Archive for novembre, 2010

Paolo Uccello e la profanazione

venerdì, novembre 19th, 2010

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marchetti paolo uccello.

Sarà anche vero che gli Americani sembrano più superficiali di noi Europei. Se magari amano il melodramma italiano, lo amano nelle forme artistiche, non certo in quelle esistenziali in cui siamo campioni, fingendo di crederci. Quando, non sempre, le nostre “pesantezze” sono filtrate da loro – parliamo di intellettuali americani –  e ci vengono intelligentemente restituite, abbiamo l’impressione di respirare la nostra aria come fosse nuova. Quella distanza  aiuta a guardar-ci con occhi altrui ed è terapeuticamente utile. Anche quando i nostri migliori studiosi italiani soggiornano, o vivono, in quelle latitudini, offrono un’immagine di noi stessi più avvincente. È lo sguardo spaesato, forse melanconicamente attratto dall’origine, ma la ricerca ci guadagna. Leslie Fiedler, nato a Newark nel New Jersey, la stessa città natale di uno dei miei scrittori preferiti, Philip Roth, ha rappresentato, in un particolare momento della mia autoformazione, questo modo diverso, sciolto, ironico, discorsivo, colto e leggero insieme, che è lo stile americano, che svela cose a noi sfuggenti, presi come siamo da fobie di autoreferenzialità e autorispecchiamento, soprattutto quando siamo pescati dalla sindrome della rimozione e dell’autorimozione. L’ideologia molto frequentemente è stata la nostra trappola. E il nostro alibi. Freaks fu  un libro memorabile, storie di mostri e mutanti, storie dei nostri incubi e delle nostre paure, storia del diverso “dentro” la diversità. Ed è stato grazie a Fiedler che era nato, rinato, in me l’interesse per Paolo Uccello e per una sua opera in particolare: La profanazione dell’ostia. Nel 1987 si svolse a Firenze il convegno “Ebraismo e antiebraismo: immagine e pregiudizio” per iniziativa dell’Istituto Gramsci e nel suo intervento Fiedler, nel descrivere il proprio “pendolarismo” italiano, rievocava la sua meraviglia nello scoprire nel Palazzo Ducale di Urbino un dipinto di Paolo Uccello di argomento antisemita. «Eppure – dichiara Fiedler non senza ironia – a scuola mi avevano insegnato che Urbino, ancor prima di Firenze, era stata la culla della cultura rinascimentale… Nessuno comunque mi aveva avvertito che nel palazzo del Duca di Urbino si trova esposta con grande risalto un’opera di Paolo Uccello, una specie di minacciosa comic-strip, il cui primo pannello rappresenta un ebreo grossolanamente caricaturizzato mentre pugnala un’ostia consacrata che sprizza sangue sotto il suo coltello, mentre l’ultimo mostra l’arresto e l’esecuzione del perfido nemico di cristo fra la legittima soddisfazione di una folla di spettatori Gentili, alcuni dei quali chiaramente cortegiani.» (Ebraismo e antiebraismo: immagine e pregiudizio. Firenze, 1989.). Lo scrittore americano, nella sua memoria visiva, confonde la sequenza delle scene ma rimane quella definizione incisiva di comic-strip che, immersi come si era nella “seriosità” della storiografia dell’arte, tanto mi colpì. In effetti proprio di un fumetto si tratta. La pop-art era ormai sapientemente trapassata nell’osservazione di Fiedler ma dobbiamo tuttavia aspettare qualche anno affinché la Shoah venga narrata in un fumetto dal geniale Art Spiegelman con il suo Maus. Lo stupore di Fiedler attiene comunque all’idea di un Rinascimento luminoso, la luce che sconfigge le tenebre. Tra l’altro, due opere dell’Uccello, La Caccia notturna e la Profanazione di Urbino, sono di ambientazione notturna, pur  nel pieno della solarità rinascimentale. Una bella contraddizione per Fiedler, ma anche per noi. Nei miei anni di Liceo mi innamorai di Paolo Uccello, attraverso il manuale di Argan, per lo stile con cui aveva rappresentato il Drago, nella versione di Parigi, antesignano delle saghe di Tolkien, con le ali dipinte come gli aereoplanini dei cartoons, tenuto al guinzaglio dalla fanciulla – niente affatto prigioniera – come un animale domestico, mentre San Giorgio cava un occhio al nostro poveretto! Paolo Uccello mi faceva sognare, ma le regole disciplinari dello studio della storia dell’arte imponevano l’applicazione di schemi imparati a memoria e ripetuti alla perfezione. Via via che mi imbattevo nelle scene dell’Ostia trovavo considerazioni quali: “deliziosi quadretti”, “amene scenette”, “un vivace cromatismo in atmosfera fiabesca”, “opera affascinante d’ispirazione medievale”, mentre io mi ero trovato davanti, seppur tardivamente, e guardandola con occhi nuovi, grazie all’incontro casuale della breve notazione di Fiedler, una delle rappresentazioni più inquietanti del meccanismo vittimario e persecutorio della storia dell’Occidente, limpida e cristallina come un teorema. La critica e la storiografia d’arte di fronte alla Predella di Uccello ha sempre preferito volgere lo sguardo altrove, modulando nello specifico linguaggio tecnico-descrittivo tutta una serie di teorie sulla concezione dello spazio prospettico, facendo in tal modo corrispondere ad una sempre più accentuata oggettivazione razionale, condita con saporito perbenismo critico, una presa di distanza – se non vera e propria rimozione – dalla storia reale rappresentata nell’opera pittorica. In fondo il termine “fiabesco” si addice più alla “maschera” stilistica, che distanzia l’osservatore dall’orrore che in quelle scene si va consumando, mentre più sorprendentemente ci risulta l’aver preso l’opera a modello del Surrealismo, se non addirittura quale suo anticipatore. E ancora, stupisce che René Girard, uno studioso che su tali questioni ci ha quasi speso una vita, non abbia mai citato quest’opera dell’Uccello che è davanti ai nostri occhi praticamente da sempre, come la lettera del famoso racconto di Edgard Allan Poe. In questo perdurare del politicamente corretto, più di tante giornate della memoria che stigmatizzano l’urgenza di contenere una diffusa smemoratezza, e ancor più di tante retoriche solenni, pur animate da buone intenzioni sul ricordo della Shoah, vale una volta per tutte questa piccola tavola pittorica, capolavoro di Paolo Uccello a ricordarci la nostra Storia.

