Anselm Kiefer e i metri quadri dell’arte.

27 maggio 2011

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varioson

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Ne I tre usi del coltello David Mamet (*) scrive che «lo scopo dell’arte non è cambiare ma allietare. Non ritengo che il suo scopo sia illuminarci. Non ritengo che sia cambiarci. Non ritengo che sia istruirci. Lo scopo dell’arte è allietarci: alcuni uomini e donne (non più in gamba di voi o di me) la cui arte può allietarci sono stati esonerati dal compito di andare ad attingere l’acqua e a raccogliere la legna. Tutto qui». Un suo personaggio, un attore dentro un set cinematografico turbolento, dice tra sè: «sempre meglio che andare a lavorare». E Flaiano: «mi spezzo ma non m’impiego».

Forse qualcuno crede ancora che dilettevole sia sinonimo di banalità  e di scarsa intelligenza? Spero di no. Il diletto si estende sino alle regioni più complesse e oscure dell’uomo; purchè siano ben rappresentate e sappiano, appunto, dilettarci, allietarci.

A questo pensavo leggendo l’intervista di Anselm Kiefer rilasciata a Fabio Gambaro sul quotidiano la Repubblica del 23 maggio 2011. Kiefer è un artista che ammiro molto ma ormai il Novecento (perchè Kiefer è artista del secolo scorso) ci ha abituato alle madornali sconnessioni psichiche di artisti, intellettuali, architetti, per non parlare dei filosofi che ancora leggiamo incantati, ma che hanno preso vergognose cantonate storiche… eppure, eppure ci hanno fatto intravedere luoghi impensati e ancora ne siamo affascinati. E poi, di alternativa, cosa rimane? E così anche la grandezza di Kiefer paga il suo debito alle altrettanto grandiose sciocchezze. Kiefer dipinge i grandi formati per combattere il Mercato così nessuno può metterli nel salotto (sarebbe meglio “living room”, per quanto piccolino). Dipingere piccoli formati, secondo Kiefer, « è come stampare denaro, quindi rifiutarsi di farlo è un modo per resistere alla pressione del mercato. Inoltre – continua Kiefer – le opere che si vendono meglio sono di solito quelle più facili e consensuali.Tutto ciò non m’interessa. Il troppo consenso è sempre negativo».

Peccato, a me piace il piccolo formato, la mia modesta collezione è quasi tutta così nel mio piccolo “living room” riminese. Direi: Piccolo e Formato, o, Piccolo è Formato. Sarebbero le misure a stabilire l’alterità, dunque (Paul Klee! Ah!). Poi c’è la questione della lotta contro il Leviatano, la lotta dell’artista (potendoselo permettere) contro il mondo e il Mercato.

Io continuerò a dilettarmi delle opere di Kiefer che vedrò per il mondo, e mi spiace per lui se questo può farlo inorridire, non m’importa, l’arte è al di là dei pistolotti degli artisti. Avvicinandomi ad un suo particolare materico, ad un segno-sfegio, o ad un piccolo simbolo grafico costruisco il mio microscopio e le misure per un Piccolo & Formato.

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© Antonio Marchetti

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(*) David Mamet, I tre usi del coltello. Roma 2010. Bella la prefazione di Francesca Serafini.

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Io personalmente ho sempre dipinto senza pensare al committente, indipendentemente dal formato che affrontavo ma non per mancanza di rispetto, anzi proprio per l’esatto contrario. Ho sempre pensato di essere il più possibile me stesso sperando che quel “me stesso” piacesse, allietasse, incuriosisse qualcun altro… ecco credo che l’arte debba soprattutto incuriosire.
La questione del mercato poi è sempre spinosa. Penso che la maggior parte degli artisti cerca dei “vendere” il proprio lavoro perché è gratificante, perché ti da la possibilità di continuare a lavorare perché è stimolante ma non deve essere l’unico obiettivo, altrimenti avrei già smesso da tempo
Mi fanno sempre un po’ sorridere questi personaggi “arrivati” quando si mettano a dire quello che è giusto dettare linee di comportamento.

Stefano Mina

Nostalgia del futuro

14 maggio 2011

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Antonio Marchetti per varisonadamestesso

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Qui, nel mondo in cui ci è capitato di nascere, si è sperimentato tutto: l’impensato lo si esperimenta oggi.

Il presente lo viviamo piuttosto preparati, meno coloro che perdono dignità economica e sociale che non hanno voce, a parte i format televisivi a tema ove si procede per emblemi. Gli sconfitti sono muti, mentre i più preparati, per quanto marginali ma che sbarcano il lunario, sono più ciarlieri: amano rigirarsi il giocattolo dell’indignazione tra le mani. Siamo impotenti entrambi, se messi di fronte alla potenza messa in campo; ma noi non ci sentiamo impreparati.

Qualche filosofo in giro per il Paese ad insegnare la “Polis”, qualche viaggio in Europa, qualche libro memorabile, una certa propensione ad avvertire il pericolo nel corpo prima che nella mente, alcune esperienze dolorose, la soglia dell’armonia e dell’equilibrio, l’amore, la passione per la Politica (per il “Politico” si diceva…), la scelta dell’A(a)rte, alla fine ci hanno aiutato a non essere colti di sorpresa.

Mentre ci aggiriamo tra le rovine già cogliamo le possibilità di giorni migliori. Forse l”indifferenza appassionata” perde colpi sulla “passione”, mentre l’indifferenza sembra cedere spazi alla “partecipazione”.

Una partecipazione “negoziata”. Di volta in volta, e non più come astrazione o dittatura.

Giuseppucci alla Galleria Percorsi a Rimini

9 maggio 2011

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marchetti vuoto

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Maurizio Giuseppucci mi ha chiesto di scrivergli qualcosa per la sua mostra riminese, ora stampata nelle belle carte di presentazione pensate da Leonardo Sonnoli per la galleria di Rosita Lappi in via Serpieri. Anni fa un altro artista, amico anche lui, mi chiese più di vent’anni fa un testo sul suo lavoro, Giovanni Lombardini. A parte  costoro non ho mai presentato nulla, non sono un critico, e se scrivo di artisti molto spesso si tratta di morti. Dunque Giuseppucci e Lombardini sono gli unici “morti viventi” su cui ho scritto. Molto divertente, e piacevole, scrivere sui colleghi, amici. Il diletto sta nel dire delle verità disincantate, che alla fine valgono per tutti noi, per me.

Ma questo presuppone una idea di comunità dell’ arte che non c’è, e dubito ci sarà.

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Ecco il testo:

La bassa risoluzione di un archivio.


Il sintomo di una perdita – o di uno stato confusionale – che le “parole” di spiegazione-traduzione dell’arte contemporanea rivelano, sta nel pericoloso ritorno ad un linguaggio esoterico e autoreferenziale di cui non ne sentivamo più il bisogno, che rischia di allontanare il pubblico dal privato creativo. Oggi abbiamo bisogno di una lingua “nuda”. Il lavoro artistico di Maurizio Giuseppucci, fortunatamente, spinge alla sintesi, all’immanenza, alla logica del grande gioco dell’arte.

Internazionale, globale, costantemente connesso col mondo, cibernauta, ma  autenticamente “italiano”, artista del trauma, del naufragio e dello shock. Se poi il trauma ed il naufragio paiono alle nostre spalle le sue opere provvedono ad accorciare le distanze. Lo shock è dentro il suo linguaggio, levigato e “superficiale”, elegante e di confortevole “design”, visivamente appagante ed estetizzante, sintetico e prosciugato dalla circolazione sanguigna, shock anemico, congelato. I vampiri della Storia (e dell’Arte) sono già passati. Ma non bisogna abbandonarsi troppo all’inganno: il depistaggio è la “forma”, e viceversa. Successivamente, accettato il suo seducente invito ad entrare – che potrebbe condurre all’inferno della Storia – il pensiero ti assale e le memorie vengono in superficie, drenate in modalità incontrollate; da qui lo shock, anzi l’elettroshock che Maurizio Giuseppucci ci somministra con leggere scariche elettroconpulsivanti (attraverso la distanza formale dei pixel e di una voluta “bassa” risoluzione digitale) che agiscono nella profondità delle nostre storie rimosse, e mai ricomposte. Le sue opere richiedono una tua particolare partecipazione; sei preso al laccio, attraverso uno shock dolce;  poi sei lasciato  a dibattere con te stesso. L’opera scompare e restiamo soli, a pensare. Come soli lo siamo sempre, dietro le maschere socializzanti, autoconsolatorie, consumistiche.

Artista “italiano”. Nel suo video omaggio-congedo alla macchina da scrivere “lettera 32″ dell’Olivetti, la concettualità asettica è in verità una partecipazione appassionata alla filosofia aziendale di Adriano Olivetti, una storia italiana straordinaria che Giuseppucci innalza come vessillo contro la corruzione  contemporanea. Poi, finito di scrivere le sue cifre, si ritrae, chiude la custodia e si propone per qualche “frame” con un profilo tagliato a metà. Quanto basta. Un ritrarsi con passione.

