Architettura di stato, architettura globale

Ottobre 11th, 2007

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Grandi architetti erigono utopie realizzate e macchine fascinose nelle città più o meno globali del mondo. Sono gli archistars, così definiti perché visibili ormai anche dal grande pubblico.
Sono costruttori di miti ed utopie, oggi facilmente realizzabili grazie alla tecnologia e al digitale, in questa realtà economica capitalistica globale che può tutto.
Miti istituzionali, miti delle merci, miti culturali.
Ad un singolo manufatto architettonico si affidano intere comunità e ad esso vengono chieste forme di riscatto e si attuano riti compensatori per tutto quel resto di città difficilmente governabile, come avveniva con i totem nelle società non stanziali ove oltre il cerchio delimitato dal fusto ligneo vigeva una territorialità non sottoposta alle leggi del sacro.
Dentro la fluidità liquida, nomade e magmatica dell’indifferenziato urbano, vengono incuneate queste utopie realizzate; la smaterializzazione si materializza, le contraddizioni e le aporie, formali o di derivazione storica-ideologica, si fanno architetture fantastiche che dichiarano il loro esserci e la loro fattività qui ed ora.
Tutte le utopie architettoniche, soprattutto quelle europee tra le due guerre del secolo scorso, sembrano magicamente realizzarsi; le poetiche prefigurazioni di Paul Scherbart sull’architettura del vetro e tutte le ricerche sull’architettura mutuata dalla struttura dei cristalli, in ambito soprattutto espressionista, sono ormai davanti a noi, persino in fotocopia: faraonici centri commerciali nei più improbabili dei nostri spaesaggi. Dall’architettura disegnata a quella realizzata.
Eppure, non era questo il compito? Di uscire dall’indifferenziato e dalla “percezione distratta” a cui il Moderno ci aveva abituato?
Queste architetture sono investite di una responsabilità simbolica dettata da categorie molto precise: Politica, Stato, Consumo, Istituzione.
Poi ci sono i resti, tutto il resto.
Tutto il resto è la nuda vita.

I vuoti periferici attendono l’imitazione degli archistars.
Una vita comportamentale mimetica e falsata.
La “buona architettura”, sparita.
Perché una tale procedura mitica presuppone o la grandezza o il nulla, come accade in televisione o in altre forme di esposizione mediatica contemporanea. O tutto o niente. E siccome nessuno vuole essere il nulla avremo un’architettura che non sarà più rappresentativa o al servizio di una comunità, ma solo di un conflitto narcisistico, e di potere, attuato ai nostri danni.
Epigoni di archistars e devastazione territoriale, con macchine sempre fuori scala come ready-made dadaistici.

Con malinconia, scorriamo i disegni, gli acquerelli e le opere di Aldo Rossi, le sue “permanenze” della storia urbana, l’idea del “monumento”, le memorie collettive che si raggrumano intorno ai luoghi e le cose. Penso che andrò a rivedermi qualche vecchio film del dopoguerra con le case a “ringhiera”, ricordando gli ampi pianerottoli dove si giocava, e dove già si praticava il cohousing ma al naturale.

Ancora sul veltronismo, purtroppo

Ottobre 8th, 2007

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Siamo costretti a tornare su Veltroni-Capiscioni e sul veltronismo, che avevamo definito come l’altra faccia del berlusconismo. Abbiamo trovato l’interfaccia: la Signora Veronica Lario, moglie del Cavaliere Silvio Berlusconi.
Per l’autocandidato leader del PD e futuro premier la Signora è una grande risorsa politica, può dare molto al futuro partito. Noi non possiamo dare nulla; Franco, Gisella, Emilio, Luca, Davide, Marina, Ernesto, Claudia, non possono dare nessun contributo, non sono risorse. Costoro lavorano e non vivono in castelli di cristallo dorato ove dall’alto delle sue torri, ogni tanto, vengono pronunciate frasi di femminismo alto-secessionista o boutades zen e new-age, o tipo Chance il giardiniere, del famoso film “Oltre il giardino”; effetti di superficie che piacciono tanto al Capiscione- Zelig. Costoro ci danno sotto ogni giorno e non saranno mai risorse. Qui, non si fa sentire nessuno.

