Archive for ottobre, 2010

Pittori riminesi. Orgogliosi con pregiudizio

lunedì, ottobre 18th, 2010

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marchetti per  pascali

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Il catalogo, il “turista”, lo riceve gratuitamente in edicola, insieme all’acquisto di un quotidiano. La Confartigianato, che promuove l’iniziativa, ha fatto le cose in grande, ed il sistema di diffusione è molto efficace, capillare. La mostra si svolge nel “cuore”, nell’agorà della città, con grande visibilità. Si tratta della mostra d’arte di pittori riminesi, dal titolo “rimin’essenza, le distintive genialità dell’orgoglio riminese”.

Ne parliamo per farla finita con lo snobismo ed il distacco cinico, con la malcelata superiorità culturale che alla fine rischia di dare una mano all’ “invasione degli ultracorpi”.

Questo catalogo (dalla grafica discutibile, è una “faccia”) non dovrebbe dispiacere alla cultura leghista, o forse, in queste latitudini romagnole, il leghismo antelitteram c’è da sempre.

I “pittori” esaltano il mito della piada, del mare e del pescatore, dell’ombrellone e dello stabilimento balneare insieme alle notti riminesi degli anni Sessanta mentre è  immancabile l’icona felliniana, con la solita sciarpa (che riscalda sempre meno e ci indebita sempre più). Il successo di “pubblico” è assicurato.

Ci si guarda allo specchio, uno specchio rassicurante, largamente condiviso.

L’intento “culturale” è orgogliosamente annunciato nel catalogo: “Impreparati, spaventati, frastornati e smarriti, ci sentiamo, a volte, come naufraghi alla ricerca di quelle sorgenti esistenziali che possono ancora farci ritrovare e rivivere l’eperienza rassicurante di essere attori e testimonianza di una storia e di valori comuni che continuano e si affermano nel tempo”.

Anche se questo testo di presentazione è costellato da termini come “forum”, “format”, “motore di ricerca”, “villaggio globale”, tale aggiornamento puramente di facciata non cancella l’idea che il “contemporaneo” qui è affrontato con spavento, smarrimento, naufragio. L’obiettivo, in realtà, di questa iniziativa è sinceramente spiegato dagli stessi promotori: si tratta del “core business” del fatturato turistico condito “anche” dalla cultura. Ma lo straniero si chiede: è questa ( o solo questa) la proposta culturale che dovrebbe accompagnare l'”offerta turistica”? Ad un avanzamento progressivo della cultura economica e dell’iniziativa d’impresa perchè si accompagna una cultura “regressiva”, di scarsa qualità (anche pittorica!) e squallidamente provinciale? Come mai c’è questa frattura che pare insanabile tra il ceto produttivo e professionale della città (“territorio” si dice per sancire ormai il lutto della parola “paesaggio”) e l’arte contemporanea? Le responsabilità sono solo da una parte o sono nella reciprocità? Se le estetiche e le tecniche di questi quadri “riminesi”, in forma traslata, si applicassero ai meccanismi economici saremmo ancora alla prima pensione Kelly di Tondelli (che non dispiace tra l’altro…).

Invece i “nostri” imprenditori” sono dinamici, ma arretrati culturalmente.

Le loro associazioni di categoria lo dimostrano.

In fondo portarsi a casa un quadro “riminese”, doc, costa pochi euro; l’arte, oltre ad essere facile, è anche molto economica e ci si affranca un pò di cultura nel salotto di casa, di fianco all’home cinema.

Amministratori e politici hanno responsabilità assai gravi. Assecondano, e pensano all’elettorato, regrediscono volentieri se occorre, ammesso che abbiano una qualche competenza di base sull’arte.

Gli stanieri tuttavia tali rimangono. Il loro voto è ininfluente.

Ogni tanto si promuove una conferenza sulla cultura, ove si recita il futuro ed il mea culpa sul contemporaneo.

Ma già domani, nell’indifferenza più appassionata, sorvolano su questo tema: “Piccole cose in città: non spaventati, oltre il naufragio, per nulla smarriti, fiduciosi nel materiale dell’arte guardiamo in faccia il villaggio globale e lo rappresentiamo, ci mettiamo in gioco, oggi; alla nostalgia preferiamo la melanconia di un futuro che è già stato”.

Questo ha un costo, in tanti sensi.

Comunione e Liberazione; con beneficio d’inventario

lunedì, ottobre 11th, 2010

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antonio marchetti carri neri

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Lo abbiamo scritto, qui, in diverse occasioni. Se c’è un luogo ove cultura e lingua deperiscono e rattrappiscono, questo luogo è la scuola.

Qui si parla una lingua che nel mondo esterno non esiste.