Nell’opera “Il piatto piange”, ove immagine e funzione coincidono, rivediamo fotogrammi (frame) del film di De Sica, “Umberto D”. La distanza storica corre parallela al distacco stilistico: le immagini sono fotografate dallo schermo del computer, come se ad una bassa risoluzione potesse corrispondere un’accentuazione del sentimento patetico-archivistico. In “Dittatura Dettatura” viene riscritta una pagina di un dettato scolastico in epoca fascista e le immagini sono riprese da un cinegiornale sulla gioventù fascista. Inevitabile la declinazione, nonostante i rapporti di scala storici, ove la vocale di slittamento si fa carico del punctum: dettatura-dittatura politico-mediatica di questa stagione contemporanea.  Una questione che non riguarda solo la Storia. Per Maurizio è una questione di stile, e di tavolozza. Il rosso sarà quello leninista e maoista, l’oro quello dei memoriali, il nero il lutto della democrazia, il frammento l’improbabile museo, mentre l’ingannevole trasparenza delle sue barre in plexiglas sono la delicata piombatura-sepoltura irreversibile che l’artista imprime al suo lavoro. Piccole tombe, con ineffabili lapidi.

© Antonio Marchetti


La democrazia e il maialino di Nonna Papera

4 maggio 2011

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marchetti verdetto

Qualche anno fa lessi su Topolino una bella storia con Paperino protagonista.

Quasi tutte le domeniche Paperino va a trovare Nonna Papera, per gustare le sue buonissime torte. Nel recinto vicino la casa c’è un maialino che Paperino immancabilmente insulta e disprezza: “guardati come sei brutto, sporco, sempre a rotolarti nel fango, non fai nulla, mangi a sbafo,vergognati!”. Ma un giorno Paperino viene raggiunto da una drammatica telefonata di Nonna Papera che lo informa circa il rapimento del maialino e della richiesta di un riscatto. Paperino si mobilita immediatamente, si mette nelle tracce dei criminali, li trova, li fa arrestare e libera il maialino tutto felice che abbraccia riempiendolo di baci e carezze. Il maialino viene riportato dalla nonna tutta contenta e rimesso nel suo recinto. La domenica successiva Paperino come al solito si reca dalla nonna fermandosi prima davanti al recinto e, rivolgendosi al maialino, ricomincia con gli insulti: “guardati come sei brutto, sporco, sempre a rotolarti nel fango, non fai nulla, mangi a sbafo,vergognati!”

La democrazia è come quel maialino; la critichiamo e la disprezziamo, la sottoponiamo ad atroci e cinici giudizi ma se qualcuno ce la sequestra o la uccide siamo disposti a tutto per riaverla e per farla rivivere, brutta o insoddisfacente che sia.

Philip Roth, lanciatore di giavellotto

21 aprile 2011

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marchetti nemesi

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Nelle due pagine finali, nella descrizione del gesto atletico antecedente ad una catastrofe più che individuale  che colpisce il protagonista del romanzo  “Nemesi” , nella scioltezza ginnica della lingua anch’essa impegnata in una dimostrazione sportiva, troviamo, per fortuna e per la nostra felicità, la grande letteratura che Philip Roth non ci fa mancare da diversi anni, e da diverse stagioni. Le nostre stagioni.

Bucky Cantor, di Newark, alla fine del romanzo lo vediamo su una sedia a rotelle a causa della polio (tutto il romanzo è affetto dalla polio!) ma Roth e il suo perenne dispositivo, il suo eterno doppio, ci descrivono alla fine, quasi ad esorcizzare poeticamente quell’uomo immobile, un antico lancio di giavellotto; forse solo da un punto di vista fermo e distaccato è possibile computare così meticolosamente i dettagli di un “lancio” divenuto agli occhi del narratore quasi epico. L’azione è irrimediabilmente compromessa ma vibra la nostalgia di un’invincibilità, perfezione corporea e coordinamento delle energie, qualcosa che poteva prendere altra strada, e che nelle pagine del libro assume tonalità crudeli soprattutto quando si descrive la bellezza e la forza giovanile.

Philip Roth lancia ancora il suo giavellotto, ed il suo è gesto antico. Il lanciatore di giavellotto pare un eroe greco. Un eroe vero, tra l’oro e la polvere. Com’eravamo con ogni probabilità anche noi.

Arcimboldo Savinio e altre milanesità

6 aprile 2011

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Marchetti-Urbini- Mostra Arcimboldo

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Il dipinto di Savinio dal titolo Una strana famiglia, del 1947, contiene più di un motivo arcimboldesco.

In effetti, Giuseppe Arcimboldo e Alberto Savinio si ritrovano quasi insieme in questi giorni a Palazzo Reale.

Ad accompagnarci nella mostra del pittore greco-italianissimo c’è la voce di Toni Servillo che legge una selezione di brani tratti dalla ponderosa produzione saviniana (non c’è scrittore italiano per gli italiani più straniero di Savinio – scriveva Leonardo Sciascia).

Trovandomi in orario di apertura mi aggiro felicemente da solo tra le sale, affiancato costantemente dal custode con il quale cerco di condividere ad un certo punto qualche mio commento, fingendomi crudelmente più ignorante di quello che sono. Lui ben felice inizia a spiegarmi i quadri e a parlarmi di Dio. «Vede queste sfumature, son cose difficili, non sono casuali, è un dono di Dio e guardi le onde del mare e il cielo, l’artista non ha fatto tutto da solo, è aiutato da Dio, senza Dio non può fare niente». Il custode vedeva Dio dappertutto. Io ero affascinato e gli davo briglia ma fino ad un certo punto, sino al bozzetto di una piastrella pensata per la casa di Malaparte. Gli spiegai che la maiolica pavimentale era per la casa di Capri. «Ma veramente? Io sono di Napoli e a Capri ci andavo sempre, ma dov’è questa casa?»

«Lei si ricorderà, è una casa che sul tetto ha una gradinata». «Sì, quella lassù in alto, mi ricordo». Fine di Dio e nascita dell’uomo, in alcune autenticità. Non sarebbe dispiaciuto a Savinio questo teatrino. La mostra di Arcimboldo è ben curata e ben allestita, soprattutto è molto efficace la documentazione relativa all’ambiente milanese ed europeo della seconda metà del XVI secolo. Ho visto finalmente il famoso autoritratto di Giovanni Paolo Lomazzo, conosciuto come l’autoritratto in veste di Bacco, e le tempere di Jacopo Ligozzi per le splendide collezioni librarie.

Uscito dalle sale di Palazzo Reale, di Europa (quella saviniana e arcimboldesca ma anche di quella odierna) ne vedo sempre di meno a Milano, che meriterebbe di più, riacciuffando quella speranza che serpeggiava nelle pagine di Ascolto il tuo cuore città, lo splendido libro di Savinio su Milano scritto nel 1943 e pubblicato l’anno dopo, quando la città fu devastata dai bombardamenti. Nella bancarella di via dei Mercanti trovo, qualche ora dopo, la prima edizione mondadoriana di Infanzia di Nivasio Dolcemare a soli 30 euro. Tout se tient.

E il contemporaneo?

Mimmo Paladino ha riproposto tra il Museo del Novecento e Palazzo Reale la montagna di sale infilzata dagli anoressici cavalli. A Napoli, in Piazza del Plebiscito, c’era il vuoto che valorizzava l’opera; qui pare come rinsaccata e pure schiacciata dal Duomo; è una piccola montagnola, transennata, che non interagisce per nulla.

Il titolo è: “La città che sale”. Avete capito eh? Il gioco di parole di boccioniana memoria!? Non è il massimo questo titolo, lo so, ma che volete farci.

Nella Galleria Vittorio Emanuele Paladino è anche atterrato con un aereo dipinto da lui (in realtà è opera di alta carrozzeria e verniciatura). Titolo dell’opera : “Cacciatore di stelle”, alla Alan Sorrenti, suo corregionale. Cose così in genere attirano i giapponesi ma ora con i problemi che hanno se ne vedono molto di meno in Galleria.

Per gli scudi e i quadri ero distratto da una dirompente primavera ripulita da venticello alpino, non volevo perdermi questa metereologia fortunosa.

Recentemente di un certo interesse per l’arte contemporanea è la dichiarazione di Maurizio Cattelan di lasciare l’attività, in continuità “evolutiva” con quella mostra di diversi anni fa “Torno subito”. Galleria chiusa: fuori questo avviso all’ingresso. L’ennesima opera di Cattelan dopo l’allestimento mediatico della sua morte.

“The end”.

Titolo alla Mel Brooks.

Sforacchiare il Guggenheim Museum di New York

28 marzo 2011

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vario son da me stesso.je prie..

