Archive for the ‘Città’ Category

Tokyo Body-Art. Gonne stampate

lunedì, gennaio 29th, 2007

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Una soluzione dell’immaginario, proprio e altrui.

domenica, gennaio 14th, 2007

nebbia

Milano. Casa di donne

giovedì, gennaio 11th, 2007

logo città

Ciò che sto per raccontare l’ho sognato.
Si sa che il tempo reale quando dormiamo ed il tempo che scorre dentro i nostri sogni non sono la stessa cosa. In una intera notte può non accadere nulla di rilevante mentre in dieci minuti, soprattutto nel dormiveglia, può capitare di sognare un intero Dottor Zivago, o al massimo risvegliarsi, ormai persi nel deserto di neve e quasi congelati e urlare: Tonja! Tonja! Ma anche in questo caso ammetterete che siete già un pezzo avanti con la storia, in soli dieci minuti.
Un mio sogno pomeridiano, durato appena venti minuti, è stato quello di una casa.
A Milano. Corso Garibaldi. Una scala B. Abitata da sole donne. I figli nati e quelli che dovevano ancora nascere erano tutti femmine. Solo cambiando casa era possibile sfuggire al fiocco rosa. Gli uomini, in un modo o in un altro, erano spariti. O mai esistiti. Vedove, divorziate, single, studentesse, abitavano in quella scala B in Corso Garibaldi a Milano. Donne di tutte le età erano comprese, dalla signora Tosi del terzo piano, di ottantacinque anni, alla piccola Elisabetta di pochi mesi dell’ultimo piano, nata da un utero in affitto e amorevolmente amata e accudita da Settimia. Visto che ci troviamo all’ultimo piano, all’interno 36, potremmo iniziare da qui per poi riscendere.
Settimia è una bella donna di quarantacinque anni, gli anni migliori, molto femminile e appariscente. Tuttavia non bisogna lasciarsi ingannare dalla tranquillizzante normalità di questa ragazza cresciuta. La testa va tutta da un’altra parte rispetto alle vostre vecchie abitudini, o probabilmente solo mie, nel valutare le donne. Un pezzo della sua vita Settimia l’ha dedicata alla cosa che le è stata più cara, il cane. Ne ha avuti tre, un maremmano odiatissimo dai vicini perché una volta la settimana abbaiava un po’, un lupo stupendo e dolcissimo, infine un bel bastardo nero di mezza taglia, zoppo, di nome Batman, raccolto per strada. Le donne amano gli animali in modo diverso dagli uomini, è naturale. Batman era un catorcio e Settimia ne fece un principe. La scelta di questa amicizia con il cane in effetti fu dettata dalla necessità. Quando agli inizi degli anni Ottanta Settimia si trasferì da Pizzo Calabro a Milano capì ben presto che, per sopravvivere in quella città, dovevi avere un cane, non una zia, una sorella e tantomeno un uomo. Non tanto per alleviare la solitudine ma anche solo per uscire, per proiettarsi fuori dall’interno 36, immettersi nella strada e passeggiare, farsi un giro in Parco Sempione. Ma se non lavori, se non hai una meta precisa, se non fai jogging, che senso ha passeggiare, sola, a Milano? Bisognava trovare un significato, una funzione, a quest’attività oziosa e clandestina. Se all’epoca non avevi un cane era difficile scambiare parola con qualcuno. Tutti avevano il cane. Con l’animale al guinzaglio non davi mai l’impressione di essere una persona disperata di solitudine in cerca di un “Mister Goodbar”. Ti fermi qua, chiami di là, una sosta per la pisciatina, una più lunghetta per la cacchina, poi lo lasci libero, sembri sola ma hai, si capisce, il guinzaglio ed il tuo passo è libero e sicuro di chi non è solo, ma ha un amico nelle vicinanze che scorazza tra gli alberi. Quando il cane di Settimia incrociava un suo simile c’era quel rituale animale del guardarsi, annusarsi e poi, a seconda di come andava tra i quadrupedi, si imbastiva una conversazione tra i rispettivi padroni.
