Filo d’arte. Ricordando Alighiero Boetti

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L’Enciclopedia dei lavori femminili di Thérese De Dilmont, in unico volume, rilegatura inglese, al prezzo di lire cinque, forse è ancora reperibile in qualche bancarella o mercatino di vecchi libri e nostalgiche inutilità o forse nei bauli di alcune vecchie soffitte tutte da esplorare, ove il passato non passa, come è capitato a chi scrive. Il libro non era solitario; insieme cartigli arrotolati, bozzetti per arazzi, decorazioni colorate per tessuti, campionari, un diploma di onorificenza del Comune di Faenza rilasciato ad Anita Sangiorgi, riminese, fondatrice di una delle prime scuole di arte applicata in Romagna nei primi anni del secolo scorso.
Stilemi classicheggianti nelle carte disegnate o dipinte ma anche soluzioni moderniste e moderatamente geometriche ma ancora al di qua della civiltà delle macchine e della “benjaminiana” riproducibilità tecnica. «La maggior parte delle persone che apriranno l’Enciclopedia dei lavori femminili diranno fra sé che questi particolari sul cucito sono davvero superflui, al giorno d’oggi soprattutto, che la macchina sostituisce così spesso il lavoro a mano», scrive la Dilmont. La sacralità delle mani sarà imperitura: Come la fotografia non ha cancellato la pittura, la macchina da scrivere la scrittura manuale (oggi si aprono scuole e corsi di calligrafia con venticello new-age), il computer ed internet il libro, il nylon un buon paio di mutante di puro lino, le mani sembrano ancora rappresentare l’utensile primario, non c’è dubbio. L’arte contemporanea protegge le mani dentro un fortilizio innalzandole quale vessillo di autenticità. I grandi dibattiti conflittuali sul rapporto tra l’innovazione della tecnica e l’ambito estetico appaiono nel lungo periodo sterili ed inutili riproponendosi periodicamente in modo stanco e noioso.
Il futuro forse è già stato, ed è stato troppo veloce.

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Libro per signore dunque, oggi per competenti artigiane del cucito e del ricamo che tornano tanto di moda insieme alla diffusa e superficiale “nostalgia del fondamento” o più banalmente del tempo che fu. La scansione temporale del lavoro delle “signore” applicato al ricamo su tela o all’uncinetto (oltre all’applicazione diligente al pianoforte con sonate squisitamente femminili) è lenta e paziente. I giorni erano più lunghi, c’era tempo, tempo da perdere e non tempo perso. Lavoro e socializzazione perché il cucito si fa volentieri in compagnia, in umbratili salottini, linde cucine o riposanti bow-window, in pomeridiane conversazioni metereologiche, sui figli e la moda o chissà su quali incoffessabili pettegolezzi o modeste perversioni definitivamente piombate nel segreto femminino di un punto croce.
Chiacchierino si chiama un lavoro per merletto.
Libro per signore sufficientemente colte, abili con le mani ed esperte negli stili, creative nel mescolare modi e disegni con risultati originali e sempre nuovi , vere operette d’arte se non ci fosse lo stereotipo del maggiore e del minore.
Gli arazzi e i ricami proposti da un grande artista indimenticato, Alighiero Boetti, ci segnalano che sono le arti “minori” a rimescolare le carte nel gioco dell’arte, e del mercato dell’arte. «È sempre il piccolo che diventa grande», scriveva il filosofo Gilles Deleuze.
Eppure le incisioni che illustrano puntigliosamente il trattato (perché di un vero trattato si tratta, un trattato della “frivolezza”, alla francese) appaiono al nostro sguardo, martirizzato e saturo da immagini in movimento perpetuo, stranianti e spaesate; persino autonome rispetto alla didascalia ed alla loro funzionalità illustrativa ed esemplare. All’occhio estetico, un po’ démodé e stupidamente all’erta sulle marginalità, può accadere di trovare Lucio Fontana in una bordatura, Paul Klee in una rosetta ad uncinetto, Burri in un sopraggitto, e così via.
Per il resto la considerazione è tra le più ovvie: oggi non ci si sa cucire neppure un bottone. Con filo d’arte, s’intende.

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5 Responses to “Filo d’arte. Ricordando Alighiero Boetti”

  1. Bianca Rosa Bellomo scrive:

    Vorrei essere messa in contatto con chi ha scritto l’articolo. Quello che ha trovato, di Anita Sangiorgi, che ha descritto cosi':

    Il libro non era solitario; insieme cartigli arrotolati, bozzetti per arazzi, decorazioni colorate per tessuti, campionari, un diploma di onorificenza del Comune di Faenza rilasciato ad Anita Sangiorgi, riminese, fondatrice di una delle prime scuole di arte applicata in Romagna nei primi anni del secolo scorso.

    mi interessa moltissimo.

    Spero che abbia comprato il materiale.
    Lo spero tanto. O per lo meno che abbia una indicazione su dove reperirlo.

  2. Bianca Rosa Bellomo scrive:

    Nel rileggere .. e nella speranza che qualcuno si faccia vivo, vorrei anche commentare quello che scrive:

    Per il resto la considerazione è tra le più ovvie: oggi non ci si sa cucire neppure un bottone. Con filo d’arte, s’intende.

    Venga a Rimini, 4,5,6, maggio palazzo dei congressi, III forum internazionale del merletto e del ricamo.
    Se e’ in buona fede… dovrebbe ricredersi.

  3. Antinoo scrive:

    Gentile Bellomo,
    grazie per i suoi commenti (approvati) e per la lettura del mio testo.
    Le suggestioni da me evocate riguardo la Sangiorgi non provengono da cose pubblicate (certe memorie cittadine oggi vengono rimosse o pilotate) ma dal materiale
    custodito da una “storica” famiglia riminese e che ho avuto la fortuna anni fa di guardare. Non credo sia acquistabile. Sono felice per il Forum e felicissimo di essere sconfessato circa il mio pessimismo, tutto arsenico e pochi merletti!
    La saluto cordialmente
    Antonio Marchetti

    (spero mi leggerà ancora)

  4. Bulletin News scrive:

    Interesting view talking about arte. Ricordando Alighiero Boetti. Always love your point of view!

  5. Gonza scrive:

    Egregio Professor Sonnoli,mia nonna Giulia diceva che un sgrnoie si vede dalle scarpe e dal cappello .Crede che questi dettagli estetici possano raffigurare dei segnali visivi di tipo semiologico ?Grazie .P.

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