Archive for the ‘Città’ Category

Padiglione Italia. Abruzzo. Civitella del Tronto e Pescara

domenica, giugno 26th, 2011

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Aurum.

Le architetture pensate per certe funzioni, come l’ex fabbrica Aurum di Pescara progettata da Giovanni Michelucci nel 1940, e “restituita” con restauri ad altra vita, destano sorprese, persino nell’acustica.

Il concerto all’aperto dentro il vasto “cilindro” vuoto, a conclusione dell’inaugurazione di questa prima tappa del “Padiglione Italia” abruzzese della Biennale veneziana diffusa in forma spray centocinquantenaria, è stato a prova di orecchio, per quanto stanco di gossip e polemiche circa gli inclusi e gli esclusi. L'”Eroica”. Coppie di pensionati e fidanzati tra il pubblico. È la musica gratuita, popolare, servizio di quartiere, godimento normale e “urbano”, “civitas”, insomma ditelo come volete ma i palati fini possono stare comodamente seduti sulle altezze musicali, a volte piuttosto puntute, continuando a dormire mentre la gente cosiddetta “comune” (io ad esempio) desidera la musica nei luoghi meno deputati. “Eroica” pescarese con la solita grandeur manhattiana che rende la città una “marmellata”, come recentemente è stata definita la città.

A dimostrazione che Pescara ha vocazione di laboratorio avanzato il direttore d’orchestra era una donna.

Gli artisti abruzzesi: Franco Summa tutto bianco, come un Gandalf, poco più basso ma senza cavallo e bastone, ma con lavori indiscutibili. L’ho trovato al meglio, affettuoso e sincero, anche se so che è il palcoscenico a rendere tutto illusorio e passeggero. Il glamour oggi è l’altra metà del bello di Baudelaire. L’altra metà purtroppo non è il vero bensì l’effimero, il consumo in giornata-serata.

Sandro Visca aveva lavori eleganti e raffinati, è sempre una bella lezione d’arte la sua.

Visca è uomo di grande sensibilità e civiltà, parole antiche…

Tra la generazione di mezzo (ma oggi, quei dieci, quindici anni di differenza non sono come allora; oggi ci riavvicinano paradossalmente) c’è l’assenza di Giuseppe Fiducia, presente sì con un suo lavoro, ma morto in un incidente d’auto qualche giorno prima dell’inaugurazione di questa biennale regionale. L’artista era fermo nella corsia d’emergenza del raccordo autostradale pescarese vicino all’ aereoporto ed è stato travolto, e schiacciato tra le lamiere, da un’auto che viaggiava a forte velocità. Morte immobile, dentro la velocità.

Poi i giovani, impegnati a districarsi tra differenza e ripetizione ma con alcune punte di qualità.

Tra i 40 artisti selezionati per l’Abruzzo qui all’Aurum erano presenti solo una parte. Altri luoghi e città ne ospiteranno altri: Civitella del Tronto nella fortezza borbonica, Lanciano, L’Aquila e infine Santo Stefano di Sessanio di cui abbiamo scritto tempo fa in questo Journal.

Alcuni sono i luoghi del terremoto e questo omaggio si spera riattivi l’attenzione a ciò “che s’ha da fare”.

Lo spazio dell’ex fabbrica dell’Aurum è un luogo da visitare, immerso nella pineta dannunziana, oggi ben riqualificata e curata. Ho trovato una Pescara migliore, forse perchè le persone incontrate in questa serata inaugurale sono una Pescara migliore, che tuttavia non ha potuto, o voluto, essere al governo della polis e mettere in campo le proprie idee, le proprie utopie. Quell’essere “contro”, a difesa di un fortilizio (o quell’essere contro se stessi), ha lasciato ad altri, più cinici e ginnici, la gestione di questa città “dolce”. Ma questo, forse, riguarda tutta una generazione italiana di talenti e intelligenze sprecate, o tolte di mezzo.