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“Quando la prima bomba atomica colpirà New York, l’edificio non verrà distrutto: Potrà volare in aria per qualche miglio, ma quando verrà giù, rimbalzerà”. Con queste parole, ci ricorda Francesco Dal Co, nel 1945 Frank Lloyd Wright illustra al pubblico newyorkese il modello della “Modern Gallery”, il Guggenheim Museum. Nell’anno del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki l’immagine evocata da Wright risulta piuttosto inquietante, oltreché bizzarra. La fiducia nelle proprie forze e capacità erano per l’architetto americano fuori discussione; l’unica architettura che si sarebbe salvata era la sua, anche perchè, secondo lui, a New York non c’era l’architettura, il suo Guggenheim sarebbe stata la prima vera opera architettonica. C’erano voluti 17 anni per portare a termine il “gigantesco portapillole”, come aveva sarcasticamente definito il Guggenheim Lewis Mumford. Da allora ad oggi bombe non sono cadute a New York, se si esclude il tremendo attentato alle due torri del Word Trade Center ritenute dai terroristi più iconiche, oltre che più “redditizie” dal punto di vista della devastazione materiale e umana.

Tuttavia, almeno virtualmente, la molla di Wright, è stata massacrata e quasi distrutta. Parliamo di cinema. Nel thriller di Tom Tykwer, “The International”, dopo una serie di vicissitudini che vede un agente dell’Interpol inseguire per mezzo mondo una grossa organizzazione criminale, le scene finali si svolgono nel Guggenheim Museum, ove si concluderà anche l’esito dell’indagine in una sparatoria forsennatta ove l’opera di Wright viene completamente sconciata a colpi di pistole automatiche e mitra. Anche la cupola viene colpita dalle raffiche di pallottole e crolla sui corpi dei criminali.

Per i cultori della religione di Wright c’è da star male nel vedere quelle immagini, mentre per i criminali, e gli agenti, quel museo è un luogo come un altro.

Tre punti Einaudi a Rimini

18 marzo 2011

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antonio marchetti e 99 malattie

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La libreria Einaudi di Rimini si è spostata di alcune decine di metri, al civico 17, nella stessa via Bertola. Spazio ampio e funzionale e più disponibile ad accogliere gli incontri con gli autori, letture e altre attività, non ultime le periodiche esposizioni d’arte contemporanea che qui faranno meno fatica a competere con lo spazio dei libri. Per rimanere al 17, in questo caso il giorno del festeggiamento del 150° anno dell’unità d’Italia, la libreria ha pre-inaugurato il nuovo spazio, ormai quasi pronto, ospitando due autori einaudiani, Michela Murgia e Marcello Fois, entrambi diversamente sardi. Grande successo, grande voglia di ascoltare, di partecipare, di leggere. La città felliniana-mortifera si arricchisce di un ulteriore luogo ove esercitare il proprio esserci autentico e spontaneo, a dispetto della vacuità e distanza degli amministratori e politici impegnati tra notti rosa, capodanni, fondazioni e rifondazioni varie a colpi di cambiali in protesto. Non c’è altro modo, la città bisogna costruirsela, o una parte di essa, e difenderla con le unghie. Il pomeriggio con Murgia & Fois è scivolato via piacevolmente e non è certo mancata la politica e la polemica, nel senso etimologico alto, visto che i due scrittori si sono autodefiniti “scrittori antagonisti”. Il nervo scoperto di scrivere per una casa editrice la cui proprietà pone problemi di coscienza (un mal di denti aperto da Vito Mancuso mesi fa) non è stato affatto rimosso, anzi, ciascuno ha ribadito la propria posizione motivandola con chiarezza e onestà. Tuttavia si dovrebbe parlare più di letteratura, la propria, o quella che si ama, per evitare quella  tendenza che ormai ha preso piede nei talk-show televisivi o nelle interviste ove si parla sempre d’altro; se si è attore, regista, scrittore, pittore (raro) tutto in ogni caso si sposta nella richiesta o nel fornire opinione su tutto, e raramente si entra nello specifico di ciò che si fa, se non altro per capire di cinema, di letteratura, di arte.

Si può essere antagonista, forse,  parlando un pochino più di letteratura, e trovare in essa la forza scardinante e rivoluzionaria da contrapporre alla cultura piatta e manipolatoria del glamour. Michela Murgia ha posto una domanda molto importante, e le sono grato per questo, circa gli scrittori italiani in un confronto con gli americani. Chi narra la nostra storia così come la sanno ben narrare gli scrittori americani? Una domanda che risuonerà per lungo tempo. Lo so, avrei dovuto alzare il ditino e dire che forse Sebastiano Vassalli, anche lui einaudiano, qualcosa ha pur fatto. Forse gli americani hanno una identità e appartenenza, almeno a tavola, davanti all’annuale tacchino? Può essere!

In bocca al lupo ai nostri giovani librai.

Locus solus

28 febbraio 2011

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marchetti-gambalunga

Una felicità semplice, fatta di un lavoro dignitoso, della possibilità dell’individuo di provare quanto vale. Di ricevere quanto merita. Non è il sogno di un paradiso inesistente ma di un luogo un po’ diverso, dove l’ingiustizia, il favore, la raccomandazione del potente di turno o addirittura un posto in consiglio regionale o in parlamento, non esistano più.

Roberto Saviano

Saremo costretti a mangiarci anche noi i maestri, gli eroi, i portavoce della legalità; già si comincia. Un cannibalismo inevitabile, contenuto nei media e determinato dall’esposizione stessa degli eroi, soprattutto se gli eroi si incamminano verso il  mito, con la loro funzione riparatrice, di ricomposizione sociale e di attivazione di coscienze; miti necessari. Sarò sempre dalla parte di Roberto Saviano. Già questo mio enunciato lo trovo stupido ed impoverente. È la gabbia in cui sono costretto a scegliere, una limitazione della mente, una condizione tutta italiana ove sono libero, ma in uno spazio pressurizzato. Nelle grandi opzioni (Bene/Male, Mafia/Legalità, Giudici/Imperatore porno-pop, Saviano/Presidente della Mondadori e così via) c’è poco da discutere, stiamo dove siamo sempre stati, già da adolescenti: nel giusto e nella verità, anche con quegli antichi paraocchi ideologici. Non si può ignorare il fatto che in questo modo ci si impoverisce; subiamo perenni bicromie a stesura piatta, non per scelta stilistica, ma per imposizione del negozio di colori. Mi impoverisco nel compulsivo bisogno di informazione; più sono informato è più mi inaridisco mentre nei talk-show mi si invita a prendere coscienza acquistando un libro che viene pubblicizzato, o per andare a vedere quel film, quel teatro. È alquanto raro che un ospite televisivo non sia legato ad un business editoriale o mediatico, in senso buono, come sono buoni il successo ed il glamour. In queste barricate mediatiche tra grandi semplificazioni oppositive, dopo che sono scomparsi i partiti e le ideologie che ci chiamavano a prendere posizione, in questa immediata richiesta di una scelta sembra contenuta una forma di dominio di massa, la creazione di menti prigioniere. D’altra parte ad impoverirsi è la letteratura stessa, che deve soccombere a quella “eroica”, di “indignazione”, mobilitante, che si vende di più.

È impressionante la mole di energia economica, pubblicitaria, editoriale  e mediatica, che il declino italiano mette in campo. Per non parlare delle grandi manifestazioni di massa, sempre più originali e già confezionate per il  messaggio-massaggio dei media. Allo stupore della stampa internazionale circa l’accettazione passiva degli italiani dello stato esistente, corrisponde il mio stupore circa il grande business della “vergogna” e dell’”indignazione”, con le alte percentuali di share televisivo ove sono protagonisti gli eroi, con imponenti investimenti pubblicitari. L’accellerazione antropologica degli italiani, distorta e drammaticamente devastante, è stata determinata dalla televisione; tale rimane. Gli anni ideologici ci spingevano sino al conflitto interiore, sconciavano identità. Le grandi narrazioni televisive oggi semplificano i conflitti e ricompongono identità falsamente semplici. Identità spendibili nel mercato. Non eravamo così. Eravamo complessi. L’Italia è un disastro anche per questo: il sistema democratico collassa, ma sul collasso si fanno affari. Abbiamo firmato di tutto sul web, tutte le petizioni possibili. Non scendo in piazza da anni, per me la piazza è il caffè la domenica, o il mercato del sabato e a volte quello dell’antiquariato una volta al mese. Basta, la piazza delle nostre città è fatta per la vita e non per la controvita. Vorrei  una felicità semplice, alla Saviano. Desidero essere normale, quasi un qualunquista, un qualunquista informato, un qualunquista responsabile. Con un’etica, parola magica. Le grandi opposizioni valgono ora, ma domani, quando questo laboratorio italiano della latrina eliogabalesca forse verrà smantellato, nella speranza di un ricominciamento di cui dubito, chi mi garantirà la libertà, la sfumatura, la voce fuori dei due cori, l’autonomia di pensiero, l’audacia di essere contro per dire finalmente a qualcosa? Chi, chi lo garantirà? Coloro che oggi si professano i “conservatori” della legalità? Quale lingua parleremo? Quella piana ed equilibrata, moralmente depurata ed eticamente corretta (corretta dall’editor, anche), quella che oggi è lingua oppositiva e che contiene una prefigurazione di futuro e di nuovo ma che forse è solo movimentazione resistenziale e conservativa di norme costituzionali, a cui sino a ieri prestavamo una distratta attenzione? Nondimeno, la facilità con la quale viene sconciata ed attaccata da virus letali la regolamentazione istituzionale, dimostra non solo la nostra consueta distrazione storica concernente la “cittadinanza”, ma anche la debolezza degli anticorpi, oggi sfibrati in una estenuante e sorprendente “testimonianza”, spesso perdente ma che tuttavia deve farsi carico di carenze fondative. Gustavo Zagrebelsky ci mette in guardia circa l’uniformità della lingua, spia di una degenerazione della vita pubblica, e di quella politica. Ma la lingua che si contrappone alla degenerazione ed alla corruzione della vita pubblica è anch’essa spia di qualcosa: debolezza e monotonia, slogans e ripetitività, nuovi ricatti ideologico-consumistici, riduzione del cittadino a spettatore-consumatore, riduzione della tavolozza cromatica della lingua.

