione. Le immagini, che dovrebbero “narrare” un profilo personale,  vengono spesso giocate tra immanenza diaristica  e graffiatura esibizionistica, in una scollatura tra l'”esserci” o il “non esserci”, (mutazione dell’interrogazione amletica nel contemporaneo), nella rete come nella vita. Gli album fotografici diventeranno archivi funerari. La mitomania imperversa, viaggi virtuali e viaggi reali si mescolano. Con 50 “amici” su FB puoi comunicare, con 500 godi dell’impermanenza e dell’ineffabile. Con 2000?

Qualche anno fa qualche intellettuale post-DAMS aveva teorizzato che la limitatezza dei caratteri digitabili in un SMS avrebbe prodotto una sintesi ed un affinamento della lingua. Già, ma ci si dimenticava di aggiungere che alle spalle occorre un pochino di letteratura e di buona pratica di scrittura. La rete maschera e rivela. Tutti ormai cadiamo nella trappola della libertà o nella demoniaca profezia di quel frivolo di Warhol.

L’assunzione di una lingua globale,  piatta ed orizzontale, attinge ad un vocabolario condiviso che tende a smussare  gli spigoli, attacca le parole, le modifica, ne espelle altre, neolingua autocensurata molto spesso. Tuttavia sistema sofisticato, perennemente allusivo e sospeso, orfano di un senso, o di un centro, come ormai siamo tutti. Tutti vogliono apparire e scomparire nel banale. La situazione politica italiana alimenta questo codice quasi cifrato di irrealtà con cui ci autolapidiamo, pur informatissimi.

A volte basta inserire una sola parola per generare una moltitudine di significati, che poi rotolano in un abisso di “commenti”, portandosi appresso equivoci e demenzialità gratuite (dipende dalla ricchezza sociale dei contatti), in una immanenza che si schianta subito in un presente fluido e dominante, il Tempo…; voglio esserci come non sono, inserisco l’indice romano in alto anche se non capisco, condivido perchè sono un qualunquista e non mi costa nulla ( non sempre leggo i contenuti); origine e causa di frustrazioni: perchè non mi hai commentato? come mai non hai condiviso quel mio link fondamentale? mi sento solo, quando sono online non mi cerchi e non mi  “parli” mai, sono risentito, geloso, invidio la tua sfolgorante bacheca e poi sono indeciso tra presenza e assenza. Qui annuncerò la mia morte,  la mia rinascita. Lavorare, spugnosamente, Zelig della rete, con cinismo leggero, disponibile alle tendenze dell’ultimo secondo per sottoporre merci ad indagini di mercato; e forse questo è il modo, paradossalmente ma non più di tanto, più “autentico” e sincero di mettersi in gioco nel capitalismo globale.

Le parole sono sottoposte al tornio del comprensibile e del “condivisibile”, al naturale, o si fanno esoteriche ed imprendibili, affacciandosi al mondo “nuovo” come in realtà, per chi le scrive, nuovo non sarà mai.

Possiamo raggiungere amici lontani ma con loro dobbiamo allestire diverse maschere salvifiche e di autoassoluzione.

Qualche tempo fa ho scritto una cosa carina e poetica sulla “bacheca” di una mia vecchia amica, che ricordava il titolo di una vecchia canzone, ed il marito, che la controllava su Facebook, l’ha costretta a chiudere l’account con una furente scena di gelosia. Siamo in Italia non in Iran. Eppure questa libertà sul web non passa completamente attraverso una vera libertà ed emancipazione individuale nella vita vera. Da qui una rappresentazione mitomane e falsa di sé attraverso la tecnologia. Siamo avanti, ma indietro nella sostanza.

In un vecchio film di Totò, l’attore osserva una festa estiva e mondana a Capri attraverso una finestra, una festa che fa il verso alla “Dolce vita”. Il comico dice al compagno di entrare: “Futilizziamoci! Futilizziamoci anche noi! Viviamo in un mondo futile!”

