Comunione e Liberazione; con beneficio d’inventario

11 ottobre 2010

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antonio marchetti carri neri

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Lo abbiamo scritto, qui, in diverse occasioni. Se c’è un luogo ove cultura e lingua deperiscono e rattrappiscono, questo luogo è la scuola.

Qui si parla una lingua che nel mondo esterno non esiste.

Tra le tante tipologie di disturbo che un “professore” (parola oggi improbabile) avverte, c’è una specie di  “double bind” dentro la  sconnessione.

Essere estranei al mondo quando si sta a scuola ed essere estranei alla scuola quando si sta al mondo.

Nel linguaggio ministeriale che annuncia i nuovi cicli scolastici si annida una patologia della lingua che ripete questa sconnesione, doppia, reciproca.

Sino ad oggi gli unici che accettano, secondo la mia esperienza, in maniera passiva e vocata, l’accoglienza acritica della malattia linguistica-ciulturale, sono coloro che aderiscono a Comunione e Liberazione.

CL aderisce in modo plastico al depauperamento della cultura e della lingua. Aderisce ai governi più discutibili e osceni. In fondo, sdoganata la morale (con la scoperta del moralismo negativo contemporaneo), azzerate le resistenze etiche, cavalcando i naufragi, oggi CL naviga nel mare aperto del possibile e del numero, della quantità.

Forse, alla fine, questa organizzazione, questa lobby, si troverà davanti, nella sua evoluzione, ad una verità inevitabile, ad una realtà semplice: solo business.

CL sarà questo: “è solo una questione di affari”.

Dal naufragio che alimentano possono essere estratti corpi-icone metastoriche a piacimento, in una cancellazione di differenze. Corpi-figure che fluttuano come pesci nel monitor-acquario del tuttouguale post ideologico.

CL, inoltre, lavora sul disagio, cresce sul disagio, “capitalizza” il disagio.

Il drappello sguinzagliato nelle scuole “statali” di insegnanti di religione, che vivono pienamente il “double bind” tra stato laico e sdoganamento vescovile (a cui spetta una valutazione “ad personam”) dimostra con chiarezza  l’anomalia di questa categoria di “lavoratori”". Se invisi alla Chiesa non perderebbero mai i loro diritti “laici” e di “graduatoria”  professionale, ma potrebbero insegnare materie scolastiche affini al loro percorso di laurea. È una specie protetta. Naturalmente ci sono eccezioni.

In un quinquennio delle medie superiori i nostri ragazzi che si avvalgono di religione, in generale, non sanno molto di antico e nuovo testamento, pochissimo di altre religioni. Questi docenti  laici di religione sono figure ambigue, giocano sul dilettantismo psicologico senza avere nessuna competenza, confessori laici nelle ampie praterie bisognose del contemporaneo: nuovi maoisti dopo il comunismo più devastante.

Costoro non insegnano religione, nella maggior parte dei casi. Sono i demagoghi contemporanei, lasciatemelo dire, ricalcano gli stessi passi fatali, con la stessa autoconvinzione cieca che la storia ci ha consegnato.

Stiamo parliando di una massa; i capi, la sanno più lunga.

Mentre si discute della scuola pubblica forse non ci si accorge che essa già comincia a non esistere più; un nuovo Stato è entrato nello Stato e lo svuota dall’interno. Vampiri robotizzati e indottrinati che pur muovendosi in  apparente ordine sparso si gettano sulla stessa preda. Sembrano invisibili, non accettano una netta riconoscibilità esterna e sembrano quasi offendersi quando li si definisce per quello che sono. Sono fluttuanti. Ricordano i film di Romero, ma  c’è poco da ridere.

CL si è buttata da anni anche nell’arte contemporanea. Ne riparleremo.

Per ora gli artisti ciellini cinguettano, ma marciano compatti, come se vivessero nel comunismo realizzato, diretti da direttori d’orchestra-curatori che hanno tentacoli nelle banche e nelle fondazioni. Hanno il loro business, che naturalmente si farà sentire.

Il segreto è nel loro essere massa d’urto: l’individualità è regolata dalla pluralità, la pluralità garantisce e protegge  l’individualità, anche se psicolabile: soprattutto se psicolabile e gestibile.

Singolarmente sono deboli, mimetici; nella pluralità micidiali.

Ricordano per certi versi la Decima MAS. Flottiglia.

Nuovi mondi… vedremo…

Simonetta Melani per Antonio Marchetti

10 ottobre 2010

Marchetti City Paper

Simonetta Melani (il Grandevetro)

Con un aforisma a forma di bacio

Antonio Marchetti è cattivo.

Coltiva serpi in seno e sputa su dio e sui santi non dimenticando donne e bambini che sempre andrebbero salvati (e per primi).

Antonio Marchetti non ama il vicinato.

Attenti dunque ai vostri nani: li odia sia nel giardino che fuori come odia le petunie e l’uncinetto.

Ha un gran brutto carattere e ve ne sconsiglio caldamente l’amicizia.

Io l’ho preso per la coda e per ora regge, nonostante si dimeni (mai a destra, sempre a manca).

Io e lui ci assomigliamo poco, ma anche molto, e le mezze misure no, a noi non piacciono.

Un piccolo miracolo informatico ci fa ciechi e curiosi di noi. E noi ci facciamo dispetto nell’onorarlo.

Ci scriviamo e ci sorridiamo da anni (quanti?), ho letto i suoi libri e ne ho parlato, lui conosce la nostra rivista ed è un bravo collaboratore, ma mai ci siamo conosciuti di persona.

Confesso: ho diversi amici che amano scrivere aforismi ma non dirò i loro nomi.

C’è un principio di assolutezza nell’aforisma che lo rende scontroso e scorbutico per sua natura. Meglio evitare un incontro fra chi li crea, non credete?

Solo per insaporire gli appetiti dirò che uno sta fra pulcini, capre e cavoli, e pure non manca di un elefante; un altro sta con una gatta fra il Lungotevere e Keats come un dandy ramingo; uno – che se n’è volato via – riusciva a scrivere, pensate voi, un bouquet d’aforismi al mese, che fiorivano immancabilmente, nonostante Milano…

E’ così per questi asprigni scrittori: ognuno sceglie il luogo a suo vedere adatto per farsi il miglior cattivo sangue possibile, come ben si conviene a questo vizio.

Antonio sta fra il mare e il branco, in una striscia di cattività.

Lo vedo aggirarsi sulla spiaggia novembrina come un lupo solitario francese. Come uno di quelli che un tempo si sarebbero amati dicendoli maledetti ma che ora nessuno ama perché appunto maledetti.

È uno rimasto fregato dai tempi come molti della mia generazione (pochi sono infatti quelli che hanno conservato un’identità disdegnando il riciclo con candeggio che fa tanto figo in questi ultimi anni).

Lui è fedele alla linea che non c’è.

È un poeta della sensibilità. E la sensibilità non va più di moda. Va di moda il buon vicinato ma quanto a questo rimando sopra.

L’anima – in ragione della sua invendibilità – è salva.

Non credo di fargli piacere parlando d’anima. Ma la sua è come la mia un’anima carnale, organica, che ha bisogno di nutrirsi famelica e sta insonne a captare memorie e sogni. Guai a chi ce la tocca.

L’ho seguito. Mi son presa questa libertà.

Ama fare il flâneur sulla spiaggia deserta.

Si blocca adocchiando culi inesistenti, quelli passati già oltralpe dopo la bella estate riminese che lui a malapena grugnendo ha intravisto sfrecciare da una tapparella o attraverso il vetro di un birrino gelato al Moxie Bar.

Un sorriso dipinto fra una narice aperta e l’orecchio alato.

L’occhio va obliquo e se ne compiace.

Stiracchia le labbra.

Con l’occhio lungo disegna esatta la linea orizzontale, e così fa il cielo e dà una ragione al mare.

