Pensioni, riposo, nuda vita.

agosto 23rd, 2011

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Marchetti anker.

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Sino a qualche anno fa, la parola “pensione” per me rappresentava qualcosa di lontano, e persino disdicevole. Devo ammettere che a questa mia avversione generazionale sul termine “pensionato”  contrapponevo, quasi ideologicamente, illusori campi di battaglia e bandiere etiche da piantare nella terra di nessuno. L’ideologia, come la fede, crolla di fronte alla verità. Da anni non ho più nulla da dire in proposito.

Colleghi, ancor giovani, anno dopo anno, recitavano il mantra: “Non vedo l’ora di andare in pensione”. Non mi piacevano.

Potete immaginare, con questa quotidiana contabilità, quale apporto positivo potevano dare al lavoro ed alla comunità (cose in cui ancora credevo), con tale attegiamento dimissionario, simili persone. Erano vincenti, furbi, opportunisti. Da destra e sinistra uniti per fottere lo Stato, uniti anche ideologicamente contro lo Stato.

Era appena ieri, cari moralisti etico-fighettini di sinistra Fotti & Magna!

Così, con 16-18 anni contributivi prendono ora  una pensione da oltre vent’anni, e tra dieci il loro mensile supererà oltre tre volte ciò che hanno versato. Se si parla oggi di aspettativa di vita per loro sarà di anno in anno una magnificenza. Per altri, per una generazione di mezzo (tolta di mezzo?), che si è data da fare a vent’anni, colpita da riforme ansiogene, ci sono aspettative di morte.

In questo Paese sconnesso e paradossale ci sono persone che con la sola distanza anagrafica di 5 anni vivono mondi diversi. Un cinquantenne pensionato siede comodamente al bar insieme ad un sessantenne che andrà in pensione tra cinque anni. La pensione del primo è stata rivalutata; l’altro, quando ci andrà, vedrà la sospensione di un passaggio contrattuale ed il congelamento degli scatti di anzianità. Questa è l’Italia, un Paese affetto da sconnesione psichica, un Paese crudele ove le diseguaglianze convivono nello stesso bar. Questo governo rappresenta in pieno, raggrumandone le malattie storiche, questa patologia genetica dell’iniquità.

Ma l’idea di pensione non può essere ridotta al solo esercizio di contabilità.

Al termine “pensione” preferirei “messa a riposo”. Riposo inteso come merito di una vita attiva, che con il riposo certo non si interromperebbe ma potrebbe indirizzarsi ad altre cose vitali (e contributive). Una vita, degna di essere vissuta, dovrebbe essere così ripartita: un quarto tra infanzia ed adolescenza, due quarti di lavoro, un quarto di vuoto. Un vuoto libero e pagato.

Gli ideologi dell’aspettativa di vita, angeli della morte, becchini (che al contempo tagliano sulla sanità e servizi per spingerti a morire e risparmiare), fanno calcoli come potrebbe farli un demente. Si potrebbe aggiungere ( e la cosiddetta opposizione non arriverà mai a questo…) qualche salvaguardia sulla qualità della vita della persona, sul tempo-vita che non ha prezzo; su quel tempo “liberato” dal lavoro che annuncia una vita ripensata.

Ma la “vita activa” o la “nuda vita”, qui non sono contemplate.

Di conseguenza ci ritroviamo in una trappola paradossale che ci siamo costruiti.

Da un lato la disoccupazione e l’enorme difficoltà di entrare nel mercato del lavoro (ma anche coloro che non “vogliono” lavorare), dall’altro  il Gulag del lavoro, il lavoro imposto, i “prigionieri” del lavoro, che non possono lasciarlo, pur avendone maturato i diritti.

L’Italia è questa:  lavoro coatto per una generazione, porte chiuse per la nuova. Ma se la nuova intende comportarsi ancora così, “bamboccioni” nella via di Damasco, non piangerò domani per la loro povertà.