Regista appassionato di questa Biennale abruzzese è Umberto Palestini che ci ha dato una lezione: la dignità consiste nel saper negoziare per una posta più alta dell’evidente contingenza: frammenti di utopia e isole di bellezza sono possibili nei miasmi quotidiani. I distruttori sono sempre alle porte, gli sconfitti lavorano con i mantici sul fuoco mentre gli esclusi sono prigionieri del conflitto mimetico. È la ruota dell’arte, come Fortuna, da sempre. Chi ha elaborato l’esclusione come dato interiore, la marginalità come quotidiano esistenziale e ormai personalmente storico, può gioire con disincanto in questo “esserci”, sapendo che la ruota  rovescia e cambia continuamente le posizioni. Ma quali sono le posizioni poi?

Giancarlo Politi ha definito le scelte di questo Padiglione Italia una “Schindler’s List”, con un senso dell’umorismo agghiacciante e francamente fuori luogo.

Spazi come quelli dell’Aurum, con il “sottotitolo” Fabbrica delle Idee, forse meriterebbero direttori migliori, all’altezza della bellezza degli spazi che “occupano”. Dovrebbero invece “abitarli”. Zoccolo duro italianissimo.

L’Aurum era la fabbrica di un liquore con il sapore di arancio. Il poeta Vate, al solito,  c’è sempre e  lo chiama oro di lieve peso.

Dipende dall’uso che se ne fa. Son sempre 40°!

Infanzia bernese. Albert Anker

sabato, agosto 28th, 2010

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marchetti a berna

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Nella temperie protestante l’esperienza del tempo assume valori concreti.

I giganteschi,  mostruosamente fiabeschi, orologi delle torri bernesi ricordano che il tempo va ben speso.

Applicato al piacere e al “bon vivre”, o nelle opere, nel lavoro.

Alla fine sarà sempre la morte a spuntarla, attraverso le sue danze macabre e dispettose, rappresentate mirabilmente da Niklaus Manuel nelle vetrate della cattedrale di Berna.

Questo tempo, che si dispone nell’esperienza concreta del quotidiano vivere, nella “verità” dunque, lo ritroviamo nelle tele di Albert Anker.

Nel centenario della morte di questo grande pittore svizzero Berna gli dedica una mostra straordinaria.

Nelle sale del Kunstmuseum si dispiega in modo preminente il mondo dell’infanzia, nelle nuances dell’educazione, dello studio e della scuola con conquiste e  vergognose punizioni, del gioco, dell’abbandono nel sonno, della malattia e delle lunghe convalescenze, della morte… La vita activa…

Una grandiosa tavolozza ed uno sguardo storico attento rappresentano tutto questo, in una inquietante lateralità rispetto all’obiettivo fotografico che avanza,  che  pur affascina un preoccupato ma curioso  Anker.

Bambini, diremmo oggi, con le lavagnette, libri e quaderni, ferri per il lavoro a maglia per le bambine insieme al gioco del domino; i giochi didattici di Froebel – che oltreoceano già formavano le fantasie di Frank Lloyd Wright  bambino.

Fratelli, sorelle, madri e padri, maestri di scuola, nonni.

In alcuni quadri sono “inquadrate” tre generazioni contemporaneamente (il tempo!).

L’immaginario delle nostre cattoliche “sacralità” familiari – che rimuove le presenze maschili come il padre o un nonno, figure sconfitte dalla dominazione femminile mariana dura a morire –  qui non trovano posto.

Il tempo domestico  scorre come  il fiume Aar. Con un orso simbolico-sacrificale pronto a mordere l’immanenza.

Apprendimento, gioco, formazione, lavoro, felicità, melanconia, giovinezza, vecchiaia, morte.

Nelle centinaia di tele, tavole, disegni di Anker sembra che tutto questo si sovrapponga, o sembra vivere in un misterioso equilibrio di compresenza.

Gli orologi bernesi, pare, regolano una comunità fluida.

Ma lo era già quella rappresentata  da Albert  Anker?