Dopodiché sbuffa dai denti un vapore, una nuvoletta, una di quelle che per incanto stanno su da sole fra la testa e l’azzurro.

E in questa ecco apparire per magia una serie di parole.

Ti avvicini, fai per leggere, ma lui, quasi t’avesse visto, scatta, l’acchiappa e se la mette in tasca.

E sornione, tra orme di cani e altre bestie venute ad annusare il salmastro invernale, finalmente, se ne torna a casa, gonfio come da una pesca fruttuosa.

Stende sul tavolo di cucina tutte le sue nuvole.

Se le guarda e ci ruzza come fa il gatto con la preda davanti al padrone.

Poi se le mangia.

Così nascono e muoiono i suoi aforismi.

O almeno così a me piace pensarlo.

Gli artisti si nutrono di sè, è risaputo ed è più quel che si metton dentro di quel che buttan fuori, ahinoi.

Delle nuvole resta solo l’osso. Ed è quanto ci dona.

È un dispetto nato quest’uomo.

E io lo amo così.

De gustibus.

Sarà che la carne attaccata all’osso qui in Toscana fa la bistecca, gli aforismi del Marchetti son gustosi e ci fanno gola.

Uno dietro l’altro vanno giù che è una bellezza.

Non fai a tempo di sorridere del primo che già ti acciuffa il secondo.

È un’ironia da retrobottega, riservata al buon palato.

E siamo pochi pochi.

Ma ci bastiamo.

Con questa assoluta certezza lo saluto e bevo ai suoi lavori in questa mostra, saluto i suoi amici che si fanno miei con l’augurio di star bene in compagnia di quell’acido dire che a noi tanto piace e che non si dà pace.

Baci Antonin.

Pochi. Troppi possono rimanere sullo stomaco.

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“Citycolor”, mostra nella galleria Percorsi/Arte Contemporanea. Rimini

Scrivere al mattino su Facebook

23 settembre 2010

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marchetti guardare con galileo.

Aprire un libro con un “torno subito”

Chiudere un libro e perdere la chiave.

I libri sostengono le pareti della casa.

Costeggio in bici l’Università. L’accumulo di sporcizia nella strada mi segnala che ieri abbiamo sfornato nuovi Dottori. La pasticceria all’angolo espone in vetrina certificati di laurea di cioccolata mentre sulle torte gli sposini sono sostituiti da “Dottore” e “Dottoressa”.

Ospedale di Rimini. Radiologia. La sala d’attesa per la mammografia ha le pareti tutte dipinte con smalto rosa, forse a ricordare che l’eventuale tumore sarebbe una lunga Notte Rosa per le donne.

Alfabeta 2.
Mi diceva con micidiale sarcasmo Gianni Scalia che la rivista Alfabeta nacque dall’incontro di un intellettuale ed un analfabeta. Dovrei pensare che la sua rinascita sia dovuta dall’incontro tra un intellettuale e due analfabeti. Il contrario?

“Ma il sale di una civiltà sono i vagabondi. Quando essi godono il rispetto che si deve al più debole è segno che il rispetto per le altre libertà funziona”.
Ennio Flaiano, Diario degli errori.

I poliziotti manifestano e scioperano. Facessero lo sciopero del manganello.

Sapevamo che gli anni Ottanta erano effimeri, questi sono efferati.

Leggere un best seller dieci anni dopo, o non leggerlo affatto.

Prima c’erano state già due sberle, quasi una dietro l’altra: il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.
Con il 2 agosto fine dei giochi, maturità forzata.

2 agosto, Erano quasi le 11, abitavo a Fermo, scendo al bar per bere qualcosa di fresco ma alla radio c’è qualcosa che mi congela. L’angoscia sembrava non finire mai…

Traumi di gioventù. Per troppi anni la scuola mi tenne nascosta la morte di Leopardi, dovuta ad una indigestione di gelati.

Siamo nella merda sino al collo? Non ancora; diciamo le spalle?

Una richiesta al ministro della cultura Bondi: mi presti la sua testa che riposo qualche ora.

Le donne sono un mistero solo per uomini banali.

Le stagioni sono cinque. La quinta è quella in cui restiamo soli.

E il bavaglio? È in tintoria.

Una signora dal fruttivendolo:«Sono buone queste pesche?»
«Lei le mangi, se poi non le piacciono me le riporti».

Essere fuori logo.

Artisti internazionali, artisti nazionali, artisti regionali, artisti cantonali, artisti provinciali, artisti cittadini, artisti di quartiere, artisti condominiali, artisti da camera.

Parole provocatorie, intelligenti, colte, aggressive, polemiche, critiche, affascinanti…  se solo le avesse detto qualcuno con altro corpo, altra voce, altro volto, altro sguardo.

Mancava la forma.

Quando si legge una poesia la si sta scrivendo.

dovevo star fermo
quando ero mobile
muovermi
quando ero immobile
con tutti i gradini alle spalle
le infinite scale consumate
una porticina mi si apre

L’arte naviga su un fortunato equivoco.

Passa il tempo, gli anni scorrono, fischia il vento urla la bufera, il sergente è sempre sulla neve, Zivago ormai congelato urla ancora Tonja Tonja… Antoine Doinel è vecchio e gira da tempo film porno e Dio non ubbidisce più come una volta, Piazzale Loreto si avvicina le fosse Ardeatine si allontanano, le gallerie sono passaggi, nei musei discreti aperitivi, Linus ha perso la copertina…

Bonjour schifesse.

Lo storico distingue, l’intellettuale si indigna, l’ostaggio fa televisione, il coscienzioso chiede il parere altrui, la scrittrice si scandalizza, il giornalista denuncia.
Tutti uniti dallo stesso editore.

Son ritornati i sandali alla schiava. O le schiave coi sandali…

Il ministro dell’istruzione università e ricerca è audioleso.

Manganello e doppiopetto (e doppiomento).

Nata una nuova scuola, Liceo don Giussani.

Disoccupazione. C’è differenza tra farsi mantenere dalla famiglia e mantenere una famiglia.

Suoni di giochi antichi… la palla Yo-Yo Ma.

Il gatto è molto permaloso, ma gli passa subito.

Era appena ieri.

Gli artisti ciellini cinguettano.

Pedro adelante con juicio

Spiacenti, vedo una sgommata sull’asfalto, andavate troppo veloci; non era questa la lentezza. Siete pregati di tornare indietro e rifare tutto il percorso, lentamente, molto lentamente…

Al museo Madre di Napoli forse mancherà l’elettricità e la luce.
Recuperare Gaston Bachelard, “La fiamma di una candela”.
Mimmo Paladino potrebbe occuparsi delle scorte.
No steariche, no paraffina, solo cera d’api;
è solo un modesto consiglio per l’artista-magazziniere.

Finito l’intreccio tra mafia e politica.
La mafia “è” la politica.

Questo è il periodo dei bei tramonti, lunghi e melanconici, con il buio però quasi improvviso in certi luoghi

Putsch fallito ad Adro. Dopo un primo momento di disorientamento le camicie verdi si riorganizzano e tentano un golpe per via istituzionale

Mi piace a volte non veder commenti a certe mie cose. Credo sia un silenzio dialogante, una vicinanza, oltre FB e persino oltre l’FBI…

Come l’arte degenerata, come i francobolli sbagliati, i manifesti ritirati della mostra di Cattelan a Milano vanno a ruba. I “guardoni” di una volta… Milano città vintage…

Basta con il luogo comune che miss Italia vuol dire testa vuota. Testasecca.

eri, mi sono dimesso per un giorno.
Mi ero dimesso da me stesso.
Non avevo scelta…

Tutti partecipi.
Tutti distratti.