Pare che la vita non abbia valore: non la vita dell’uomo distribuita in anni faticosi, non la vita vissuta. Il demone dell’ideologia cattolica  protegge un embrione, ma non l’uomo fatto…

Occorrono oggi disubbidienze personali, individuali; microribellioni e destabilizzazioni in piccoli ambiti, spostamenti minimi. Oltre lo sciopero, obsoleto. È il tempo dell’individualità, del soggetto. Tanti piccoli “no”, a costi zero.

Anche se i costi psicologici per molti, nel dire un semplice no, sono insormontabili, abituati al gregge.

“L’ambiguità”, di Simona Argentieri. E altro…

agosto 18th, 2011

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antonio marchetti persons

Peccato, un vero peccato, che un libro così arrivi con quasi vent’anni di ritardo.

Lo avremmo preferito prima, quando si procedeva per intuizioni e sensorialità individuali, quando ci dicevano: “sei esagerato e negativo”, mentre si svolgeva la grande festa del nuovo esserci, quando  il grande giornalismo (penso al compianto Giuseppe D’avanzo) già rivelava la menzogna collettiva. Altre figure rivelavano “il narcisismo irrisolto” mentre la psicoanalisi dormiva. Il grande reportage giornalistico ha fatto molto di più. Il libro dell’Argentieri arriva in ritardo scandaloso all’appuntamento. Vi arriva splendidamente, certo, ma lo leggiamo con gli occhi conficcati dietro la schiena. Il primo capitolo del libro, “la malafede come nevrosi” annuncia un esordio di grande interesse soprattutto quando ci si riferisce ai soggetti, al “lettino, come la studiosa ancora li definisce. Successivamente, nella “diluizione” sociale e collettiva, tutto sembra via via indebolirsi andandosi ad intrecciare ad uno sguardo ombelicale ove la psicoanalisi guarda se stessa e fissa i suoi punti di ricerca, pur con una onestà sorprendente quando, a proposito della “malefede” l’Argentieri scrive: “… il problema maggiore è che purtroppo neanche gli psicoanalisti sono al riparo dal rischio della malafede, sia come singoli terapeuti, sia come membri di istituzioni. Paradossalmente, per chi conosce i ‘trucchi’ dell’inconscio è più forte la tentazione di interpretare a proprio vantaggio la realtà e i conflitti con gli altri.”

Gran parte del libro vuol fare i conti, ma non più di tanto, con la propria disciplina, e leggere anche la contemporaneità. Ma allora a chi si rivolge? Più o meno inconsapevolmente – al di là di brillanti enunciati, alcuni memorabili – elegantemente, e con riferimenti storici puntuali – inconsapevolmente e “ambiguamente” la psicoanalisi sembra ritirarsi, non essendo più in grado di proferire enunciati chiari.

Si maschera – e maschera il mondo – in un fraseggio ove il senso è come occultato. Nei momenti in cui ci aspettiamo qualcosa, una “decisione”, una “scelta”, “un affondo” (sì, affondare, entrare nelle viscere con il rischio dell’errore professionale-accademico), il libro ci lascia afflosciati nella delusione. Ma sono anni che è così. Titoli accativanti e seducenti, un capitoletto appena avventuroso ed il resto conformista e consolatorio. Un vero peccato. Quello che manca in questo libro lo scriveremo tutti noi nelle nostre esperienze quotidiane. È un libro stimolante. Ma abbiamo bisogno di ben altro. Siamo bisognosi di skandalon.

