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Infanzia bernese. Albert Anker

sabato, 28 agosto 2010

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marchetti a berna

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Nella temperie protestante l’esperienza del tempo assume valori concreti.

I giganteschi,  mostruosamente fiabeschi, orologi delle torri bernesi ricordano che il tempo va ben speso.

Applicato al piacere e al “bon vivre”, o nelle opere, nel lavoro.

Alla fine sarà sempre la morte a spuntarla, attraverso le sue danze macabre e dispettose, rappresentate mirabilmente da Niklaus Manuel nelle vetrate della cattedrale di Berna.

Questo tempo, che si dispone nell’esperienza concreta del quotidiano vivere, nella “verità” dunque, lo ritroviamo nelle tele di Albert Anker.

Nel centenario della morte di questo grande pittore svizzero Berna gli dedica una mostra straordinaria.

Nelle sale del Kunstmuseum si dispiega in modo preminente il mondo dell’infanzia, nelle nuances dell’educazione, dello studio e della scuola con conquiste e  vergognose punizioni, del gioco, dell’abbandono nel sonno, della malattia e delle lunghe convalescenze, della morte… La vita activa…

Una grandiosa tavolozza ed uno sguardo storico attento rappresentano tutto questo, in una inquietante lateralità rispetto all’obiettivo fotografico che avanza,  che  pur affascina un preoccupato ma curioso  Anker.

Bambini, diremmo oggi, con le lavagnette, libri e quaderni, ferri per il lavoro a maglia per le bambine insieme al gioco del domino; i giochi didattici di Froebel – che oltreoceano già formavano le fantasie di Frank Lloyd Wright  bambino.

Fratelli, sorelle, madri e padri, maestri di scuola, nonni.

In alcuni quadri sono “inquadrate” tre generazioni contemporaneamente (il tempo!).

L’immaginario delle nostre cattoliche “sacralità” familiari – che rimuove le presenze maschili come il padre o un nonno, figure sconfitte dalla dominazione femminile mariana dura a morire –  qui non trovano posto.

Il tempo domestico  scorre come  il fiume Aar. Con un orso simbolico-sacrificale pronto a mordere l’immanenza.

Apprendimento, gioco, formazione, lavoro, felicità, melanconia, giovinezza, vecchiaia, morte.

Nelle centinaia di tele, tavole, disegni di Anker sembra che tutto questo si sovrapponga, o sembra vivere in un misterioso equilibrio di compresenza.

Gli orologi bernesi, pare, regolano una comunità fluida.

Ma lo era già quella rappresentata  da Albert  Anker?


Tra musei e strade d’Europa

venerdì, 17 luglio 2009

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Nel centro storico pochissime auto, non si parcheggia in strada, le strade e i marciapiedi sono per i pedoni e le bici. Queste vengono fatte riposare a migliaia nei sotterranei vicino alla stazione. In albergo ti offrono un ticket illimitato per girare sul tram in città e fuori. Non vedo negozi di cellulari e mi pare che gli abitanti ne fanno un uso normale e discreto. Molte librerie dedicate all’infanzia, con tavoli e poltroncine per leggere prima di acquistare e giochi per i bambini. Negozi elegantissimi che sembrano templi innalzati al dio tabacco, in effetti qui puoi fumare piuttosto liberamente ed in alcuni locali puoi persino assaporare i mattutini valori antichi: caffè, giornale, sigaretta, tutto insieme. Nelle antiche democrazie, ricche democrazie, si può essere tolleranti. Mi torna alla mente quell’ordinanza del comune di Napoli che proibiva di fumare nei giardini pubblici in piena emergenza dei rifiuti e respirazione di diossina quando vi davano fuoco. Prendiamo dagli altri le cose buone per darci una facciata ma restiamo idioti. Ci manca sempre la sostanza.

Ci sono qui molti bei musei e collezioni superbe ma non c’è quello snobismo di chi ha “scoperto” la cultura e che alla fine non gli è propria, al naturale voglio dire. Sì, sono un po’ “aristocratico”, ma da autodidatta la cultura mi è servita a vivere, ad essere più che apparire, per usare un usurato slogan.

Siamo a Basilea. La Svizzera non fa parte dell’unione europea, chiederà qualcuno. Non rispondiamo.

Quando ritorniamo a casa, è più forte di noi, non ce la facciamo ad essere diversi da quello che siamo. Ogni volta che ci spostiamo nel Nord Europa ritorniamo con la coda tra le gambe e con dure lezioni difficili da smaltire. Qual’è dunque la ragione che ci consente di stare ancora in Europa?

La ragione forse sta nel fatto che in Italia ci sono alcune Regioni, tra le quali forse quella in cui vivo, che giustificano l’inconsistenza di altre? Ancora, con fatica e affanno crescente, c’è una parte d’Italia che si fa carico di tutta quell’altra, di quella parte inerte e parassitaria, inchiodata a modelli antropologici che appaiono immutabili, con gli stessi tormentoni sociologici della mia adolescenza – l’ultimo, le centinaia di migliaia di giovani che emigrano dal sud al nord d’Italia.

Sperpero di intelligenze ed energie vitali utili al sud, dicono i politici progressisti. Fanno benissimo, dico io. Anzi, spostatevi ancora più a nord ed andate a costruire l’unica cosa che ci rimane di bello e utile: Diaspora Italia. Superata una certa età sarete catturati dal retaggio mimetico e dalle abitudini e non avrete più lo sguardo del distacco. Ritornano gli anni Cinquanta, siamo ancora nel lungo dopoguerra e forse si ricostituirà la famosa Cassa per il Mezzogiorno. Il dopoguerra resiste solo da noi.

Journal 3

martedì, 7 agosto 2007

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Bretagna.

Martedì. Villaggio di Saint-Servant, paese molto particolare, vivace; ci si ritorna il pomeriggio per visitare un piccolo museo che illustra la storia della marineria ed in particolare la rotta di Capo Horn.
Cena di frutti di mare a Cancale. Impressionanti le coltivazioni di ostriche, sembrano città fantascientifiche.
Mercoledì tutta la mattina in spiaggia a Dinard, tanto per favorire il mio eritema che quest’anno ha la mostruosa novità di colpire anche il viso e le mani.
Pomeriggio a Mont Saint-Michel: Una visione, luogo unico. Bassa marea, paesaggio piatto e vuoto, superfici di argilla chiara rigata da residui d’acqua. Il borgo è autenticamente medievale. La sera fuochi di artificio sulla spiaggia di Dinard su tematica dedicata a Jules Verne: Dalla terra alla luna.
Giovedì. Giornata di pausa, vacanza nella vacanza. Visita a Saint Lunaire, villaggio a pochissimi chilometri da Saint-Malo. C’è un piccola e antichissima chiesa con le tombe di alcuni santi. Le reliquie di Sait Lunaire sono sparite. Fuori la chiesa una croce, con la vergine in granito. Villaggio di grande quiete e con formidabili boulangeries.
Venerdì. Escursioni importanti. Fougère ed il suo castello così come lo abbiamo fantasticato da bambini, con tanto di Mago Merlino e le Fate, buone e cattive. Il castello si fa città e viceversa. Tipologia architettonica veramente interessante: le stanze si articolano nella verticale della torre con magnifici camini. È la prima volta che un castello esprime un’idea di confort.
Il pomeriggio ritorno a Mont Saint-Michel per cogliere l’avanzata del mare, che nella precedente visita appariva lontano chilometri. Dall’abbazia abbiamo visto i cavalli marini al galoppo e che hanno ghermito tanti imprudenti pellegrini. Un santo che va rispettato altrimenti ti inchioda nelle sabbie mobili o ti agguanta con il suo terribile esercito delle maree.
Sabato. Mentre si è prossimi alla luna piena e le maree raggiungono il culmine anche il mio eritema esprime il massimo della mostruosità; le mani ricordano i tentacoli del Kraken o di qualche altro mostro marino di Verne.