Tra musei e strade d’Europa

venerdì, luglio 17th, 2009

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Nel centro storico pochissime auto, non si parcheggia in strada, le strade e i marciapiedi sono per i pedoni e le bici. Queste vengono fatte riposare a migliaia nei sotterranei vicino alla stazione. In albergo ti offrono un ticket illimitato per girare sul tram in città e fuori. Non vedo negozi di cellulari e mi pare che gli abitanti ne fanno un uso normale e discreto. Molte librerie dedicate all’infanzia, con tavoli e poltroncine per leggere prima di acquistare e giochi per i bambini. Negozi elegantissimi che sembrano templi innalzati al dio tabacco, in effetti qui puoi fumare piuttosto liberamente ed in alcuni locali puoi persino assaporare i mattutini valori antichi: caffè, giornale, sigaretta, tutto insieme. Nelle antiche democrazie, ricche democrazie, si può essere tolleranti. Mi torna alla mente quell’ordinanza del comune di Napoli che proibiva di fumare nei giardini pubblici in piena emergenza dei rifiuti e respirazione di diossina quando vi davano fuoco. Prendiamo dagli altri le cose buone per darci una facciata ma restiamo idioti. Ci manca sempre la sostanza.

Ci sono qui molti bei musei e collezioni superbe ma non c’è quello snobismo di chi ha “scoperto” la cultura e che alla fine non gli è propria, al naturale voglio dire. Sì, sono un po’ “aristocratico”, ma da autodidatta la cultura mi è servita a vivere, ad essere più che apparire, per usare un usurato slogan.

Siamo a Basilea. La Svizzera non fa parte dell’unione europea, chiederà qualcuno. Non rispondiamo.

Quando ritorniamo a casa, è più forte di noi, non ce la facciamo ad essere diversi da quello che siamo. Ogni volta che ci spostiamo nel Nord Europa ritorniamo con la coda tra le gambe e con dure lezioni difficili da smaltire. Qual’è dunque la ragione che ci consente di stare ancora in Europa?

La ragione forse sta nel fatto che in Italia ci sono alcune Regioni, tra le quali forse quella in cui vivo, che giustificano l’inconsistenza di altre? Ancora, con fatica e affanno crescente, c’è una parte d’Italia che si fa carico di tutta quell’altra, di quella parte inerte e parassitaria, inchiodata a modelli antropologici che appaiono immutabili, con gli stessi tormentoni sociologici della mia adolescenza – l’ultimo, le centinaia di migliaia di giovani che emigrano dal sud al nord d’Italia.

Sperpero di intelligenze ed energie vitali utili al sud, dicono i politici progressisti. Fanno benissimo, dico io. Anzi, spostatevi ancora più a nord ed andate a costruire l’unica cosa che ci rimane di bello e utile: Diaspora Italia. Superata una certa età sarete catturati dal retaggio mimetico e dalle abitudini e non avrete più lo sguardo del distacco. Ritornano gli anni Cinquanta, siamo ancora nel lungo dopoguerra e forse si ricostituirà la famosa Cassa per il Mezzogiorno. Il dopoguerra resiste solo da noi.

Journal 3

martedì, agosto 7th, 2007

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Bretagna.

Martedì. Villaggio di Saint-Servant, paese molto particolare, vivace; ci si ritorna il pomeriggio per visitare un piccolo museo che illustra la storia della marineria ed in particolare la rotta di Capo Horn.
Cena di frutti di mare a Cancale. Impressionanti le coltivazioni di ostriche, sembrano città fantascientifiche.
Mercoledì tutta la mattina in spiaggia a Dinard, tanto per favorire il mio eritema che quest’anno ha la mostruosa novità di colpire anche il viso e le mani.
Pomeriggio a Mont Saint-Michel: Una visione, luogo unico. Bassa marea, paesaggio piatto e vuoto, superfici di argilla chiara rigata da residui d’acqua. Il borgo è autenticamente medievale. La sera fuochi di artificio sulla spiaggia di Dinard su tematica dedicata a Jules Verne: Dalla terra alla luna.
Giovedì. Giornata di pausa, vacanza nella vacanza. Visita a Saint Lunaire, villaggio a pochissimi chilometri da Saint-Malo. C’è un piccola e antichissima chiesa con le tombe di alcuni santi. Le reliquie di Sait Lunaire sono sparite. Fuori la chiesa una croce, con la vergine in granito. Villaggio di grande quiete e con formidabili boulangeries.
Venerdì. Escursioni importanti. Fougère ed il suo castello così come lo abbiamo fantasticato da bambini, con tanto di Mago Merlino e le Fate, buone e cattive. Il castello si fa città e viceversa. Tipologia architettonica veramente interessante: le stanze si articolano nella verticale della torre con magnifici camini. È la prima volta che un castello esprime un’idea di confort.
Il pomeriggio ritorno a Mont Saint-Michel per cogliere l’avanzata del mare, che nella precedente visita appariva lontano chilometri. Dall’abbazia abbiamo visto i cavalli marini al galoppo e che hanno ghermito tanti imprudenti pellegrini. Un santo che va rispettato altrimenti ti inchioda nelle sabbie mobili o ti agguanta con il suo terribile esercito delle maree.
Sabato. Mentre si è prossimi alla luna piena e le maree raggiungono il culmine anche il mio eritema esprime il massimo della mostruosità; le mani ricordano i tentacoli del Kraken o di qualche altro mostro marino di Verne.