L’agosto nazionale a scuola del rancore

agosto 18th, 2011

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marchetti-cattelan

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Gli psicolabili ministri di Eliogabalo-puttaniere (lavoro e pubblica amministrazione) devono ancora smaltire il loro rancore storico e portare a termine il progetto contro l’Italia. Uno di loro ricorda vagamente Joseph Paul Goebbels, per via di menomazioni fisiche che dobbiamo scontare al suo posto, e per la risoluta aggressività verbale. Il lavoro da fare è smantellare la maggiore rappresentanza sindacale (altre si sono già vendute) e la componente sociale dei dipendenti statali (elettoralmente poco significativa per il pornodivo al potere), oltre ad insultare e disprezzare il precariato nel lavoro (quasi 4 milioni di italiani). La sicurezza di questi uomini di Stato, piccoli quanto pericolosi – forse pericolosi proprio in quanto piccoli e banali – è dovuta alla loro fedele appartenenza alla cupola di Eliogabalo-puttaniere che considerava la crisi economica sino all’altro ieri una percezione psicologica, un disturbo ottico. Il prezzo che oggi si chiede di pagare per la credibilità dell’Italia in Europa prevede lo smantellamento di progetti esistenziali di una generazione che ha lavorato per i due terzi della propria vita mentre consegna i giovani ad un futuro oscuro senza prospettive. L’Italia che lavora, che ha lavorato, che vorrebbe lavorare è consegnata nel tritacarne della “credibilità” accellerata. L’altra Italia, ma che è mescolata ambiguamente a questa, ha partecipato all’illusorio festino ingozzandosi di falsità e pulsioni predatotorie alle spalle degli altri. In generale si rimane chiusi nel recinto blindato della famiglia, che va dai genitori ai nonni, proiettando (ancora!) nei figli progetti al di sopra di ciò di cui oggi avremmo bisogno, prolungandone l’adolescenza sino ai trent’anni. Cosa mai avrebbe detto di così scandaloso la buon’anima di Padoa-Schioppa appena qualche anno fa? Il bertinottismo ieri ed il grillismo oggi, insieme ai “puri” di facebook con doppia vita, aiutano nella demolizione di ciò che eravamo e avremmo potuto essere. Qui ormai si aggredisce la nuda vita, la nostra individualità, spaesata e muta, orfana di riferimenti. Come le tragedie familiari e le morti dei nostri anziani tutto avviene sotto il sole satanico di ferragosto, nell’Italia in ferie (per chi può), in un momento in cui siamo deboli. Quando una risposta ci sarà forse sarà troppo tardi. Il buon Vendola prevede un festival di scioperi, che per un dipendente della scuola significa una perdita giornaliera tra i 70-90 euro; altre forme più incisive e meno penalizzanti il poeta salentino non ne propone. Nel sito della FLC- CGIL questo annuncio: “Aspettando l’autunno, il punto della situazione. Sospeso nella settimana di Ferragosto l’aggiornamento quotidiano del sito. Sempre online la rassegna stampa”.

FLC sta per “federazione lavoratori per la conoscenza”. Mi vergogno ormai di questa denominazione, non tanto per la “conoscenza”, quanto per la “coscienza”, che è sparita. A Roma, gli insegnanti trovatisi indietro nelle graduatorie scavalcati da quelli del sud si sono rivolti al Partito della Lega. Of course…

I primi giorni di scuola saranno uguali: le professoresse entreranno nella hall con i loro trolley pieni di libri di testo (utili a loro e non agli studenti); li hanno già cambiati per l’anno in corso ammazzando le famiglie. Si lanceranno istericamente nei tavoli ove sono poggiati i loro nuovi registri personali. Non faranno mai sciopero, se sono cielline tutto va sempre bene, c’è sempre un “ma” ed un “però”; sono macchine, mai stanche anche se stravolte, devono dimostrare la tenuta; mai una pausa di riflessione, una sosta critica… Accettano tutto, non sanno della sospensione del contratto perchè non conoscono un contratto. Sono anche madri, e gli allievi sono figli virtuali. Il distacco pedagogico manca, sono “coinvolte”. I loro allievi con sospensione di giudizio seguono i corsi estivi da loro gestiti e se a settembre la valutazione è minore di quella di giugno vengono comunque e paradossalmente promossi. Centinaia di migliaia di euro vengono spesi nei licei per questi corsi di recupero inutili. Per l’eccellenza, per gli sfigati bravi, non si investe nulla.

