Giorgio Diritti. “L’uomo che verrà”. Ma il grande regista già c’è.

4 February 2010

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antonio marchetti country

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Sapevo di andare a vedere un grande film. Dopo quel capolavoro de “Il vento fa il suo giro” – un film ove mi parve precipitassero in forma contemporanea la teoria mimetica e persecutoria di René Girard – non potevo dubitare di Giorgio Diritti e di questo suo secondo film, “L’uomo che verrà”. Anche qui lingua intrusa, comunitaria; è la lingua di terra, la lingua materna, il dialetto. Le didascalie segnano la nostra distanza (dalla terra e dalla comunità ancorché dalla lingua). La storia la viviamo attraverso gli occhi di Martina, una bimba di 8 anni che non parla, parlano gli altri, gli adulti. Che l’infanzia abbia in sé risorse impensate e sottovalutate ce lo dimostra la vita attiva e la concretezza di Martina, con la sua capacità di andare oltre il dolore, attivando potenzialità salvifiche, per sè e per l’altro, che la spingono a farsi carico di una totale catastrofe e della  scomparsa di un mondo (del mondo). La vita di comunità di quel 1944 che ci viene raccontata rende quasi incommensurabile lo spazio che da essa ci divide mentre la narrazione di un evento indicibile (affidato a chi non può parlare) come la strage di Marzabotto riapre ferite mai emarginate chiamandone altre più vicine, presenti e future.

L’umano appare volgendo le spalle ormai alle ideologie ed alle narrazioni di fondazione sottraendosi ai doppi: risentimento-redenzione, colpevole-innocente, carnefice-vittima, condanna-perdono. Nella rappresentazione del “qual’è”, l’evento appare ancor più feroce, proprio nel ritirarsi di una soggettività critica. Ma se guardiamo il film con gli occhi di Martina, se siamo cioè in grado di tornare alla nostra infanzia, una soggettività dunque perduta, la storia ci apparirà forse miniaturizzata e ingrandita al contempo ma piu “reale” e terribile.

Abbiamo un grande regista italiano; suonerà retorico ma che importa, ci piace dirlo.

Le risposte del Direttore di Flash Art

1 February 2010

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cansano memorial

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Caro Marchetti,

lascio a te le riflessioni e i giudizi che ritieni più opportuni sull’arte, il mondo, Flash Art. Ci mancherebbe altro.

Una cosa però vorrei precisare: nella mia rubrica LETTERE AL DIRETTORE, non cestino mai alcuna lettera (come invece tu hai adombrato). Tu hai la prova che l’abbia fatto? Certo, talvolta evito di rispondere a richieste di giudizi sulle proprie opere, per non aprire un terreno paludoso ma soprattutto noioso e di nessun interesse. Per il resto pubblico tutto, anche gli insulti e punti di vista più feroci e indiscriminati. Al punto che sono anche incorso in qualche vicenda giudiziaria per aver pubblicato qualche lettera non proprio serafica.

Se tu hai la prova che io abbia cestinato o censurato qualche lettera, io sono qui, a confortarti con prove. A meno che (sai cosa è internet e quali problemi a volte pone) non l’abbia ricevuta. La sola cosa che con i miei collaboratori abbiamo fatto è stata quella di far rispettare la lunghezza; dunque da una lettera di tre cartelle abbiamo dovuto (ahimè!)sintetizzarla a 15-20 righe. E ti assicuro che non è un esercizio divertente. Ma per il resto non mi risulta di aver mai cestinato qualcosa. Anche perchè, dovresti saperlo, a tutto c’è una risposta. Talvolta viene bene, altre volte meno.

Buon lavoro.

Giancarlo Politi

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Apprezzo la solerzia e la volontà di chiarimento del Direttore, un uomo che viene da lontano, di grande esperienza, e che conosce molte cose che a noi sfuggono. Mi sarebbe piaciuto se avesse commentato anche la seconda parte del mio articolo.

Mi colpiscono termini come prove, vicenda giudiziaria, censura.

La risposta è una richiesta di esibizione di prove, come se si fosse in qualche modo introiettata, più o meno inconsciamente, un fumus persecutionis che annebbia la semplice dialettica o una geografia “liberal” sull’arte e sul suo sistema. Perchè dovremmo esibire prove in un articolo, come si diceva il secolo scorso, di “costume” (con accezione antropologica)?

Comportamento molto “italiano” da parte del Direttore.

Comprendo le sue precisazioni. Tuttavia si spostano i contenuti del nostro articolo su un piano non-culturale e autoreferenziale, addirittura  autodifensivo in assenza di un attacco.

“Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia dello spirito umano”, scriveva Elias Canetti.

In questo caso il direttore di Flash Art ha “schivato” il problema.

Il libro di Canetti si intitola “Potere e sopravvivenza”.

