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La prima morte

mercoledì, 15 agosto 2007

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QUI GIACE
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
MORTA DI DOLORE
PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO
FRATELLINO PINOCCHIO

In questo episodio della favola di Pinocchio il burattino protagonista piange tutta la notte, la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre sul marmo mortuario che ricopriva il corpo sotterrato della Bambina dai capelli turchini. Qui, su questa tomba, una volta sorgeva una casa, la Casina bianca, che ora non c’è più. Pietro Chiostri, con il suo pennino, mi presentava quest’episodio con una tristezza esangue e senza luogo e nello stesso tempo mi salvava dalla visione della Bambina morta che per me sarebbe stata insopportabile. Solo una lastra di marmo con la croce, disegnata con la china, fu per me il primo aperitivo della morte.
Ma nella favola c’è qualcosa di ancora più terribile: l’impiccagione di Pinocchio a un ramo della Quercia grande.
L’agonia è lunghissima e il burattino, sbatacchiato dal vento per lunghissime ore, arriva alla fine del viaggio, dopo indicibili sofferenze, nel luogo dell’incertezza della morte. Lasciamo perdere poi i quattro spaventevoli conigli-becchini neri come l’inchiostro!
Ma non finisce ancora qui. La morte non è solamente esperienza risolutiva e finale.
La paura di morire ha una sua durata e, molte volte, essa sembra interminabile.
Pinocchio, inseguito dai noti assassini, corre dapprima per quindici chilometri per rifugiarsi su un’albero e poi ancora, per tutta la notte, per campi e vigneti.

Dentro il “Cuore”

domenica, 13 maggio 2007

cuore

Il 15 ottobre del 1887, data di apertura delle scuole, l’Italia fu inondata di “Cuori”.
Nel 1923 il libro Cuore di Edmondo De Amicis raggiunse la milionesima copia e 18 traduzioni.
Agli albori degli anni Sessanta era ancora lì, sui nostri banchi, a commuovere sempre meno scolari mentre la consunta bandiera tricolore si tormentava sul tetto della nostra scuola pascoliana.
Bisogna accontentarsi.
Anche noi abbiamo avuto, ma piccolo piccolo, il mito del sangue e del suolo.
Il racconto mensile Sangue romagnolo entrava nell’aula e nella cucina estiva della nonna che mi imponeva gli esercizi di lettura delle vacanze, portandosi dietro le dense nebbie romagnole e le distese buie e piatte della campagna. Il Muratorino era un nome e non un mestiere.
Sul racconto Sangue romagnolo io ho sempre coltivato un dubbio che non ho mai voluto comunicare al maestro Rosa per vergogna e per paura di apparire stupido ed essere deriso dai compagni. Nel racconto deamicisiano la nonna paralitica di Ferruccio, lo scapestrato ragazzo di tredici anni protagonista della storia, è sola in casa. Quest’abitazione “non aveva accanto che una casa disabitata, rovinata due mesi prima da un incendio, sulla quale si vedeva ancora l’insegna d’un’osteria. Dietro la casetta c’era un piccolo orto circondato da una siepe, sul quale dava una porticina rustica; la porta della bottega, che serviva anche da porta di casa, s’apriva sullo stradone. Tutt’intorno si stendeva la campagna solitaria, vasti campi lavorati, piantati di gelsi”. Come avrebbe potuto Ferruccio in mezzo a questa campagna deserta aver fatto a sassate con i compagni – ma dove mai abitavano questi compagni? – per poi tornare a casa sporco e infangato a tarda notte io non l’ho mai capito. Quando si scrive per i ragazzi non li si può prendere in giro così, bisogna essere precisi.
In realtà Ferruccio se ne stava tutto solo, solo come un cane, in quella terra dei morti nella “bassa” semipaludosa tra Ravenna e Forlì e le sassate forse era costretto a darsele da solo, non aveva compagni con cui giocare ed aveva una nonna che non era minimamente confrontabile con la mia.
Cosa mai aveva fatto di tanto male Ferruccio per meritarsi una pugnalata mortale?