Una vera decostruzione della lingua del tempo presente la si fa con una lingua “altra”, che non abbiamo.

Fellini e Flaiano

13 febbraio 2011

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il bidone

Copertina originale de ‘Il bidone’ con schizzi e disegni di Flaiano e di Fellini. Fondo Flaiano, Lugano (dal numero monografico di “Cartevive” – catalogo della mostra di Lugano in omaggio al centenario della nascita di E. Flaiano – n.45, novembre 2010, p.66)

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A cosa serve una Fondazione? Ad indebitarsi. Ennio Flaiano in questo caso direbbe che Fellini non riposa in pace, almeno a Fellinia, con le cambiali da pagare. Tuttavia anche lui, a Pescara, con l’Associazione  ed il Premio a lui intitolato, non se la passa tanto bene. La Fondazione Fellini lavora, non c’è dubbio; il maestro cerimoniere Dott. Boarini, mi ricordo, si dava un gran da fare. Con il nuovo Direttore vedremo; ma con i Professori e i Dottori bisogna andarci cauti. Il mio disamore per questa Fondazione nacque diversi anni fa all’anfiteatro romano di Rimini, in una proiezione estiva del Il Bidone restaurato. La “chiacchiera”, per usare una parola alta e filosofica, si esercitava sulle dicerie del tasso alcolico del grande attore Broderick Crawford sul set; non venne mai citato Flaiano che aveva lavorato alla sceneggiatura con Tullio Pinelli. Una serata provinciale: parlava chi doveva tacere, chi doveva parlare non c’era. Già allora mi accorsi che si lavorava poco, con il consueto delirio di grandeur, e maluccio. Riportiamo non a caso la copertina originale de Il Bidone con schizzi e disegni di Flaiano e Fellini, conservata nel Fondo Flaiano di Lugano. Si tratta di una sintesi narrativa a quattro mani molto preziosa, che parla da sola.

Probabilmente la responsabilità, per una “piccola” parte  –  dipende dai punti di vista – ce l’ha il Morto da vivo. La prima edizione delle sceneggiature dei films di Fellini, nelle edizioni Cappelli del 1963, conteneva i nomi degli sceneggiatori; in quella einaudiana del 1974 gli sceneggiatori spariscono. Perchè? Flaiano era morto (1972). Più recentemente la Fondazione Fellini ha organizzato un convegno dal titolo “Pinelli e gli altri”, ove Flaiano evidentemente stava dentro “altri”. Flaiano, intimamente,   considerava Fellini un uomo futile. Forse in forma inconscia Rimini-Fellinia non può permetterlo, per quanto della futilità questa città con vocazione turistica ne è diventata  la capitale. La Fondazione riminese e l’Associazione pescarese hanno in comune, per i reciproci morti, i premi e il mare Adriatico anche se, per ironia della sorte, i nostri Maestri si sono ritrovati vicini nel Tirreno, bagnandosi spesso insieme in un mare opposto.

Il Premio Fellini e il Premio Flaiano, come tanti altri in Italia, hanno l’obiettivo di raggiungere massimi risultati con il minimo sforzo intellettuale. Con sforzo economico notevole. Si punta al glamour, con le prospettate “ricadute” “turistiche” ed economiche per la città. Le “ricadute”, per i residenti e le cosiddette nuove generazioni di riminesi, sono dubbie. Sul piano formativo scarse.  La Fondazione Fellini ha lavorato poco con le scuole. Saccenteria e snobismo animano la ricerca del glamour, ove intelligenti e cretini operano insieme. I nostri ragazzi poco sanno dei films o delle colonne sonore di Nino Rota. I Premi puntano a qualcosa di grande, mirano all’evento, e credo che la parola “Evento” abbia origine nell’antico postmoderno proprio a Riminum. Ancora oggi è oggetto di convegni, tipo “L’evento che verrà”. Stanchi post damsisti fanno ancora giochini di enunciati anni Ottanta del secolo scorso: “Eventi del futuro e futuro degli eventi”. Ma chi le pensa queste cose? Il presente? Cancellato, obsoleto, scapolato; si punta al futuro. La “macchina” del futuro indebolisce noi desueti viventi, che si tenta di costruire qualcosina, così poco glamour, per l’oggi. Ecco perchè ci si indebita e si rischia il fallimento; perchè si pensa in grande. Quando si pensa in grande si sciala, si sciala e ci si diverte. Ci si diverte e si dibatte con lo specchio. E si fa deserto. Incapaci nel nuovo (troppo rischioso), si preferisce triturare il corpo morto del grande innovatore del passato interrogandolo con le tecniche di Mesmer. Fellini e Flaiano hanno lavorato e prodotto le cose migliori nell’Italia del benessere. In quell’Italia si annidava il futuro che è stato; lo hanno visto, in gradazioni diverse. Nell’Italia del malessere, i Grandi Morti sono diventati merce politica, pretesti per lo sperpero, alibi per narcisismi fallimentari, Icone usate nell’autoreferenzialità intellettuale. La Fondazione Fellini forse dovrebbe sparire. In una edizione della Sagra Malatestiana vedrei volentieri le proiezioni dei films di Fellini con l’orchestra dal vivo che esegue le colonne sonore di Nino Rota. Non si tratta solo di creare un climax particolare, ma mettere in contatto due manifestazioni, che hanno in comune anche gli stessi soldi, Fondazione Cassa di Risparmio e Carim che, oggi, mentre scriviamo, è commissariata e sottoposta ad indagini penali e fiscali. Unire musica e cinema in omaggio a Fellini è difficile perchè “connettere” due “lobby” significa mangiare meno. Infine: costruire una memoria felliniana partendo dalle scuole.

E ancora: mi affiderei alla Biblioteca Gambalunga, e aprire qui un Fondo Fellini, gestito da personale competente ed in grado di “custodire” e “valorizzare” il patrimonio del nostro Maestro.

Restituire ad una grande biblioteca pubblica ciò che è memoria documentale di un concittadino celebre. Affidarla, insomma, a professionisti, riunendo un fondo biblioteca e cineteca Felini in un unico luogo.

I parassiti diminuirebbero, la politica ci perderebbe. Ma la città ci guadagnerebbe. Ma quale città?

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Ottimo e abbondante. Una riflessione dai pensieri lunghi. Ciao.

Massimo Palladini

“Teorema” di Pasolini secondo Maccari

31 gennaio 2011

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Mino Maccari: “Il Teorema di Pasolini”. Penna a sfera blu e acquerello, cm 15,9 x 11. Fondo Flaiano, Lugano. (dal volume Satira è vita, Bologna, Pendragon, 2002, p.104).

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marchetti maccari pasolini

Malati alla ribalta

27 gennaio 2011

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Aredt Marchetti

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La psicoanalisi e la psichiatria difettano nelle analisi nell’era dell’Imperatore porno-pop. Sulla schizofrenia dei sostenitori del Capo, sulla scissione della personalità di chi mente per obbedienza o per paura della ricattabilità, sulla rimozione persino visiva di ciò che “è” ne leggiamo dal grande giornalismo ma non dalla letteratura medica. Vero è che le riviste sono tramontate e quelle che restano, in tale settore disciplinare, si sono rattrappite in ambiti specialistici e poco diffusi. Qualche decennio fa, grazie alla “politica”, psicoanalisi e psichiatria erano diffuse ed i lettori di tali problematiche non erano necessariamente specialisti ma vivevano la politica nell’esistenza. Appare il deserto rispetto ad un recente passato e ad un presente vuoto. Quotidianamente siamo di fronte a casi clinici eclatanti che la politica italiana offre attraverso la televisione; primi piani indicativi, fratture tra volti e parole, tra le parole e le cose, tra verità e menzogna. Colpisce la ripetizione degli stessi sintomi in soggetti diversi, come se si trattasse di menti prigioniere dello stesso meccanismo. La psicoanalisi e la psichiatria potrebbero aiutarci, al di là delle semplificazioni dei media, ad entrare in profondità e far emergere una verità, quella umana, e a liberarci da ciò che forse tiene prigionieri anche noi che ci consideriamo esenti o non appartenenti al mondo dell’Eliogabalo contemporaneo che domina l’Italia. Le grandi scritture sui meccanismi totalitari, vittimari, le decostruzioni del reale che ci aiutavano a vivere paiono scomparse. Dobbiamo fare tutto da soli e ci distacchiamo giorno dopo giorno dai nostri simili, che cominceremo a non riconoscere più come nostri simili. Sarebbe necessario mettere in piedi una nuova Costituente del senso comportamentale comune che ancora rimane, prima che tutto vada perduto. E stigmatizzare le patologie.