Corman Mc Carthy e il quotidiano

14 settembre 2010

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antonio marchetti rovine

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L’ho poggiato sul tavolo. L’ho sfilato dalla custodia nera di forma triangolare, ho saggiato la resistenza del passante che si fa scorrere nella cintura dei pantaloni in modo da sistemarlo nel fianco o  sotto la schiena. Poi, con calma, me lo sono rigirato tra le mani. L’utensile contiene un martelletto ed una miniatura di ascia che per mezzo di una linguetta di acciaio curva permette un’elastica morsa, da utilizzare come pinza, con dentellatura arcuata. Dal bel manico di legno lucido sfilo un cacciavite a stella, un cavatappi, un apriscatole, un seghetto e due lame, una lama media ed una piccola. Affilo le due lame e la miniatura di ascia. Lubrifico i nodi di  uscita degli utensili che ora vengono fuori con scioltezza mentre l’olio distribuito restituisce lucentezza al manico ligneo. Mi accorgo che in questo utensile mancano piccole forbici ed una lima. Prendo un piccolo coltello multiuso di acciaio regalatomi da mio figlio tanti anni fa che contiene ciò che manca e lo sistemo in una piccola tasca laterale della custodia nera. Adesso c’è quello che serve.

Ho fatto tutto questo dopo aver chiuso il libro di Cormac Mc Carthy, “The Road”.

Mi ha fatto precipitare nel quotidiano, nel mondo nudo della sopravvivenza, nell’accadimento prevedibile o imprevedibile della scomparsa del mondo.

Ho pensato che tra il mondo rattrappito nella cenere e tra la  morte “cuoiosa” e nera degli umani attraversati dal viaggio di un padre e il suo bambino, stretti in un tenero e pragmatico rapporto in una incessante ricerca di cibo e coperte per sopravvivere, sono gli utensili, quelli più semplici  e forse primordiali, a farsi avanti.

Ecco perchè ho rimirato, lubrificato, affilato, il mio amato utensile + uno.

Sono pronto. Anche sul piano letterario.

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Antonio Marchetti ©

Il mondo di Alter

11 settembre 2010

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antoniomarchetti variosondamestesso.

Non sarà certo Alter a scrivere la storia per te, non può arrivare a tanto, non c’era nel passato, non c’era nel remoto delle carezze e dei baci che non puoi ricordare.

Non c’era nelle fantasie delle favole, nei bisbigli notturni del conforto, nei giochi primordiali delle mani, nella custodia naturale del vivente.

Alter si è insinuato, con la maschera dell’amore, per riscrivere la tua storia, con passione distruttiva piuttosto che costruttiva. Alter non accoglie ma giudica e definisce, separa, taglia, riscrive come conviene al suo possesso. Possesso chiamato amore. Guarderai il mondo con gli occhi di Alter, e crederai che siano i tuoi. Alter consolida le tue crepe, è seduto sulla tua anima, con amore. Alter seleziona ciò che merita di essere ricordato e vissuto, e tu col tempo non saprai più qual’è la tua memoria e il tuo vissuto. Hai delegato ad Alter una negoziazione per te troppo difficile e faticosa, coinvolgente. Alter cancella le tue debolezze e ti introduce al mondo come in un nuovo esordio, non tuo, ma a cui aderisci affascinato. Lo sguardo di Alter ti convince: semplice, chiaro, evidente, oggettivo, freddo, distaccato, lucido, cinico. Alter ti mostra il mondo come non lo vedi tu. Ma il mondo, se hai deciso di non vederlo come lo vedi tu, è il mondo di Alter lavorato sul tuo impasto, sulle tue interrogazioni. Alter ha posto fine alle tue interrogazioni e  ai dubbi. Alter ha risposto a tutto, per te. Alter nasconde le macerie e ti mostra il mondo nuovo, un mondo libero dalle provenienze, dalle esperienze fondative, dall’infanzia, dai genitori, dalle storie e dalle saghe familiari. Tutto cancellato.

Alter è sempre presso di te, non ti lascia mai, ti ama, ma tu sai di essere solo. Meno solo oggi; più solo domani, quando Alter troverà un vivente più gustoso.

Quel giorno cercherai la tua casa.

Antonio Marchetti ©

Ritorno a Saviano

31 agosto 2010

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antonio marchetti frattali.

Leggo sempre con attenzione gli articoli di Roberto Saviano. Alla fine appare sempre il © di Santachiara, agente ed editor del nostro scrittore, ma anche di altri non meno importanti.

Come in altri articoli e piccoli saggi di grandi autori, il ruolo dell’editor (ed in molti casi si tratta di puro writing) omogenizza la lingua rendendola pulita, piana, chiara, corretta, in un certo senso globale. Gli articoli dei vari grandi autori iniziano ad assomigliarsi.

Ciò si rende più evidente quando i cosiddetti “grandi della Terra” intervengono sui media in forma scritta. I loro interventi sono perfetti, secchi, sintetici. Ma si assomigliano quasi tutti  nello stile. È lo stile globale del writing editor.

Lo stile anglo-americano sembra vincente, piegando la complessa lingua italiana – purtroppo lingua minoritaria nel mondo –  rendendola a priori più facile nella sua traduzione.

L’editor è una figura importante perchè garantisce la circolazione del testo, la fama dell’autore ed il suo fatturato, oltre al proprio. Lo stile dell’autore diventa difficile da individuare.

Forse, se avesse un suo stile originale e poco globale, avrebbe difficoltà di mercato.

Se mi chiedete quali sono i contenuti degli articoli di Saviano risponderei che sono di grande interesse e li condivido quasi sempre.

Ma se mi chiedete quale sia il suo stile letterario e l’originalità della sua scrittura non saprei che dire.

Si potrebbe affermare che ci sia, in Saviano come in altri autori impegnati, la scelta nel farsi comprendere da tutti e dunque assumere uno stile “elegante” e formalmente orizzontale, facilmente comprensibile. La semplicità è un valore letterario, una conquista, una risorsa. Lo scrittore “scende”, posizionandosi ad una altezza media, giustamente. Ma se le semplicità si assomigliano, e se a perderci è la lingua, dalla posizione media si scivola inevitabilmente alla posizione bassa.

Sarebbe opportuno, qualche volta, invitare il lettore a salire, ad adeguarsi all’autore e non il contrario. Si perde in fatturato ma ci si guadagna in letteratura, oltre a far crescere il lettore spingendolo in alto.

Si fa sempre in tempo a ricadere nella medietà.

Ma forse parliamo di letteratura laddove non ce n’è e non vuole esserci?

Vado alla Trilogia del Nord di Céline, che mi aspetta in giardino in questo ultimo scorcio d’estate…

Infanzia bernese. Albert Anker

28 agosto 2010

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marchetti a berna

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Nella temperie protestante l’esperienza del tempo assume valori concreti.

I giganteschi,  mostruosamente fiabeschi, orologi delle torri bernesi ricordano che il tempo va ben speso.

Applicato al piacere e al “bon vivre”, o nelle opere, nel lavoro.

Alla fine sarà sempre la morte a spuntarla, attraverso le sue danze macabre e dispettose, rappresentate mirabilmente da Niklaus Manuel nelle vetrate della cattedrale di Berna.

Questo tempo, che si dispone nell’esperienza concreta del quotidiano vivere, nella “verità” dunque, lo ritroviamo nelle tele di Albert Anker.

Nel centenario della morte di questo grande pittore svizzero Berna gli dedica una mostra straordinaria.

Nelle sale del Kunstmuseum si dispiega in modo preminente il mondo dell’infanzia, nelle nuances dell’educazione, dello studio e della scuola con conquiste e  vergognose punizioni, del gioco, dell’abbandono nel sonno, della malattia e delle lunghe convalescenze, della morte… La vita activa…

Una grandiosa tavolozza ed uno sguardo storico attento rappresentano tutto questo, in una inquietante lateralità rispetto all’obiettivo fotografico che avanza,  che  pur affascina un preoccupato ma curioso  Anker.