Morti

Ottobre 4th, 2007

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Morti immobili in un letto, con il vestito migliore, puliti e lavati, con le scarpe lucide, ben pettinati e profumati al limite della soglia ancora umana.
Tutti immersi nella stessa penombra della veglia funebre, circondati dai fiori, dalle corone e dal cordoglio sussurrato, trattenuti prima che la loro anima abbandoni i loro corpi, come se si conoscesse il tempo della definitiva separazione.
I toni si smorzano, gli oggetti riposano, la coperta dei morti si distende sulla casa.
Essi sono guardati ma non possono restiturci lo sguardo.
Un’insopportabile e crudele passività spezza la consueta reciprocità degli sguardi e getta i loro corpi nel campo dell’esposizione indifesa.
Possiamo scrutare i loro difetti o la loro involontaria espressione che in quel momento non è delle migliori, e quasi non crediamo a quella immobilità e non-pensosità.
Ho sempre creduto, durante le lunghe veglie funebri, che essi ci scrutano molto e più di quanto facessero in vita, ma in un tempo breve, ed essi, ora, sono più benevoli.
La nonna non mi rimprovera per una risata inopportuna e Guido non ha nulla da contestarmi. Essi sono sicuramente più buoni e non è vero che siano immobili.
Se fisso attentamente i loro volti vedo che un sopracciglio si muove, che la bocca contratta si distende in un ironico sorriso e che la mano che ho baciato ha un fremito, non è allo stesso posto in cui ora l’ho lasciata.
Tra le labbra nere un filo rosso anima ancora una possibilità di parola, pacata, fatta di altra sostanza sonora e con altre finalità acustiche.
Dall’angolo della stanza in cui mi sono appostato vedo la forza stupefacente che questi morti emanano ora, cosa riescono a combinare tra la gente che è venuta a far loro visita.
Cugini si conoscono per la prima volta, parenti che credevamo bruttissimi sono diventati bellissimi, quelli poveri sono venuti con l’ultimo modello Alfa, quelli alti ora sono piccoletti, quelli antipatici non smettono di accarezzarmi, una ragazza-parente sconosciuta ha un culo bellissimo, quei fratelli che non si parlavano più per via di un’eredità si sono appartati in cucina e stanno soavemente conversando, appianando, accordando, quasi si abbracciano; si intrecciano lunghi racconti distribuiti tra varie stanze, saghe familiari e anàmnesi a me sconosciute vengono tracciate al capezzale del morto, una sfrenata voglia di chiamare il morto per nome ed intimargli di alzarsi si impadronisce di me.
Si comincia a mangiare qualcosa, si tira fuori il vino e qualche liquore, si accenna ad un sorriso, si fa qualche battuta, si ride di cuore e poi ci si vergogna e ci si rinsacca nel lutto ma non è come prima, un’elettrica vitalità serpeggia tra i vivi.