I libri di Alonzo

lunedì, 30 aprile 2007

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Prima o poi incontriamo sempre qualcuno che ci apre la mente.
Nel mio caso non si è trattato di un’apertura tanto delicata.
Quell’autore mi ha aperto la mente con l’apriscatole, brutalmente. Non ho potuto che opporre l’abbandono.
In quell’unico libro, che possedevo da diversi anni – che mi consentì tardivamente di dare più corpo all’istintiva stima per la persona che me lo regalò – le pagine non volevano aprirsi come si deve; non con la svogliata sicumera di chi pensa di leggere con le mani e con possesso narcisistico: «Sì, c’è quell’autore, sepolto là, tra i pochi Adelphi, bello!» senza averlo veramente letto.
Tuttavia una lontana parentela con la svogliatezza e la noia quel libro intonso doveva avercela se fu proprio un giorno di sospesa noia che decise per me, intendo la noia vera, quella pensosa, ove si è in ascolto e si attende una qualche illuminazione, forse parente di melanconia, sua cugina lontana ma ancora un po’ presa dalle cose, dagli affari, dai traffici con noi stessi.
Non avevo proprio voglia di nessun divertimento quel giorno opaco, e invece.
È stato come entrare in un’automobile che ci pareva brutta e respingente, insignificante nella sua estetica così improbabile, sbalzata da un’eccentrico carrozziere, con le sue forme spigolose e ottuse insieme, senza costrutto logico.
Ma una volta entrati la scoprite comoda e confortante e a metterla in moto vi trasporta morbida morbida, con il volante leggero e sensibile, un’ottima tenuta nelle curve, una sicura frenata ed un’allegra partenza. Insomma guidarla e lasciarsi guidare sono un piacere.
E si fa notte che non ve ne siete nemmeno accorti, mentre questa bell’auto ormai elegante fende con sicurezza anche il buio.
Cosa volete che si faccia in questi casi. Si esce, si va in libreria, si prende tutto quello che c’è di questo scrittore e si prenota quello che non c’è. Un amico ci aiuta.
Con il tempo ci si spinge alla ricerca delle prime edizioni, cose sparse, ci scopriamo un tantino maniaci. Qualche volta c’è l’azzardo di scriverci su qualcosina, da discreto dilettante, ma con pudore. E se lo dimentichiamo è perché circola ormai dentro, con naturalezza.
Ma poi vi riagguanta con una cosa nuova, la stessa, che ora leggete con occhi nuovi.
Lo scrittore sembra crescere con me e non m’interessa condividerlo tanto; so riconoscere un compagno di strada, non occorre parlarne. Basta la parola d’ordine.
Non c’è fretta nel leggerlo – figuriamoci, lui, lo scrittore che si strofina con l’immortalità – lasciamo volentieri il passo ad eroiche tesi di laurea, alla saggistica pensosa, all’aforisma dell’intelligentone, alla citazione saccente, ai festivals, ai parenti, ai figli che di mestiere fanno i figli.
Ce la prendiamo comoda, non ci sono stazioni dove scendere, ci piace solo ammirare il paesaggio, sia urbano che campestre.
Non dobbiamo chiedere il permesso a nessuno, ci prendiamo quel che più ci piace senza esami, senza giustificazioni, a cuor leggero, come in un’avventura amorosa di primavera anche in tarda età.
Entrare in città con l’automobile ecologica del mio scrittore ti aiuta a capire italianamente le strade, i monumenti, le storie sepolte appena visibili nelle cose nascoste, ti fa resuscitare gli uomini che transitarono alla meglio in quella piazza, in quel vicolo smemorato, in quella casa annoiata; ti rianima l’inanimato e sotterra definitivamente la bandiera retorica della nostra incorreggibile stupidità, facendola sventolare in un ultimo e finale guizzo funebre.
Con lui, con lo scrittore, ho cominciato a farmi una biblioteca, la paternità di tutto quello che è venuto dopo è sua.
Insieme ai libri iniziai anche a collezionare le ragazze.
«Li hai letti tutti questi libri, Alonzo?»
«Certo che no» risposi.