I giovani precari partecipano poco alle scelte didattiche perchè dichiarano che forse l’anno prossimo non ci saranno. Quando il loro contratto viene trasformato a tempo determinato, dopo un anno di “prova”, si sentono tranquilli e a riposo, acquistando subito il trolley per la scuola. I giovani docenti a scuola raramente portano il “nuovo”. Sono plasticamente aderenti alle convenzioni ed ai conformismi, dicono sempre “sì” nel luogo di lavoro ed hanno una sudditanza nei confronti dei dirigenti; nei collegi dei docenti non prendono mai la parola – salvo poi sfogarsi teatralmente e narcisisticamente nelle manifestazioni o sui social network – sembrano più vecchi della generazione che è andata in pensione qualche anno fa. È questo che intendo per doppia vita, o se volete: “sconnessione psichica”.

La catastrofe della formazione è anche questa!

Nel retrobottega del macellaio il finanziamento pubblico alle scuole private e le agevolazioni fiscali alle attività economiche della chiesa cattolica non vengono toccate.

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luglio 17th, 2011

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A qualche giovane in ascolto…

luglio 3rd, 2011

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antonio marchetti aghi

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Forse perchè mi aspetto il superamento della linea d’ombra, spostata sempre più in avanti, quasi la vita fluttuasse senza chiodi nel muro o traslochi dell’anima.

Forse voglio stare con voi per portare qualcuno da questa parte, la mia, visto che dalla vostra parte non mi avete mai portato, o voluto.

Volevo portarvi dalla parte ove ci si mette in gioco; dalla parte del rischio, se si vuole conquistare spazio tempo e futuro.

Forse perchè volevo sentire la vostra voce, che non è mai a voce alta e chiara, ma sussurrata e quasi spaventata; e dallo spavento ne viene quasi un’arroganza, una falsa sicurezza nel gruppo e poi, spesso, tanta ignoranza.

Forse perchè ci si aspetta uno sguardo nuovo, che possa sorprenderci ed indicarci una crisi di-da noi stessi che apre a qualcosa… che non so.

Forse perchè amo vedere in voi l’energia, la flessibilità e la forza, e la scioltezza, di un corpo che avevamo. Ma quanto spreco!

Ancora, noi, ci ritroviamo a faticare,  a svegliare corpi e menti in “riposo”, dentro una nuova età generazionale che si ritiene eterna.

Non sarete eterni; anche a voi toccherà un presente.

Padiglione Italia. Abruzzo. Civitella del Tronto e Pescara

giugno 26th, 2011

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Aurum.

Le architetture pensate per certe funzioni, come l’ex fabbrica Aurum di Pescara progettata da Giovanni Michelucci nel 1940, e “restituita” con restauri ad altra vita, destano sorprese, persino nell’acustica.

Il concerto all’aperto dentro il vasto “cilindro” vuoto, a conclusione dell’inaugurazione di questa prima tappa del “Padiglione Italia” abruzzese della Biennale veneziana diffusa in forma spray centocinquantenaria, è stato a prova di orecchio, per quanto stanco di gossip e polemiche circa gli inclusi e gli esclusi. L'”Eroica”. Coppie di pensionati e fidanzati tra il pubblico. È la musica gratuita, popolare, servizio di quartiere, godimento normale e “urbano”, “civitas”, insomma ditelo come volete ma i palati fini possono stare comodamente seduti sulle altezze musicali, a volte piuttosto puntute, continuando a dormire mentre la gente cosiddetta “comune” (io ad esempio) desidera la musica nei luoghi meno deputati. “Eroica” pescarese con la solita grandeur manhattiana che rende la città una “marmellata”, come recentemente è stata definita la città.