Domenica. Non si fa nulla, ozio puro. Unico lavoro: impacchi di amido per lenire l’eritema, di colore rosso scuro. Visto da lontano sembro abbronzato.
Lunedì. Siamo ritornati a Saint-Servant per una piacevole passeggiata e per acquistare semenze per il giardino. Il negozio è chiuso per ferie. Altra cena a Cancale (qui farei 360 cene all’anno), ostriche e frutti di mare serviti su distese di alghe. Vino Sauvignon. Ora c’è il mare e i graticci di ostriche sono completamente immerse nell’acqua. Al ritorno, appena dopo il tramonto, la strada della costa mostra la Bretagna selvaggia, forte, melanconica. Prima della notte il mare è argento fuso, le scogliere e le isole si stagliano nere nel cielo blu. Il blu di Matisse.
Alla fine della settimana inizia il ritorno ma con un lungo giro francese per andare a far visita a Le Corbusier ed alla cappella di Notre-Dame-du-Haut, a Ronchamp. Una visita a Rennes. Non ci piace molto questa città. L’incendio del 1720 ha devastato quasi tutto e quel poco di centro storico, intorno alla chiesa di St. Pierre, presenta le tipiche case bretoni con le facciate disegnate dalle travi di legno a vista. Il museo è modesto ma con pezzi interessanti. Una città che stimola poco un journal.

Journal 2

lunedì, 6 agosto 2007

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Bretagna.

Domenica mattina a Cambourg, la città di Chateaubriand, il suo castello, piuttosto maltenuto, ancora abitato, in parte, dai suoi discendenti. Costruzione severa ed incombente sul villaggio, la cui vita da questi spalti e finestre viene vista solo dall’alto e con distacco. Il parco, in alcune sue parti, è curato distrattamente dando a tutto l’insieme un aspetto fané e rabberciato. Dentro il castello si respira un’aria cadaverica e insana. Grazie a questo luogo triste ed oppressivo abbiamo di Chateaubriand quello che abbiamo.

Pomeriggio a la plage de l’Ecluse, sotto casa: bambini impegnati al gioco in stile anni Cinquanta. Via via che il mare avanza (maree di 12 metri di altezza) distrugge i castelli e le varie costruzioni di sabbia, lasciando poi al suo ritiro qualche traccia, come di vecchie rovine. Non importa, tra qualche ora i piccoli architetti potranno ricominciare a costruire.
Al mare qui ognuno sta come vuole e come può. Spiaggia elegante e popolare insieme. Piaceva a Matisse e a Picasso. Capanni di stoffa a righe bianche e azzurre e seggiole e teli portati da casa. Si sta in costume o vestiti. Andare in spiaggia non è come da noi. Questo mare e questo clima non lo permettono. Spiaggia elastica: ora stretta e claustrofobica ed un momento dopo sconfinata per grandiose partite a pallone ed estenuanti passeggiate cinematografiche alla Igmar Bergman.

Lunedì, a Dinard, mostra di Jules Verne che soggiornò in queste coste durante le sue vacanze.
Interessantissima mostra, ed i libri, prime edizioni, magnifici. Torno bambino, ma più intelligente di com’ero. Al pomeriggio escursione nella Vallée della Romce. Un cimitero del mare: relitti di imbarcazioni insabbiate e rivestite da alghe e incrostazioni marine. Seduto tra le rovine nautiche ho visto il cormorano in attività di pesca: formidable, incroyable!

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Journal 1

domenica, 5 agosto 2007

menir

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Verso la Bretagna.

Sosta nei pressi di Tours. Pernottamento nel “Chateau de Nobles” (Macon), castelletto molto tipico. Campagna ordinata e disseminata di vacche. Ricorda la Toscana, purchè non si nomini il vino. Atmosfera medievale, vita spartana come sanno viverla le persone ricche.

Arrivo a Dinard. Viaggio piuttosto faticoso. Il mare ha i suoi trucchi, scompare per ore seguendo il ritmo delle maree.
Dinard è tutto golfino e giubbino da velista. Molto raffinata e tranquilla. I bambini dovrebbero farci vergognare, sono tranquilli ed educati anche in spiaggia quando giocano. La casa dei nostri ospiti è piuttosto confortevole nonostante la solita farraginosità francese circa le funzionalità domestiche.

Visita a Saint-Malo. Qui Chateaubriand e la sorella si scambiavano parole misteriose ed inquietanti. La visione del mare è forte. La bassa marea scopre le rocce e in lontananza isolotti e fortezze puntellano il paesaggio marino. Un faro indica laggiù la rotta.
Dentro le mura Saint-Malo è rigorosa, austera e noiosa come i vescovi che l’hanno costruita.
La sera vien voglia di scrivere sciocchezze:

Mi accorsi che a Dinard
È vano nuotar
Scoppiò a Saint-Malo
Un amore melò
Qui manca il metrò
Perché tutto è retrò
Due volte al giorno puoi cagar
Tra il vento di Dinard
Tutti golfin
Tanti piccoli cagnolin
E schiacci tanti bei merdolin

Mattino. Dopo l’acquisto del buonissimo pane e dopo colazione un lungo giro a piedi per la costa di Dinard.
Al pomeriggio verso le Cap Fréhel. Promontorio sul mare dominato dal faro. Spettacolo straordinario. Vengono in mente le parole di Michelet: è bello sedersi vicino ai fari, sotto queste luci amiche, veri focolari della vita marina (La mer).
Qui si fa visita come ad un santuario. Nessuna cattedrale può competere con questa spettacolare architettura di rocce grigio-rosa consumate dal mare e dal vento, abitate da gabbiani e cormorani. In alcuni punti la vera vertigine, l’abîme puro.
È mancata putroppo la vista dal mare del grande faro, immaginando le vite salvate dalla sua luce.
Ancora Michelet: È importante vedere il proprio naufragio, incagliarsi in piena luce, conoscendo il luogo, le circostanze e le risorse che restano. “Gran Dio, se dobbiamo perire, facci perire nella luce.”