Israele e noi

Ottobre 1st, 2007

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C’è sempre stata una sproporzione di giudizio tra le azioni militari compiute dallo Stato di Israele e quelle commesse da altri ai suoi danni, compromettendone quotidianamente sicurezza ed esistenza. Alcune responsabilità dello Stato di Israele vengono da tempo stigmatizzate utilizzando valutazioni che ruotano intorno ad un crudele processo di rovesciamento, giocando pericolosamente con la storia: azione nazista, peggio delle SS, deportazione. È evidente che dare del nazista ad un ebreo deve produrre un grande brivido di piacere a qualcuno. Israele, il paese del Medio Oriente più vicino a noi, sia sul piano istituzionale-democratico che su quello culturale e civile, è sottoposto ad un’osservazione meticolosa che non lascia passare nulla, mentre noi, qui, forse abbiamo già dimenticato nomi di luoghi come Bolzaneto ove si praticavano torture.
La sproporzione diventa eclatante quando il premier iraniano Ahmadinejad dichiara che Israele deve essere cancellata dalle carte geografiche e che l’Olocausto è “una falsa leggenda”.
Si considera Ahmadinejad come un Umberto Bossi che invita a prendere i fucili?
Si sottovaluta la minaccia perché la minaccia è rivolta a Israele e non alla Repubblica di San Marino?
La minaccia è sottovalutata perché incontra un substrato ideologico culturale preesistente che non considera Israele prossimo a noi. In un certo senso neghiamo anche noi stessi; ed in effetti lo stiamo già facendo, avendo ormai eroso una nostra identità nazionale e senso di appartenenza. Noi, forse, non siamo più un vero Stato. Eppure facciamo le pulci agli altri.
Si sottovaluta oggi Ahmadinejad come si sottovalutava all’inizio Adolf Hitler e si considerava una farsa il pusch di Monaco del 1923 e la famosa birreria e non si lesse con la dovuta attenzione il suo Mein Kampf.
Mi sono sempre sentito in minoranza ed isolato nelle discussioni, anche tra amici, quando si affrontava Israele e la questione palestinese. Parlavo con un muro, invalicabile.
Arafat, l’uomo con la pistola all’ONU e nel letto di morte, l’uomo con la moglie a Parigi che ricatta i palestinesi sull’eredità, il Premio Nobel per la pace, oggi, chi lo ricorda più? E dove sono finiti i suoi fans? Chi indossa più la kefiah?
Come mai è stata così rapida la sua rimozione, soprattutto a sinistra, quando sono venute fuori tutte le ambiguità e le furbizie squallide di quest’uomo che in momenti epocali e cruciali faceva passi indietro contro il suo stesso popolo per garantire solo il suo potere?
Il fatto è che odiare l’altro nostro simile, vicino nelle forme democratiche e parlamentari, ma lontano geograficamente, è una forma di riscatto dalle contraddizioni nostre che non vogliamo vedere (e che non abbiamo il coraggio di risolvere). La questione ebraica poi è un alibi aggravante, pesca nel torbido, negli stereotipi persecutori di ieri e di oggi.

Grillo e Bauman

Settembre 29th, 2007

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Beppe Grillo è stato un refusé per molti anni. Gli fu impedito di lavorare in RAI a causa di alcune battute, all’epoca, sui socialisti italiani. Potrebbe aver covato da allora uno di quei fatali risentimenti che, secondo le analisi di Zygmunt Bauman, si sarebbero potute trasformare in una ideologia. In effetti nell’ormai famoso vaffanculo-day, nelle varie piazze italiane, la voce registrata di Grillo si lamentava della scarsa considerazione riservata al suo libro, vendutissimo, ricordando enfaticamente la prefazione del premio Nobel Joseph E. Stiglitz .
Questa esibizione pubblicitaria inglobata nello spettacolo-denuncia, che ripropone la condizione del refusé, è ambigua. Tuttavia il libro è scaricabile gratuitamente, e questo va considerato favorevolmente. Per il resto i politici (a parte Piero Fassino) hanno risposto in affanno e puerilmente (non sono molto intelligenti) ed in genere hanno attuato un processo di demolizione utilizzando schemi obsoleti.
Quando Grillo raggiungerà il massimo dell’esposizione, italianamente, non potrà che decrescere o implodere, ma sul chi ci guadegnerà è una vera incognita.
Aforisma autunnale:

Le foglie non cadono più e non vogliono dimettersi.