Come risolvere le nuances della presenza-assenza? Come essere invisibili ma esistere tra il prossimo? Come essere fantasmi?

René Daumal definiva il fantasma come un’assenza circondata di presenza. È la presenza a dare “corpo” ad una assenza. Una prospettiva davvero sublime. Difficile.

Domani mi cancello, dopodomani riapparirò.

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I tuoi contributi, caro Antonio, sono sempre attesi e graditi. Come sento mia quella sottile disperazione che ci fa arrancare in questi nostri mondi frammentati e in cerca di un contatto, affettivo diciamolo, e di aggregazione, facendoci illudere che una grande chat come FB ci faccia sentire meno soli. Ci aggreghiamo in un caravanserraglio di nomi, sigle, parole, per tenerci uniti ad un mondo di cose e persone che pensiamo affini, finendo per sperimentare invece una inarrestabile disgregazione. Un mondo di contatti che si dilatano all’infinito, come una vertigine che cattura fino all’addiction, e in cui, scopriamo con sgomento, temiamo di essere esclusi dalla subitanea disattenzione con cui l’amico si rivolge ad altri contatti con cui fa amicizia. Il nostro povero bisogno dell’altro finisce per mettere tutti sullo stesso piano, e patisce inedite forme di esclusione, assurde solo al pensarle.

Come sarebbe bello ritornare ad una “civiltà della conversazione”, vanno in questo senso tanti tentativi di contatto, la ricerca di una corrispondenza, di confronti vivaci e arricchenti. Non escludo che le mie recenti escursioni nella realtà del mondo esterno grazie all’arte, dopo tanto percorrere mondi interni autoreferenziali, siano motivate dal bisogno di significative corrispondenze non più solo legate al dare senso alla sofferenza, ma ispirate dall’esprit, dalla leggerezza, dal piacere.

Grazie del tuo pensiero, ciao, a presto,
Rosita Lappi

Il pericolo ci raduna?

sabato, luglio 3rd, 2010

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antonio marchetti città 01

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Nel giugno del 1935 si tiene a Parigi un Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura.

A presiederlo due grandi André,  Malraux e Gide.

Lo sfondo storico è martellato dall’emergenza. Patto franco sovietico, riarmo della Germania hitleriana, Mussolini in Etiopia.

Così apre il Congresso Gide. “Di fronte al pericolo che tutti avvertiamo, quel pericolo che ci raduna oggi…”. Gli intellettuali meno politicizzati, i distaccati e i più “individualisti” (e “narcisisti”) aderiscono all’appello. È il pericolo che li raduna.

Con i dovuti ricalcoli storici, nella temperie attuale, tutta italiana, cosa accade?

Sul web vedo uno spot, ripetuto con cambio di figura che, per paradosso, o per viltà, utilizza lo stesso linguaggio che oggi mina la nostra libertà: pensare che siamo tutti cretini.

Il messaggio dell’intelletuale-rapper è questo: “Lo sapete che l’approvazione della legge bavaglio sulle intercettazioni vi toglierà il diritto di essere informati? Ora lo sapete”.

Sì, lo sapevamo, non avevamo bisogno di voi, che arrivate anche in ritardo.

Forse pensate ai lettori come ai tempi di Hemingway che divideva gli italiani in una metà che scrive e un’altra metà analfabeta.

Ci aspettiamo da voi qualcosa di meglio di noi stessi, già informati e già mobilitati nel quotidiano.

Noi, lettori, più avanti di voi…

Ci aspettiamo l'”agire”, il senso di responsabilità, il mettersi in gioco invece di un collettivismo ecumenico di basso profilo, in un Jingle da telefonia mobile.

Meglio allora l’ordine sparso, le prese di posizioni individuali.

Meglio “Il pericolo che ci separa”.

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(Doveroso ricordare che nel lontano 1985, cinquantenario di quel Congresso, il Centre Culturel Français di Roma organizzò un convegno curato da Anne-Marie Sazeau Boetti. Gli atti sono da rileggere…)