La “lezione” Kahlfeld a Cesena

martedì, novembre 2nd, 2010

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Antonio Marchetti massa e potere.

“Gli architetti tedeschi ormai si dividono in due categorie: coloro che sono invitati dalla Facoltà di Architettura di Cesena e coloro che non lo sono”. Con queste parole l’architetto berlinese Walter A. Noebel testimoniava per la mostra di Petra Kahlfeld – professore invitato per l’anno accademico 2009-2010 – nella chiesa dello Spirito Santo nel centro storico cesenate.

Ad accompagnarmi in questa mostra è una studentessa del quarto anno che ha partecipato al corso della Kahlfeld che prevedeva un progetto di un nuovo mercato coperto per Rimini.

I progetti degli studenti sono raccolti in un catalogo “didattico”, qui presentato insieme a quello della mostra della Kahlfeld, dal titolo “Il ventre di Rimini” che sta, secondo me, tra Victor Hugo e Peter Greenaway.

La mostra di Petra Kahlfeld è allestita in modo convincente e didatticamente efficace, “tagliata” come si lavora un cristallo: freddo, trasparente e pieno di riflessi.

Il concept sta nella rappresentazione dell’architettura nel suo costruirsi e nella sua realizzazione, attraverso immagini del cantiere, algide tavole tecniche, modelli lignei impeccabili. Riecheggia in questa mostra “la fatica del costruire” dell’Alberti, titolo di un bel libro di Alberto Giorgio Cassani di qualche anno fa.

Immediatamente si coglie la presenza degli “old masters”, in primis Karl Friedrich Schinkel, citato graficamente persino nei piccoli riquadri prospettici che si insinuano tra piante e alzati.

I modelli in legno sono sistemati su parallelepipedi ad altezza “innaturale”, in un cono visivo inclinato dal basso verso l’alto, che accentua una sorta di “monumentalità”, quasi a contraddire, polemicamente, sia la scala umana che quella percettiva-realistica. Qui si comunica la “distanza”, non c’è nulla di “seduttivo” (seducono forse per la loro asetticità costruttiva), qui tutto è ricondotto alle ferree leggi di ciò che è utile al costruire l’architettura. Siamo lontani anni luce dai rendering fascinosi e dai modelli interattivi o dalle installazioni che trafficano con l’arte contemporanea delle ultime biennali veneziane. Ed è per questo che i modelli sono posizionati su basamenti alti; non puoi interagire, il punto di vista è programmato. Petra Kahlfeld presenta qui quattro progetti. Uno di essi, “piccolo”, si fa per dire, mi colpisce al cuore della memoria. Si tratta del nuovo ingresso della Filarmonica di Berlino di Hans Scharoun. Sembra che quell’ingresso ci sia sempre stato e Scharoun forse lo voleva proprio così. Bello! Qui però, il modello tridimensionale è costretto ad aprirsi ad una lettura meno “intrusa”, in un balzo creativo mimetico. Ma forse in questo c’è Berlino, a cui Kahlfeld aderisce in una fedeltà plastica oltre che filologica, contemporanea oltre che storica, innovativa oltre che tradizionale…

La conferenza, con vecchi e nuovi Presidi, ginnicamente ben risolta, trattandosi di figure di grande esperienza; studenti pochi, a parte quelli dentro il “ventre”. Completamente assente la città, con le sue istituzioni, e gli architetti; scarsi anche i professori, mi fa notare la mia giovane accompagnatrice.

Eppure questa mostra è una “lezione”, che piaccia o no, su come costruire nel corpo storico delle città. Questa mostra rivela inesorabilmente lo scollamento di questa Facoltà – ma il mio forse è giudizio affrettato – con il contesto sociale, culturale, economico e politico. Ma l’assenza “locale”, al di là dei limiti dell’università, si giustifica con l’assenza più generale ed inquietante di uno Stato e di un Governo che non pensa al futuro, tantomeno all’architettura.

La lezione Kahlfeld, lezione berlinese, è uno “schiaffo”.

Tuttavia non voglio certo diventare tedesco, a ciascuno la propria storia.

Cerchiamo di riprenderci la nostra.