Bambini, diremmo oggi, con le lavagnette, libri e quaderni, ferri per il lavoro a maglia per le bambine insieme al gioco del domino; i giochi didattici di Froebel – che oltreoceano già formavano le fantasie di Frank Lloyd Wright  bambino.

Fratelli, sorelle, madri e padri, maestri di scuola, nonni.

In alcuni quadri sono “inquadrate” tre generazioni contemporaneamente (il tempo!).

L’immaginario delle nostre cattoliche “sacralità” familiari – che rimuove le presenze maschili come il padre o un nonno, figure sconfitte dalla dominazione femminile mariana dura a morire –  qui non trovano posto.

Il tempo domestico  scorre come  il fiume Aar. Con un orso simbolico-sacrificale pronto a mordere l’immanenza.

Apprendimento, gioco, formazione, lavoro, felicità, melanconia, giovinezza, vecchiaia, morte.

Nelle centinaia di tele, tavole, disegni di Anker sembra che tutto questo si sovrapponga, o sembra vivere in un misterioso equilibrio di compresenza.

Gli orologi bernesi, pare, regolano una comunità fluida.

Ma lo era già quella rappresentata  da Albert  Anker?


Artisti quarantenni (o quasi) in via di distinzione.

9 agosto 2010

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marchetti tappeto

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Diverse cose interessanti in via Serperi a Rimini in queste estive ultime settimane. (percorsiestravaganti)

Récit poetico di Sabrina Foschini, conferenza e interventi del genial-picaresco Alessandro Giovanardi; i due curano una doppia mostra “amorevole” (amor sacro). Incontri e ritrovamenti piacevoli alle inaugurazioni, quasi una risposta all’invasione degli autori in spiaggia a ricordarmi il bellissimo racconto fantascientifico di Flaiano sull’”invasione dei capolavori” nelle città. Intermezzo installativo di Franco Pozzi durante le letture poetiche: tutti seduti in doppia fila uno di fronte all’altro nel corridoio-acquario della galleria, come nelle feste private dei primi anni Sessanta, ma qui nessuno invita a ballare; piccoli ceri che Pozzi spegne tra un verso e l’altro.

Tutto elegante e un po’ fané, come petali di rose a suggello di un amore di appena ieri.

Tra i vari “giovani” artisti che espongono in questa doppiezza dell’amore, a parte le bellissime “lavagne” di Federico Guerri ed il “magister” Massimo Pulini, è il femminile a farsi largo, in un crinale storico oggi per le donne abbastanza difficile ed ambiguo. Sono le foglie fotosensibili al naturale di Lucia Baldini o le stoffe e ricami di Monica Pratelli che si muovono con i passi della lentezza, non tanto nell’esecuzione tecnica delle opere ma in una temporalità femminile che nell’arte, o forse ormai solo nell’arte, presenta una “resistenza”, un “rattrappirsi” del tempo, in una inattualità contemporanea che potrebbe aiutare tutti noi se solo ci si liberasse da vecchi stereotipi di nicchia e di vetuste alterità nostalgiche presso cui questi artisti quarantenni (o quasi) sembrano spesso rifugiarsi. Rifugio post- naufragio.

Più in generale (ammesso che ogni mostra abbia una certa cromìa), tra le variazioni del nero, si declina ancora  la memoria del “nero punk”, forse meno luttuoso e orfano di allora ma che continua ancora a segnalare, con una certa preoccupazione, la sparizione del colore.

Inattualità riminesi.

7 agosto 2010

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antonio marchetti foto in città.

Tracciare solchi, ripartire la terra in campi, costruire recinti. Il contadino ha trasferito al mare la sua cultura ed ha costruito gli stabilimenti balneari come se coltivasse la terra. Il bagnino, come il contadino, è all’erta per il tempo metereologico e parla sempre di perdite, di annate buone o cattive, del raccolto turistico, di fatturato. Altri contadini hanno iniziato con la piadina, divenuto poi ristorante, o con la pensioncina, poi albergo, hotel, e così via. Recentemente è stata Rosita Lappi a risegnalarmi quell’intermezzo del famoso “Rimini” di Tondelli: Pensione Kelly Hotel Kelly.

Coltivazione intensiva in spiaggia dunque, campo dentro un campo, recinti dentro recinti con il mare lontano che sfugge allo sguardo.

In fondo, se il mare sparisse, ci sarebbe questa coltivazione a sostituirlo e si potrebbe sempre provvedere con una scenografia felliniana.

Ma, visto che abbiamo evocato Tondelli, e i problematici (ma anche felici) anni Ottanta, ripenso anche a Pazienza.

Andrea Pazienza e Pier Vittorio Tondelli mi si accostano nella memoria insieme. Sono morti giovani, sono i “caduti” del secolo scorso, ma sono anche, e lo saranno sempre più,  i nuovi eroi del terzo millennio, e come gli antichi eroi saranno ricordati da giovani, saranno eterni.

I sopravvissuti invece sono condannati alla durata, e anche se vivono intensamente il presente non saranno mai eroi; forse, per il semplice fatto di esistere, sono un ingombro in quanto vivi; salvo la retorica stucchevole dei “testimoni”, che spuntano come funghi, e si inventano un “esserci” nel passato a risarcimento di un discutibile presente.

Ci sono testimoni silenziosi?…

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In effetti i primi bagnini erano davvero contadini, venivano dai paesini dell’entroterra a “investire nella sabbia e nel mattone”. Le spiagge con magnifiche dune lavorate dal vento erano territori selvaggi piene di sterpaglie, rovi, ligustri. Il nuovo bagnino sapiente contadino dovette sarchiare, estirpare, spianare, rastrellare, delimitare, palafittare, pedonalizzare, cabinare, dipingere e ombreggiare il suo campo…. Ma ancora nessuno sapeva nuotare!!

Rosita Lappi

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essere testimone non silenzioso, superstite declamatore, serve a non essere solo spettatore.

Questo suggerisce Beppe Sebaste.

v. http://www.beppesebaste.com/articoli/tutti_testimoni.html

a presto

Leonardo Sonnoli

Il suicidio ordinato.

28 luglio 2010

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marchetti 3 torri.

Tra i vari tipi di suicidi oggi parleremo del suicidio ordinato. Per suicidio ordinato intendiamo il suicidio pensato, pianificato, curato nei minimi dettagli. Evidentemente anche la vostra immagine da morto deve essere ordinata e pulita, persino elegante. Dell’abito da indossare tratteremo più avanti. Evitate farmaci, che potrebbero dare problemi antiestetici dopo, o il retorico taglio dei polsi con tutto quel sangue, e poi è un suicidio troppo lungo, potreste annoiarvi. Sconsiglierei anche l’impiccagione perchè è una mancanza di rispetto per chi vi vedrà per primo. La pistola è sempre il mezzo migliore. Va bene anche il fucile ma dovete avere braccia molto lunghe per raggiungere il grilletto. Evitate il colpo alla tempia o al cuore, potreste sopravvivere e restare magari menomati a vita; direzionate l’arma nella parte interna della bocca, verso l’alto, in modo che il proiettile trapassi il cervello e fuoriesca dal cranio. Ci sarà sangue, ma voi vi munirete di protezione indossando ed esempio un impermeabile o forando una grossa busta di plastica infilandoci la testa e facendo attenzione affinchè il corpo ne sia avvolto. Sotto indosserete il vostro abito migliore, che resterà pulito. Consiglierei un colore grigio scuro, camicia bianca e scarpe nere, mocassini, con la suola intonsa. Niente cravatta. Dovete evitare di farvi vestire da altri, questo è molto importante. Non sparatevi in macchina o in luoghi poco sicuri meglio a casa vostra, non in piedi o a letto ma in poltrona, in modo da avere un rilascio del corpo contenuto e accettabile. Fate delle prove. Se siete soli lascerete accanto a voi in busta chiusa le indicazioni circa il dopo. La persona a cui destinerete la lettera dovrà essere scelta con cura, qualcuno di cui vi fidate e che svolgerà le procedure dai voi indicate con ordine e la minore partecipazione emotiva possibile. Se non avete nessuno a cui ricorrere scriverete una lettera qualche giorno prima alle onoranze funebri con cui avevate già stipulato un contratto e pagato in contanti. Se avete famiglia lasciate più lettere, diversificate e personalizzate, questo farà sentire i vostri familiari molto gratificati. In questo ultimo anno avrete messo da parte del danaro, che lascerete alla famiglia; danaro che la famiglia non si aspettava. In questo modo sarete molto apprezzati a differenza di tanti che se ne dipartono lasciando debiti. Ricordatevi di ripulire computer e hard disk lasciando le cose meritevoli di essere ricordate. Cestinate le foto in cui siete venuti male. Se intendete esporre il vostro corpo scegliete un allestimento sobrio, ravvivato da colori ed una tivù accesa, con della musica, magari potete farvi sistemare in poltrona, per ricordare il modo in cui avete lasciato questo mondo. Vorrei insistere sul fatto che ad un suicidio ordinato ci si arriva col tempo e tanta pazienza e che nulla deve essere lasciato al caso; la cosa più importante è il prima e il dopo, l’atto in sè è semplice. Il dopo lo è di più, in  quando non ci sarete e non potrete più intervenire su situazioni che non vi soddisfino (come saperlo poi?), ecco perchè una buona programmazione è di importanza vitale, direi “mortale”.