Damien Hirst e la “Vanitas”

10 gennaio 2011

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marchetti ligozzi.

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Tra le più belle vanitas sceglierei quella di Jacopo Ligozzi della collezione Lord Aberconway.

Questo Memento mori è rappresentato in maniera sublime e raccapricciante.

C’è, naturalmente, l’immancabile specchio. L’ultima vanitas, che ha fatto tanto scalpore, probabilmente è quella di Damien Hirst. L’opera ha trovato in Palazzo Vecchio a Firenze una collocazione più convincente e legata alla tradizione dell’arte, si presume. Ma anche più rischiosa.

Si tratta, come molti sanno, di un teschio rivestito da 8.601 diamanti per 1.106 carati.

Un Memento mori costosissimo, aggiornato alla contemporanea caducità della vita e al mercato artistico che la riscatta. Eppure, come per Cattelan, anche per Hirst non si parla di tradizione, ma di novità, o di tutte quelle noiose varianti trasgressive sempre in affanno che alimentano il sistema. Quest’opera, spesso, non viene annoverata nel genere delle vanitas, probabilmente per “spezzare” una continuità dell’arte, immaginando terremoti molto virtuali ed economicamente redditizi; al momento. Ma questo è altro discorso.

Damien vi contribuisce, forse fingendo inconsapevolezza: “Per molto tempo ho letto solo libri scientifici, volevo fatti. Non mi interessava la letteratura”, ha dichiarato in una recente intervista di Cloe Piccoli. Questo vale anche per la letteratura dell’arte, si presume.

Lo dimostra il titolo di quest’ opera: For the Love of God, che risulta alquanto banale rispetto all’impatto che l’opera dovrebbe provocare. Un  titolo molto global, buono per tutte le stagioni e geopolitiche connesse.

In queste incursioni Hirst sarà costretto prima o poi a studiare un pochino, ed interessarsi di letteratura (dell’arte), o affidarsi a consulenti più colti.

Hirst dà un valore autentico alla sua opera, vuole “fatti”. In Ligozzi la ricchezza è puntigliosamente dipinta ed un esperto potrebbe farne conto. Nel suo passaggio storico Hirst è costretto ad esibire ed usare “fatti”, il valore vero dei diamanti. Con un valore aggiunto: l’opera.

Forse Giancarlo Politi (enigmatico, ondivago ed intelligente direttore di Flash Art) scegliendo quale icona di augurio, per le feste e per l”anno nuovo, il teschio diamantato di Hirst, vuole indicare l’effimero dell’arte come nella vita. Chissà se è vero. Ci credo poco.. Siamo in un doppio gioco. Quello dell’arte.

Quella profondità nella storia europea, che aveva prodotto quel genere pittorico, oggi si dispone nella superficialità pubblicitaria. Un genere “mascherato” dall’ignoranza, con l’artista che ne sancisce la “casualità”. Non è un caso che Damien dichiari il suo “amore” per Warhol. Lo sapevamo.

Quello che non si accetta è il rattrappimento o il silenzio autocastratorio dei nostri saperi e delle nostre complessità critiche di fronte ad un’opera e ad un genere  che nel Seicento europeo era molto frequentato.

Che si collochi, almeno, il nuovo nella continuità-discontinuità, con qualche pensiero intelligente!

Ma, purtroppo, i “curatori” si sono sostituiti ai critici di qualche anno fa. All’intelligenza di un potere oggi abbiamo il servilismo stupido ad un potere, fondamentalmente analfabeta sull’arte.

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Hirst-Politi.

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Un commento di Rosita Lappi.


Il teschio di Hirst. Concordo sulla smemoratezza che aleggia sull’arte contemporanea, che si priva, per quello che sembra una snobistica estemporaneità concettuale, del sedimento storico e antropologico e quindi dello spessore concettuale delle opere. Quante si reggerebbero senza la superficiale e glamourosa girandola mondana del sistema dell’arte, a cui preme solo esporre il potere e fare girare dei soldi?

Qualcosa si, molto altro no.

Mi sarei fermata qui, persuasa che il tentativo di suggerire una vanitas oggi non ha più forza dichiarativa nè rituale, banalizzata dal frullatore mondano.

Ma ieri sera ho visto sul sito di La Repubblica un’altra opera diamantifera di Hirst, lavorata sul cranio di un neonato, con puntuale valutazione in soldoni. Dopo lo sgomento iniziale ho visto altro, qualcosa di ancestrale e primitivo rivestito di un abito luccicante e abbagliante, che quasi ne mascherava il senso. Ho pensato ai teschi Maya con gemme incastonate, ma prima ancora ai teschi primitivi su cui i sopravvissuti intervenivano con procedure di impronta per ricreare un volto, impastandoli di terra, dipingendoli, rivestendoli di nuova pelle come i crani sovramodellati di Gerico.

Il percorso è inverso, non un memento mori, con la morte che fa capolino nella vita, come nell’iconografia delle vanitas, ma la vita che ritorna a rivestire la morte, memento vitae, continua a vivere. Quell’idea dell’Uomo che “rumina la morte”, nella definiziaone di Paul Valery, fa pensare al bisogno di ruminare la vita, riimpastare e rivivificare la immota morte per fare della materia una sostanza viva, col ricreare un volto che colmi il vuoto della sua decomposizione e scomparsa.

Per Georges Didi Ubernann questo rilavorare il cranio implica una onnipotenza creatrice che rinnova il legame della morte con la vita, anche con funzione oracolare. Maschere funebri e reliquie devozionali, in diverse culture i crani parlavano, vaticinavano, diventavano il centro di funzioni religiose e rituali, scrigni di energia e potenza. Il rapporto tra forme artistiche e uso cultuale era preciso e dinamico. Oggi?

Oggi si è perso questo legame con il sortilegio dell’arte, tutto è reificato senza magia, senza spessore.

Cosa si può pensare del terribile autoritratto di Marc Quinn, fatto con pelle e sangue dell’artista tenuto refrigerato, e dunque potenzialmente vivente oltre la vita biologica del suo creatore, se viene disgiunto dalla angoscia ancestrale della morte come perdita irreparabile? Angoscia di perdita che millenni fa i primitivi hanno tentato di esorcizzare con la scoperta dell’arte.

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Pasolini e la sua metà. In salsa piccante

8 gennaio 2011

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Antonio Marchetti Trenino.

Anni sono mi ero stupito che la pubblicazione dell’opera incompiuta e postuma, “Petrolio”, avesse una prefazione di Furio Colombo.

Non che questo intellettuale, per quanto interessante e ondivago, non avesse i numeri e le credenziali per farlo. Ma, appunto, numeri e credenziali risultavano deludenti ed inutili per chi, come me, si sarebbe aspettato un “pezzo forte” sul piano letterario in tale impresa prefattoria.

In effetti ciò non dovrebbe stupire. Pier Paolo Pasolini si è sempre mosso in ambiente “protetto” dal punto di vista del sistema letterario e degli “opinion leader”, diremmo con venticello vintage.

In definitiva un uomo alla ricerca di “sicurezza” letteraria, in una storicità presente, testimoniata dai più alti autori e critici italiani ed internazionali, tale da affrancarsi l’”icona” dell’intellettuale.

Una “sicurezza” che doveva affrancarlo anche dalle sue avventure omosessuali, così lontane dalle nuances terminologiche di oggi, così leggere, svagate, diversificate, superficiali e specifiche, e persecutorie, a seconda degli ambienti sociali e culturali.

In fondo, i ragazzetti che piacevano a Pasolini, erano pre-lucciole, prima della devastazione consumistica, collocati in uno spazio di innocenza e di inconsapevolezza, tali da alimentare le pulsioni erotiche del nostro poeta. Parliamo di “disponibilità”.

Inevitabilmente però, insieme alla mutazione antropologica determinata dal consumismo, si è accompagnata la scolarizzazione e l’alfabetizzazione di massa che, in molti casi, avrà pur prodotto una “coscienza”, una consapevolezza. Al di là di molte sue acute analisi sulla scuola, in effetti,  il poeta ne chiedeva una sorta di sua abolizione, suscitando non pochi consensi. Il consumismo ha prodotto anche una certa liberazione sessuale.

Qui forse c’è la caduta-perdita erotica dell’omosessuale-intellettuale: l’innocenza è perduta, la disponibilità sessuale anche, la disponibilità si mercifica. La propria sessualità corre parallela ai tagli saggistici.

Oggi, la sessualità di Pasolini, e la sua scrittura letteraria e cinematografica vengono tenuti debitamente a distanza. Perchè?

Per rispondere a questa domanda bisogna tener presente un principio che ormai si è consolidato, almeno da noi, che riguarda l’artista friulano.