Tra le tante tipologie di disturbo che un “professore” (parola oggi improbabile) avverte, c’è una specie di  “double bind” dentro la  sconnessione.

Essere estranei al mondo quando si sta a scuola ed essere estranei alla scuola quando si sta al mondo.

Nel linguaggio ministeriale che annuncia i nuovi cicli scolastici si annida una patologia della lingua che ripete questa sconnesione, doppia, reciproca.

Sino ad oggi gli unici che accettano, secondo la mia esperienza, in maniera passiva e vocata, l’accoglienza acritica della malattia linguistica-ciulturale, sono coloro che aderiscono a Comunione e Liberazione.

CL aderisce in modo plastico al depauperamento della cultura e della lingua. Aderisce ai governi più discutibili e osceni. In fondo, sdoganata la morale (con la scoperta del moralismo negativo contemporaneo), azzerate le resistenze etiche, cavalcando i naufragi, oggi CL naviga nel mare aperto del possibile e del numero, della quantità.

Forse, alla fine, questa organizzazione, questa lobby, si troverà davanti, nella sua evoluzione, ad una verità inevitabile, ad una realtà semplice: solo business.

CL sarà questo: “è solo una questione di affari”.

Dal naufragio che alimentano possono essere estratti corpi-icone metastoriche a piacimento, in una cancellazione di differenze. Corpi-figure che fluttuano come pesci nel monitor-acquario del tuttouguale post ideologico.

CL, inoltre, lavora sul disagio, cresce sul disagio, “capitalizza” il disagio.

Il drappello sguinzagliato nelle scuole “statali” di insegnanti di religione, che vivono pienamente il “double bind” tra stato laico e sdoganamento vescovile (a cui spetta una valutazione “ad personam”) dimostra con chiarezza  l’anomalia di questa categoria di “lavoratori””. Se invisi alla Chiesa non perderebbero mai i loro diritti “laici” e di “graduatoria”  professionale, ma potrebbero insegnare materie scolastiche affini al loro percorso di laurea. È una specie protetta. Naturalmente ci sono eccezioni.

In un quinquennio delle medie superiori i nostri ragazzi che si avvalgono di religione, in generale, non sanno molto di antico e nuovo testamento, pochissimo di altre religioni. Questi docenti  laici di religione sono figure ambigue, giocano sul dilettantismo psicologico senza avere nessuna competenza, confessori laici nelle ampie praterie bisognose del contemporaneo: nuovi maoisti dopo il comunismo più devastante.

Costoro non insegnano religione, nella maggior parte dei casi. Sono i demagoghi contemporanei, lasciatemelo dire, ricalcano gli stessi passi fatali, con la stessa autoconvinzione cieca che la storia ci ha consegnato.

Stiamo parliando di una massa; i capi, la sanno più lunga.

Mentre si discute della scuola pubblica forse non ci si accorge che essa già comincia a non esistere più; un nuovo Stato è entrato nello Stato e lo svuota dall’interno. Vampiri robotizzati e indottrinati che pur muovendosi in  apparente ordine sparso si gettano sulla stessa preda. Sembrano invisibili, non accettano una netta riconoscibilità esterna e sembrano quasi offendersi quando li si definisce per quello che sono. Sono fluttuanti. Ricordano i film di Romero, ma  c’è poco da ridere.

CL si è buttata da anni anche nell’arte contemporanea. Ne riparleremo.

Per ora gli artisti ciellini cinguettano, ma marciano compatti, come se vivessero nel comunismo realizzato, diretti da direttori d’orchestra-curatori che hanno tentacoli nelle banche e nelle fondazioni. Hanno il loro business, che naturalmente si farà sentire.

Il segreto è nel loro essere massa d’urto: l’individualità è regolata dalla pluralità, la pluralità garantisce e protegge  l’individualità, anche se psicolabile: soprattutto se psicolabile e gestibile.

Singolarmente sono deboli, mimetici; nella pluralità micidiali.

Ricordano per certi versi la Decima MAS. Flottiglia.

Nuovi mondi… vedremo…

Simonetta Melani per Antonio Marchetti

domenica, ottobre 10th, 2010

Marchetti City Paper

Simonetta Melani (il Grandevetro)

Con un aforisma a forma di bacio

Antonio Marchetti è cattivo.

Coltiva serpi in seno e sputa su dio e sui santi non dimenticando donne e bambini che sempre andrebbero salvati (e per primi).

Antonio Marchetti non ama il vicinato.

Attenti dunque ai vostri nani: li odia sia nel giardino che fuori come odia le petunie e l’uncinetto.

Ha un gran brutto carattere e ve ne sconsiglio caldamente l’amicizia.

Io l’ho preso per la coda e per ora regge, nonostante si dimeni (mai a destra, sempre a manca).