Hai una nuova richiesta di amicizia…

15 luglio 2010

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antonio marchetti piccolo santuario

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La lingua è costretta a rattrappirsi sul web e nei social network, o implodere in una ripetizione ridondante di consonanti e vocali finali che segnano il grado zero emozionale: Facebook docet.

Qui siamo quel che siamo, qualcuno migliora, ma molti peggiorano. Peggiorano, purtroppo, persone intelligenti e colte, under 50. Chi vive lontano dalle città, in campagna, nelle periferie o in abitazioni dislocate in zone urbane grigie è connesso ma si muove molto di meno. Al contempo, chi viaggia, sente il bisogno di marcare la sua mobilità in una fissità pubblica, da narcisismo secondario. I giovani sono più a loro agio. Il carotaggio sulle generazioni rivela un quadro sconnesso, di difficile integrazione. Le immagini, che dovrebbero “narrare” un profilo personale,  vengono spesso giocate tra immanenza diaristica  e graffiatura esibizionistica, in una scollatura tra l’”esserci” o il “non esserci”, (mutazione dell’interrogazione amletica nel contemporaneo), nella rete come nella vita. Gli album fotografici diventeranno archivi funerari. La mitomania imperversa, viaggi virtuali e viaggi reali si mescolano. Con 50 “amici” su FB puoi comunicare, con 500 godi dell’impermanenza e dell’ineffabile. Con 2000?

Qualche anno fa qualche intellettuale post-DAMS aveva teorizzato che la limitatezza dei caratteri digitabili in un SMS avrebbe prodotto una sintesi ed un affinamento della lingua. Già, ma ci si dimenticava di aggiungere che alle spalle occorre un pochino di letteratura e di buona pratica di scrittura. La rete maschera e rivela. Tutti ormai cadiamo nella trappola della libertà o nella demoniaca profezia di quel frivolo di Warhol.

L’assunzione di una lingua globale,  piatta ed orizzontale, attinge ad un vocabolario condiviso che tende a smussare  gli spigoli, attacca le parole, le modifica, ne espelle altre, neolingua autocensurata molto spesso. Tuttavia sistema sofisticato, perennemente allusivo e sospeso, orfano di un senso, o di un centro, come ormai siamo tutti. Tutti vogliono apparire e scomparire nel banale. La situazione politica italiana alimenta questo codice quasi cifrato di irrealtà con cui ci autolapidiamo, pur informatissimi.

A volte basta inserire una sola parola per generare una moltitudine di significati, che poi rotolano in un abisso di “commenti”, portandosi appresso equivoci e demenzialità gratuite (dipende dalla ricchezza sociale dei contatti), in una immanenza che si schianta subito in un presente fluido e dominante, il Tempo…; voglio esserci come non sono, inserisco l’indice romano in alto anche se non capisco, condivido perchè sono un qualunquista e non mi costa nulla ( non sempre leggo i contenuti); origine e causa di frustrazioni: perchè non mi hai commentato? come mai non hai condiviso quel mio link fondamentale? mi sento solo, quando sono online non mi cerchi e non mi  ”parli” mai, sono risentito, geloso, invidio la tua sfolgorante bacheca e poi sono indeciso tra presenza e assenza. Qui annuncerò la mia morte,  la mia rinascita. Lavorare, spugnosamente, Zelig della rete, con cinismo leggero, disponibile alle tendenze dell’ultimo secondo per sottoporre merci ad indagini di mercato; e forse questo è il modo, paradossalmente ma non più di tanto, più “autentico” e sincero di mettersi in gioco nel capitalismo globale.

Le parole sono sottoposte al tornio del comprensibile e del “condivisibile”, al naturale, o si fanno esoteriche ed imprendibili, affacciandosi al mondo “nuovo” come in realtà, per chi le scrive, nuovo non sarà mai.

Possiamo raggiungere amici lontani ma con loro dobbiamo allestire diverse maschere salvifiche e di autoassoluzione.

Qualche tempo fa ho scritto una cosa carina e poetica sulla “bacheca” di una mia vecchia amica, che ricordava il titolo di una vecchia canzone, ed il marito, che la controllava su Facebook, l’ha costretta a chiudere l’account con una furente scena di gelosia. Siamo in Italia non in Iran. Eppure questa libertà sul web non passa completamente attraverso una vera libertà ed emancipazione individuale nella vita vera. Da qui una rappresentazione mitomane e falsa di sé attraverso la tecnologia. Siamo avanti, ma indietro nella sostanza.

In un vecchio film di Totò, l’attore osserva una festa estiva e mondana a Capri attraverso una finestra, una festa che fa il verso alla “Dolce vita”. Il comico dice al compagno di entrare: “Futilizziamoci! Futilizziamoci anche noi! Viviamo in un mondo futile!”

Come risolvere le nuances della presenza-assenza? Come essere invisibili ma esistere tra il prossimo? Come essere fantasmi?

René Daumal definiva il fantasma come un’assenza circondata di presenza. È la presenza a dare “corpo” ad una assenza. Una prospettiva davvero sublime. Difficile.

Domani mi cancello, dopodomani riapparirò.

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I tuoi contributi, caro Antonio, sono sempre attesi e graditi. Come sento mia quella sottile disperazione che ci fa arrancare in questi nostri mondi frammentati e in cerca di un contatto, affettivo diciamolo, e di aggregazione, facendoci illudere che una grande chat come FB ci faccia sentire meno soli. Ci aggreghiamo in un caravanserraglio di nomi, sigle, parole, per tenerci uniti ad un mondo di cose e persone che pensiamo affini, finendo per sperimentare invece una inarrestabile disgregazione. Un mondo di contatti che si dilatano all’infinito, come una vertigine che cattura fino all’addiction, e in cui, scopriamo con sgomento, temiamo di essere esclusi dalla subitanea disattenzione con cui l’amico si rivolge ad altri contatti con cui fa amicizia. Il nostro povero bisogno dell’altro finisce per mettere tutti sullo stesso piano, e patisce inedite forme di esclusione, assurde solo al pensarle.