Domenica. Non si fa nulla, ozio puro. Unico lavoro: impacchi di amido per lenire l’eritema, di colore rosso scuro. Visto da lontano sembro abbronzato.
Lunedì. Siamo ritornati a Saint-Servant per una piacevole passeggiata e per acquistare semenze per il giardino. Il negozio è chiuso per ferie. Altra cena a Cancale (qui farei 360 cene all’anno), ostriche e frutti di mare serviti su distese di alghe. Vino Sauvignon. Ora c’è il mare e i graticci di ostriche sono completamente immerse nell’acqua. Al ritorno, appena dopo il tramonto, la strada della costa mostra la Bretagna selvaggia, forte, melanconica. Prima della notte il mare è argento fuso, le scogliere e le isole si stagliano nere nel cielo blu. Il blu di Matisse.
Alla fine della settimana inizia il ritorno ma con un lungo giro francese per andare a far visita a Le Corbusier ed alla cappella di Notre-Dame-du-Haut, a Ronchamp. Una visita a Rennes. Non ci piace molto questa città. L’incendio del 1720 ha devastato quasi tutto e quel poco di centro storico, intorno alla chiesa di St. Pierre, presenta le tipiche case bretoni con le facciate disegnate dalle travi di legno a vista. Il museo è modesto ma con pezzi interessanti. Una città che stimola poco un journal.

Journal 2

lunedì, agosto 6th, 2007

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Bretagna.

Domenica mattina a Cambourg, la città di Chateaubriand, il suo castello, piuttosto maltenuto, ancora abitato, in parte, dai suoi discendenti. Costruzione severa ed incombente sul villaggio, la cui vita da questi spalti e finestre viene vista solo dall’alto e con distacco. Il parco, in alcune sue parti, è curato distrattamente dando a tutto l’insieme un aspetto fané e rabberciato. Dentro il castello si respira un’aria cadaverica e insana. Grazie a questo luogo triste ed oppressivo abbiamo di Chateaubriand quello che abbiamo.

Pomeriggio a la plage de l’Ecluse, sotto casa: bambini impegnati al gioco in stile anni Cinquanta. Via via che il mare avanza (maree di 12 metri di altezza) distrugge i castelli e le varie costruzioni di sabbia, lasciando poi al suo ritiro qualche traccia, come di vecchie rovine. Non importa, tra qualche ora i piccoli architetti potranno ricominciare a costruire.
Al mare qui ognuno sta come vuole e come può. Spiaggia elegante e popolare insieme. Piaceva a Matisse e a Picasso. Capanni di stoffa a righe bianche e azzurre e seggiole e teli portati da casa. Si sta in costume o vestiti. Andare in spiaggia non è come da noi. Questo mare e questo clima non lo permettono. Spiaggia elastica: ora stretta e claustrofobica ed un momento dopo sconfinata per grandiose partite a pallone ed estenuanti passeggiate cinematografiche alla Igmar Bergman.