Ma prima bisognava attendere l’avanguardia diplomatica cagnesca e se questa già stipulava trattati di pace e amore la conversazione tra gli umani, che segue sistemi di altra natura, doveva prima affrontare le questioni dell’età del cane, dell’alimentazione, impuntarsi su metodologie veterinarie e ginecologiche, psicologiche e comportamentali. Quando il dialogo si spingeva su territori metaforici, e questo si verificava più con gli uomini, accadeva che a Settimia, indubbiamente la più preparata e competente sulle problematiche canine, nessuno gli andasse a genio, anche se i rispettivi animali parevano già languidamente bisognosi l’uno dell’altro.
La morte del buon Batman, i vent’anni di amore canino e i tre lutti alle spalle determinarono una svolta nella vita di Settimia. Decise di chiudere con gli animali e non soffrire più per la loro perdita. Pensò che grazie all’esperienza acquisita nella cura delle bestie fosse giunto il momento di avere un figlio. Sentiva di essere ormai pronta per questo.
Il suo maestro di spinning era adatto, sapeva di piacergli ed una sera gli chiese di avere un figlio da lui. Con lo sguardo appassionato disse a Billy, gigante di Viterbo: «Fai come se avessimo scopato, magari mi pensi e mi riempi una provetta con il tuo sperma. Io un figlio lo voglio solo da te. Però prima mi firmi una carta.»
L’etrusco ne fu inorgoglito e il giorno dopo le fece questo regalo.
Settimia arrivò alla conclusione che se era possibile avere figli senza l’effetto del parto, per un senso di equilibrio interiore, se ne poteva abolire anche la causa.
Al piano di sotto, all’interno 31, viveva Isabella, da poco separata, che di figli invece ne aveva tre, tutti partoriti dolorosamente e in prima persona, dopo naturali e rassegnati rapporti sessuali. Gli anni di matrimonio con coito Isabella li definiva dodici anni di stupro istituzionale. L’orgasmo lo scoprì la prima volta un pomeriggio che era da sola, in bagno, mentre si faceva il bidé. Comunque sempre meglio di Marilyn Monroe che di orgasmi non ne aveva mai avuti, nonostante plurimi mariti e amanti volenterosi. Tre figli da mandare avanti da sola; tre matrioske che purtroppo non entravano una dentro l’altra; tre pezzi unici non compattabili e piuttosto complicati. Naturalmente tre femmine, quasi adolescenti, di cui due gemelle.
Per dare l’idea della fatica quotidiana proviamo a sostare accanto a lei davanti l’ascensore.
Tre o quattro sporte di spesa poggiate a terra mentre chiama il vecchio e piccolo ascensore di legno, con le antine che si aprono una alla volta. Le due gemelle hanno altro da fare per rendersi conto del dramma che si va consumando nel pianerottolo. La primogenita, mezzo addormentata, è praticamente appesa al braccio della mamma, facendo pendant allo zainetto sull’altra spalla, che sembra scivolare mentre Isabella raccoglie alla meglio la spesa. Arriva l’ascensore, bisogna aprire gli sportelli, depositarci il peso alimentare, entrarci, salire, riaprire, poggiare la merce sul pianerottolo dell’ottavo piano, aprire la porta dopo che il mazzo delle chiavi cade a terra due volte, entrare in casa con le ragazze volatilizzate e rinchiuse nella cameretta e già incollate ai cellulari, andare in cucina, infilare la roba congelata nel frizer, quella fresca nel frigo, il resto nei pensili, sedersi un momento a prendere fiato sulla sedia davanti alla finestra che ti mostra, specularmente, lo stesso prospetto di balconcini e finestre del tuo, mentre pare di vedere dietro una tapparella un’altra te stessa che guarda le stesse cose e vorresti ora morire, buttarti di sotto. Poi fai altre fantasticherie, a causa dei sensi di colpa, decidi prima di aspettare che le figlie si sistemino e, solo dopo, ti butterai di sotto. Ma la depressione ti defluisce se pensi che prima era peggio.