I trasalimenti a Montepagano

mercoledì, 18 luglio 2007

libro

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Lo avevamo annunciato, siamo tornati a Montepagano (Roseto degli Abruzzi), il 15 luglio, in occasione di Trasalimenti, la rassegna d’arte voluta da Gabriele Di Pietro (quest’anno un uomo da prestazioni quasi eroiche) che in questo borgo medievale riprende un suo discorso, ma fedele alle precedenti edizioni.
Al viaggiatore che arriva qui al tramonto, in questa domenica estiva, viene proposta una sintesi paesaggistica dell’Abruzzo difficile da trovare in altri luoghi. Il “trasalimento”, in questo caso, attiene alla possibilità di percepire contemporaneamente il massiccio montuoso del Gran Sasso d’Italia e la distesa dell’Adriatico.
Montepagano è questa sinèddoche abruzzese. Non fa da cornice all’arte ma, al contrario, l’arte in qualche modo incornicia il luogo, già forte di suo.
Infatti, dopo aver visitato la bellissima esposizione di Fabio Mauri nelle sale del Palazzo Mezzopreti (che meriterebbe un decisivo e oculato restauro) troviamo l’artista seduto su un gradino di pietra, con un bicchiere di Montepulciano d’Abruzzo, con i suoi amici, a scrutare le luci notturne dell’Adriatico, un mare a lui caro, avendo vissuto a Rimini in fasi alterne della sua vita. Non credo che il suo mare fosse quello di Fregene.
Poi gli altri artisti, gli omaggi a scomparsi e sopravvissuti, le soffitte resuscitate, nicchie e anfratti sapientemente illuminati tra viuzze magiche che lo stesso residente vede con occhi nuovi, rimescolavano plasticamente lo spazio quotidiano con nuove vocazioni scenografiche.

fabio

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Cosa può accadere a questo punto?
Potrebbe accadere che la mostruosità politica, divorante, parassita, protagonista di una sola stagione (la sua), ruba la scena a chi lavora sentendosi narcisisticamente artista essa stessa, pur partendo dal nulla, e possa poi devastare la leggerezza di un luogo e trasformarlo in una sua creatura elettorale manipolatoria. In queste latitudini c’è una perenne, eterna, infaticabile campagna elettorale, una enorme mangiatoia.

Potrebbe accadere che i piccoli dormienti commercianti si accorgano che la cultura si avvicina, non sapendo né da dove proviene né di cosa si tratta, e immediatamente triplicano il prezzo di una robina che sino a qualche giorno fa era abbordabile.

Potrebbe accadere, italianamente, che una momentanea fibrillazione dopo una sopravvivenza modesta accenda velleitarismi d’occasione, mitomanie da quattro soldi per anni macerate nella claustrofobia intramuros.
Potrebbe accadere di rovinare tutto, potrebbe accadere un suicidio collettivo preceduto da una breve estasi opportunistica che apre poi alla decontrazione del muscolo, che non ha poi prodotto nulla, se non qualche euro in più, in una breve fiammata da ricordare negli annali da bar.
Montepagano, come tanti borghi residuali d’Italia, vive questo lamellare confine, pericoloso, tra la lateralità poetica (abbastanza sconosciuta agli abruzzesi stessi) e l’essere gettati nella ribalta (masticata dal consumismo cultural-turistico che i politici, patologicamente narcisisti, cavalcano).
Diceva Henri Michaux: “è quando corri che i parassiti aumentano”.

Al ritorno era inevitale acquistare del vino Montepulciano, da condividere poi con gli amici in una serata estiva. L’azienda Mazzarosa Devincenzi, tra Roseto e Giulianova, fa al caso nostro, per i prezzi e per la più che accettabile qualità. Qui c’è un po’ di Toscana, la cantina è ottocentesca e dall’altra parte della strada c’è la casa padronale, intatta, immersa tra pini marittimi, che qui dominano il paesaggio, palme e bouganville a cascata, e verso il mare si intuiscono i tamerici. Per l’epoca questa cantina era all’avanguardia: ascensore ad acqua per il trasporto delle uve ai piani superiori, coibentazione per la stabilità della temperatura, carrelli con rotaie. Devincenzi fu ministro dell’agricoltura, industria e commercio durante il Regno d’Italia, dal 1871 al 1874.
In fondo, iniziando dal viticoltore Cavour, è possibile tracciare una storia d’Italia attraverso la storia del vino: le relazioni diplomatiche dei vitigni, i sistemi di allevamento della vite guardando la Francia e l’Inghilterra, l’esposizione strategica, qui in genere Sud, Sud-Ovest.
Mentre il giorno prima a Montepagano i politici, indifferenti all’arte, vagheggiavano di nuove autostrade e forse di nuovi megalattici centri commerciali, ci troviamo oggi in questa secolare azienda che lascia intuire che Toscana è anche qui, volendo. Forse anche un pochino di Bretagna, di Provenza, di piccola Europa, chissà.
Quando Azeglio Ciampi venne in Abruzzo per incontrare gli imprenditori si arrabbiò molto ascoltanto gli sviluppi della sagra della ventricina ed altri localismi asfittici e da toscano, genuinamente irascibile, invitò tutti a guardare oltre il proprio naso, a volare alto, a guardare l’Europa. Mentre carico in macchina le bottiglie del vino Cerasuolo, color ciliegia, 13 gradi, secco ma aromatizzato come da frutta fresca e che fuori da questi confini non riesci a bere da nessuna parte dio bono! mi chiedo dove potrebbe essere l’Europa se non partendo dalla tecnologia e l’intelligenza della fine Ottocento, anni cruciali per noi, che abbiamo davanti agli occhi in questa cantina-museo. Forse erano uomini sicuramente migliori di questa odierna classe di parassiti onnipotenti che con le loro meschinerie e schizofreniche manie di grandezza ricicla solo se stessa, non costruisce nulla e odia la miniatura della vita quotidiana. E, soprattutto, non capisce nulla di arte se non in quelle stupide e trite frasi da assessore: “ritorno di immagine”, “accoglienza turistica”, “turismo culturale”.

p.s. negli alberghi di Roseto non c’era cartolina, programma, manifesto, informazione circa la manifestazione Castellarte di Montepagano. Sarebbe bello per i “bagnanti”, la sera, salire sul borgo, più fresco e ventilato. Ma chi li informa? La grandezza dimentica la semplicità.

paese di notte

Ritrovarsi

lunedì, 25 giugno 2007

ritrovarsi

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È sempre difficile tornare nei luoghi originari e rivedere persone con le quali abbiamo interrotto il rapporto, soprattutto quello “visivo”.
Intendo dire quella presenza comune, che non necessariamente implica un frequentarsi, ma che occasionalmente assicura una continuità: si cambia comunque insieme, si invecchia insieme, si sa l’uno dell’altro nel passaparola tra amici e conoscenti.
Ritrovarsi, dopo venti o trent’anni, oltre a sperimentare la discontinuità viene rivelata anche la propria estraneità. Sei ingrassato, ma come sei ingrassato, vedo che hai perso i capelli, in fondo sei come prima, ti trovo invecchiato, tua moglie è sempre in forma, vedo che fai palestra, sei sempre uguale, non ti riconosco, perchè non fai una dieta, mi ricordo di te che eri un pò stronzo, vivi sempre a Ravenna, a Bologna, a Rimini, ma dove vivi?
Lascerei volentieri ad Ennio Flaiano la conduzione di questo teatro del ritrovarsi. Non ci si dice nulla, non si ha nulla da dirsi.
È il corpo che racconta tutto, ma chi legge il corpo lo legge secondo un suo alfabeto elementare e grezzo e, soprattutto, si tiene alla larga dalla parte alta del corpo, la testa, la mente, il cervello. Ma anche dalla parte bassa, i piedi, di quanta strada si è percorso. Cosa è accaduto al nostro cervello, e ai nostri piedi, in questi trent’anni?
Eppure, per me, guardandoli questi corpi ritrovati, affannati nella lotta perenne con l’immortalità, mi segnalano storie e avvenimenti che, pur non conoscendo, intuisco e immagino. Ma è qualcosa di pudìco e silenzioso, non mi sognerei mai di dire come sei grasso o, ad una amica, quanta cellulite hai accumulato.
In quel loro nascondere il tempo, nella loro gloria “fisica”, io scruto tragedie silenziose, seppur piombate in sorrisi pop o iperrealistici.
Cerco di leggere, anch’io, le mutazioni che il tempo ci impone, e che nella miracolosa “tenuta” dei conoscenti ritrovati annunciano tuttavia i segni di una precipitazione quasi imminente, che tra breve forse vedrà la loro scomparsa mondana o reinserita in nuove progettualità e protesi estetiche.
Nel loro trovare me, cambiato, non concepiscono che io vedo anche loro cambiati.
Solo che loro sono cambiati insieme, si sono rassicurati insieme, si sono scambiati carinerie e cattiverie, affetti e ferocie, baci e sputi, carezze e pugnalate, tutte cose che legano molto, in un patto indissolubile radicato in quel luogo, come in ogni luogo.
Ho trovato in Manuel Vázquez Montalban, sorprendente poeta, i versi giusti:

e se tu tornassi
fuggiasco dalla memoria
troveresti soltanto avanzi
del banchetto cannibale

ti si cancellerebbero per sempre
le ombre e i sentieri
della fuga e del ritorno

La raccolta poetica di Montalban, rara e sorprendente, si intitola Ciudad, Città.

Il poeta

martedì, 8 maggio 2007

libri

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La casa la scelsi per il giardino. Non potevo usufruirne ma, sotto i sette piani, quel miracolo di verde nel centro storico del borgo mi offriva all’alba il canto degli uccelli e la notte il concerto dei grilli. Accoglievo dopo anni di dura vita nomade con tredici traslochi sul groppone (al primo posto tra le cause di nevrosi) questo luogo silenzioso. Per un poeta, che arrischiava versi nelle fogne più rumorose delle periferie in cui ha abitato, cazzarola, venire qui e ascoltare il silenzio e il vociare quotidiano, giù sotto, dell’umano trascorrere del tempo era per me quasi impensabile (nu casine veramende). Il rumore, non era rumore, era musica conosciuta e i cinesi insediatisi qui prima di me davano, nella loro diversità, a me stesso una minore estraneità. Un gruppo di peruviani avevano aperto un locale all’angolo della strada e qualche volta la sera andavo a bere qualcosa. Sino alla mezzanotte una lieve musica saliva alla mia finestra mescolata a voci di una lingua sconosciuta, ma chi li capisce a chistaccà. Mi accorsi, la notte, che i miei versi guadagnavano qualcosa, traducevano dal rumore e scrivevano il silenzio, che scassiamento. Nel ristorante cinese andavo spesso, sti cazze de raviule ò vapore li spaghitte de soja de sorete dintrucule, bevevo una birra dai peruviani, birremmerde v’acciddeattuttequante iatevenne che c’avetescassateocazze. Poi venne una comunità di pakistani, numerosi, silenziosi, gentili, invisibili, tutti giovani maschi, afammoccheachitammurte.
Io non possiedo la grandezza di un Kavafis, né nella varietà degli uomini da portarsi a letto, preferisco le donne non fatemene una colpa, sa da chiavà dintra a fiche, né nella purezza del verso. Sono forte nella selezione delle partners e forse debole nella poesia, lo ammetto. In comune con l’alessandrino c’è che anch’io sono un’impiegato statale, stu sfigatemmerde. Sotto di me esiste una piccola Alessandria ma le miei giovani le cerco altrove. Non mi reputo un poeta da meticciato, perdonatemi.
Un mattino ci fu una retata, un trambusto sotto casa, e vidi quanti erano i pakistani: ventisette.
Come potessero vivere in quel buco di casa, vera fogna del centro storico, nu merdaie, tollerata e accettata, non lo capivo. Capivo però che alcuni proprietari con l’immigrazione facevano soldi e magari poi erano quelli più razzisti e fascisti in pubblico, nazisteducazze, o magari di sinistra in una loro naturale affaristica doppia natura ove l’ideologia è sempre buona tirata fuori dal congelatore per mascherarsi, ma li soldi sò soldi pure pe lu comuniste a no!? e, naturalmente, tutti, di mestiere facevano gli avvocati.
Dei pakistani mi dispiace, uscivano il mattino presto, con delle cartellette di loro cose da vendere, e tornavano la sera, infilandosi furtivamente nel portoncino. Lu lager, ce vò lu lager.

Montepagano

mercoledì, 2 maggio 2007

montepagano google

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«Mia madre era fiera del paese di sua madre, Montepagano, che io ho visto una sola volta di sfuggita in automobile, come facciamo noi, poveri viaggiatori d’oggi.»

Ennio Flaiano

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Flaiano non era il solo ad avere una nonna di Montepagano. C’era una parola nella mia infanzia, legata a questo paese, incuneata nelle interminabili narrazioni familiari della seconda guerra.
La parola che sembrava riaprire resuscitati scenari celesti dormienti era sfollamento. Si sfollava a Montepagano.
Da bambino, quando dalla bocca di mia nonna udivo, anzi vedevo, uscire questa parola mi figuravo masse di uomini donne e bambini con carri carretti e camion carichi sino all’inverosimile che marciavano verso le alte colline della terra adriatica. Una storia di pezzi di vita perduta, case non ritrovate polverizzate dalle bombe o saccheggiate dai monatti, una continuità abbastanza accettabile e felice sconciata all’improvviso; sfollamento, buco nero ove il non detto debordava sul racconto, sfollamento, parametro di giudizio sulla suburra umana e sulla cristiana solidarietà. Ma sfollamento, venti, trent’anni dopo, era parola che non sfiorava mai la vera storia, quella che consideriamo intreccio tra cause effetti e responsabilità, tantomeno veniva mai pronunciata la parola “politica” che nel gineceo soprattutto era autocensurata. Sfollamento era grumo di dettagli e microstorie, di fatiche sofferenze e sacrifici dentro il recinto quadrangolare della famiglia o in quella allargata che la nonna si era messa in groppa abitata dalle nipotine Ninuccia e Veruccia, dalla suocera Adele, poi zia Evira che recitava la vecchia già a cinquant’anni, i figli il marito distratto e suo fratello. Tutti nella casa della nonna a Montepagano, tutti a mangiare la pasta e il ragù di Rosina Priore come in Sabato, Domenica e Lunedì di Eduardo.

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Quest’estate a Montepagano, Comune di Roseto degli Abruzzi (Teramo), verrà esposto il Guerriero di Capestrano, lieve spostamento geografico (da Chieti) mentre quello temporale è enorme, millenario. Intorno a questo portento si svolge la manifestazione Castellarte & Trasalimenti che vede un omaggio a Fabio Mauri, quasi una retrospettiva, un ricordo di Tullio Catalano, una presenza di due “venerandi” artisti abruzzesi ed un gruppo di artisti eterogenei di varia nazionalità riuniti sotto il motto Tutti i settori. Idea e cura di Gabriele Di Pietro, viaggiatore abruzzese di Giulianova Lido.