Jean Baudrillard

giovedì, 8 marzo 2007

È morto, ed è una cosa reale.

jean baudrillard

Fotocopiare libri

sabato, 24 febbraio 2007

libri

I libri sarebbe meglio leggerli che fotocopiarli.
Gli autori vivono con i libri, non dimentichiamolo.
Poi è complicato sistemare tutti quei fogli ma soprattutto, diciamolo, leggere in fotocopia è poco piacevole.
A parte rare eccezioni (libri introvabili, ricerche impellenti…) sarebbe meglio comprarseli i libri o prenotarli in biblioteca.
Tranne per i libri Donzelli che andrebbero fotocopiati quasi per dovere. 48 pagine a 16 euri!
La stampa poi è discutibile e se ci sono immagini sembrano, appunto, fotocopie… tanto vale.
Si sospetta che spesso sono libri in parte finanziati o con le spese già coperte.
Fotocopiate pure tranquillamente i libri di Donzelli (soprattutto quelli per preparare qualche esame), sarete assolti.

Mario Sironi.

martedì, 20 febbraio 2007

sironi

A CURZIO MALAPARTE (1950-1955?)

Caro Malaparte

che avrà detto del mio lungo silenzio? Io non potrei rispondere subito alla sua lettera per questo tremendo lavoro che spesso per giorni e settimane mi rende inesistente.
E ne avevo dispiacere ma ero già malandato in salute per il soggiorno di Cortina per me una esperienza da evitare. Cominciò subito dopo il mio ritorno uno stato di salute ambiguo ed estremamente doloroso che doveva poi sboccare nella presente situazione. Ricorda la suggestione? Dopo pochi giorni che per dannata conbinazione furono di trambusto di lavoro e di fatiche che non avrei dovuto sopportare mi scoppiò nelle gambe il vecchio misterioso male che tante atroci sofferenze mi hanno fatto patire nel passato. Il primo giorno rimasi chiuso in casa, per almeno 18 ore senza potermi muovere, curare mangiare bere rispondere al telefono aprire a chi suonava. Immobile come un fachiro e gemente come un ferito. Per fortuna arrivò la mia amica che aveva le chiavi e che con la croce rossa mi portò alla clinica Columbus dove mi trovo da un mese e mezzo preda di dolori violenti e di una situazione di salute che in principio era spaventosa e ora è di una tetra e quanto mai [?] incerta aspettazione. Ma in tutto questo tempo e in mezzo alle mie sofferenze ho sempre pensato alla mia lettera morta al mio desiderio che così miseramente naufragava in un amaro soffrire che spesso non mi ha lasciato che gli occhi per piangere.
Fui tanto contento di ricevere la sua lettera!

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a cura di Elena Pontiggia.

Willem de Kooning

venerdì, 16 febbraio 2007

de kooning

«Il 18 luglio del 1926 il piroscafo britannico SS Shelley salpò dal grande porto di Rotterdam. Scese lungo il Nieuwe Maas, costeggiando la fila di banchine, percorse il Niuwe Waterweg (il canale di Rotterdam), superò l’Hoek van Holland, la lingua di terra che dal bassopiano si protende nel Mare del Nord, e si trovò in mare aperto. Il viaggio fino agli Stati Uniti durava dodici giorni. Ben nascosto dentro la nave, accanto alle immense fornaci della sala motori, c’era un passeggero clandestino di ventidue anni, Willem de Kooning…»

Continuate voi la lettura, ne vale la pena.

Philip Roth. Le parole di “Everyman”

mercoledì, 7 febbraio 2007

everyman

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