«Un’ottima famiglia. Ma noiosa. La prima bambina è migliore di tante altre. Educata, saluta, è comunicativa, una rarità in mezzo a questi animaletti afasici, scostumati, urlanti e insopportabili, che girano tra i tavoli al ristorante e ti guardano con gli occhi cretini e se li saluti o dici una parola carina scappano via come gatti selvatici, per poi ritornare con gli stessi occhioni vacui per poi riscappare. Ma dietro la noia c’è la tua fatica mortale, donna, che ridi e fingi naturalezza mentre a trent’anni hai la schiena a pezzi, sei stravolta la mattina dietro quel sorrisetto “tutto va bene”, arranchi per le scale anticipando la tua vecchiaia anche se il sabato risorgi seducente ma non si sa per chi. Per tuo marito? Ma guardalo, già, non puoi guardarlo negli occhi! Hai perso il distacco, o non lo hai mai avuto, non ti fermi mai a riflettere, il tempo incalza, il quotidiano donna ti divora, non c’è tempo e il tempo passa spezzandoti la schiena. Sì, ruba il tempo, vai in palestra, ucciditi con lo spinning, poi fai la spesa e cucina e preparati per il pompino serale a tuo marito stancuccio ormai anche per scopare. A trent’anni hai il quadro noioso della situazione. Lui è fuori, allo studio, al negozio, in viaggio, tu parli con le amiche (amiche?) della fatica di rifare il salotto (di già?), della recita della bambina (c’era anche il suo babbo, appena in tempo!), di ieri che hai fatto una cosa al forno e fingi di non saperla fare perchè è un gioco dove Olga, Roberta, Alessandra dicono la loro e tu invece la sai lunga, scopri dove sbagliano e te ne torni a casa soddisfatta sapendo di essere la migliore nel tuo apparire minore, retrattile, minimalista, modesta nella tua profonda onnipotenza alimentare e fallimentare di donna con un orgasmo finto. E quando Olga racconta che il marito la lega al termosifone e la scopa da dietro tu pensi alla tua bambina, cercando pulizia e purezza, innocenza, sistemando da qualche parte della tua vitaccia sorridente queste cose, arrivando alla conclusione che, comunque, si può vivere, non è detto, siamo diversi, abbiamo altre cose. Cosa? La noia della tua famiglia. Arriva il secondo parto, due femmine. Si ricomincia. Ma è diverso, abbiamo esperienza. Sorridiamo meglio, fingiamo meglio, donna. Ci siamo fatte ormai. In tutti quei mesi di anticoncezionale naturale in cui aspettavi il secondo pargolo tuo marito non ti ha mai scopato a dovere.
Sei madre, la tua figa si è ritratta, implosa, e forse te ne sei dimenticata. Una volta ti ha detto persino, al settimo mese, che aveva paura di far male al bambino. Oh! Che dolce uomo, che padre premuroso, mentre tu una sacra trombata da madre te la meritavi, ne avevi diritto. Per tutta la gravidanza hai solo spompinato, con fatica, perché il papà dava già segni di farla lunga opponendosi all’andrologo.
Ti ritrovi con tre figlie. E allora? Cosa mi dici, cosa mi racconti? Pensi che qualcuno possa stare a sentire le noiosità del tuo quotidiano? Delle cazzate che fanno i tuoi figli? Delle bugie che racconti a te stessa?
E gli amici che un tempo avevi e che non vedi più, del lavoro che svolgevi, delle splendide stronzate che facevi, della tua cameretta segreta, di tutto questo che cosa ne hai fatto? Agli amici pensi che interessi della smerdarella di tua figlia di otto mesi? Ecco perché sei sola (sì, sola, con tuo marito che non c’è mai e che si scopa una cubana), perché menti a te stessa e sei diventata insignificante, ripetitiva, noiosa, insopportabile. Non sai nulla del mondo, non leggi i giornali, stiri mentre guardi la televisione più cretina, hai guadagnato mille euro per la seconda maternità e dovresti vergognartene, perché il tuo reddito è alto, e poi non si danno soldi per procreare, sei regressiva, hai fatto ritornare indietro il mondo di cinquant’anni.