A dimostrazione che Pescara ha vocazione di laboratorio avanzato il direttore d’orchestra era una donna.

Gli artisti abruzzesi: Franco Summa tutto bianco, come un Gandalf, poco più basso ma senza cavallo e bastone, ma con lavori indiscutibili. L’ho trovato al meglio, affettuoso e sincero, anche se so che è il palcoscenico a rendere tutto illusorio e passeggero. Il glamour oggi è l’altra metà del bello di Baudelaire. L’altra metà purtroppo non è il vero bensì l’effimero, il consumo in giornata-serata.

Sandro Visca aveva lavori eleganti e raffinati, è sempre una bella lezione d’arte la sua.

Visca è uomo di grande sensibilità e civiltà, parole antiche…

Tra la generazione di mezzo (ma oggi, quei dieci, quindici anni di differenza non sono come allora; oggi ci riavvicinano paradossalmente) c’è l’assenza di Giuseppe Fiducia, presente sì con un suo lavoro, ma morto in un incidente d’auto qualche giorno prima dell’inaugurazione di questa biennale regionale. L’artista era fermo nella corsia d’emergenza del raccordo autostradale pescarese vicino all’ aereoporto ed è stato travolto, e schiacciato tra le lamiere, da un’auto che viaggiava a forte velocità. Morte immobile, dentro la velocità.

Poi i giovani, impegnati a districarsi tra differenza e ripetizione ma con alcune punte di qualità.

Tra i 40 artisti selezionati per l’Abruzzo qui all’Aurum erano presenti solo una parte. Altri luoghi e città ne ospiteranno altri: Civitella del Tronto nella fortezza borbonica, Lanciano, L’Aquila e infine Santo Stefano di Sessanio di cui abbiamo scritto tempo fa in questo Journal.

Alcuni sono i luoghi del terremoto e questo omaggio si spera riattivi l’attenzione a ciò “che s’ha da fare”.

Lo spazio dell’ex fabbrica dell’Aurum è un luogo da visitare, immerso nella pineta dannunziana, oggi ben riqualificata e curata. Ho trovato una Pescara migliore, forse perchè le persone incontrate in questa serata inaugurale sono una Pescara migliore, che tuttavia non ha potuto, o voluto, essere al governo della polis e mettere in campo le proprie idee, le proprie utopie. Quell’essere “contro”, a difesa di un fortilizio (o quell’essere contro se stessi), ha lasciato ad altri, più cinici e ginnici, la gestione di questa città “dolce”. Ma questo, forse, riguarda tutta una generazione italiana di talenti e intelligenze sprecate, o tolte di mezzo.

Regista appassionato di questa Biennale abruzzese è Umberto Palestini che ci ha dato una lezione: la dignità consiste nel saper negoziare per una posta più alta dell’evidente contingenza: frammenti di utopia e isole di bellezza sono possibili nei miasmi quotidiani. I distruttori sono sempre alle porte, gli sconfitti lavorano con i mantici sul fuoco mentre gli esclusi sono prigionieri del conflitto mimetico. È la ruota dell’arte, come Fortuna, da sempre. Chi ha elaborato l’esclusione come dato interiore, la marginalità come quotidiano esistenziale e ormai personalmente storico, può gioire con disincanto in questo “esserci”, sapendo che la ruota  rovescia e cambia continuamente le posizioni. Ma quali sono le posizioni poi?

Giancarlo Politi ha definito le scelte di questo Padiglione Italia una “Schindler’s List”, con un senso dell’umorismo agghiacciante e francamente fuori luogo.

Spazi come quelli dell’Aurum, con il “sottotitolo” Fabbrica delle Idee, forse meriterebbero direttori migliori, all’altezza della bellezza degli spazi che “occupano”. Dovrebbero invece “abitarli”. Zoccolo duro italianissimo.