Lunedì, a Dinard, mostra di Jules Verne che soggiornò in queste coste durante le sue vacanze.
Interessantissima mostra, ed i libri, prime edizioni, magnifici. Torno bambino, ma più intelligente di com’ero. Al pomeriggio escursione nella Vallée della Romce. Un cimitero del mare: relitti di imbarcazioni insabbiate e rivestite da alghe e incrostazioni marine. Seduto tra le rovine nautiche ho visto il cormorano in attività di pesca: formidable, incroyable!

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Journal 1

domenica, agosto 5th, 2007

menir

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Verso la Bretagna.

Sosta nei pressi di Tours. Pernottamento nel “Chateau de Nobles” (Macon), castelletto molto tipico. Campagna ordinata e disseminata di vacche. Ricorda la Toscana, purchè non si nomini il vino. Atmosfera medievale, vita spartana come sanno viverla le persone ricche.

Arrivo a Dinard. Viaggio piuttosto faticoso. Il mare ha i suoi trucchi, scompare per ore seguendo il ritmo delle maree.
Dinard è tutto golfino e giubbino da velista. Molto raffinata e tranquilla. I bambini dovrebbero farci vergognare, sono tranquilli ed educati anche in spiaggia quando giocano. La casa dei nostri ospiti è piuttosto confortevole nonostante la solita farraginosità francese circa le funzionalità domestiche.

Visita a Saint-Malo. Qui Chateaubriand e la sorella si scambiavano parole misteriose ed inquietanti. La visione del mare è forte. La bassa marea scopre le rocce e in lontananza isolotti e fortezze puntellano il paesaggio marino. Un faro indica laggiù la rotta.
Dentro le mura Saint-Malo è rigorosa, austera e noiosa come i vescovi che l’hanno costruita.
La sera vien voglia di scrivere sciocchezze:

Mi accorsi che a Dinard
È vano nuotar
Scoppiò a Saint-Malo
Un amore melò
Qui manca il metrò
Perché tutto è retrò
Due volte al giorno puoi cagar
Tra il vento di Dinard
Tutti golfin
Tanti piccoli cagnolin
E schiacci tanti bei merdolin

Mattino. Dopo l’acquisto del buonissimo pane e dopo colazione un lungo giro a piedi per la costa di Dinard.
Al pomeriggio verso le Cap Fréhel. Promontorio sul mare dominato dal faro. Spettacolo straordinario. Vengono in mente le parole di Michelet: è bello sedersi vicino ai fari, sotto queste luci amiche, veri focolari della vita marina (La mer).
Qui si fa visita come ad un santuario. Nessuna cattedrale può competere con questa spettacolare architettura di rocce grigio-rosa consumate dal mare e dal vento, abitate da gabbiani e cormorani. In alcuni punti la vera vertigine, l’abîme puro.
È mancata putroppo la vista dal mare del grande faro, immaginando le vite salvate dalla sua luce.
Ancora Michelet: È importante vedere il proprio naufragio, incagliarsi in piena luce, conoscendo il luogo, le circostanze e le risorse che restano. “Gran Dio, se dobbiamo perire, facci perire nella luce.”