L’alto e il basso vanno tenuti separati: la bellezza del verso  o il sublime cinematografico della lotta polverosa di Accattone per la conquista di un nulla – una catenina rubata al figlio – con le note della “Passione secondo Matteo” di Johann Sebastian Bach, nulla avrebbero a che fare col “rimorchio” e i traffici sessuali.

La cultura cattolica con cui siamo impastati, e che impastava lo stesso Pasolini, impedisce di vedere la bellezza nell’”orrore”, la bassezza umana nell’alta letteratura, la contraddizione come fondamento.

C’è un’aspirazione alla salvezza e all’espiazione che inchiodano Pasolini al suo tempo e al suo contesto. In effetti, a tale “maschera”, per quanto paradossale, ha contribuito il poeta stesso, con la sua vena pedagogica-moralistica che attraversa i suoi saggi o articoli. Anche la sua contrarietà all’aborto legale, un “vulnus” in quegli anni, molto ideologici, di liberazione da un mondo arcaico, è di derivazione cattolica, “mascherata” dall’anticonsumismo, in questo caso esercitato sulla vita umana, che sicuramente se ne infischiava delle donne – a parte la figura sacrale della “mamma”, la madre Maria, vera, nella sua “Passione” cinematografica.

Dov’è questo Pasolini? La sua morte oggi viene definita una morte di Stato, tutta restituita a quell’ambiente “protetto” e “sicuro” che ancora oggi resiste. Rubando a Pasolini la sua morte (letteraria?), fedele alle sue premonizioni ed alle sue frequentazioni sessuali, si vuole distogliere l’attenzione dal contenuto della sua avventura artistica ed esistenziale. Ogni tanto qualche politico o intellettuale in astinenza mediatica ci aggiorna sul poeta e sul Grande Complotto. Ma Pasolini, in generale, si legge poco.

Andrebbe letto e “mangiato in salsa piccante”, come suggeriva il corvo in “Uccellacci e uccellini” riferendosi ai “Maestri”, e come ci ricorda Marco Belpoliti nel suo recente libro: “Pasolini in salsa piccante”.

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© Antonio Marchetti

I nostri auguri

22 dicembre 2010

Con l’anno nuovo questo Journal festeggia i quattro anni. Come augurare l’anno nuovo?

Con la politica. Italiana. È inevitabile. Ne siamo costretti. Ci fosse stato qualcosa di meglio, che non assomigliasse ad una fuga o ad una rimozione, avremmo parlato d’altro.

Avremmo parlato di futuro e felicità…

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marchetti italiana

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I Fascisti si sentono ringalluzziti ed il “ciarpame” è sempre all’attacco mentre  la latrina è ancora aperta.

Per 17 anni si è urlato al comunismo che non c’è per coltivare il fascismo che c’è.

E il fascismo che c’è non ha solo la faccia dell’ometto-orsetto caricato con batterie Duracel La Russa, o del’ipertiroideo Gasparri, o del razzista geneticamente ipoproteico Borghesio.

In questo fascismo, di cui deteniamo ancora i diritti, c’è la banalità del ministro Bondi la cui patografia ci indica quell’inclinazione da omosessualità irrisolta nei confronti del capo che lo acceca; un uomo vacuo ed insignificante che ci punisce con i suoi deliri.

Per le donne del governo lascio alla libertà interpretativa. Bondi (come altri) è uomo che non parla, è parlato.

La sensazione generale è che questi neo fascisti sono uomini screditati ed in bilico, loro stessi ne sono consapevoli, ma si rotolano nel fango con compiacimento contro di noi, e sono ancora lì, pur non avendo una maggioranza. Viviamo questo presente come se lo avessimo già alle spalle, ma senza un presente e, soprattutto, senza un futuro.

Riviviamo Bolzaneto di nuovo, contro i nostri ragazzi, ma all’aperto.

La risposta è sempre, e ancora, botte da orbi. L’ex fascista ora Presidente della Camera dei deputati, Fini, all’epoca dei fatti di Genova era ministro e sdoganava il manganello facile, le torture e i depistaggi, e le false prove.

La Polizia manifesta per le strade per avere più risorse ma vedi mai se facessero sciopero di manganello! E poi, come nel primo fascismo, ci sono i nomi ad indicare un destino: il capo della polizia si chiama Manganelli. Vocazione infantile?

Il centrosinistra e la sinistra si spappolano. Ci aveva lavorato a fondo Veltroni per anni, e ci è riuscito. Il nuovo Andreotti, D’Alema, sta dando  i colpi finali. C’è la speranza di un orecchino, che porterà probabilmente ad una gloriosa e romantica sconfitta, mentre la collana perde inesorabilmente le sue perle di vetro…

Ma nella sinistra la sconfitta trova una gloria compensatoria. Essa è rappresentata dalle cosiddette “primarie”. Questo tipo di votazioni “interne” ad un gruppo politico o ad una coalizione sono mutuate dagli americani e ricorda Alberto Sordi nelle fattezze intellettualistiche di Veltroni.

Si vince “intramuros” e ci si accorge che non solo non basta ma se ne ha anche paura. Come nel film “Un americano a Roma” la pappa americana non piace più e ci si ributta negli spaghetti. Veltroni, l’americano, ha affossato la sinistra democratica. Veltroni pensava di vincere con George Clooney e Bob De Niro in Italia, o grazie ai suoi romanzi e l’appartementino a Manhattan. L’americano ci ha affossato. Ha voluto gli imprenditori e l’imprenditore ci ha schiaffeggiato. L’americano dovrebbe scomparire, ma à ancora lì, come i vecchi democristiani (ma che bei tempi nel paradosso della storia!)… parla… parla… propone…

Tutto spinge verso Piazzale Loreto, nell’antropologia “italiota”, per poi ricominciare, in una coazione a ripetere.

Dov’è l’Europa?

Forse ci manca il pugilato. Sport scomparso. Ci manca l’agon. Quello vero, nella spettacolarità virtuale e catartica. Violento, ma con un suo stile e intelligenza. Ci mancano i grandi eroi del ring.

Buon anno dunque ai lettori  di questo Journal.

L’omino tenero e untuoso

6 dicembre 2010

marchetti pinocchio

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Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare il più piccolo rumore, perchè le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci.

Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza, ma di diverso pelame.

Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e altri rigati da grandi strisce gialle e turchine.

Ma la cosa più singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutte le altre bestie da tiro o da soma, avevano in piedi degli stivaletti da uomo fatti di pelle bianca.

E il conduttore del carro?…

Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto, che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.

Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna, conosciuta nella carta geografica col seducente nome di «Paese de’ balocchi».

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Così milioni di italiani divennero asini.

Quando ancora erano uomini salirono entusiasti sul carro, non potendo resistere alla voce suadente dell’omino di burro: – Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu, in quel fortunato paese?

Grandi feste, affari sesso e “maffia” in quel bel Paese ove tutto era facile, bastava piegarsi alla vocina. E le bambine, soprattutto, erano il più bel trastullo.

Gli asini ricchi e gli asini imprenditori avevano riso delle barzellette del conduttore; ridevano e ridevano, applaudivano e applaudivano, credendo di trovarsi in “quel fortunato, paese”. Divennero ciuchini anche coloro che si indignavano e si scandalizzavano e salirono su un carro condotto da un omone più lungo che largo, secco come una noce, con una boccona che non rideva mai e una voce dura e seriosa.

Gli indignati facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti nel “Paese de’ tarocchi”.

– Voi che non arrivate alla fine del mese, voi che volete un futuro migliore, voi che non credete al “Paese de’ balocchi”, volete venire in quel fortunato paese?

Tra tanti somari non si riusciva più a distinguere i baloccanti dai taroccanti.

Pochi uomini avevano ancora orecchie umane ed erano passati al bosco, metaforicamente. Vivendo alla luce del sole, tra milioni di ciuchini, in una mimetica normalità, questi uomini raccontano ai ragazzi delle storie più belle di quelle raccontate dai conduttori di carri perchè non si parte mai, sembra di star fermi ma ci si muove, di poco, ma ci si muove, un pochino al giorno. In un anno questi ragazzi hanno fatto 360 passettini.

Walter Benjamin a Gerhard Scholem

3 dicembre 2010

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studio antonio marchetti.