Come sarebbe bello ritornare ad una “civiltà della conversazione”, vanno in questo senso tanti tentativi di contatto, la ricerca di una corrispondenza, di confronti vivaci e arricchenti. Non escludo che le mie recenti escursioni nella realtà del mondo esterno grazie all’arte, dopo tanto percorrere mondi interni autoreferenziali, siano motivate dal bisogno di significative corrispondenze non più solo legate al dare senso alla sofferenza, ma ispirate dall’esprit, dalla leggerezza, dal piacere.

Grazie del tuo pensiero, ciao, a presto,
Rosita Lappi

Il pericolo ci raduna?

3 luglio 2010

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antonio marchetti città 01

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Nel giugno del 1935 si tiene a Parigi un Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura.

A presiederlo due grandi André,  Malraux e Gide.

Lo sfondo storico è martellato dall’emergenza. Patto franco sovietico, riarmo della Germania hitleriana, Mussolini in Etiopia.

Così apre il Congresso Gide. “Di fronte al pericolo che tutti avvertiamo, quel pericolo che ci raduna oggi…”. Gli intellettuali meno politicizzati, i distaccati e i più “individualisti” (e “narcisisti”) aderiscono all’appello. È il pericolo che li raduna.

Con i dovuti ricalcoli storici, nella temperie attuale, tutta italiana, cosa accade?

Sul web vedo uno spot, ripetuto con cambio di figura che, per paradosso, o per viltà, utilizza lo stesso linguaggio che oggi mina la nostra libertà: pensare che siamo tutti cretini.

Il messaggio dell’intelletuale-rapper è questo: “Lo sapete che l’approvazione della legge bavaglio sulle intercettazioni vi toglierà il diritto di essere informati? Ora lo sapete”.

Sì, lo sapevamo, non avevamo bisogno di voi, che arrivate anche in ritardo.

Forse pensate ai lettori come ai tempi di Hemingway che divideva gli italiani in una metà che scrive e un’altra metà analfabeta.

Ci aspettiamo da voi qualcosa di meglio di noi stessi, già informati e già mobilitati nel quotidiano.

Noi, lettori, più avanti di voi…

Ci aspettiamo l’”agire”, il senso di responsabilità, il mettersi in gioco invece di un collettivismo ecumenico di basso profilo, in un Jingle da telefonia mobile.

Meglio allora l’ordine sparso, le prese di posizioni individuali.

Meglio “Il pericolo che ci separa”.

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(Doveroso ricordare che nel lontano 1985, cinquantenario di quel Congresso, il Centre Culturel Français di Roma organizzò un convegno curato da Anne-Marie Sazeau Boetti. Gli atti sono da rileggere…)

Lavoro. Il distaccato e il coinvolto.

24 giugno 2010

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antonio marchetti milano

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Ma cosè la globalizzazione? Lo spostamento della relazione lavoro- imprenditore in quella schiavo- padrone?

Questo è il Dopo Cristo di Marchionne? La globalizzazione dei mercati azzera le differenze tra democrazie e dittature? La democrazia e i diritti delle persone sono diventati skandalon nel mercato globale?

“Chi sta alla catena sa di cosa si parla”, dice un operaio di Pomigliano.

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Le depressioni di chi lavora e quelle di chi non lavora si pongono su pianeti distanti.

Il lavoro è emancipazione, dignità, realizzazione personale, socialità e crescita culturale, autonomia e relazione continua. Anche quando ci si lamenta del lavoro possiamo parlarne, socializzare la lagna.

Il non lavoro è regressione nell’universo individuale (o familiare per chi ha famiglia), frustrazione, vergogna a volte, isolamento. Il tempo sembra fermarsi. Perdere il lavoro significa perdere un mondo, il mondo tra gli uomini. Perderlo ad una età matura significa vedere infranti progetti ed aspettative, e trovarsi inaspettatamente nella povertà. Da anni ascoltiamo la retorica sui  senza lavoro e sulla “gente che non arriva alla fine del mese”. La ascoltiamo da chi non ha questi problemi. L’altra voce, infatti, usa linguaggi non più riconosciuti dalla comunità, il linguaggio della nuda vita, e dunque accantonati.

Mi viene in mente un vecchio e bel libro di Norbert Elias, “Coinvolgimento e distacco”.

Viviamo il mondo con queste due modalità. Oggi il distacco appartiene al lavoro e a chi possiede una “vita activa”, e alla conseguente distanza con la quale si osserva chi il lavoro non ce l’ha o lo ha perso.

Il coinvolgimento appartiene a chi è “dentro” la situazione, dentro la crisi, VIVE la perdita.

È un orizzonte limitato dal bisogno, spazio stretto nella necessità, povero di connessioni critiche proprio perchè non connesso, estromesso, oggi più che mai.

Tra queste due modalità si è interrotta la comunicazione. Mentre per il distacco lo spazio si è ampliato a dismisura (grazie ai media e ai social network), al coinvolgimento è rimasto uno spazio che viene relegato sotto le etichette “avete sempre torto”, “avete un punto di vista sbagliato”, “il mondo è cambiato”, “la globalizzazione…”, “siete Prima di Cristo” (bizzarra questa temporalità del capitalismo  fondata su una  ”rivelazione” evangelica) e via dicendo. Il punto di vista del coinvolgimento quasi coincide con la linea di terra;  mentre nella prospettiva del distacco il punto di vista è aereo e sintetico. Le due visioni possono, nelle vicissitudini della vita, scambiarsi di posto. Se questo non accade, e non è augurabile almeno in un senso, potremmo fare lo sforzo di immedesimarci ora nell’uno ora nell’altro. Almeno noi, distaccati e occupati , disincatati e distanti anche se coinvolti!

Flaiano sulla rivista il Grandevetro

21 giugno 2010

marchetti firma flaiano

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Flaiano, buon compleanno! Lei oggi compie 100 anni, in tutta Italia ci sono attività alla sua memoria.  La sua città Natale, Pescara, le dedica mostre e convegni.

Meno male che mia moglie Rosetta nel 1983 si trasferì in Svizzera. Lo fece per meglio curare nostra figlia Lelè, e costruire un mio fondo; dico meno male perchè se le mie cose fossero state donate a Pescara chissà che fine avrebbero fatto. Faceva bene Rosetta a non fidarsi. Devo tutto alle donne; studiosi e conservatori che si sono occupati di me sono quasi tutte donne.

Pescara non le piace più?

Ci sono nato, ho tanti ricordi, il mare, la pineta, le grandi amicizie aspettando la guerra. No, oggi non mi piace, ma già cominciava a non piacermi negli anni Sessanta, come scrivevo al mio amico abruzzese Giuseppe Rosato. Ha visto il monumento che mi  hanno eretto vicino la mia casa? Terrificante. Sembra che facciano di tutto per risvegliare il mio sarcasmo. Ma in fondo mi fanno del bene, alimentano la mia distanza da quei luoghi; nella loro ferocia sono autenticamente flaianei; sono aforismi senza più bisogno di un autore.

E del Premio Flaiano che ne pensa?

Il Premio ha carattere internazionale e chi lo riceve si sente sempre onorato ma in generale il mio nome ed il mio lavoro sono poco conosciuti.

Eppure ogni giorno Google Alert mi manda numerose segnalazioni,  Lei è citatissimo.

Ma se ci fa caso sono sempre aforismi e battute in bocca ad imbecilli, in genere politici ignoranti. Provi a cercare il secondo volume delle “Opere” della Bompiani, sparito. Hanno poi stampato l’edizione economica ma solo del primo. La raccolta delle lettere “Soltanto le parole” è introvabile. Capisco i problemi che ci sono sotto ma io mi sento danneggiato. Ricorda il mio viaggio per l’Oscar con Federico? Bene, io sono sempre quello della seconda classe. Spero molto nell’iniziativa di Adelphi che vuole pubblicarmi in modo sistematico.

Non c’è un vago vittimismo in quello che dice?