Ritrovarsi

lunedì, giugno 25th, 2007

ritrovarsi

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È sempre difficile tornare nei luoghi originari e rivedere persone con le quali abbiamo interrotto il rapporto, soprattutto quello “visivo”.
Intendo dire quella presenza comune, che non necessariamente implica un frequentarsi, ma che occasionalmente assicura una continuità: si cambia comunque insieme, si invecchia insieme, si sa l’uno dell’altro nel passaparola tra amici e conoscenti.
Ritrovarsi, dopo venti o trent’anni, oltre a sperimentare la discontinuità viene rivelata anche la propria estraneità. Sei ingrassato, ma come sei ingrassato, vedo che hai perso i capelli, in fondo sei come prima, ti trovo invecchiato, tua moglie è sempre in forma, vedo che fai palestra, sei sempre uguale, non ti riconosco, perchè non fai una dieta, mi ricordo di te che eri un pò stronzo, vivi sempre a Ravenna, a Bologna, a Rimini, ma dove vivi?
Lascerei volentieri ad Ennio Flaiano la conduzione di questo teatro del ritrovarsi. Non ci si dice nulla, non si ha nulla da dirsi.
È il corpo che racconta tutto, ma chi legge il corpo lo legge secondo un suo alfabeto elementare e grezzo e, soprattutto, si tiene alla larga dalla parte alta del corpo, la testa, la mente, il cervello. Ma anche dalla parte bassa, i piedi, di quanta strada si è percorso. Cosa è accaduto al nostro cervello, e ai nostri piedi, in questi trent’anni?
Eppure, per me, guardandoli questi corpi ritrovati, affannati nella lotta perenne con l’immortalità, mi segnalano storie e avvenimenti che, pur non conoscendo, intuisco e immagino. Ma è qualcosa di pudìco e silenzioso, non mi sognerei mai di dire come sei grasso o, ad una amica, quanta cellulite hai accumulato.
In quel loro nascondere il tempo, nella loro gloria “fisica”, io scruto tragedie silenziose, seppur piombate in sorrisi pop o iperrealistici.
Cerco di leggere, anch’io, le mutazioni che il tempo ci impone, e che nella miracolosa “tenuta” dei conoscenti ritrovati annunciano tuttavia i segni di una precipitazione quasi imminente, che tra breve forse vedrà la loro scomparsa mondana o reinserita in nuove progettualità e protesi estetiche.
Nel loro trovare me, cambiato, non concepiscono che io vedo anche loro cambiati.
Solo che loro sono cambiati insieme, si sono rassicurati insieme, si sono scambiati carinerie e cattiverie, affetti e ferocie, baci e sputi, carezze e pugnalate, tutte cose che legano molto, in un patto indissolubile radicato in quel luogo, come in ogni luogo.
Ho trovato in Manuel Vázquez Montalban, sorprendente poeta, i versi giusti:

e se tu tornassi
fuggiasco dalla memoria
troveresti soltanto avanzi
del banchetto cannibale

ti si cancellerebbero per sempre
le ombre e i sentieri
della fuga e del ritorno

La raccolta poetica di Montalban, rara e sorprendente, si intitola Ciudad, Città.

Il poeta

martedì, maggio 8th, 2007

libri

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La casa la scelsi per il giardino. Non potevo usufruirne ma, sotto i sette piani, quel miracolo di verde nel centro storico del borgo mi offriva all’alba il canto degli uccelli e la notte il concerto dei grilli. Accoglievo dopo anni di dura vita nomade con tredici traslochi sul groppone (al primo posto tra le cause di nevrosi) questo luogo silenzioso. Per un poeta, che arrischiava versi nelle fogne più rumorose delle periferie in cui ha abitato, cazzarola, venire qui e ascoltare il silenzio e il vociare quotidiano, giù sotto, dell’umano trascorrere del tempo era per me quasi impensabile (nu casine veramende). Il rumore, non era rumore, era musica conosciuta e i cinesi insediatisi qui prima di me davano, nella loro diversità, a me stesso una minore estraneità. Un gruppo di peruviani avevano aperto un locale all’angolo della strada e qualche volta la sera andavo a bere qualcosa. Sino alla mezzanotte una lieve musica saliva alla mia finestra mescolata a voci di una lingua sconosciuta, ma chi li capisce a chistaccà. Mi accorsi, la notte, che i miei versi guadagnavano qualcosa, traducevano dal rumore e scrivevano il silenzio, che scassiamento. Nel ristorante cinese andavo spesso, sti cazze de raviule ò vapore li spaghitte de soja de sorete dintrucule, bevevo una birra dai peruviani, birremmerde v’acciddeattuttequante iatevenne che c’avetescassateocazze. Poi venne una comunità di pakistani, numerosi, silenziosi, gentili, invisibili, tutti giovani maschi, afammoccheachitammurte.
Io non possiedo la grandezza di un Kavafis, né nella varietà degli uomini da portarsi a letto, preferisco le donne non fatemene una colpa, sa da chiavà dintra a fiche, né nella purezza del verso. Sono forte nella selezione delle partners e forse debole nella poesia, lo ammetto. In comune con l’alessandrino c’è che anch’io sono un’impiegato statale, stu sfigatemmerde. Sotto di me esiste una piccola Alessandria ma le miei giovani le cerco altrove. Non mi reputo un poeta da meticciato, perdonatemi.
Un mattino ci fu una retata, un trambusto sotto casa, e vidi quanti erano i pakistani: ventisette.
Come potessero vivere in quel buco di casa, vera fogna del centro storico, nu merdaie, tollerata e accettata, non lo capivo. Capivo però che alcuni proprietari con l’immigrazione facevano soldi e magari poi erano quelli più razzisti e fascisti in pubblico, nazisteducazze, o magari di sinistra in una loro naturale affaristica doppia natura ove l’ideologia è sempre buona tirata fuori dal congelatore per mascherarsi, ma li soldi sò soldi pure pe lu comuniste a no!? e, naturalmente, tutti, di mestiere facevano gli avvocati.
Dei pakistani mi dispiace, uscivano il mattino presto, con delle cartellette di loro cose da vendere, e tornavano la sera, infilandosi furtivamente nel portoncino. Lu lager, ce vò lu lager.