Lettera a Gerhard Scholem

6 settembre 1917

Ho ricevuto il Suo saggio e La ringrazio. È ottimo. Per un’ulteriore elaborazione vorrei attirare la Sua attenzione sulle seguenti idee. Lei scrive: «Ogni lavoro è assurdo, se non mira all’esempio», «Se vogliamo fare sul serio: … oggi come sempre dobbiamo proporci di influenzare nel modo più profondo le anime degli uomini di domani – e nel solo modo possibile: con l’esempio». Il concetto di esempio (per tacere di quello di «influenza») deve essere completamente escluso dalla pedagogia. Da un lato implica il momento empirico, e, d’altro lato, una fede nel semplice potere (per suggestione o simili). Esempio significherebbe: mostrare come si fa una cosa, per convincere che essa è empiricamente possibile, ed esortare all’imitazione. Ma la vita dell’educatore non opera immediatamente, con l’esibizione di un esempio. Poiché devo essere molto sintetico, cercherò di spiegare che cosa intendo considerando la lezione. Lezione significa educazione attraverso la dottrina in senso proprio, e quindi deve stare al centro di tutti i pensieri sull’educazione. Il divorzio dell’educazione dalla lezione è segno della completa confusione che caratterizza tutte le scuole esistenti. La lezione è simbolica per tutti gli altri campi dell’educazione, poiché anche in tutti gli altri l’educatore è il docente. Ora l’insegnare può essere sì definito come un «imparare esemplare», ma subito si constata che il concetto di esempio è usato in un senso interamente metaforico. In verità il docente non insegna in quanto «fa vedere come si impara» [vor-lernt], non impara esemplarmente, ma il suo imparare si è in parte trasformato, gradualmente e interamente da sé, nell’insegnare. Dunque, se si dice che il docente dà l’«esempio» dell’apprendimento, si nasconde, con il concetto di esempio, la peculiarità e autonomia insita nel concetto di questo imparare: il momento dell’insegnamento. In una certa fase nell’uomo giusto tutte le cose diventano esemplari, ma in tal modo si trasformano internamente e diventano nuove. La visione di questo momento nuovo e creatore che si dispiega nelle forme di vita dell’uomo, permette di capire l’educazione. Ora vorrei che nella ulteriore elaborazione del Suo saggio Lei eliminasse il concetto di esempio, e anzi, che lo risolvesse in quello di tradìzione. Sono convìnto di questo: la tradizione è l’elemento in cui il discente si trasforma continuamente nel docente, e questo per tutta l’estensione dell’educazione. Nella tradizione tutti sono educatori ed educandi e tutto è educazione. Questi rapporti sono simboleggiati e sintetizzati dallo sviluppo della dottrina. / Chi non ha imparato non può educare, poiché non vede in quale punto è solo, e dunque comprende a sua maniera la tradizione e insegnando la rende comunicabile. Il sapere diventa tramandabile solo in colui che lo ha concepito come tramandato – e che diventa libero in una maniera incredibile. A questo proposito penso all’origine metafisica della barzelletta del Talmud. La dottrina è un mare ondoso, ma per l’onda (se la prendiamo come immagine dell’uomo) tutto sta nell’abbandonarsi al suo movimento, cosi da salire e rovesciarsi spumeggiando. Questa inaudita libertà del rovesciarsi è l’educazione, in senso stretto: della lezione, dove la tradizione diventa visibile e libera, si rovescia sotto l’impulso della sua pienezza di vita. Se è cosi difficile parlare di educazione, è perché il suo ordine coincide interamente con l’ordine religioso della tradizione. Educare è solo arricchire (nello spirito) la dottrina; solo chi ha imparato ne è capace: e quindi è impossibile, per coloro che verranno, vivere altrimenti che imparando. I posteri nascono dallo spirito di Dio (dell’uomo), salgono dal movimento dello spirito, come onde. La lezione è l’unico punto dove la generazione più vecchia si congiunge liberamente con quella nuova, allo stesso modo che le onde trapassando l’una nell’altra lanciano la cresta di schiuma.

Ogni errore in educazione è dovuto al fatto che si pensa che in ultimo i nostri discendenti dipendano in qualche modo da noi. Ora essi non dipendono da noi altrimenti che da Dio e dal linguaggio, in cui quindi dobbiamo immergerci, se vogliamo giungere a una comunione con i nostri figli. Gli adolescenti possono educare solo i loro simili, non i bambini. Gli uomini educano gli adolescenti.

Spero che questa lettera non impieghi troppo tempo per arrivare. Concludo con i saluti cordiali da parte di mia moglie e mia, ed esprimendo la speranza di sentire presto Sue notizie.

Suo Walter Benjamin

Paolo Uccello e la profanazione

19 novembre 2010

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marchetti paolo uccello.

Sarà anche vero che gli Americani sembrano più superficiali di noi Europei. Se magari amano il melodramma italiano, lo amano nelle forme artistiche, non certo in quelle esistenziali in cui siamo campioni, fingendo di crederci. Quando, non sempre, le nostre “pesantezze” sono filtrate da loro – parliamo di intellettuali americani –  e ci vengono intelligentemente restituite, abbiamo l’impressione di respirare la nostra aria come fosse nuova. Quella distanza  aiuta a guardar-ci con occhi altrui ed è terapeuticamente utile. Anche quando i nostri migliori studiosi italiani soggiornano, o vivono, in quelle latitudini, offrono un’immagine di noi stessi più avvincente. È lo sguardo spaesato, forse melanconicamente attratto dall’origine, ma la ricerca ci guadagna. Leslie Fiedler, nato a Newark nel New Jersey, la stessa città natale di uno dei miei scrittori preferiti, Philip Roth, ha rappresentato, in un particolare momento della mia autoformazione, questo modo diverso, sciolto, ironico, discorsivo, colto e leggero insieme, che è lo stile americano, che svela cose a noi sfuggenti, presi come siamo da fobie di autoreferenzialità e autorispecchiamento, soprattutto quando siamo pescati dalla sindrome della rimozione e dell’autorimozione. L’ideologia molto frequentemente è stata la nostra trappola. E il nostro alibi. Freaks fu  un libro memorabile, storie di mostri e mutanti, storie dei nostri incubi e delle nostre paure, storia del diverso “dentro” la diversità. Ed è stato grazie a Fiedler che era nato, rinato, in me l’interesse per Paolo Uccello e per una sua opera in particolare: La profanazione dell’ostia. Nel 1987 si svolse a Firenze il convegno “Ebraismo e antiebraismo: immagine e pregiudizio” per iniziativa dell’Istituto Gramsci e nel suo intervento Fiedler, nel descrivere il proprio “pendolarismo” italiano, rievocava la sua meraviglia nello scoprire nel Palazzo Ducale di Urbino un dipinto di Paolo Uccello di argomento antisemita. «Eppure – dichiara Fiedler non senza ironia – a scuola mi avevano insegnato che Urbino, ancor prima di Firenze, era stata la culla della cultura rinascimentale… Nessuno comunque mi aveva avvertito che nel palazzo del Duca di Urbino si trova esposta con grande risalto un’opera di Paolo Uccello, una specie di minacciosa comic-strip, il cui primo pannello rappresenta un ebreo grossolanamente caricaturizzato mentre pugnala un’ostia consacrata che sprizza sangue sotto il suo coltello, mentre l’ultimo mostra l’arresto e l’esecuzione del perfido nemico di cristo fra la legittima soddisfazione di una folla di spettatori Gentili, alcuni dei quali chiaramente cortegiani.» (Ebraismo e antiebraismo: immagine e pregiudizio. Firenze, 1989.). Lo scrittore americano, nella sua memoria visiva, confonde la sequenza delle scene ma rimane quella definizione incisiva di comic-strip che, immersi come si era nella “seriosità” della storiografia dell’arte, tanto mi colpì. In effetti proprio di un fumetto si tratta. La pop-art era ormai sapientemente trapassata nell’osservazione di Fiedler ma dobbiamo tuttavia aspettare qualche anno affinché la Shoah venga narrata in un fumetto dal geniale Art Spiegelman con il suo Maus. Lo stupore di Fiedler attiene comunque all’idea di un Rinascimento luminoso, la luce che sconfigge le tenebre. Tra l’altro, due opere dell’Uccello, La Caccia notturna e la Profanazione di Urbino, sono di ambientazione notturna, pur  nel pieno della solarità rinascimentale. Una bella contraddizione per Fiedler, ma anche per noi. Nei miei anni di Liceo mi innamorai di Paolo Uccello, attraverso il manuale di Argan, per lo stile con cui aveva rappresentato il Drago, nella versione di Parigi, antesignano delle saghe di Tolkien, con le ali dipinte come gli aereoplanini dei cartoons, tenuto al guinzaglio dalla fanciulla – niente affatto prigioniera – come un animale domestico, mentre San Giorgio cava un occhio al nostro poveretto! Paolo Uccello mi faceva sognare, ma le regole disciplinari dello studio della storia dell’arte imponevano l’applicazione di schemi imparati a memoria e ripetuti alla perfezione. Via via che mi imbattevo nelle scene dell’Ostia trovavo considerazioni quali: “deliziosi quadretti”, “amene scenette”, “un vivace cromatismo in atmosfera fiabesca”, “opera affascinante d’ispirazione medievale”, mentre io mi ero trovato davanti, seppur tardivamente, e guardandola con occhi nuovi, grazie all’incontro casuale della breve notazione di Fiedler, una delle rappresentazioni più inquietanti del meccanismo vittimario e persecutorio della storia dell’Occidente, limpida e cristallina come un teorema. La critica e la storiografia d’arte di fronte alla Predella di Uccello ha sempre preferito volgere lo sguardo altrove, modulando nello specifico linguaggio tecnico-descrittivo tutta una serie di teorie sulla concezione dello spazio prospettico, facendo in tal modo corrispondere ad una sempre più accentuata oggettivazione razionale, condita con saporito perbenismo critico, una presa di distanza – se non vera e propria rimozione – dalla storia reale rappresentata nell’opera pittorica. In fondo il termine “fiabesco” si addice più alla “maschera” stilistica, che distanzia l’osservatore dall’orrore che in quelle scene si va consumando, mentre più sorprendentemente ci risulta l’aver preso l’opera a modello del Surrealismo, se non addirittura quale suo anticipatore. E ancora, stupisce che René Girard, uno studioso che su tali questioni ci ha quasi speso una vita, non abbia mai citato quest’opera dell’Uccello che è davanti ai nostri occhi praticamente da sempre, come la lettera del famoso racconto di Edgard Allan Poe. In questo perdurare del politicamente corretto, più di tante giornate della memoria che stigmatizzano l’urgenza di contenere una diffusa smemoratezza, e ancor più di tante retoriche solenni, pur animate da buone intenzioni sul ricordo della Shoah, vale una volta per tutte questa piccola tavola pittorica, capolavoro di Paolo Uccello a ricordarci la nostra Storia.