E sorridi, sorridi come una deficiente e hai, a trent’anni, buttato via te stessa.
Ma che nome hai dato ai figli! Quello delle protagoniste del film che hai rivisto dieci volte, “La casa degli spiriti”, Clara, Ferula, Blanca, riuscendo ad imporli a tuo marito-scimmia che acconsentì purché lui trovasse la sera un buco disponibile.
Un’ottima famiglia. Quando la bambina farà il Liceo andrai a parlare con i professori e toglierai loro la parola di bocca perché della “tua bambina” parlerai solo tu, sei tu la bisognosa, non ti interesserà un punto di vista esterno e se ascolterai non ci crederai, è impossibile che la bambina sia così aggressiva, così maleducata, così stronza come dicono quei prof incapaci. La primogenita, poi, non ne parliamo, non la capisci, sei in conflitto con lei, eppure fai tanto, la accudisci, sei premurosa, fai tutto il possibile e poi dirai che i figli sono tutti uguali, come se non fossero madri come te a tirarli su così come sono! Quando ti alzi dai colloqui a scuola qualcuno guarda ancora il tuo giovane culo ammirando la tua aria ancora di ragazza con figli grandi. Ma cosa ne è stata della tua giovinezza? Un’altra vita forse è ancora possibile dentro quella che stai vivendo. Fermati, ascoltati! Fidati delle tue voci interiori!
Ed ora eccoti qua, all’interno 31. Sì, prima era peggio. Facciamoci un buon caffè.»
Di fianco, al numero 30, abita Ersilia di anni settantacinque. Fino a qualche anno fa nessuno la conosceva; invisibile, la sua cassetta delle lettere quasi sempre vuota, stavano per darla ormai per morta e sepolta ma la portiera assicurava sornionamente che c’era, c’era ancora. All’improvviso la si vede uscire sempre più sovente, più elegante, a volte con il taxi ad aspettarla in strada e cominciò a non salutare più nessuno. Tanti anni di silenzio irruppero fragorosamente nel condominio, inveiva e dava calci contro l’ascensore se veniva bloccato, bestemmiava al cellulare camminando, atletica, su e giù per il cortile facendosi sentire anche dai sordi:
«Cosa? No, no! Preferisco Mondadori, e che cazzo ci faccio con quelli, io vado in televisione è sicuro, con quelli invece che faccio, la radio? No, non dire stronzate, voglio l’anticipo subito, non mi rompere i coglioni vabbene? Digli che sto già scrivendo l’autobiografia e che quando arrivo a lui lo smerdo!»
Già, Ersilia, chi lo avrebbe detto. Poi tutta quella botta di vita andò esaurendosi, sfilacciandosi in rari urlettini contro l’ascensore, un cenno con il capo a chi incrociava all’ingresso e infine ricominciò a salutare.
Ritornò alla sua sepoltura e nessuno la vide più, tranne la portiera.
Scendendo di un piano, all’interno 29, abita una coppia di donne, Alberta e Bruna.
Le chiamano A & B. Aspettano una legge che consenta loro di sposarsi e successivamente poter adottare una bambina. Queste due donne sono le colonne portanti del palazzo, anche la portiera le teme. Se le regole condominiali vengono rispettate è grazie alla ferrea vigilanza di costoro.
Non c’è rumore molesto alle 22,30 che non venga stroncato già alle 22,31. Non c’è idraulico o elettricista che non abbia saggiato la punta di fioretto di queste due lesbiche.
La signora Tosi, timida e fragile ma petulante e perforante come il trapanino del dentista, si rivolge sempre all’interno 29 per segnalare un guasto o fare qualche rimostranza sul malcapitato inquilino di turno.
«Non si preoccupi signora Tosi lo faremo presente, qui o ci sono regole condivise o niente vita comunitaria. Per quanto riguarda le donne albanesi abbiamo già segnalato il caso ai carabinieri, noi qui tutte queste diversità non le gradiamo, i bambini vanno a letto massimo alle dieci, basta con questo casino.» rispondevano in un duetto canoro A & B.