Io ho cento anni e sono morto, e i morti oggi servono ad alimentare il turismo culturale; ogni città vuole il suo morto celebre tutto per sé e non c’è spazio per nessun altro, mancano le connessioni. Io a Rimini non esisto e a Pescara è lo stesso per Federico. Noi siamo come il prosciutto, il vino o la ventricina, è l’origine controllata che conta, per far  soldi e costruire l’effimero dei politici corrotti.

C’è qualcosa di cui si sente orgoglioso di aver fatto?

Ce ne sono diverse di cose. L’aver avuto fiuto circa Carmelo Bene, i miei viaggi a New York e in Canada e tutto l’amore che ho dato, per quel che potevo, a mia figlia Lelè. E poi vedo con piacere che va di moda il liberalismo, che in Italia non c’è mai veramente stato e che forse non ci sarà mai.

Rimorsi?

Quel che ho ricevuto da Rosetta è superiore a quello che ho dato; appartenevo ad una generazione per certi versi esecrabile. Se gli intellettuali sono spariti ci sarà pure una ragione. Su Pasolini ho rivisto alcune mie posizioni e da morto, intendo la mia morte naturalmente, l’ho rivalutato, anche se lui mi attribuiva il complesso di inferiorità di chi non è “molto nutrito di studi classici davanti ai classici”. Ma devo ammettere che con lui ci sono andato giù pesante in diverse occasioni. Su Arbasino non cambio nulla. Fellini è un uomo frivolo, e a ciò si deve il suo successo. Asor Rosa poteva dedicarmi qualche riga in più. Il mio Proust, come l’ho scritto io, ancora non vede la luce in sala cinematografica.

I ricordi più belli?

Quelli più semplici e onesti, come la mia maestra al collegio di Fermo, la signorina Giuseppina Leti. Nel 1970, già dopo il mio primo infarto, mi scrisse una lettera che mi commosse, si ricordava persino dei miei disegni. Dalla sua grafìa perfetta dedussi che stava ancora bene in salute, e glielo scrissi,; in realtà era ormai cieca e la lettera l’aveva dettata. E poi gli spaghetti con le vongole, le paparazze, come me le faceva mia sorella.

E della sua Roma che ne è?

Ai miei tempi dicevo che stava diventando una città libanese dove tutti cercavano di vivere come a New York. Per quella di oggi ho esaurito tutti gli aforismi.

Vede, noi morti non abbiamo la possibilità di essere informati circa la cronaca e la vostra contemporaneità. Sappiamo le cose per segmenti, diciamo ogni venti o trent’anni. Per certi versi questo è un bene, abbiamo delle sintesi storiche mentre se fossimo continuamente immersi nell’immanenza quotidiana, come lo siete voi vivi, non avremmo la possibilità di esprimere valutazioni distaccate e obiettive. Ero fermo giorni fa sul crollo dei partiti storici italiani ed oggi mi ritrovo dei neo-fascisti da farsa. Sarò presuntuoso ma le cose che scrivevo negli anni Sessanta non erano poi tanto male.

Flaiano lei si sta sfocando! Mi ricorda un film di Woody Allen.

Già, noi abbiamo il tempo breve nella comunicazione con i vivi. Poi dalla sfocatura passeremo alla definitiva scomparsa. Lo sa, io sono malinconico e piuttosto pessimista.

Me ne sto andando, lo sento, sono quasi invisibile. Spero che lo sketch basti al Grandevetro, rivista che non mi dispiace.

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© Antonio Marchetti

Franco Pozzi o dell’invisibile

13 giugno 2010

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il mio articolo su franco pozzi

Il piccolo, come il minore, tende all’illimitato, si espande nello spazio sia fisico che mentale. La miniatura tende all’infinito mentre il grande è delimitato, finito, concluso.

Posseggo una piccola opera di Franco Pozzi che è invisibile; o meglio, non visibile dentro i parametri abituali. Anche volendo non potrei fotografarla (eppure essa si intitola “disegno fotogenico”).

Si tratta di un “disegno” tracciato su un sottile strato di polvere depositato sul retro di una lastra di vetro sistemata in una bacheca.

In particolari condizioni di luce appaiono, per poi subito scomparire, segni floreali. Mi ci sono impazzito a rigirarmi questa vetrinetta tra le mani, cercando pazientemente l’inclinazione luminosa giusta.

Chissà se c’è una memoria duchampiana, “allevata” insieme alla polvere, e cristallizzata da Man Ray e poi giunta, tramite Pozzi, nella mia stanza… Credo di sì.

Più si è invisibili  più bisogna essere sapienti e per scomparire, forse, bisogna essere anche un po’ saggi.


Il mio aforisma per oggi

11 giugno 2010

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“L’italiano medio è stato sostituito dall’italiano mignolo.”

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antonio marchetti-particolare

Titoli di romanzi estivi

7 giugno 2010

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antonio marchetti 99 malattie

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Le parole che ho detto

Quel che resta del pomeriggio

Le carote ridono di primo mattino

Cercami

Suburra

Panni stesi e pallottole vaganti

La ciccia

Sedani patate e donne svergognate

Il mio cuore al vino bianco

Vieni bambino mio

Mamme in corriera

Un bamboccione a Riccione

Merano è una melassa oscura

Mistero a Bagnacavallo

Lasciami stare

Ascolta il mio cuore almeno a metà

La gnocca di Bellaria

Il mio orto per te

La cucina della bisnonna

Amami se puoi

Non son degno di me

Forfora sulla giacca

Omicidio senza luce

Un libro per te

Innamorarsi a novembre

L’anima del sedano e la sensualità del prezzemolo

Essere animali

Toccami se puoi

L’amica di mia zia

Storia di un porcaro

I cavalli sono pazienti

L’oro di Aci Trezza

Emozione

Viaggio in un dopocena

Storielle in carrozza

Formaleide

Brutta storia a Casalborsetti

Il giardino della mia infanzia

Lasciami andare

Essere donna domani

Il segreto di mia sorella

La vedova di Faenza

Bambino mio

Il mio incontro con Padre Pio

Amami se vuoi

L’arrivo del treno

I cipressi della villa in collina

Non ti voglio più

Non tutte le ciambelle escono con il lupo

Vestirsi in fretta

Liberi a Varese

Ti chiedo perdono

Scarpe dispettose

Vorrei parlarti

I pomodori non sempre sono pronti

Ascolto il tuo corpo

Rifiuto

Inclinazione

Rassegnazione

Parla da solo

Il mio bar

La donna del centro commerciale

Masturbarsi con cognizione

Sono un testardo

Agghiacciante

Ricognizione

Guarda com’è ridotto il mio cuore

Ombre verdi

Ho fatto piangere le cipolle

Morte di una suocera

La valle delle jene istriche

Guardami più a lungo

Chattare in inverno

Tra le dune di Lido di Savio

Matrimonio d’agosto

Apri il tuo cuore

Merluzzi per merenda

Duecento colpi di puzzola

Io te e il gatto

Il giardino dei finti confini

Amore 86

Buongiorno Erika!

Il cellulare spento

Il cimitero delle veline

Il bambino addormentato

Ciao! Come stai?

Il blog che uccide

Il messaggino scomparso

Scusami ma ti voglio lavare

Dopodomani ti sposo

Pastorale alla amatriciana

Ritorno a casina

Lasciami stare mamma

Il tuo bel musetto

continua…

Parole da rottamare

31 maggio 2010

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antonio marchetti il mio pennello

Attimino

Monitorare

Amicale

Alterità

Amabile

Chicca

Checca

Chattare

Carino

Interessante

Criticità

Polifunzionale

È una caratteristica del sagittario…

Meticciato

Nella misura in cui

In un certo qual modo

Ciaoooooooo!