Io e lui ci assomigliamo poco, ma anche molto, e le mezze misure no, a noi non piacciono.

Un piccolo miracolo informatico ci fa ciechi e curiosi di noi. E noi ci facciamo dispetto nell’onorarlo.

Ci scriviamo e ci sorridiamo da anni (quanti?), ho letto i suoi libri e ne ho parlato, lui conosce la nostra rivista ed è un bravo collaboratore, ma mai ci siamo conosciuti di persona.

Confesso: ho diversi amici che amano scrivere aforismi ma non dirò i loro nomi.

C’è un principio di assolutezza nell’aforisma che lo rende scontroso e scorbutico per sua natura. Meglio evitare un incontro fra chi li crea, non credete?

Solo per insaporire gli appetiti dirò che uno sta fra pulcini, capre e cavoli, e pure non manca di un elefante; un altro sta con una gatta fra il Lungotevere e Keats come un dandy ramingo; uno – che se n’è volato via – riusciva a scrivere, pensate voi, un bouquet d’aforismi al mese, che fiorivano immancabilmente, nonostante Milano…

E’ così per questi asprigni scrittori: ognuno sceglie il luogo a suo vedere adatto per farsi il miglior cattivo sangue possibile, come ben si conviene a questo vizio.

Antonio sta fra il mare e il branco, in una striscia di cattività.

Lo vedo aggirarsi sulla spiaggia novembrina come un lupo solitario francese. Come uno di quelli che un tempo si sarebbero amati dicendoli maledetti ma che ora nessuno ama perché appunto maledetti.

È uno rimasto fregato dai tempi come molti della mia generazione (pochi sono infatti quelli che hanno conservato un’identità disdegnando il riciclo con candeggio che fa tanto figo in questi ultimi anni).

Lui è fedele alla linea che non c’è.

È un poeta della sensibilità. E la sensibilità non va più di moda. Va di moda il buon vicinato ma quanto a questo rimando sopra.

L’anima – in ragione della sua invendibilità – è salva.

Non credo di fargli piacere parlando d’anima. Ma la sua è come la mia un’anima carnale, organica, che ha bisogno di nutrirsi famelica e sta insonne a captare memorie e sogni. Guai a chi ce la tocca.

L’ho seguito. Mi son presa questa libertà.

Ama fare il flâneur sulla spiaggia deserta.

Si blocca adocchiando culi inesistenti, quelli passati già oltralpe dopo la bella estate riminese che lui a malapena grugnendo ha intravisto sfrecciare da una tapparella o attraverso il vetro di un birrino gelato al Moxie Bar.

Un sorriso dipinto fra una narice aperta e l’orecchio alato.

L’occhio va obliquo e se ne compiace.

Stiracchia le labbra.

Con l’occhio lungo disegna esatta la linea orizzontale, e così fa il cielo e dà una ragione al mare.

Dopodiché sbuffa dai denti un vapore, una nuvoletta, una di quelle che per incanto stanno su da sole fra la testa e l’azzurro.

E in questa ecco apparire per magia una serie di parole.

Ti avvicini, fai per leggere, ma lui, quasi t’avesse visto, scatta, l’acchiappa e se la mette in tasca.

E sornione, tra orme di cani e altre bestie venute ad annusare il salmastro invernale, finalmente, se ne torna a casa, gonfio come da una pesca fruttuosa.

Stende sul tavolo di cucina tutte le sue nuvole.

Se le guarda e ci ruzza come fa il gatto con la preda davanti al padrone.

Poi se le mangia.

Così nascono e muoiono i suoi aforismi.

O almeno così a me piace pensarlo.

Gli artisti si nutrono di sè, è risaputo ed è più quel che si metton dentro di quel che buttan fuori, ahinoi.

Delle nuvole resta solo l’osso. Ed è quanto ci dona.

È un dispetto nato quest’uomo.

E io lo amo così.

De gustibus.

Sarà che la carne attaccata all’osso qui in Toscana fa la bistecca, gli aforismi del Marchetti son gustosi e ci fanno gola.

Uno dietro l’altro vanno giù che è una bellezza.

Non fai a tempo di sorridere del primo che già ti acciuffa il secondo.

È un’ironia da retrobottega, riservata al buon palato.

E siamo pochi pochi.

Ma ci bastiamo.

Con questa assoluta certezza lo saluto e bevo ai suoi lavori in questa mostra, saluto i suoi amici che si fanno miei con l’augurio di star bene in compagnia di quell’acido dire che a noi tanto piace e che non si dà pace.

Baci Antonin.

Pochi. Troppi possono rimanere sullo stomaco.

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“Citycolor”, mostra nella galleria Percorsi/Arte Contemporanea. Rimini