L’Aurum era la fabbrica di un liquore con il sapore di arancio. Il poeta Vate, al solito,  c’è sempre e  lo chiama oro di lieve peso.

Dipende dall’uso che se ne fa. Son sempre 40°!

Uomini pescaresi: Paolo Di Pietro

giugno 16th, 2011

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Parlare di Paolo Di Pietro vuol dire parlare di una famiglia, di tanti fratelli, accomunati da un fondo comune di intelligenza, acutezza, e grande spirito critico, estesi in zone persino eccessive di lucidità; “dispendio”, spreco analitico che va a costituire quella Pescara parallela e umbratile poco visibile, ma molto profonda e fondativa.

Anche se, attualmente, i Di Pietro rappresentano una diaspora geografica, sempre pescaresi restano.

I Di Pietro sono accomunati anche da una “r”, “moscia”, che arrota le parole, affila i pensieri, stilizza la dialettica.

Sono forse memorie francesi, o italianamente mediate da antichi itinerari parmensi, non mi è dato per ora sapere ma mi cullo nell’immaginazione e mi piace pensarla così.

Paolo Di Pietro non ha solo rappresentato la condivisione dell’architettura e del design, dell’arte e della critica d’arte e architettonica, delle battaglie sindacali e politiche nella sinistra, ma anche della psicoanalisi, della psichiatria e dell’antipsichiatria, cercando insieme in queste discipline una qualche risposta a tutta una serie di complessità del vivere quotidiano.

Laing, Cooper (l’ex sfascia-famiglie), Basaglia, Schatzman, Bettelheim, Foucault, erano gli autori in quei lontani anni Settanta di cui parlavamo a cena o sul tavolo da disegno.

Il mondo relazionale intorno a Di Pietro riesce ad armonizzarsi anche nelle inevitabili ed epocali crisi familiari, ove vengono predisposte nuove ricomposizioni; equilibrio e civiltà hanno sempre la meglio, mentre la circolazione delle eventuali caselle vuote si sostanziano in nuove mappe esistenziali, rimesse continuamente in gioco sotto il segno dell’autenticità.

Professione e vita, deontologia professionale ed etica dell’esistenza, in Paolo Di Pietro, sono inscindibili.

Per questo la sua migliore opera risiede nella sua dimora.

Un architetto che si fa un autoritratto architettonico (come un odierno e reincarnato Adolf Loos). Come farebbe un pittore, imprimendo nella tela il proprio volto.

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Antonio Marchetti

Il ritorno del gobbo. Lorenzo Bartolini a Firenze.

giugno 5th, 2011

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Lorenzo Bartolini viene storicamente risarcito da una mostra nella Galleria dell’Accademia di Firenze, inaugurata il 30 maggio scorso.

Come sotto effetto di droghe il suo cimitero-gipsoteca qui custodito si rianima improvvisamente con le visite, ben studiate, di marmi e cimeli che riattivano una circolazione internazionale  che Lorenzo merita,  e che questa mostra registra.

Un voluminoso catalogo, di “ricerca”, fissa il punto sul “bello naturale” e apre congetture e strade future, se si rimane fedeli all’idea di un passato da guardare con audacia e libertà.

Spazio espositivo ridotto purtroppo, per l’occhio e il corpo,  non tanto per le sculture sulle quali ameremmo ruotarci intorno con “aria”, ma quanto per le “connessioni”, diciamo, “filologiche” (e Rimini qui si fa largo con la collezione Fagnani Pani Cardi); sempre al di sotto comunque del puro godimento di queste opere che allietano, anche in un piccolo spazio. Lorenzo ci allieta. A Firenze in questi giorni, sino a novembre, Bartolini “statuario” si ritrova con Michelangelo “scultore”.

Pubblico vasto, in fila per qualche ora all’ingresso delle sale espositive bartoliniane.