Su Montepagano questo Journal ci tornerà volentieri. Saremo virtualmente a tavola; dovremo nutrire con le delizie culinarie del teramano quello spazio che, si spera, l’arte ci avrà lasciato in quell’angolino fondamentale della nostra anima terrestre materiale altrimenti, savinianamente, arte non sarebbe.

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muro mauri e montepagano

venerdì, 2 febbraio 2007

gerusalemme

Gerusalemme

Tokyo Body-Art. Gonne stampate

lunedì, 29 gennaio 2007

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Una soluzione dell’immaginario, proprio e altrui.

domenica, 14 gennaio 2007

nebbia

Milano. Casa di donne

giovedì, 11 gennaio 2007

logo città

Ciò che sto per raccontare l’ho sognato.
Si sa che il tempo reale quando dormiamo ed il tempo che scorre dentro i nostri sogni non sono la stessa cosa. In una intera notte può non accadere nulla di rilevante mentre in dieci minuti, soprattutto nel dormiveglia, può capitare di sognare un intero Dottor Zivago, o al massimo risvegliarsi, ormai persi nel deserto di neve e quasi congelati e urlare: Tonja! Tonja! Ma anche in questo caso ammetterete che siete già un pezzo avanti con la storia, in soli dieci minuti.
Un mio sogno pomeridiano, durato appena venti minuti, è stato quello di una casa.
A Milano. Corso Garibaldi. Una scala B. Abitata da sole donne. I figli nati e quelli che dovevano ancora nascere erano tutti femmine. Solo cambiando casa era possibile sfuggire al fiocco rosa. Gli uomini, in un modo o in un altro, erano spariti. O mai esistiti. Vedove, divorziate, single, studentesse, abitavano in quella scala B in Corso Garibaldi a Milano. Donne di tutte le età erano comprese, dalla signora Tosi del terzo piano, di ottantacinque anni, alla piccola Elisabetta di pochi mesi dell’ultimo piano, nata da un utero in affitto e amorevolmente amata e accudita da Settimia. Visto che ci troviamo all’ultimo piano, all’interno 36, potremmo iniziare da qui per poi riscendere.
Settimia è una bella donna di quarantacinque anni, gli anni migliori, molto femminile e appariscente. Tuttavia non bisogna lasciarsi ingannare dalla tranquillizzante normalità di questa ragazza cresciuta. La testa va tutta da un’altra parte rispetto alle vostre vecchie abitudini, o probabilmente solo mie, nel valutare le donne. Un pezzo della sua vita Settimia l’ha dedicata alla cosa che le è stata più cara, il cane. Ne ha avuti tre, un maremmano odiatissimo dai vicini perché una volta la settimana abbaiava un po’, un lupo stupendo e dolcissimo, infine un bel bastardo nero di mezza taglia, zoppo, di nome Batman, raccolto per strada. Le donne amano gli animali in modo diverso dagli uomini, è naturale. Batman era un catorcio e Settimia ne fece un principe. La scelta di questa amicizia con il cane in effetti fu dettata dalla necessità. Quando agli inizi degli anni Ottanta Settimia si trasferì da Pizzo Calabro a Milano capì ben presto che, per sopravvivere in quella città, dovevi avere un cane, non una zia, una sorella e tantomeno un uomo. Non tanto per alleviare la solitudine ma anche solo per uscire, per proiettarsi fuori dall’interno 36, immettersi nella strada e passeggiare, farsi un giro in Parco Sempione. Ma se non lavori, se non hai una meta precisa, se non fai jogging, che senso ha passeggiare, sola, a Milano? Bisognava trovare un significato, una funzione, a quest’attività oziosa e clandestina. Se all’epoca non avevi un cane era difficile scambiare parola con qualcuno. Tutti avevano il cane. Con l’animale al guinzaglio non davi mai l’impressione di essere una persona disperata di solitudine in cerca di un “Mister Goodbar”. Ti fermi qua, chiami di là, una sosta per la pisciatina, una più lunghetta per la cacchina, poi lo lasci libero, sembri sola ma hai, si capisce, il guinzaglio ed il tuo passo è libero e sicuro di chi non è solo, ma ha un amico nelle vicinanze che scorazza tra gli alberi. Quando il cane di Settimia incrociava un suo simile c’era quel rituale animale del guardarsi, annusarsi e poi, a seconda di come andava tra i quadrupedi, si imbastiva una conversazione tra i rispettivi padroni.
Ma prima bisognava attendere l’avanguardia diplomatica cagnesca e se questa già stipulava trattati di pace e amore la conversazione tra gli umani, che segue sistemi di altra natura, doveva prima affrontare le questioni dell’età del cane, dell’alimentazione, impuntarsi su metodologie veterinarie e ginecologiche, psicologiche e comportamentali. Quando il dialogo si spingeva su territori metaforici, e questo si verificava più con gli uomini, accadeva che a Settimia, indubbiamente la più preparata e competente sulle problematiche canine, nessuno gli andasse a genio, anche se i rispettivi animali parevano già languidamente bisognosi l’uno dell’altro.
La morte del buon Batman, i vent’anni di amore canino e i tre lutti alle spalle determinarono una svolta nella vita di Settimia. Decise di chiudere con gli animali e non soffrire più per la loro perdita. Pensò che grazie all’esperienza acquisita nella cura delle bestie fosse giunto il momento di avere un figlio. Sentiva di essere ormai pronta per questo.
Il suo maestro di spinning era adatto, sapeva di piacergli ed una sera gli chiese di avere un figlio da lui. Con lo sguardo appassionato disse a Billy, gigante di Viterbo: «Fai come se avessimo scopato, magari mi pensi e mi riempi una provetta con il tuo sperma. Io un figlio lo voglio solo da te. Però prima mi firmi una carta.»
L’etrusco ne fu inorgoglito e il giorno dopo le fece questo regalo.
Settimia arrivò alla conclusione che se era possibile avere figli senza l’effetto del parto, per un senso di equilibrio interiore, se ne poteva abolire anche la causa.
Al piano di sotto, all’interno 31, viveva Isabella, da poco separata, che di figli invece ne aveva tre, tutti partoriti dolorosamente e in prima persona, dopo naturali e rassegnati rapporti sessuali. Gli anni di matrimonio con coito Isabella li definiva dodici anni di stupro istituzionale. L’orgasmo lo scoprì la prima volta un pomeriggio che era da sola, in bagno, mentre si faceva il bidé. Comunque sempre meglio di Marilyn Monroe che di orgasmi non ne aveva mai avuti, nonostante plurimi mariti e amanti volenterosi. Tre figli da mandare avanti da sola; tre matrioske che purtroppo non entravano una dentro l’altra; tre pezzi unici non compattabili e piuttosto complicati. Naturalmente tre femmine, quasi adolescenti, di cui due gemelle.
Per dare l’idea della fatica quotidiana proviamo a sostare accanto a lei davanti l’ascensore.
Tre o quattro sporte di spesa poggiate a terra mentre chiama il vecchio e piccolo ascensore di legno, con le antine che si aprono una alla volta. Le due gemelle hanno altro da fare per rendersi conto del dramma che si va consumando nel pianerottolo. La primogenita, mezzo addormentata, è praticamente appesa al braccio della mamma, facendo pendant allo zainetto sull’altra spalla, che sembra scivolare mentre Isabella raccoglie alla meglio la spesa. Arriva l’ascensore, bisogna aprire gli sportelli, depositarci il peso alimentare, entrarci, salire, riaprire, poggiare la merce sul pianerottolo dell’ottavo piano, aprire la porta dopo che il mazzo delle chiavi cade a terra due volte, entrare in casa con le ragazze volatilizzate e rinchiuse nella cameretta e già incollate ai cellulari, andare in cucina, infilare la roba congelata nel frizer, quella fresca nel frigo, il resto nei pensili, sedersi un momento a prendere fiato sulla sedia davanti alla finestra che ti mostra, specularmente, lo stesso prospetto di balconcini e finestre del tuo, mentre pare di vedere dietro una tapparella un’altra te stessa che guarda le stesse cose e vorresti ora morire, buttarti di sotto. Poi fai altre fantasticherie, a causa dei sensi di colpa, decidi prima di aspettare che le figlie si sistemino e, solo dopo, ti butterai di sotto. Ma la depressione ti defluisce se pensi che prima era peggio.