Extracomunitari

Creativo

Clandestino

Advisor

Portfolio

On line

Talk show

Fondazioni

Shottino

Messaggino

Poke

Pensare positivo

Territorio

Pacco

Ne vuole

File

DOC

Ecosostenibile

Impatto ambientale

Condividere

Installazione

L’altro

Profilo

I nostri elettori

La gente

Il popolo

Arredo urbano

Parrucchiere

Stilista

Costi e benefici

PIL

Intrigante

Come stai?

Stupendo!

Ottimizzare

Fare futuro

Centro

Cena in piedi

Vecchietti

Caffettino

Briefing

Sentiamoci

Sono sereno

Non mi dimetto

Spalmare

Vergognati

Regime

Il nostro ospite

Multimediale

Basito/a

Vip

Grandeeeeeeeeeee!

Noi donne

Buona serata

Intrigante

Come stai?

Obiettivo

Ricaduta didattica

Minimale

Sono indignato

Post

Allevi

Cavaliere

Velina

Tag

Casina

Braciolata

Loft

Evento

Pizzata

Milionata

Disagio giovanile

Meeting

Parliamone

Ciò che conta è il viaggio non la méta

Il mio ultimo cd

Ho scritto un libro

Un lavoro divertente

Ora pubblicità!

Posso darti un consiglio?

Tu che sai tutto

Ma veramente?

Sono a dieta

Alla prossima

Problematica

Purtroppo oggi si è spento alle ore…

Applausi!

Cerchiamo di capire

Vintage

Briefing

Sono commosso

Bei tempi!

Esporta file

Attrezzato

Godibile

Che tempi!

Nomade

Macrobiotico

Nostrano

Un piccolo libro

Remake

Rottamare

In questo momento

Scendiamo in piazza

Stiamocene a casa

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© Antonio Marchetti

Sandro Bondi. Zero tituli

24 maggio 2010

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antonio marchetti ghigliottina

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Abbiamo un Ministro della Cultura poco colto, di magra intelligenza, tendenzialmente depresso e fragile con impennate aggressive ; forse ciclotimico.

Ha la capacità istintiva di riprodurre mimeticamente il potere in una forma di ecolalìa  meccanica che, dobbiamo riconoscere, oggi riesce meglio alle donne “politiche” che ruotano intorno all’Imperatore Porno-Pop ( il femminile aderisce al potere in forme apparentemente più profonde ma ripete stereotipi millenari, più semplici).

Forse, in questa rivelazione sulla via di Damasco di un piccolo uomo (sulla via del Banale, che qualcuno, privo di mappa satellitare, scambia ancora per il Male), si rimesta una fragilità identitaria offerta ad un modello-capo che gli ha “succhiato” il cervello ( o una cospicua porzione di quello precedente); stiamo parlando di tipologie, non del nostro-vostro Ministro della Cultura (italiana, decisamente europea pare).

Bondi non va a Cannes per rappresentare il cinema italiano non perchè protesta (la sua, se fosse protesta, sarebbe come quella di  un bambino, capriccioso e ignorante) contro i “panni sporchi” (gli unici ancora “tricolori”) esibiti dal “nostro” cinema nel mondo.

Quei panni sporchi (ancora l’andreottismo?), come voi tutti sapete, ha reso il cinema italiano limpido e tragico, melanconico e demenziale, commovente e cinico; un cinema che tutto il mondo (il mondo che ama il cinema) non si è mai permesso di derubricare ( il Ministro ci riesce, cazzarola! Sembra il Ministro di un altro Paese).

Insomma non lo fa per protesta- ubbidienza; questa è solo una maschera, un alibi, una paura.

Bondi non va perchè è un “complessato” (quanti complessati abbiamo visto nel cinema  italiano!).

Ed è un ignorante.

Non sa nulla di cinema ( il cinema non si conosce in un mese e non ci si può affidare ai consulenti, se sei  ignorante ignorante rimani; il cinema non si studia, bisogna averlo visto, ci vuole una vita, o almeno una vita parallela).

Questo pavido (aggressivo e ossessivo in televisione ma già inscritto tra De Amicis e Salgari), questo ometto (in senso letterario, tipo Flaubert e il suo farmacista Homais) fattosi Ministro è anche (solo, principalmente, lateralmente?) Poeta.  (Vate?)

In lui c’è la poesia che ignora il linguaggio. La sua poesia è liceale, pre-mondo, in anni molto difficili per lui e come per tutti, soprattutto sul piano delle identità sessuali. La sua poesia non può essere correlata ad altri periodi storici ove l’adorazione  del Grande Modello c’è stata (Futurismo, dannunzianesimo…).  La sua poesia è poesia di inquietudine sessuale, malamente dirottata in una forma di compensazione idealizzata e fantasmatica particolarmente pericolosa. Poesia infantile, o pre-adolescenziale.

Un poeta minore ma che ha l’arroganza e la sfacciataggine incosciente (infantile) di ESSERCI; lui, anonimo ometto di ieri e Ministro della Cultura oggi.

Cara Jaquelin Risset, come sarebbe andata a finire lo sapevi da anni!

La poesia dell’uomo del nulla copre con una sua carta da parati affreschi che considera “pericolosi”.

Questo Ministro rappresenta bene la contemporanea forza e labilità di una maschera italiana, la più stupida che abbiamo avuto (ma le maschere si aggiornano).

Molti tuttavia mangiano bene in questo nulla inquietante.

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Una poesia di Bondi ove inconsapevolmente si sfiora un haiku (unico alibi della stupidità occidentale):

Ignara bellezza.
Rubata sensualità.
Fiore reclinato.
Peccato d’amore.

La poesia è dedicata all’attuale Ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla.

Non ci sarà storia, lo so, ma i nostri anni sono questi!

Nascerà un artista ipersensibile con scarso talento

18 maggio 2010

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Antonio Marchetti Double Bind

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Grazie a tutti per essere qui stasera, per questo incontro con il direttore di una delle riviste d’arte più lette e diffuse nel mondo; con il direttore del nuovo museo di arte contemporanea che si è inaugurato ieri, e infine con la grande scrittrice d’arte volata da Los Angeles appositamente per questa conversazione.

Vorrei lasciare subito la parola ai nostri ospiti ma, visto il mio ruolo di  coordinatore, propongo qualche paletto, agli invitati e a voi pubblico di giovani.

Dal direttore della rivista ci piacerebbe ascoltare la sua esperienza personale, i suoi esordi giovanili e le mutazioni dell’arte successive, in un intreccio tra privato e storia, se se la sente. Io credo di sì, altrimenti non sarebbe qui.

Per il museo chiederei al direttore di raccontarci, con la sincerità e la libertà che conosciamo, le relazioni tra mercato e scelte museali, oltre naturalmente alle acquisizioni ed agli archivi storici (archivi storici, ormai, che si scrivono nell’attimo, e che nello stesso attimo fanno morire i viventi dell’attimo prima).

Al terzo ospite proporrei quasi un orizzonte intermedio tra la rivista ed il museo, che potrebbe proporre avvicinamenti nuovi e facilmente comunicabili. A questi  forse il difficile compito di tradurci l’esoterico contemporaneo in un linguaggio “comprensibile” (esso sì “contemporaneo”, anche se inattuale) per questi giovani esordienti che sono venuti ad ascoltarci. Dopo questi paletti vorrei dire che le domande sono libere, magari io seleziono e le metto in un ordine che avrò nella testa sul momento, ma vorrei sottolineare il fatto della libertà delle domande.

Mi riferisco ad una libertà interiore, solo personale, che superi timidezze o paura di essere giudicati. Questo incontro, in effetti, apre un piccolo cerchio magico, come si diceva una volta, ove si gioca l’arte. Non abbiate dunque paura a fare domande stupide. Nell’arte molte domande stupide sono diventate capolavori. Buon ascolto allora, ci risentiamo più tardi per orchestrare le domande e l’eventuale dibattito, anche questo come si diceva una volta. Sul concetto temporale di “una volta” organizzeremo un seminario l’anno prossimo. Prego… a lei la parola direttore.