La famigliola

Settembre 26th, 2007

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Qualche anno fa chiesi ad una simpatica e giovane donna, assessore di un bellissimo paese della Romagna, Bagnocavallo, ed appartenente all’allora PDS, come mai organizzasse nelle serate estive, e durante le festività natalizie, manifestazioni di basso profilo culturale giocando soprattutto su retoriche localistiche e su strategie culturali molto banali.
Provocatoriamente (era piuttosto attraente) le feci notare che in fondo non c’era molta differenza dalla cultura “leghista”, che allora cavalcava quasi le stesse idee.
Lei candidamente mi rispose che se si voleva far uscire la sera le famigliole bisognava programmare in quel modo.
La risposta mi parve accettabile e al momento persino intelligente.
Ma provai al contempo raccapriccio, come spesso mi accade, sull’uso dei termini.
La parola famigliola la trovai orripilante, tuttavia significativa di come, questa nuova sinistra moderna, intendeva muoversi nel terzo millennio.
Credere o non credere alla famiglia non è importante, era comunque un target.
In quel termine io lessi una sprezzatura, per quanto la parola indichi un concetto di famiglia allargata, e dunque apparentemente più corrispondente al contemporaneo. No, la famiglia è famiglia. Che siano due omosessuali due sorelle o due fratelli o frammenti di affettività più o meno estese, diconsi famiglie; non famigliole che fa rima con braciole braciolate piadina e sangiovese, per superficializzare, futilizzare, o autosdoganarsi dalla pesantezza ideologica della propria provenienza che si riduce poi in un comportamento psicologicamente scollato: non ci credo ma sono trendy, come si diceva allora.
Per far uscire la sera le cosiddette famigliole non era necessario un assessore ma un art-director di eventi. L’assessore, invece, si occupa di famiglie, di politica per le famiglie, di tutti noi, anche dei single che, soli ma socializzati, fanno pur una famiglia.

Flaiano a tavola

Settembre 24th, 2007

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Ennio Flaiano era contro gli sprechi a tavola e certi suoi atteggiamenti erano accompagnati da un grande senso del pudore. Quand’era a pranzo con Federico Fellini, che aveva l’abitudine di non finire il piatto, si premurava di mangiare anche gli avanzi dell’amico, oppure di nascosto li nascondeva da qualche parte, per paura che il proprietario della trattoria potesse pensare che la cucina non fosse gradita. Ordinare e non finire poi non sta bene; è, come si dice, uno schiaffo alla miseria.
Il giornalista Sergio Rizzo ci ricorda un episodio:
Un giorno il presidente Luigi Einaudi invitò a pranzo un gruppo di giornalisti e intellettuali. Alla frutta, il maggiordomo recò un enorme vassoio dove c’era di tutto. E, tra quei frutti, delle pere molto grandi. Einaudi guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò:Io prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerla con me?
Il maggiordomo si fece rosso e molti rimasero interdetti.
Finchè Ennio Flaiano alzò la mano: Io!

La repubblica delle pere indivise

Frank Gehry e Pablo Picasso

Settembre 20th, 2007

Il Guggenheim Museum di Bilbao di Frank Gehry mi ha sempre evocato un quadro di Picasso del 1937 intitolato La baignade.
È l’opera più mediterranea che il Novecento abbia prodotto, è tra le opere più poetiche di Picasso con risvolti di tenerezza e delicatezza. È tra le opere che mi hanno fatto più sognare.
La formazione di Frank Gehry deve molto all’arte e agli artisti, arte americana, artisti americani.
Nel film di Sidney Pollak (Sketches of Frank Gehry) alla domanda se l’arte entra in gioco nel processo compositivo Gehry mostra una riproduzione di un quadro di Hieronymus Bosch al quale si è ispirato per un suo lavoro a Gerusalemme.
Ma al di là di questo episodio significativo, che lega in qualche modo il famoso architetto con l’arte europea (ma del passato), forse il suo famoso psicoterapeuta, che viene intervistato nel film di Pollak, avrebbe potuto, e spero che lo farà in altra occasione, mostrare a Frank questo quadro di Picasso “rimosso”.
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Libri scolastici