«Un’ottima famiglia. Ma noiosa. La prima bambina è migliore di tante altre. Educata, saluta, è comunicativa, una rarità in mezzo a questi animaletti afasici, scostumati, urlanti e insopportabili, che girano tra i tavoli al ristorante e ti guardano con gli occhi cretini e se li saluti o dici una parola carina scappano via come gatti selvatici, per poi ritornare con gli stessi occhioni vacui per poi riscappare. Ma dietro la noia c’è la tua fatica mortale, donna, che ridi e fingi naturalezza mentre a trent’anni hai la schiena a pezzi, sei stravolta la mattina dietro quel sorrisetto “tutto va bene”, arranchi per le scale anticipando la tua vecchiaia anche se il sabato risorgi seducente ma non si sa per chi. Per tuo marito? Ma guardalo, già, non puoi guardarlo negli occhi! Hai perso il distacco, o non lo hai mai avuto, non ti fermi mai a riflettere, il tempo incalza, il quotidiano donna ti divora, non c’è tempo e il tempo passa spezzandoti la schiena. Sì, ruba il tempo, vai in palestra, ucciditi con lo spinning, poi fai la spesa e cucina e preparati per il pompino serale a tuo marito stancuccio ormai anche per scopare. A trent’anni hai il quadro noioso della situazione. Lui è fuori, allo studio, al negozio, in viaggio, tu parli con le amiche (amiche?) della fatica di rifare il salotto (di già?), della recita della bambina (c’era anche il suo babbo, appena in tempo!), di ieri che hai fatto una cosa al forno e fingi di non saperla fare perchè è un gioco dove Olga, Roberta, Alessandra dicono la loro e tu invece la sai lunga, scopri dove sbagliano e te ne torni a casa soddisfatta sapendo di essere la migliore nel tuo apparire minore, retrattile, minimalista, modesta nella tua profonda onnipotenza alimentare e fallimentare di donna con un orgasmo finto. E quando Olga racconta che il marito la lega al termosifone e la scopa da dietro tu pensi alla tua bambina, cercando pulizia e purezza, innocenza, sistemando da qualche parte della tua vitaccia sorridente queste cose, arrivando alla conclusione che, comunque, si può vivere, non è detto, siamo diversi, abbiamo altre cose. Cosa? La noia della tua famiglia. Arriva il secondo parto, due femmine. Si ricomincia. Ma è diverso, abbiamo esperienza. Sorridiamo meglio, fingiamo meglio, donna. Ci siamo fatte ormai. In tutti quei mesi di anticoncezionale naturale in cui aspettavi il secondo pargolo tuo marito non ti ha mai scopato a dovere.
Sei madre, la tua figa si è ritratta, implosa, e forse te ne sei dimenticata. Una volta ti ha detto persino, al settimo mese, che aveva paura di far male al bambino. Oh! Che dolce uomo, che padre premuroso, mentre tu una sacra trombata da madre te la meritavi, ne avevi diritto. Per tutta la gravidanza hai solo spompinato, con fatica, perché il papà dava già segni di farla lunga opponendosi all’andrologo.
Ti ritrovi con tre figlie. E allora? Cosa mi dici, cosa mi racconti? Pensi che qualcuno possa stare a sentire le noiosità del tuo quotidiano? Delle cazzate che fanno i tuoi figli? Delle bugie che racconti a te stessa?
E gli amici che un tempo avevi e che non vedi più, del lavoro che svolgevi, delle splendide stronzate che facevi, della tua cameretta segreta, di tutto questo che cosa ne hai fatto? Agli amici pensi che interessi della smerdarella di tua figlia di otto mesi? Ecco perché sei sola (sì, sola, con tuo marito che non c’è mai e che si scopa una cubana), perché menti a te stessa e sei diventata insignificante, ripetitiva, noiosa, insopportabile. Non sai nulla del mondo, non leggi i giornali, stiri mentre guardi la televisione più cretina, hai guadagnato mille euro per la seconda maternità e dovresti vergognartene, perché il tuo reddito è alto, e poi non si danno soldi per procreare, sei regressiva, hai fatto ritornare indietro il mondo di cinquant’anni.
E sorridi, sorridi come una deficiente e hai, a trent’anni, buttato via te stessa.
Ma che nome hai dato ai figli! Quello delle protagoniste del film che hai rivisto dieci volte, “La casa degli spiriti”, Clara, Ferula, Blanca, riuscendo ad imporli a tuo marito-scimmia che acconsentì purché lui trovasse la sera un buco disponibile.
Un’ottima famiglia. Quando la bambina farà il Liceo andrai a parlare con i professori e toglierai loro la parola di bocca perché della “tua bambina” parlerai solo tu, sei tu la bisognosa, non ti interesserà un punto di vista esterno e se ascolterai non ci crederai, è impossibile che la bambina sia così aggressiva, così maleducata, così stronza come dicono quei prof incapaci. La primogenita, poi, non ne parliamo, non la capisci, sei in conflitto con lei, eppure fai tanto, la accudisci, sei premurosa, fai tutto il possibile e poi dirai che i figli sono tutti uguali, come se non fossero madri come te a tirarli su così come sono! Quando ti alzi dai colloqui a scuola qualcuno guarda ancora il tuo giovane culo ammirando la tua aria ancora di ragazza con figli grandi. Ma cosa ne è stata della tua giovinezza? Un’altra vita forse è ancora possibile dentro quella che stai vivendo. Fermati, ascoltati! Fidati delle tue voci interiori!
Ed ora eccoti qua, all’interno 31. Sì, prima era peggio. Facciamoci un buon caffè.»
Di fianco, al numero 30, abita Ersilia di anni settantacinque. Fino a qualche anno fa nessuno la conosceva; invisibile, la sua cassetta delle lettere quasi sempre vuota, stavano per darla ormai per morta e sepolta ma la portiera assicurava sornionamente che c’era, c’era ancora. All’improvviso la si vede uscire sempre più sovente, più elegante, a volte con il taxi ad aspettarla in strada e cominciò a non salutare più nessuno. Tanti anni di silenzio irruppero fragorosamente nel condominio, inveiva e dava calci contro l’ascensore se veniva bloccato, bestemmiava al cellulare camminando, atletica, su e giù per il cortile facendosi sentire anche dai sordi:
«Cosa? No, no! Preferisco Mondadori, e che cazzo ci faccio con quelli, io vado in televisione è sicuro, con quelli invece che faccio, la radio? No, non dire stronzate, voglio l’anticipo subito, non mi rompere i coglioni vabbene? Digli che sto già scrivendo l’autobiografia e che quando arrivo a lui lo smerdo!»
Già, Ersilia, chi lo avrebbe detto. Poi tutta quella botta di vita andò esaurendosi, sfilacciandosi in rari urlettini contro l’ascensore, un cenno con il capo a chi incrociava all’ingresso e infine ricominciò a salutare.
Ritornò alla sua sepoltura e nessuno la vide più, tranne la portiera.
Scendendo di un piano, all’interno 29, abita una coppia di donne, Alberta e Bruna.
Le chiamano A & B. Aspettano una legge che consenta loro di sposarsi e successivamente poter adottare una bambina. Queste due donne sono le colonne portanti del palazzo, anche la portiera le teme. Se le regole condominiali vengono rispettate è grazie alla ferrea vigilanza di costoro.
Non c’è rumore molesto alle 22,30 che non venga stroncato già alle 22,31. Non c’è idraulico o elettricista che non abbia saggiato la punta di fioretto di queste due lesbiche.
La signora Tosi, timida e fragile ma petulante e perforante come il trapanino del dentista, si rivolge sempre all’interno 29 per segnalare un guasto o fare qualche rimostranza sul malcapitato inquilino di turno.