Tutti si rivolgevano all’agenzia A & B, che conosceva tutte le leggi, i cavilli, i regolamenti, l’urbanistica, la veterinaria, la cucina macrobiotica e la medicina omeopatica, l’idraulica, la meccanica, la carpenteria, l’illuminitecnica e l’elettronica.
L’interno 29 era anche una delle tante sedi di “Animal Liberation” e si diceva che quando i cani incrociavano le due donne si appiattivano a terra per paura di essere nottetempo liberati e perdere vitto e alloggio. Ma non era così. Alberta e Bruna controllavano solamente che gli animali venissero trattati bene mentre questi non ricambiavano con la gratitudine necessaria ma con stupide ed inconscie paure, frutto di pregiudizi.
All’interno 28 abita un’artista. Federica. In questi giorni è in stato febbrile, sta preparando un lavoro per Documenta, a Kassel. Qui ci vive soltanto, assieme alla figlia Diletta. Ha lo studio a Cusano Milanino, in una specie di hangar, anche se i suoi lavori in genere sono di formato modesto. Il caso di Federica è esemplare di come vanno le cose della vita e le cose dell’arte.
Il suo mentore, suo professorre all’Accademia di Brera e paziente consigliere, diventa suo marito. Quando lo conobbe lei aveva vent’anni e lui quarantadue, artista nel pieno della sua creatività e dell’impegno espositivo. Quando Federica si iscrisse al suo corso lui aveva appena esposto alla Biennale di Venezia e la leggerezza del successo aleggiava su di lui e sulla sua aula di Pittura. La sua generosità nei confronti degli allievi era da tutti riconosciuta e i colleghi in corridoio gli davano pacche sulle spalle:
«Bravo, ce l’hai fatta.»
«Bello il tuo lavoro a Venezia!»
«Sei l’orgoglio dell’Accademia.»
Le sue lezioni erano davvero belle, si sentiva un maestro, e nei confronti di Federica, che non aveva idee e dichiarava apertamente di essere incapace, aveva una disponibilità particolare, la incitava a fare, la difendeva dai compagni del corso che la consideravano una deficiente.
Il matrimonio avvenne nel modo più originale e artistico con una torta nuziale realizzata da suo marito e che venne poi pubblicata in una rivista d’arte milanese, con un testo critico di un suo collega di Brera.
L’anno dopo nacque Diletta, di esclusiva competenza di Federica che tuttavia presenziava alle mostre del marito, elegante, bella, di poche parole astratte, che potevano significare profondità o stronzate, a seconda dell’interlocutore. Fu questa svagata astrattezza, inguainata sempre da abiti neri e un trucco mortifero, a cominciare a destare curiosità. Girava sempre con una piccola fotocamera e scattava, ti guardava con gli occhi di Morticia Addams mentre parlavi e ti fotografava, e poi rideva, assumendo le sembianze di un teschio. Nelle tavolate dopo mostra il marito decresceva e lei, senza far nulla, lievitava come un pane nero in un forno demonico.
Con gli anni il grande suo maestro cominciava ad avere difficoltà, non si sentiva adeguatamente riconosciuto, fece una gaffe con un gay potente collezionista, si inimicò alcuni colleghi, ad un chiuso mutismo seguì il livore e l’astio accompagnati da desideri di vendetta, rinunciò ad alcune mostre per poi pentirsene, si sentì onnipotente e fallito insieme, partecipò ad alcune mostre dei docenti dell’Accademia e poi non fu più invitato nemmeno a queste perché litigava con tutti, non esponeva quasi più. Intanto la sua vita si restringeva all’insegnamento e a Diletta, che era stata scaricata tutta su di lui perché Federica, nel frattempo, con la sua macchinetta fotografica, regalo nuziale, cominciava a suscitare interesse e ad esporre.
