Archive for febbraio, 2012

Un bambino “contemporaneo”

mercoledì, febbraio 29th, 2012

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Il bambino qui ritratto è di nazionalità svizzera e probabilmente sarà nato nel 1869 o nel 1870, anno più o anno meno, e potrebbe avere un’età che si aggira tra i sei ed i sette anni. Un’età comunque “scolare”, secondo gli ordinamenti svizzeri dell’epoca.

La data di questo ritratto riporta il 1875 ma nulla ci spinge a credere ad una “sincronicità” tra questa data e l’età del bambino, o la sua data di nascita. Il pittore avrebbe potuto dipingere la figura molti anni dopo, avvalendosi di schizzi e disegni.

Tuttavia, pur ammettendo una non sincronicità, lo spirito “contemporaneo” del dipinto rimane. Sappiamo che un  certo tipo di vita quotidiana, di una certa epoca, viene qui rappresentata, decennio meno, decennio più. La contemporaneità consiste nel chi dipinge questo quadro.

Ciò che sappiamo è che siamo in inverno, o forse nella sua parte finale. Il bambino è coperto alla meglio e lo stile è una miniaturizzazione dell’abito di un adulto. Sembra solo un passaggio di scala ma giacca, gilè, pantaloni, sembrano la riduzione lillipuziana di un adulto.

Sciarpa e berretto invece sono fatti appositamente per lui, sono lavori coordinati, lana lavorata ai ferri da una madre, una nonna.

La piccola sciarpa ha gli stessi colori della berretta, rappresentano il “dono” per una necessità e che riporta il bambino alla sua scala reale, esistenziale, alla sua infanzia, ma che, per tutto il resto, sembra quasi contraddetta e rinsaccata a forza, e velocemente, in età adulta: abiti riadattati alla meglio, pantaloni con la vita alta fatti per uomini e non per bambini.

La lacerazione della giacca nella manica destra rivela un depauperamento evidente; la fodera si stacca dal tessuto, il gilè ormai ha un solo bottone a protezione della pancia.

Questo bambino cresce, non importa ciò che indossa oggi; domani gli verranno acconciati altri abiti, riciclati al meglio.

Sembra piuttosto sano ma ha lacrimosi occhi gonfi, una otturazione nasale evidente che lo spinge a respirare con la bocca che qui sembra espirare faticosamente l’aria. Ciò indica un naturale patimento del freddo, con scarsi mezzi protettivi come abbiamo visto. Non sappiamo se resisterà ad un prossimo inverno; potremmo essere di fronte ad un bambino già morto o che morirà. Per ora non sappiamo.

Tuttavia il quadro non lascia intendere una immagine di povertà, o di bisogno impellente. Questo bambino, reduce da una convalescenza o prossimo ad una qualche malattia, ha la postura – pur indossando dei quasi stracci – dignitosa che un qualche génos ha trasferito.

Essendo modello assume modelli. Non è un bambino povero. Tantomeno un povero bambino, con quella lontana, seppur flebile, memoria “guascona” attinta chissà dove che pur debilitato esibisce in questo quadro.

Quadro contemporaneo che rappresenta un bambino contemporaneo al pittore. Questo contemporaneo ci racconta una piccola storia.  Il braccio destro del bambino stringe una lavagnetta ed un libro, o un quaderno. Probabilmente nelle tasche lacerate del suo giacchino ha matite e strumenti per il disegno. In questo braccio c’è il “futuro”. Questo bambino non é un bambino povero ma è uno scolaro. Gettato nel mondo dell’apprendimento, vestito alla meglio e con il futuro davanti, sotto il braccio.

Solo attraverso questi due oggetti inequivocabili possiamo ricostruire il tutto e rendere omaggio ad una pittura che oltre ad allietare i nostri sensi svolge al contempo una funzione pedagogica ed educativa attraverso l’arte del descrivere.

(*) Il pittore si chiama Albert Anker.

Sconnessione psichica

lunedì, febbraio 6th, 2012

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Era inevitabile, e quasi scontato, che il naufragio all’isola del Giglio diventasse un paradigma della crisi europea, ed in particolare dell’Italia.

I giornalisti, sempre più lontani dai fatti e con vocazioni letterarie, ci hanno restituito le parole del mare e riattualizzato le grandi epopee dei Conrad, Stevenson, Melville. È mancata, fortunatamente, la “Zattera della Medusa”, la cui metafora ci avrebbe fatto precipitare nel puro “bios” animale. Sono i modi in cui si “schiva” il mare, il mare europeo. Il Mediterraneo rappresenta oggi la grande rimozione europea. Siamo in un’Europa di terra. Bollettini di morte per raggiungere una riva fatale ci informano di ciò che accade nel nostro mare. Da anni è così. La nostra “fortuna”, la ricchezza del mare, sono come oscurati.

Per quanto ci riguarda, anche la vita comunitaria di terra mostra ormai lo “stivale” (come chiamava l’Italia il mio maestro) allo stremo, incapace di reagire ad emergenze naturali come la neve ed il gelo. L’Italia di Flaiano è ancora tutta qui. Per non parlare di quella di Corrado Alvaro. Il fatto è che da quasi due decenni l’italiano è affetto da sconnessione psichica. Si è sconvolti dalle notizie che in questi giorni passeggeri di treni siano rimasti “sequestrati” per ore, bloccati al gelo, fermi in campagne oscure e sconosciute come nel film “Il dottor Zivago”. Eppure, sino all’altro ieri, quando si viaggiava tra Rimini e Milano o verso Roma, in treni iperpubblicizzati, e si facevano notare i disagi (riscaldamenti inefficienti, aria condizionata da gelo, toilettes sporche o chiuse, ritardi notevoli sempre qualche minuto prima di un parziale rimborso, la scomparsa progressiva dei treni locali…) venivamo guardati come alieni. Non stava bene protestare, tutto andava bene. I passeggeri erano seduti come tante sculture “pop”a leggere tutti lo stesso libro di Oriana Fallaci, di Bruno Vespa o, appena meglio, di Terzani trasformato in guru. Quando i segni dello sfacelo erano chiari ed evidenti non stava bene protestare, indignarsi e denunciare la truffa di Trenitalia: il tuo vicino ti guardava come se tu fossi venuto da altro mondo. L’italiano-bambino si adegua facilmente ai facili retaggi che gli consente di “esserci”. Uomo plastico. Poi, evidentemente, ci si indigna tutti insieme, si fa un “movimento” che, naturalmente, parte dalla “rete”. Ma la posizione “individuale”, del cittadino che “sente” prima della catastrofe, che si fa sismografo e che legge i segni del presente in queste latitudini non vale nulla. La parola cittadino poi è scarsamente usata; si preferisce popolo, gente, consumatore, utente, elettore, popolo del web.

A tutto ciò si aggiunge una italianità rattrappita e pigra (vedi anche: http://www.variosondamestesso.com/2011/10/03/passeggiando-tra-rovine/) che reagisce agli eventi sconnessamente.

Mi viene in mente qualcosa nei primi anni Novanta del secolo scorso. Si tratta di una immagine. Ragazzi e ragazze di allora per un certo periodo amavano coprire la metà delle mani con le maniche del golf. Non so se era una moda ma notavo che dalle maniche dei maglioncini uscivano solo le dita e se per caso, o per qualche movimento del braccio, la mano risultava completamente nuda, subito i ragazzi si affrettavano a coprirla.

Ricordo queste ditine che apparivano anche quando faceva caldo, che sembravano dirci: sono fragile, ho freddo, sono debole, ho dei problemi, non ce la faccio… E gli adulti li accolsero commossi. Quello fu il momento fatale.