Tutto il Museo dell’Accademia è sempre tirato a lucido, accudito come una “casa” dalla direttrice ben consapevole dei grandi capolavori che la casa custodisce, dalla cucina alla sala da pranzo, dal luogo delle ricette a quello degli appetiti.

L’Accademia di Belle Arti, attigua, partecipa all’evento aprendo alcuni spazi ove si vedono alcune opere scultoree degli allievi.

Ciò conferma la mia idea che le Accademie non possono abitare più questi luoghi. Non sono più i tempi, e l’arte contemporanea abbisogna di discreti hangar o di vuoti indifferenziati per creare e fare didattica dell’arte. Lascerei nelle sedi storiche solo qualche corso di eccellenza (ma come si fa?).

Sera  in Borgo Pinti, nella casa di Bartolini, ora abitata da una piacevole coppia che per l’occasione ha organizzato una cena in giardino. Una casa, quella di Lorenzo, che ispira immediatamente un sentimento di famigliarità e intimità, di domestico e “classico” insieme. Ho visto le lucciole in alcuni angoli di questo giardino. Ci si aspettava che da un momento all’altro le  bambine di Lorenzo facessero scherzetti a noi “statuari”. In tarda notte la bella notizia delle elezioni a Milano hanno concluso una intensa giornata.

Ma la “Fiducia in Dio” del Bartolini ha lasciato Milano per essere esposta qui.

Sino a novembre, di fiducia in Dio,  Milano e il museo Poldi Pezzoli possono farne a meno per il momento, avendo dimostrato di avere fiducia in sè.

Nostalgia del futuro

maggio 14th, 2011

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Antonio Marchetti per varisonadamestesso

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Qui, nel mondo in cui ci è capitato di nascere, si è sperimentato tutto: l’impensato lo si esperimenta oggi.

Il presente lo viviamo piuttosto preparati, meno coloro che perdono dignità economica e sociale che non hanno voce, a parte i format televisivi a tema ove si procede per emblemi. Gli sconfitti sono muti, mentre i più preparati, per quanto marginali ma che sbarcano il lunario, sono più ciarlieri: amano rigirarsi il giocattolo dell’indignazione tra le mani. Siamo impotenti entrambi, se messi di fronte alla potenza messa in campo; ma noi non ci sentiamo impreparati.

Qualche filosofo in giro per il Paese ad insegnare la “Polis”, qualche viaggio in Europa, qualche libro memorabile, una certa propensione ad avvertire il pericolo nel corpo prima che nella mente, alcune esperienze dolorose, la soglia dell’armonia e dell’equilibrio, l’amore, la passione per la Politica (per il “Politico” si diceva…), la scelta dell’A(a)rte, alla fine ci hanno aiutato a non essere colti di sorpresa.

Mentre ci aggiriamo tra le rovine già cogliamo le possibilità di giorni migliori. Forse l”indifferenza appassionata” perde colpi sulla “passione”, mentre l’indifferenza sembra cedere spazi alla “partecipazione”.

Una partecipazione “negoziata”. Di volta in volta, e non più come astrazione o dittatura.

Giuseppucci alla Galleria Percorsi a Rimini

maggio 9th, 2011

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Maurizio Giuseppucci mi ha chiesto di scrivergli qualcosa per la sua mostra riminese, ora stampata nelle belle carte di presentazione pensate da Leonardo Sonnoli per la galleria di Rosita Lappi in via Serpieri. Anni fa un altro artista, amico anche lui, mi chiese più di vent’anni fa un testo sul suo lavoro, Giovanni Lombardini. A parte  costoro non ho mai presentato nulla, non sono un critico, e se scrivo di artisti molto spesso si tratta di morti. Dunque Giuseppucci e Lombardini sono gli unici “morti viventi” su cui ho scritto. Molto divertente, e piacevole, scrivere sui colleghi, amici. Il diletto sta nel dire delle verità disincantate, che alla fine valgono per tutti noi, per me.