Il tenace marito aveva messo in piedi una rivista a tiratura limitata raccogliendo vecchi artisti, che un tempo odiava e snobbava, figure minori dell’Accademia, anziane colleghe con cui aveva scopato anni addietro, qualche filosofo che stressato gli dava mezza cartella di testo, con l’intento di attaccare il sistema, di rifondare la pittura e di esaltare tutto ciò che è minore.
I colleghi lo avevano soprannominato “Spartacus”. Federica nel frattempo esponeva all’estero ed era piena d’impegni. Su “Art Forum” esplose con una intervista ove parlava della sua macchina che ricevette come dono nuziale, accompagnata da una sua foto che la riprendeva mentre scattava rivolta verso l’osservatore. L’osservatore più attento fu suo marito che si arrovellò per una notte tra il suicidio e la separazione. Per fortuna scelse la separazione, anche perché si era in inverno.
In genere a Milano ci si suicida solo in estate.
Scendendo di un piano, all’interno 26, c’è la signora Paolini, signora vera. Vedova di un direttore di banca e insegnante a riposo, percepiva due dignitose pensioni che spendeva quasi tutte in libri.
I libri erano diventati architetture d’interno, sostiuivano ormai mobili e pareti con soluzioni audaci, come l’idea di fare delle colonne di libri che lei, con meticolosa perizia, riusciva a sfilarne uno all’occorrenza senza farli crollare. Al mattino era in Galleria, alla Rizzoli, per prendere i libri prenotati e spulciare tra le novità. Li prendeva, leggeva il risvolto o una pagina a caso, li soppesava, quasi di nascosto li annusava e, forse, crediamo li accostasse anche all’orecchio. Se il personale era in difficoltà con qualche cliente si rivolgevano a lei che aveva in testa l’ultimo aggiornamento del computer. I modi di questa signora erano deliziosi. Una parola per tutti, una citazione o un aforisma per ogni situazione, una civiltà delle buone maniere piantata come una bandiera solitaria nel territorio desolato e sconciato della sua città.
Con il suo bottino giornaliero si sedeva al caffè e, insieme alla colazione, si gustava i suoi tesori. Poi a casa per il vero pasto librario. Se un libro la colpiva particolarmente scriveva all’autore, riuscendo, chissà come, a farsi dare sempre gli indirizzi o un numero di casella postale. Con Garcìa Márquez si scrivevano ormai da anni, a Guido Ceronetti aveva persino consigliato una delle sue ricette, con Giuseppe Pontiggia aveva scambiato epigrammi, a Philip Roth aveva regalato una raccolta di foto di Milano sotto i bombardamenti e lui, in cambio, le spedì le foto dei grandi campioni americani di baseball, Sebastiano Vassalli una volta le mandò da leggere un racconto prima di mandarlo in stampa, chiedendole un parere.
Le lettere della signora Paolini esigevano sempre una risposta, per lo stile ed il garbo con cui venivano scritte. Per nulla intimorita dall’altrui celebrità sapeva essere modesta, riuscendo tuttavia ad affermare se stessa, raccontando qualcosa della sua vita spiegando come, quel libro, l’avesse aiutata a dare un senso ad essa. Se un autore moriva e se ne pubblicavano opere postume lei continuava a scrivere lettere, che riponeva in un cassetto speciale in attesa di quell’altro epistolario a cui fermamente credeva. Leggeva anche per gli altri, per compensare il vuoto che la circondava, per riequilibrare un mondo per lei diventato spaventoso anche se, a quel mondo, offriva ancora il suo sguardo gentile, accogliente e paradossalmente fiducioso.
La signora Paolini era fortunata perché la sua vicina di pianerottolo era una giovane pianista che ora si sta esercitando in orario pomeridiano.
Ma, mentre ascoltavo la musica accingendomi a scendere gli altri piani, sento la voce di Dolores che mi chiama.
«Eilà, Pussi! Ti sei addormentato, stavolta hai anche un po’ russato, tieni, ti ho fatto il caffè.» Aveva intanto messo su un cd di Keith Jarret.