La “lezione” Kahlfeld a Cesena

2 novembre 2010

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Antonio Marchetti massa e potere.

“Gli architetti tedeschi ormai si dividono in due categorie: coloro che sono invitati dalla Facoltà di Architettura di Cesena e coloro che non lo sono”. Con queste parole l’architetto berlinese Walter A. Noebel testimoniava per la mostra di Petra Kahlfeld – professore invitato per l’anno accademico 2009-2010 – nella chiesa dello Spirito Santo nel centro storico cesenate.

Ad accompagnarmi in questa mostra è una studentessa del quarto anno che ha partecipato al corso della Kahlfeld che prevedeva un progetto di un nuovo mercato coperto per Rimini.

I progetti degli studenti sono raccolti in un catalogo “didattico”, qui presentato insieme a quello della mostra della Kahlfeld, dal titolo “Il ventre di Rimini” che sta, secondo me, tra Victor Hugo e Peter Greenaway.

La mostra di Petra Kahlfeld è allestita in modo convincente e didatticamente efficace, “tagliata” come si lavora un cristallo: freddo, trasparente e pieno di riflessi.

Il concept sta nella rappresentazione dell’architettura nel suo costruirsi e nella sua realizzazione, attraverso immagini del cantiere, algide tavole tecniche, modelli lignei impeccabili. Riecheggia in questa mostra “la fatica del costruire” dell’Alberti, titolo di un bel libro di Alberto Giorgio Cassani di qualche anno fa.

Immediatamente si coglie la presenza degli “old masters”, in primis Karl Friedrich Schinkel, citato graficamente persino nei piccoli riquadri prospettici che si insinuano tra piante e alzati.

I modelli in legno sono sistemati su parallelepipedi ad altezza “innaturale”, in un cono visivo inclinato dal basso verso l’alto, che accentua una sorta di “monumentalità”, quasi a contraddire, polemicamente, sia la scala umana che quella percettiva-realistica. Qui si comunica la “distanza”, non c’è nulla di “seduttivo” (seducono forse per la loro asetticità costruttiva), qui tutto è ricondotto alle ferree leggi di ciò che è utile al costruire l’architettura. Siamo lontani anni luce dai rendering fascinosi e dai modelli interattivi o dalle installazioni che trafficano con l’arte contemporanea delle ultime biennali veneziane. Ed è per questo che i modelli sono posizionati su basamenti alti; non puoi interagire, il punto di vista è programmato. Petra Kahlfeld presenta qui quattro progetti. Uno di essi, “piccolo”, si fa per dire, mi colpisce al cuore della memoria. Si tratta del nuovo ingresso della Filarmonica di Berlino di Hans Scharoun. Sembra che quell’ingresso ci sia sempre stato e Scharoun forse lo voleva proprio così. Bello! Qui però, il modello tridimensionale è costretto ad aprirsi ad una lettura meno “intrusa”, in un balzo creativo mimetico. Ma forse in questo c’è Berlino, a cui Kahlfeld aderisce in una fedeltà plastica oltre che filologica, contemporanea oltre che storica, innovativa oltre che tradizionale…

La conferenza, con vecchi e nuovi Presidi, ginnicamente ben risolta, trattandosi di figure di grande esperienza; studenti pochi, a parte quelli dentro il “ventre”. Completamente assente la città, con le sue istituzioni, e gli architetti; scarsi anche i professori, mi fa notare la mia giovane accompagnatrice.

Eppure questa mostra è una “lezione”, che piaccia o no, su come costruire nel corpo storico delle città. Questa mostra rivela inesorabilmente lo scollamento di questa Facoltà – ma il mio forse è giudizio affrettato – con il contesto sociale, culturale, economico e politico. Ma l’assenza “locale”, al di là dei limiti dell’università, si giustifica con l’assenza più generale ed inquietante di uno Stato e di un Governo che non pensa al futuro, tantomeno all’architettura.

La lezione Kahlfeld, lezione berlinese, è uno “schiaffo”.

Tuttavia non voglio certo diventare tedesco, a ciascuno la propria storia.

Cerchiamo di riprenderci la nostra.

Pittori riminesi. Orgogliosi con pregiudizio

18 ottobre 2010

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marchetti per  pascali

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Il catalogo, il “turista”, lo riceve gratuitamente in edicola, insieme all’acquisto di un quotidiano. La Confartigianato, che promuove l’iniziativa, ha fatto le cose in grande, ed il sistema di diffusione è molto efficace, capillare. La mostra si svolge nel “cuore”, nell’agorà della città, con grande visibilità. Si tratta della mostra d’arte di pittori riminesi, dal titolo “rimin’essenza, le distintive genialità dell’orgoglio riminese”.

Ne parliamo per farla finita con lo snobismo ed il distacco cinico, con la malcelata superiorità culturale che alla fine rischia di dare una mano all’ “invasione degli ultracorpi”.

Questo catalogo (dalla grafica discutibile, è una “faccia”) non dovrebbe dispiacere alla cultura leghista, o forse, in queste latitudini romagnole, il leghismo antelitteram c’è da sempre.

I “pittori” esaltano il mito della piada, del mare e del pescatore, dell’ombrellone e dello stabilimento balneare insieme alle notti riminesi degli anni Sessanta mentre è  immancabile l’icona felliniana, con la solita sciarpa (che riscalda sempre meno e ci indebita sempre più). Il successo di “pubblico” è assicurato.

Ci si guarda allo specchio, uno specchio rassicurante, largamente condiviso.

L’intento “culturale” è orgogliosamente annunciato nel catalogo: “Impreparati, spaventati, frastornati e smarriti, ci sentiamo, a volte, come naufraghi alla ricerca di quelle sorgenti esistenziali che possono ancora farci ritrovare e rivivere l’eperienza rassicurante di essere attori e testimonianza di una storia e di valori comuni che continuano e si affermano nel tempo”.

Anche se questo testo di presentazione è costellato da termini come “forum”, “format”, “motore di ricerca”, “villaggio globale”, tale aggiornamento puramente di facciata non cancella l’idea che il “contemporaneo” qui è affrontato con spavento, smarrimento, naufragio. L’obiettivo, in realtà, di questa iniziativa è sinceramente spiegato dagli stessi promotori: si tratta del “core business” del fatturato turistico condito “anche” dalla cultura. Ma lo straniero si chiede: è questa ( o solo questa) la proposta culturale che dovrebbe accompagnare l’”offerta turistica”? Ad un avanzamento progressivo della cultura economica e dell’iniziativa d’impresa perchè si accompagna una cultura “regressiva”, di scarsa qualità (anche pittorica!) e squallidamente provinciale? Come mai c’è questa frattura che pare insanabile tra il ceto produttivo e professionale della città (”territorio” si dice per sancire ormai il lutto della parola “paesaggio”) e l’arte contemporanea? Le responsabilità sono solo da una parte o sono nella reciprocità? Se le estetiche e le tecniche di questi quadri “riminesi”, in forma traslata, si applicassero ai meccanismi economici saremmo ancora alla prima pensione Kelly di Tondelli (che non dispiace tra l’altro…).

Invece i “nostri” imprenditori” sono dinamici, ma arretrati culturalmente.

Le loro associazioni di categoria lo dimostrano.

In fondo portarsi a casa un quadro “riminese”, doc, costa pochi euro; l’arte, oltre ad essere facile, è anche molto economica e ci si affranca un pò di cultura nel salotto di casa, di fianco all’home cinema.

Amministratori e politici hanno responsabilità assai gravi. Assecondano, e pensano all’elettorato, regrediscono volentieri se occorre, ammesso che abbiano una qualche competenza di base sull’arte.

Gli stanieri tuttavia tali rimangono. Il loro voto è ininfluente.

Ogni tanto si promuove una conferenza sulla cultura, ove si recita il futuro ed il mea culpa sul contemporaneo.

Ma già domani, nell’indifferenza più appassionata, sorvolano su questo tema: “Piccole cose in città: non spaventati, oltre il naufragio, per nulla smarriti, fiduciosi nel materiale dell’arte guardiamo in faccia il villaggio globale e lo rappresentiamo, ci mettiamo in gioco, oggi; alla nostalgia preferiamo la melanconia di un futuro che è già stato”.

Questo ha un costo, in tanti sensi.