«Non si preoccupi signora Tosi lo faremo presente, qui o ci sono regole condivise o niente vita comunitaria. Per quanto riguarda le donne albanesi abbiamo già segnalato il caso ai carabinieri, noi qui tutte queste diversità non le gradiamo, i bambini vanno a letto massimo alle dieci, basta con questo casino.» rispondevano in un duetto canoro A & B.
Tutti si rivolgevano all’agenzia A & B, che conosceva tutte le leggi, i cavilli, i regolamenti, l’urbanistica, la veterinaria, la cucina macrobiotica e la medicina omeopatica, l’idraulica, la meccanica, la carpenteria, l’illuminitecnica e l’elettronica.
L’interno 29 era anche una delle tante sedi di “Animal Liberation” e si diceva che quando i cani incrociavano le due donne si appiattivano a terra per paura di essere nottetempo liberati e perdere vitto e alloggio. Ma non era così. Alberta e Bruna controllavano solamente che gli animali venissero trattati bene mentre questi non ricambiavano con la gratitudine necessaria ma con stupide ed inconscie paure, frutto di pregiudizi.
All’interno 28 abita un’artista. Federica. In questi giorni è in stato febbrile, sta preparando un lavoro per Documenta, a Kassel. Qui ci vive soltanto, assieme alla figlia Diletta. Ha lo studio a Cusano Milanino, in una specie di hangar, anche se i suoi lavori in genere sono di formato modesto. Il caso di Federica è esemplare di come vanno le cose della vita e le cose dell’arte.
Il suo mentore, suo professorre all’Accademia di Brera e paziente consigliere, diventa suo marito. Quando lo conobbe lei aveva vent’anni e lui quarantadue, artista nel pieno della sua creatività e dell’impegno espositivo. Quando Federica si iscrisse al suo corso lui aveva appena esposto alla Biennale di Venezia e la leggerezza del successo aleggiava su di lui e sulla sua aula di Pittura. La sua generosità nei confronti degli allievi era da tutti riconosciuta e i colleghi in corridoio gli davano pacche sulle spalle:
«Bravo, ce l’hai fatta.»
«Bello il tuo lavoro a Venezia!»
«Sei l’orgoglio dell’Accademia.»
Le sue lezioni erano davvero belle, si sentiva un maestro, e nei confronti di Federica, che non aveva idee e dichiarava apertamente di essere incapace, aveva una disponibilità particolare, la incitava a fare, la difendeva dai compagni del corso che la consideravano una deficiente.
Il matrimonio avvenne nel modo più originale e artistico con una torta nuziale realizzata da suo marito e che venne poi pubblicata in una rivista d’arte milanese, con un testo critico di un suo collega di Brera.
L’anno dopo nacque Diletta, di esclusiva competenza di Federica che tuttavia presenziava alle mostre del marito, elegante, bella, di poche parole astratte, che potevano significare profondità o stronzate, a seconda dell’interlocutore. Fu questa svagata astrattezza, inguainata sempre da abiti neri e un trucco mortifero, a cominciare a destare curiosità. Girava sempre con una piccola fotocamera e scattava, ti guardava con gli occhi di Morticia Addams mentre parlavi e ti fotografava, e poi rideva, assumendo le sembianze di un teschio. Nelle tavolate dopo mostra il marito decresceva e lei, senza far nulla, lievitava come un pane nero in un forno demonico.
Con gli anni il grande suo maestro cominciava ad avere difficoltà, non si sentiva adeguatamente riconosciuto, fece una gaffe con un gay potente collezionista, si inimicò alcuni colleghi, ad un chiuso mutismo seguì il livore e l’astio accompagnati da desideri di vendetta, rinunciò ad alcune mostre per poi pentirsene, si sentì onnipotente e fallito insieme, partecipò ad alcune mostre dei docenti dell’Accademia e poi non fu più invitato nemmeno a queste perché litigava con tutti, non esponeva quasi più. Intanto la sua vita si restringeva all’insegnamento e a Diletta, che era stata scaricata tutta su di lui perché Federica, nel frattempo, con la sua macchinetta fotografica, regalo nuziale, cominciava a suscitare interesse e ad esporre.
Il tenace marito aveva messo in piedi una rivista a tiratura limitata raccogliendo vecchi artisti, che un tempo odiava e snobbava, figure minori dell’Accademia, anziane colleghe con cui aveva scopato anni addietro, qualche filosofo che stressato gli dava mezza cartella di testo, con l’intento di attaccare il sistema, di rifondare la pittura e di esaltare tutto ciò che è minore.
I colleghi lo avevano soprannominato “Spartacus”. Federica nel frattempo esponeva all’estero ed era piena d’impegni. Su “Art Forum” esplose con una intervista ove parlava della sua macchina che ricevette come dono nuziale, accompagnata da una sua foto che la riprendeva mentre scattava rivolta verso l’osservatore. L’osservatore più attento fu suo marito che si arrovellò per una notte tra il suicidio e la separazione. Per fortuna scelse la separazione, anche perché si era in inverno.
In genere a Milano ci si suicida solo in estate.
Scendendo di un piano, all’interno 26, c’è la signora Paolini, signora vera. Vedova di un direttore di banca e insegnante a riposo, percepiva due dignitose pensioni che spendeva quasi tutte in libri.
I libri erano diventati architetture d’interno, sostiuivano ormai mobili e pareti con soluzioni audaci, come l’idea di fare delle colonne di libri che lei, con meticolosa perizia, riusciva a sfilarne uno all’occorrenza senza farli crollare. Al mattino era in Galleria, alla Rizzoli, per prendere i libri prenotati e spulciare tra le novità. Li prendeva, leggeva il risvolto o una pagina a caso, li soppesava, quasi di nascosto li annusava e, forse, crediamo li accostasse anche all’orecchio. Se il personale era in difficoltà con qualche cliente si rivolgevano a lei che aveva in testa l’ultimo aggiornamento del computer. I modi di questa signora erano deliziosi. Una parola per tutti, una citazione o un aforisma per ogni situazione, una civiltà delle buone maniere piantata come una bandiera solitaria nel territorio desolato e sconciato della sua città.
Con il suo bottino giornaliero si sedeva al caffè e, insieme alla colazione, si gustava i suoi tesori. Poi a casa per il vero pasto librario. Se un libro la colpiva particolarmente scriveva all’autore, riuscendo, chissà come, a farsi dare sempre gli indirizzi o un numero di casella postale. Con Garcìa Márquez si scrivevano ormai da anni, a Guido Ceronetti aveva persino consigliato una delle sue ricette, con Giuseppe Pontiggia aveva scambiato epigrammi, a Philip Roth aveva regalato una raccolta di foto di Milano sotto i bombardamenti e lui, in cambio, le spedì le foto dei grandi campioni americani di baseball, Sebastiano Vassalli una volta le mandò da leggere un racconto prima di mandarlo in stampa, chiedendole un parere.
Le lettere della signora Paolini esigevano sempre una risposta, per lo stile ed il garbo con cui venivano scritte. Per nulla intimorita dall’altrui celebrità sapeva essere modesta, riuscendo tuttavia ad affermare se stessa, raccontando qualcosa della sua vita spiegando come, quel libro, l’avesse aiutata a dare un senso ad essa. Se un autore moriva e se ne pubblicavano opere postume lei continuava a scrivere lettere, che riponeva in un cassetto speciale in attesa di quell’altro epistolario a cui fermamente credeva. Leggeva anche per gli altri, per compensare il vuoto che la circondava, per riequilibrare un mondo per lei diventato spaventoso anche se, a quel mondo, offriva ancora il suo sguardo gentile, accogliente e paradossalmente fiducioso.
La signora Paolini era fortunata perché la sua vicina di pianerottolo era una giovane pianista che ora si sta esercitando in orario pomeridiano.
Ma, mentre ascoltavo la musica accingendomi a scendere gli altri piani, sento la voce di Dolores che mi chiama.
«Eilà, Pussi! Ti sei addormentato, stavolta hai anche un po’ russato, tieni, ti ho fatto il caffè.» Aveva intanto messo su un cd di Keith Jarret.