mercoledì, gennaio 10th, 2007

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Ravenna. Nebbia

mercoledì, gennaio 10th, 2007

La città la tenevi in pugno. Impossibile perdersi.
Ma, come un pugno, era chiusa.
Leggibile e chiara, ma inespugnabile; mura reali, mura invisibili, la trattenevano in una ferrea distanza difensiva.
I palazzi, tagliati da architetti adusi a lame e coltelli, si affacciavano alle strade, senza balconi. Nulla era concesso all’esterno. Eppure ci si sentiva osservati, spiati. Si intuivano corti e giardini interni. Una città intrusa.
Il giovane padre ed il suo bambino affrontarono la piazza la loro prima domenica da nuovi residenti, andando con la memoria all’abitudine mediterranea della passeggiata domenicale nella piazza, ove il mondo e gli uomini appaiono, puoi vederli.
La piazza era vuota, i caffè chiusi, i passi risuonavano in un deserto.
Il giorno di festa sembrava giorno di lutto o forse lo scomparire, in queste latitudini, era una forma del riposo, l’immagine di una sospensione. Una città fantasma, quando l’agire si ferma.
Ma dove si svolgevano le forme dell’agire domenicale in questa città?
I colleghi di lavoro presto lo informarono delle abitudini locali.
Alcuni avevano un “capanno”, ai bordi dei canali che segmentavano la terra umida, e qui con la “famigliola”, come la chiamavano, ed altri amici, si riunivano per delle “mangiate”.
Altri avevano casa al mare, a pochi chilometri, tra agglomerati che facevano il doppio minore della città di pietra.
Altri ancora, in tuta da ginnastica – ed il giovane padre lo aveva già notato – lavoravano al loro giardino, hortus conclusus nell’inclusione occlusa, o facevano lavoretti alla loro proprietà, piccola o grande che fosse.
La città metafisica era città a maggioranza comunista.
In comune gli abitanti avevano spiccato senso della proprietà: comunismo voleva dire possesso.
Essere proprietari costituiva il socialismo realizzato. Essi avevano una loro lingua, un dialetto che li contraeva dal resto del mondo, distillandola in teatro e poesia.
Il leghismo sfacciato e razzista era ancora da venire ma qui lo si praticava al naturale, socialmente connaturato nella farsa dell’internazionalismo proletario dei proprietari.
La famiglia terrona della sposa consuma il pasto nuziale in un tavolo appartato, nessuno vi si siede; “i meridionali sono brava gente”, recita il perbenismo comunista, ma tenuti lontani, nelle banchine portuali, nelle pance umide e ferrose delle navi, a morire di caporalato nel paradiso sindacale.
Dopo molte settimane il giovane padre trovò una casa. “Voi meridionali poi fate i figli e non ve ne andate più”, gli dicevano secche e anziane donne, vite consumate a stendere la sfoglia per le taglatelle e le piade.
Avrebbe voluto rispondere: “Ché non li avete voi i figli?”. “Perchè, quando li fate voi poi ve ne andate?”.
Ma i danari del contratto del tanto desiderato affitto non erano quelli realmente elargiti.
In “nero” ci si doveva aggiustare con gli ex demolitori, ora sostenitori dello Stato, ma esperti evasori, gran risparmiatori.
Straordinarie carriere politiche erano possibili, geometrie familistiche, parentali, già disegnate con lo squadro nel loro destino sin da piccoli, grazie al Partito, Padre buono che elargiva lavoro a chi non lavora.
Il controllo del Partito era totale, stretta forse in una misterica alleanza con la Massoneria.
Ai restanti disoccupati pensavano i partiti minori.
I bar, gli studi professionali, le tipografie, i supermercati, le librerie, tutto diviso secondo appartenenze. Tutto era cooperativa, tutto era socialismo realizzato.
L’ingranaggio escludeva l’errore che veniva autorisanato grazie ad un metabolismo interno: una promozione, uno spostamento di carriera, un “non lavoro! Inventato ad personam.
La cittadinanza, i diritti, il lavoro, la carriera, erano garantiti dalla Tessera.
La critica e la diversità erano guardati con silenzioso sospetto.
Ad esse non seguiva nessuna reazione repressiva o punitiva immediata. La morale comunista riformata, paladina dei diritti della donna e dell’uomo, delle ragazze e dei ragazzi, delle lavoratrici e dei lavoratori (seguendo una partitura sessuale politicamente corretta), delle persone “in carne ed ossa”, come ripetevano ubbidienti alle nuove formule linguistiche, non consentiva atti illiberali immediati ma solo quelli omeopatici e di lunga durata.
Lentamente potevi avvertire che ti avevano tolto qualcosa, e sentirti all’improvviso emarginato.
L’illiberalità in fondo è solo questione di tecniche e di sfumature nella nostra italica patria.
“Non è opportuno”. “Scarsamente utile”. “Vedremo in un secondo tempo”. “È un momento politicamente difficile”. “Stiamo realizzando un nuovo gioco di sottili alleanze”. “Pur apprezzando il contributo di idee in questa fase…”.
Con queste frasi, omeopaticamente, si veniva fatti fuori.

rovine

Pasolini e Pescara

martedì, gennaio 9th, 2007

Caro Antonio,
forse già lo conosci, ma ho trovato questo brano di Pasolini – tratto dal reportage dal titolo La lunga strada di sabbia, con fotografie di Paolo di Paolo, realizzato per il mensile «Successo» (diretto da Arturo Tofanelli), e pubblicato in Pier Paolo Pasolini, Romanzi e racconti 1946-1961, Milano, Mondadori, 1998. Ora, arricchito dagli originali (conservati dalla cugina Graziella Chiarcossi, e affidati alle cure di Philippe Séclier) che presentano brani inediti “tagliati” dalla rivista, è stato pubblicato in Pier Paolo Pasolini, La lunga strada di sabbia, fotografie di Philippe Séclier, Roma, Contrasto, 2005 (= La longue route de sable, Paris, Editions Xavier Barral, 2005).
Ti trascrivo la parte riguardante Pescara e Francavilla. Te la trascrivo direttamente dagli originali dattiloscritti da Pasolini stesso, con i lapsus della macchina da scrivere (infatti, nel testo trascritto nel volume, alle pp. 175 e 177 – curiosamente le pagine pari sono bianche – hanno fatto opera di correzione, anche se, poi, hanno scritto “abbruzzesi”!).
Un abbraccio e a presto!