Ma questo presuppone una idea di comunità dell’ arte che non c’è, e dubito ci sarà.

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Ecco il testo:

La bassa risoluzione di un archivio.


Il sintomo di una perdita – o di uno stato confusionale – che le “parole” di spiegazione-traduzione dell’arte contemporanea rivelano, sta nel pericoloso ritorno ad un linguaggio esoterico e autoreferenziale di cui non ne sentivamo più il bisogno, che rischia di allontanare il pubblico dal privato creativo. Oggi abbiamo bisogno di una lingua “nuda”. Il lavoro artistico di Maurizio Giuseppucci, fortunatamente, spinge alla sintesi, all’immanenza, alla logica del grande gioco dell’arte.

Internazionale, globale, costantemente connesso col mondo, cibernauta, ma  autenticamente “italiano”, artista del trauma, del naufragio e dello shock. Se poi il trauma ed il naufragio paiono alle nostre spalle le sue opere provvedono ad accorciare le distanze. Lo shock è dentro il suo linguaggio, levigato e “superficiale”, elegante e di confortevole “design”, visivamente appagante ed estetizzante, sintetico e prosciugato dalla circolazione sanguigna, shock anemico, congelato. I vampiri della Storia (e dell’Arte) sono già passati. Ma non bisogna abbandonarsi troppo all’inganno: il depistaggio è la “forma”, e viceversa. Successivamente, accettato il suo seducente invito ad entrare – che potrebbe condurre all’inferno della Storia – il pensiero ti assale e le memorie vengono in superficie, drenate in modalità incontrollate; da qui lo shock, anzi l’elettroshock che Maurizio Giuseppucci ci somministra con leggere scariche elettroconpulsivanti (attraverso la distanza formale dei pixel e di una voluta “bassa” risoluzione digitale) che agiscono nella profondità delle nostre storie rimosse, e mai ricomposte. Le sue opere richiedono una tua particolare partecipazione; sei preso al laccio, attraverso uno shock dolce;  poi sei lasciato  a dibattere con te stesso. L’opera scompare e restiamo soli, a pensare. Come soli lo siamo sempre, dietro le maschere socializzanti, autoconsolatorie, consumistiche.

Artista “italiano”. Nel suo video omaggio-congedo alla macchina da scrivere “lettera 32″ dell’Olivetti, la concettualità asettica è in verità una partecipazione appassionata alla filosofia aziendale di Adriano Olivetti, una storia italiana straordinaria che Giuseppucci innalza come vessillo contro la corruzione  contemporanea. Poi, finito di scrivere le sue cifre, si ritrae, chiude la custodia e si propone per qualche “frame” con un profilo tagliato a metà. Quanto basta. Un ritrarsi con passione.

Nell’opera “Il piatto piange”, ove immagine e funzione coincidono, rivediamo fotogrammi (frame) del film di De Sica, “Umberto D”. La distanza storica corre parallela al distacco stilistico: le immagini sono fotografate dallo schermo del computer, come se ad una bassa risoluzione potesse corrispondere un’accentuazione del sentimento patetico-archivistico. In “Dittatura Dettatura” viene riscritta una pagina di un dettato scolastico in epoca fascista e le immagini sono riprese da un cinegiornale sulla gioventù fascista. Inevitabile la declinazione, nonostante i rapporti di scala storici, ove la vocale di slittamento si fa carico del punctum: dettatura-dittatura politico-mediatica di questa stagione contemporanea.  Una questione che non riguarda solo la Storia. Per Maurizio è una questione di stile, e di tavolozza. Il rosso sarà quello leninista e maoista, l’oro quello dei memoriali, il nero il lutto della democrazia, il frammento l’improbabile museo, mentre l’ingannevole trasparenza delle sue barre in plexiglas sono la delicata piombatura-sepoltura irreversibile che l’artista imprime al suo lavoro. Piccole tombe, con ineffabili lapidi.

© Antonio Marchetti