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Non so a cosa alludi. Se a questo passaggio che accludo lo ritengo una tua (legittima anche se errata e provinciale) interpretazione. Da sempre e ovunque mi batto contro qualsiasi politica per una autonomia della cultura (e dell’arte, ovviamente), mentre in Italia da sempre viviamo una totale eteronomia e dipendenza politica. Chi mi conosce sa bene quanto osteggi, situazionisticamente, la politica, che dal dopoguerra ha tessuto una ragnatela ormai indissolubile attorno a noi. Poichè tutte le nomine in Italia sono politiche (ma proprio tutte, dalla Biennale alle bocciofile) non capisco perchè accanirsi contro la nomina politica di Bellini, che tra l’altro, dal punto di vista qualitativo ritengo la migliore della piazza. Ma nessuno si scandalizza della Quadriennale, Biennale e tutti i musei italiani. Macro, Maxxi, Mart, Gamec, Gam, Mambo, Man…. (e qui continua tu). Tutto qui. Il mio non è un giudizio, ma una constatazione amara di chi è costretto a subire sapendo che nulla può cambiare. La mia lotta personale? Come muoversi in bici a Milano pensando di eliminarne l’inquinamento…

Giancarlo Politi

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Caro Politi

ti ringrazio della tua risposta.

È vero, sono provinciale, mi sono spostato molto in Italia e ho vissuto in tanti luoghi.

Forse mi merito l’epiteto di multiprovinciale; se esiste questa definizione ti prego di concedermela.

Non era necessario tutto quello che hai scritto. Conosco quello che hai fatto. C’è una reattività sproporzionata, anche se concordo su molte cose con te.

Una cosa in comune? La bicicletta, davvero!

Ma a Milano la bicicletta tu la vivi come una lotta, io qui a Rimini semplicemente la uso.

Sai, noi provinciali riminesi, come quelli di Ravenna e Basilea.

Forse sei tu che vivi nella provincia dell’Europa.

Io non alludo a nulla oltre a quello che scrivo. Ma scrivo a volte in uno stile inattuale, che può creare equivoci, ma non rinuncerò mai alla libertà del dire. Spesso sono gli altri, prigionieri di un linguaggio claustrofobico ed autoreferenziale, che  non riescono a leggere un linguaggio diverso.

Spero che tu leggerai qualche volta: www.variosondamestesso.com.

Per il resto mi ha fatto tanto piacere comunicare con te.

Mi sento onorato, credimi, di  avere un polemos con te.

Caro Marchetti,

un chiarimento ad uso personale. Quando io adopero il termine “provinciale” alludo non tanto a una connotazione geografica ma culturale. Di colui cioè che vive la cultura un po’ idilliaca della provincia o periferia (che io invidio a chiunque ed è ciò che vorrei vivere). Di colui che non è costretto a misurarsi con l’arte quotidianamente. Di colui cioè che pensa che l’arte e gli artisti e il sistema dell’arte siano o dovrebbero essere una sorta di Eldorado o di Repubblica platonica. L’arte, gli artisti, il sistema dell’arte riflettono con estrema velocità e durezza e spesso tragicità, i mali, le aberrazioni, le crudeltà, le deviazioni della società. L’arte è lo specchio fedele, spesso anticipatorio, del malessere della  società e della vita. Pertanto immagina dove è arrivata e dove andrà sempre di più l’arte di oggi. E Flash Art deve e vuole essere lo specchio di questa realtà. Io chiedo l’autonomia dell’arte, ma l’arte, nelle sue formalizzazioni e contenuti, non può essere autonoma rispetto alla società. Altrimenti diventa solo passatempo o semplice decorazione.   GP


Flash Art. Lettere al Direttore

1 February 2010

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antonio marchetti muro 1996

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Mi abbono a Flash Art ogni tanto, lo acquisto spesso in edicola. Saltare dei numeri è salutare perchè la percezione fa un respiro meno corto di quello ansiogeno del nuovo e del gossip. Saltare degli anni poi, per una rivista di prestigio come Flash Art, significherebbe entrare nel gioco affascinante delle analisi di breve o lungo periodo, a seconda dell’età e dell’intelligenza. Ma questo possiamo farlo andandoci a rileggere vecchie annate. Una storia dell’arte contemporanea degli ultimi trent’anni sarebbe impensabile senza la consultazione di questa rivista. Sarebbe non semplicemente una storia dell’arte, ma una storia sull’arte.

Delle “Lettere al direttore” in  Flash Art ne archivio diverse. Il Direttore è un viaggiatore internazionale che non ama il proprio paese, non ne ama i vizi genetici in generale mentre per quelli specifici dell’arte contemporanea l’assenza d’amore si trasforma spesso in sferzanti invettive.

Il Direttore non ama le scuole d’arte i licei e le accademie.