Alberto Giorgio Cassani

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Pescara [cancellato: Francavilla], agosto [1959, nota mia]
Con Francavilla, cominciano le grandi spiagge adriatiche, una nuova civiltà balneare.
Come sempre esiste un modello, una forma prima, un archetipo, che si riproduce in mille varianti, restando sempre identico. Suppongo che tale “forma principe” siano Riccione o Rimini, la cui forza di riproduzione si è espanta [sic] fin qui, per volontà dei comuni interessati. C’è come un eccesso, una sproporzione, un salto improvviso tra quello ch’è stata la “spiaggia” per tutto il meridione, e queste prime spiagge abruzzesi. Io per me, sento di rientrare nel mondo delle mie abitudini, dei miei ricordi. Ma mi sento tuttavia con un piede su un livello, e con l’altro piede a un altro livello.
La notte di Francavilla – vista otticamente – ha tutti gli aspetti delle notti balneari che sappiamo: ma acostata [sic], approfondita, rivela questo doppio fondo. Sul lungomare notturno, ancira [sic] modesto, c’è un trattenimento danzante, con un Mike Buongiorno [sic] locale, che con distacco e facilità di parola che gli permettono di essere quasi offensivo, organizza al microfono non so che giuoco o gara. Intorno al locale all’aperto, si assiepano gli indigeni, in piedi, a gruppi pittoreschi, quasi tutti maschi. Le donne sono solo quelle piccole borghesi, che presto rincasano. Restano poi solo nella penombra blu-jeans, magliette, teste tosate col rasoio. Il dialetto è aspro, massiccio. Dopo l’una, l’una e mezza, restano, nella balera, solo i ricchi, i parlanti in lingua. Oziano fin tardi, poi salgono nelle automobili, col fiacco spirito del borghese quando fa il viveur. “Sono tutto bagnato!” fa un giovanotto, tutto fiero, evidentemente di essere stato preso a colpi di sifone da qualche altro viveur più allegro. “E noi no?” fanno, con fierezza più compressa, due tre ragazze rintanate già dentro la macchina e modicamente decise a andare a letto.
La dicotomia tra i due mondi è ancora forte. Nella forma archetipa di Francavilla, lassù nel Nord, questo non avviene certo.
Pescara è splendida. Credo sia l’unico caso di città, di vera e propria città, capoluogo di provincia ecc., che esiste totalmente in quanto città balneare. I pescaresi ne sono fieri. Giungo all’ora del tramonto, della grande, frenetica passeggiata prima di cena. Chiedo a un uomo anziano dov’è un albergo. Lui si fa in quattro, vuol salire sulla macchina, col figlio. per accompagnarmi. Mi dice subito: “Eh anche lei come tutti, vedrà! Quando uno viene una volta sulla spiaggia di Pescara, ci ritorna! Ecco, vede, adesso va fino in fondo a questa strada. Prima della rotonda, c’è un’aiuola, dove è segnata coi fiori la data di oggi” E’ commosso, di fronte a tanta grazia, a tanto lusso. Sì, infatti ecco lì dei fiori rossi e viola a segnare la data di oggi, uno dei grandi giorni dell’estate, della città.
Il lungomare è un fiume di gente, elegante, bella, abbronzata, massiccia. Afferro al volo, della fresi [sic], nel frastuono del passeggio. Ecco un romanetto tosato come Caligola: “…s’è fatta il padre, poi un fratello e poi gli altri tre fratelli…” E un veneto, in compagnia di amici e di ragazze: “Sapete perchè i galli quando cantano, tirano il collo?” E una signora, probabilmente milanese: “Non so, magari in America, in Australia…”
Ognuno porta la sua pietruzza alla [cancellato: gran] Torre di Babele, al grande fritto misto all’italiana.

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