Montepagano

mercoledì, maggio 2nd, 2007

montepagano google

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«Mia madre era fiera del paese di sua madre, Montepagano, che io ho visto una sola volta di sfuggita in automobile, come facciamo noi, poveri viaggiatori d’oggi.»

Ennio Flaiano

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Flaiano non era il solo ad avere una nonna di Montepagano. C’era una parola nella mia infanzia, legata a questo paese, incuneata nelle interminabili narrazioni familiari della seconda guerra.
La parola che sembrava riaprire resuscitati scenari celesti dormienti era sfollamento. Si sfollava a Montepagano.
Da bambino, quando dalla bocca di mia nonna udivo, anzi vedevo, uscire questa parola mi figuravo masse di uomini donne e bambini con carri carretti e camion carichi sino all’inverosimile che marciavano verso le alte colline della terra adriatica. Una storia di pezzi di vita perduta, case non ritrovate polverizzate dalle bombe o saccheggiate dai monatti, una continuità abbastanza accettabile e felice sconciata all’improvviso; sfollamento, buco nero ove il non detto debordava sul racconto, sfollamento, parametro di giudizio sulla suburra umana e sulla cristiana solidarietà. Ma sfollamento, venti, trent’anni dopo, era parola che non sfiorava mai la vera storia, quella che consideriamo intreccio tra cause effetti e responsabilità, tantomeno veniva mai pronunciata la parola “politica” che nel gineceo soprattutto era autocensurata. Sfollamento era grumo di dettagli e microstorie, di fatiche sofferenze e sacrifici dentro il recinto quadrangolare della famiglia o in quella allargata che la nonna si era messa in groppa abitata dalle nipotine Ninuccia e Veruccia, dalla suocera Adele, poi zia Evira che recitava la vecchia già a cinquant’anni, i figli il marito distratto e suo fratello. Tutti nella casa della nonna a Montepagano, tutti a mangiare la pasta e il ragù di Rosina Priore come in Sabato, Domenica e Lunedì di Eduardo.

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Quest’estate a Montepagano, Comune di Roseto degli Abruzzi (Teramo), verrà esposto il Guerriero di Capestrano, lieve spostamento geografico (da Chieti) mentre quello temporale è enorme, millenario. Intorno a questo portento si svolge la manifestazione Castellarte & Trasalimenti che vede un omaggio a Fabio Mauri, quasi una retrospettiva, un ricordo di Tullio Catalano, una presenza di due “venerandi” artisti abruzzesi ed un gruppo di artisti eterogenei di varia nazionalità riuniti sotto il motto Tutti i settori. Idea e cura di Gabriele Di Pietro, viaggiatore abruzzese di Giulianova Lido.

Su Montepagano questo Journal ci tornerà volentieri. Saremo virtualmente a tavola; dovremo nutrire con le delizie culinarie del teramano quello spazio che, si spera, l’arte ci avrà lasciato in quell’angolino fondamentale della nostra anima terrestre materiale altrimenti, savinianamente, arte non sarebbe.

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muro mauri e montepagano

venerdì, febbraio 2nd, 2007

gerusalemme

Gerusalemme