Settembre 18th, 2007

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Per il Prof. Minghetti i libri di testo scolastici non servono a nulla, tranne che agli insegnanti.
Gli zaini si fanno sempre più pesanti e spaccano la schiena ai bambini che procedono piegati in due come gli schiavi.
Per le famiglie sono una spesa intollerante, con la stessa cifra si può comprare una discreta biblioteca di letteratura in edizione economica (classici e contemporanei).
Se hai due figli ci puoi comprare un computer portatile con cui fare molto.
Per Minghetti bisognerebbe abolire il libro di testo e sostituirlo con i libri. Per il resto fa tutto l’insegnante.
La storia? Bisogna saperla narrare. La Filosofia? Bisogna filosofeggiare in classe citando le fonti così si fa storia con leggerezza. La Geografia? Sarebbe da matti farla con Google Earth? Per Minghetti no, però bisogna conoscerla (oltre a saper usare un computer). La letteratura? Tornare alla lettura ad alta voce e riproporre un sano medioevo con la lectio, quaestio et disputatio. La scrittura? Se leggi scrivi. La Storia dell’arte? Saperla raccontare, poi diapo, video e letture di testi con commenti collettivi, poi si viaggia ma basta con le uscite didattiche: i ragazzi prendono il treno la domenica e si vanno a vedere le mostre, si organizzano come per pubs e discoteche; non portarli più da nessuna parte così gli viene loro un po’ di fame e alzano il culo, e se la fame non gli viene vuol dire che non dovevano mangiare, basta con l’accanimento terapeutico scolastico.
Per le materie scientifiche Minghetti lascerebbe qualche libro purchè vengano ristampati in nuove edizioni ogni cinque anni.
Perché mai ogni anno si deve cambiare libro di testo? Quali rivoluzioni epocali non sono scritte in quei libri che non si possono trovare altrove? Perché gli insegnanti sono accaniti innovatori nella scelta dei libri scolastici e ripetitivi nel metodo? Cosa cercano di trovare in quel libro se non una personale salvezza che rifugge da se stessi?
Il vero libro di testo, secondo Minghetti, è custodito nell’insegnante. È lui il libro di testo, vivente, parlante, narrante. È, persino, il libro a venire.