mercoledì, 10 gennaio 2007

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Ravenna. Nebbia

mercoledì, 10 gennaio 2007

La città la tenevi in pugno. Impossibile perdersi.
Ma, come un pugno, era chiusa.
Leggibile e chiara, ma inespugnabile; mura reali, mura invisibili, la trattenevano in una ferrea distanza difensiva.
I palazzi, tagliati da architetti adusi a lame e coltelli, si affacciavano alle strade, senza balconi. Nulla era concesso all’esterno. Eppure ci si sentiva osservati, spiati. Si intuivano corti e giardini interni. Una città intrusa.
Il giovane padre ed il suo bambino affrontarono la piazza la loro prima domenica da nuovi residenti, andando con la memoria all’abitudine mediterranea della passeggiata domenicale nella piazza, ove il mondo e gli uomini appaiono, puoi vederli.
La piazza era vuota, i caffè chiusi, i passi risuonavano in un deserto.
Il giorno di festa sembrava giorno di lutto o forse lo scomparire, in queste latitudini, era una forma del riposo, l’immagine di una sospensione. Una città fantasma, quando l’agire si ferma.
Ma dove si svolgevano le forme dell’agire domenicale in questa città?
I colleghi di lavoro presto lo informarono delle abitudini locali.
Alcuni avevano un “capanno”, ai bordi dei canali che segmentavano la terra umida, e qui con la “famigliola”, come la chiamavano, ed altri amici, si riunivano per delle “mangiate”.
Altri avevano casa al mare, a pochi chilometri, tra agglomerati che facevano il doppio minore della città di pietra.
Altri ancora, in tuta da ginnastica – ed il giovane padre lo aveva già notato – lavoravano al loro giardino, hortus conclusus nell’inclusione occlusa, o facevano lavoretti alla loro proprietà, piccola o grande che fosse.
La città metafisica era città a maggioranza comunista.
In comune gli abitanti avevano spiccato senso della proprietà: comunismo voleva dire possesso.
Essere proprietari costituiva il socialismo realizzato. Essi avevano una loro lingua, un dialetto che li contraeva dal resto del mondo, distillandola in teatro e poesia.
Il leghismo sfacciato e razzista era ancora da venire ma qui lo si praticava al naturale, socialmente connaturato nella farsa dell’internazionalismo proletario dei proprietari.
La famiglia terrona della sposa consuma il pasto nuziale in un tavolo appartato, nessuno vi si siede; “i meridionali sono brava gente”, recita il perbenismo comunista, ma tenuti lontani, nelle banchine portuali, nelle pance umide e ferrose delle navi, a morire di caporalato nel paradiso sindacale.
Dopo molte settimane il giovane padre trovò una casa. “Voi meridionali poi fate i figli e non ve ne andate più”, gli dicevano secche e anziane donne, vite consumate a stendere la sfoglia per le taglatelle e le piade.
Avrebbe voluto rispondere: “Ché non li avete voi i figli?”. “Perchè, quando li fate voi poi ve ne andate?”.
Ma i danari del contratto del tanto desiderato affitto non erano quelli realmente elargiti.
In “nero” ci si doveva aggiustare con gli ex demolitori, ora sostenitori dello Stato, ma esperti evasori, gran risparmiatori.
Straordinarie carriere politiche erano possibili, geometrie familistiche, parentali, già disegnate con lo squadro nel loro destino sin da piccoli, grazie al Partito, Padre buono che elargiva lavoro a chi non lavora.
Il controllo del Partito era totale, stretta forse in una misterica alleanza con la Massoneria.
Ai restanti disoccupati pensavano i partiti minori.
I bar, gli studi professionali, le tipografie, i supermercati, le librerie, tutto diviso secondo appartenenze. Tutto era cooperativa, tutto era socialismo realizzato.
L’ingranaggio escludeva l’errore che veniva autorisanato grazie ad un metabolismo interno: una promozione, uno spostamento di carriera, un “non lavoro! Inventato ad personam.
La cittadinanza, i diritti, il lavoro, la carriera, erano garantiti dalla Tessera.
La critica e la diversità erano guardati con silenzioso sospetto.
Ad esse non seguiva nessuna reazione repressiva o punitiva immediata. La morale comunista riformata, paladina dei diritti della donna e dell’uomo, delle ragazze e dei ragazzi, delle lavoratrici e dei lavoratori (seguendo una partitura sessuale politicamente corretta), delle persone “in carne ed ossa”, come ripetevano ubbidienti alle nuove formule linguistiche, non consentiva atti illiberali immediati ma solo quelli omeopatici e di lunga durata.
Lentamente potevi avvertire che ti avevano tolto qualcosa, e sentirti all’improvviso emarginato.
L’illiberalità in fondo è solo questione di tecniche e di sfumature nella nostra italica patria.
“Non è opportuno”. “Scarsamente utile”. “Vedremo in un secondo tempo”. “È un momento politicamente difficile”. “Stiamo realizzando un nuovo gioco di sottili alleanze”. “Pur apprezzando il contributo di idee in questa fase…”.
Con queste frasi, omeopaticamente, si veniva fatti fuori.

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