Il giornalista, il sociologo, il politico

Settembre 15th, 2007

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Eugenio Scalfari, lucido come sempre, sul quotidiano La Repubblica del 12 settembre svolge la sua analisi sul vaffanculo day e sul “grillismo” o i “grillanti”, analisi che condividiamo. Manca però l’individuazione di quali potrebbero essere i “luoghi”, i “momenti”, per esercitare la propria partecipazione alle scelte politiche e far sentire la propria presenza, al di là delle scadenze elettorali.
Sullo stesso quotidiano, 14 settembre, Ilvo Diamanti è, come al solito, molto più attento e le conclusioni del suo articolo sono folgoranti: I leader del PD e della sinistra, per questo, oggi si muovono incerti. Fra due percorsi altrettanto insidiosi. Perché quando attaccano il V-day, quando deprecano, con parole sprezzanti, la cosiddetta “antipolitica”, se la prendono, direttamente, con la loro base. I politici che definiscono il V-day la risposta al vuoto della politica si autoritraggono, il vuoto sono proprio loro. Questa la sintesi finale di Diamanti.
Infine il ministro D’Alema. Lui ritiene che le centinaia di migliaia di firmatari del vaff-day siano l’espressione solo di un malessere, senza proposte politiche.
Ecco dunque un nuovo politico antipolitico inconsapevole, D’Alema, il più raffinato, algido, freddo e saputo dei politici.
D’Alema-Saputone, il gemello diverso di Veltroni-Capiscioni, non vuole farsi carico del “malessere” per elaborare una strategia che dia risposte politiche, come si diceva e a volte si faceva una volta ma, vacanziero, pretende che siano i cittadini ad elaborare progetti. In tal modo lui, antipolitico che ha altro da fare, può svolgere attività istituzionali di tutto riposo con compensi generosi. Ci tocca lavorare per lui.
Se io dico: D’Alema è indifferente al “malessere” perché è impegnato a “veleggiare” dico una cosa che può apparire qualunquista, di un qualunquismo probabilmente di destra, che rinfaccia una barca ad un politico; è una frase populistica, certo.
Una volta esisteva la “maggioranza silenziosa”, che pensava questo ma non lo diceva; le censure ideologiche forse non lo permettevano.
Rinfacciare un lusso ad un politico non è una “moda” ma è un modo per segnalare che non esiste più un rapporto di reciprocità tra il politico (come categoria oltre che come persona) e noi, tra te rappresentante e il resto che ti ha delegato. L’unica relazione che il politico ha con il mondo è lo specchio, che gli restituisce la sua immagine. D’Alema è un nuovo Narciso, e non tra i peggiori. Mancando la reciprocità tu hai privilegi che non ti riconosco più perché il tuo privilegio è uno schiaffo alla mia fatica e al mio mestiere di vivere (in deroga alla disciplina comune legislativa o consuetudinaria come viene definito dal dizionario De Mauro).
Dibatti di sanità pubblica ma ti curi all’estero, difendi l’istruzione delle scuole italiane ma i tuoi figli li mandi altrove, sei preoccupato per i giovani che hanno difficoltà per avere una casa, un luogo dove vivere, ma intanto compri a prezzi stracciati utilizzando tutti i privilegi danneggiando coloro che ti hanno votato, non solo lo fai per te ma anche per la tua generazione a venire, fai il bacchettone e il moralista ma vai con le puttane di lusso in alberghi di lusso e ti fai delle belle sniffate mistiche che poi non ricordi. Ai grandi si perdona tutto se hanno soddisfatto la relazione tra il sé e gli altri. Le vite private delle persone vere non interessano più di tanto se la loro dimensione pubblica è utile ed efficace. Anzi alcune biografie “scabrose”, soprattutto se postume, non scalfiscono l’immagine pubblica ma addirittura la accrescono.
Ma tu persona piccola, meschina, bugiarda, ipocrita, e soprattutto non reciproca nella relazione-opposizione politica/società, ti meriti l’antipolitica e la critica malevola che sfiora il qualunquismo, nella speranza che centinaia di migliaia di abitanti di internet ti seppelisca e ti cancelli. Qui siamo di bocca buona, siamo di mondo, non si tratta di moralismo, ma di etica comportamentale che solo un antipolitico odierno può comprendere. Tu, politico, non puoi. Per il resto a me Grillo non piace molto ma lo leggo e lo trovo interessante. Scelgo, separo, prendo il meglio, tralascio le esagerazioni spettacolari, e così via. Di te invece non mi piace proprio niente.

Antipolitica

Settembre 12th, 2007

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La posizione antipolitica di trenta, venti, o anche solo quindici anni fa, può essere valutata, in una luce attuale e con il senno di poi, quale posizione precorritrice dei tempi? Come se il “qualunquista” di ieri ricevesse un premio postdatato in considerazione del degrado della politica contemporanea.
L’ho sempre detto, te lo dicevo io.
Spiacenti, ma questo non crediamo sia possibile.
I non-pensanti di ieri rimangono non-pensanti oggi.
Chi non prende posizione oggi, o si distacca, non è la stessa persona di qualche anno fa, che mascherava la sua ignoranza e la sua collezione di luoghi comuni dietro l’attacco indiscriminato alla politica, qualsiasi politica, al governo, qualsiasi governo. Tuttavia erano ignoranti qualunquisti industriosi nel ricavare da qualsiasi politica, da qualsiasi governo, guadagni e opportunità coltivando solo gli affari propri.
Oggi l’antipolitico non è compreso dal politico, per ovvie ragioni.
L’antipolitico, oggi, è sin troppo intriso di politica e se ne vuole alleggerire, liberare. L’antipolitico è pensante e aspira alla leggerezza.
L’antipolitico è stanco, ne ha sentite tante, ha visto trasformismi stupefacenti e non appartiene più al target a cui sono rivolti stomachevoli leit-motiv.
Fa molto comodo alla politica brandire il pericolo di una deriva antidemocratica (o populista) prodotta dall’antipolitica; il fortilizio si sente assediato.
Ma questi richiami non funzionano più; fanno riferimento, ipocritamente, ad un mondo che non c’è più, non seducono ormai più nessuno.
Siamo trattati da cretini, ma non lo siamo.
I contrasti ideologici di ieri, le lotte politiche e le prese di posizione, mettevano in gioco scelte di vita. Oggi assistiamo alla secessione delle idee, mentre la vita va da altra parte e vorrebbe altre cose.
Siamo in svendita totale; anche le storie individuali dei politici sono sottoposte a lifting della memoria, attraverso nuove autobiografie retroattive, sotto gli occhi allibiti dei testimoni, piccole persone che, illuse, hanno speso tanto e che si ritrovano antipolitici.
Sarà Veltroni-Capiscioni a mettere le cose a posto, vedrete, è lui il nuovo che azzera tutte le storie, appiana tutti conflitti, avvicina le distanze; tutto omeopaticamente, non ve ne accorgerete neppure.

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Mattina in libreria

Settembre 10th, 2007

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V-day e il primo giorno del cinico Minghetti

Settembre 7th, 2007

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Il Professor Minghetti, che aderisce al V-day, ed il suo collega di Educazione Fisica, Mariani, tra i pochi uomini rimasti nel gineceo formativo, guardano pigramente l’accalcarsi furioso delle colleghe intorno al tavolo ove sono ammonticchiati i nuovi registri personali, quest’anno rossi, nuovissimi, vergini. Si avvicina il professor Grazia, di Religione, sportivo, dinamico, col solito borsone anche quando non c’è niente da fare, tipico ciellino; comunque sia, è il “terzo uomo”.
«Avete visto che scena?»
«Quale scena?»
«L’assalto ai registri.»
«Veramente noi qui stavamo valutando i fondoschiena dal punto di vista sociologico, se vuoi unisciti a noi, potresti dare valutazioni antropologico-religiose.»
«Quest’anno vedo fondoschiena nuovi, più giovani.»
«Sì, ma sono “culi” – permetti Grazia – precari.»
«Preferisci culi in ruolo?»
«Preferisco quelli delle supplenti.»
«Perché?»
«Perché mi fanno regredire.»
«Senti Grazia, ma il tuo è nome d’arte o è proprio così?»
«Dai patacca, dì, piuttosto, che classi hai quest’anno?»
«Tutte prime, ho fatto domanda per avere la scorta.»
«E della nuova Preside cosa ne pensi?»
«Mi pare sia un brav’uomo.»

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Notti Malatestiane

Settembre 6th, 2007

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Sul “maggiore” e sul “minore” si sono sempre intrecciati innumerevoli equivoci.
Il “maggiore” di oggi potrebbe svaporare domani, mentre il “minore” crescere, conquistarsi un futuro, se qualcuno lo riattualizza. Anche parole come “marginale”, “inattuale”, “sommerso”, “residuale”, “locale” sono sottoposte alla variabilità delle prospettive storiche ed al piacere della ricerca. C’è, infatti, una tendenza glocal – sì, la parola non è un granchè – che segnala un “trattenere” ciò che ci è vicino in una prospettiva spaziale estesa, colta, sensibile.
Nell’ambito artistico, poi, come si sa, le verità si susseguono come abiti di collezione in passerella, mutuandosi poi nel prêt-à-porter; di conseguenza nulla è dato una volta per tutte. Forse Fellinia non ci farà precipitare tutti in una Global City indifferenziata, visto che qualcuno ci ricorda il nome originario, Rimini, e gli uomini che la abitavano; e che la abitavano, soprattutto, artisticamente, poeticamente, musicalmente.
Coraggio artisti! Sperate, lavorate, create! Create nel quotidiano, nel “minore”, come se il vostro fosse un mestiere, molto bello, ma come tanti altri.
Meglio un futuro da minore di successo dopo morti, accolto da persone intelligenti, che un’onnipotenza fallita oggi, appena appena percepita da contemporanei cretini distratti, che contribuiscono al vostro insuccesso.

Saviano, la fine di agosto, il nostro ritardo

Settembre 4th, 2007

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Dittatori

«È consentito un caffè?»
«No, no, prima andiamo a comprare lo zainetto.»
«Va bene, dopo però ci fermiamo così io prendo un caffè.»
Eccolo il nuovo padrone di casa, di fronte al quale la madre deve piegarsi.
La madre, la donna, chiede il permesso ma non le viene concesso.
Dopo la crisi della famiglia patriarcale, dopo il padre padrone, attraverso gli steps della “rivoluzione femminile”, dell’emancipazione, della parità, della libertà, eccolo là il nuovo despota a cui tutto è consentito.
È scappato fuori da quell’apparente caos, liberatorio, ma ti inchioda ad un punto di partenza paradossalmente più arretrato di tua madre e persino di tua nonna.
Però, te la sei voluta.

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Capiscioni

Veltroni capisce tutto. È Capiscioni. Veltroni-Capiscioni propone in dieci punti come armonizzare il pianeta tasse. Dieci, come i comandamenti, qui non si scherza. Questo decalogo viene presentato come se si desse dello stupido a Prodi e al Governo. Perché Capiscioni scavalca tutti e, potendo, oscura la già debole luce di questo inesecutivo, impelagato tra le altre cose in dibattiti sui lavavetri. Torna alla mente D’Alema e la bicamerale, che offuscava il primo governo Prodi, anche se il premio più prestigioso lo ha avuto Bertinotti che lo fece cadere, ora Presidente della Camera.
In queste latitudini il presente non esiste. Ci sono però le inarrestabili ascese dei narcisisti Capiscioni.

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Gomorra

Hanno fatto tutto da soli ho hanno ingaggiato qualche consulente, qualche professore o critico letterario? Se lo fanno spiegare o i nuovi emergenti sono anche buoni lettori? Sarà perché si parla di loro o perché i ragazzi potrebbero sottrarsi dalla manovalanza criminale?
Come avranno valutato i camorristi questo?:

Quando tutto ciò che è possibile è stato fatto, quando talento, bravura, maestria, impegno, vengono fusi in un’azione, in una prassi, quando tutto questo non serve a mutare nulla, allora viene voglia di stendersi a pancia sotto sul nulla, nel nulla. Sparire lentamente, farsi passare i minuti sopra, affondarci dentro come fossero sabbie mobili. Smettere di fare qualsiasi cosa. E tirare, tirare a respirare. Nient’altro…

Roberto Saviano è scrittore. Accostarsi a lui vuol dire accostarsi alla letteratura. In Saviano c’è una bella scrittura (la bellezza sta nello stile con il quale si descrive l’orrore). Ma anche buone letture. Ci ritorneremo, ma intanto cominciamo col dire che oltre a tutelare una persona minacciata per le cose che scrive è “dovere” tutelare ed accudire la nostra buona letteratura e di conseguenza i nostri scrittori. In fondo, tutte le ambiguità sul “caso” Saviano sono le stesse ambiguità e ipocrisie che aleggiano sulla letteratura, con la differenza che Saviano ha una colpa inespiabile nei nostri quartieri intellettuali: il successo.