Ci sono molte verità, crude e ciniche (spesso è una maschera) nelle “Lettere al direttore”.

C’è sempre una vittima mentre il Direttore è il carnefice. Ad infilare la testa nella ghigliottina sono gli stessi lettori mentre il Direttore sceglie quelle lettere che rendono facile il mestiere del boia. C’è una reciprocità, nel tempo piuttosto ripetitiva, in queste lettere. Inoltre aleggia aria poco nuova, venticello anni Settanta del secolo scorso ove si praticava la crudeltà dell’arte.

Nell’universo del Direttore si salvano gli “amici”, gli ex amici in osservazione, i manipolabili, coloro che hanno fatto scelte museali compatibili con la rete di amici e sempre funzionali alla rivista (spesso agli amici vengono riservate critiche molto vellutate anche quando le loro sciocchezze paiono oggettivamente enormi), e via dicendo. Che tutto ciò sia poco italiano stentiamo a crederlo.

La maschera internazionale cade di fronte agli stessi vizi che denuncia.

O forse è globale ormai anche questo.

Che cos’è un padre?

28 January 2010

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antonio marchetti patrimonio

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Che cos’è un padre?

È colui che viene dopo.

In che senso?

Nel senso che non può competere con la fase nutritiva e  protettiva della madre e di conseguenza il padre “dovrebbe” intervenire quando si ha un progressivo distacco del figlio da tale rapporto di dipendenza simbiotica.

Quando si ha il distacco dalla madre?

A volte mai, spesso ad età molto adulta. Nei casi di separazione dei genitori il rapporto con la madre si è materializzato in forme poco naturali e spontanee, direi distorte.

Perchè?

Perchè sulla donna campeggia l’aura sacrale della maternità che spesso viene giocata fuori tempo massimo. È un ruolo che a volte la donna assume andando contro se stessa e le proprie libertà, ne è come risucchiata. Oggi questa contraddizione raggiunge livelli massimi. Chiederei invece: cos’è una madre?

Le ripeto allora  la domanda, cos’è un padre?

Un padre è anche colui che accudisce i figli, ma in forme diverse.

Diverse in che senso?

Nel senso temporale e funzionale. Il segno paterno spesso si rivela nei tempi lunghi mentre nella cura filiale vengono soddisfatti da parte paterna dei bisogni che non potranno mai competere con il femminile.

Quali bisogni ad esempio?

Quelli della “differenza” per esempio o dell’autonomia. Può sembrare un paradosso che un pensiero della “differenza” (un “agire” della differenza), il cui spazio teorico è stato per decenni occupato dal genere femminile, possa  oggi abitare la mente e il comportamento degli uomini, dei padri. Purtroppo tali caratteristiche di genere vengono come annebbiate nel rapporto di coppia, consumate dal sempreuguale o nella rincorsa affannosa di una “tenuta”. Dico purtroppo perchè, altro paradosso, è nella rottura del rapporto dei due che il terzo, il figlio, si staglia e avanza con forza.

Il rapporto filiale sembra chiarirsi, nelle reciproche identità, quando due genitori si separano? Cosa accade a questo punto?

Accade che le verità di ciò che siamo vengono smascherate davanti ai figli. Non conta la cultura o il grado di sofisticata civiltà che esprimiamo nella vita activa. Conta invece quanto siamo resistenti al retaggio regressivo e istintuale che irrompe nell’emergenza che la nostra intellettualità, in tempo di pace, distribuiva in eleganti propositi verbali.

Come agiscono allora le differenze nella formazione dei figli in questo caso?

Formazione, bella parola. L’ho sempre preferita alla parola educatore. Formatore era una parola che usava Pasolini. Parola che ricorda le mani e l’argilla. Parole che vestono la nostalgia ed il perduto. Ogni genitore, oggi, deve fare i conti con il perduto, con quel qualcosa che perdiamo ogni giorno ormai. Mi riferisco a genitori pensanti e maturi, evidentemente non ad una maggioranza.

Il femminile oggi oscilla tra appropriazione e rancore che a volte si trasformano in vendetta e manipolazione. Ripeto, è quello che eravamo prima del rapporto di coppia a riapparire; se qualcosa prima non era ben registrato e chiarito l’attrazione del caos aumenta.

Il figlio diventa in questo punto critico il piano geometrico ove proiettare le proprie identità. L’identità femminile agìta sulla “formazione” dei figli,  in questa fase storica italiana, è frantumata in tante porzioni di specchio che si allontanano dall’unità. Oggi una grave responsabilità spetta alle madri.

Quale?

Quella di saper scomparire. Di praticare il distacco, cosa che riesce più naturale all’uomo, è evidente. Il figlio viene fuori dal corpo, l’uomo ne è originariamente spettatore, distaccato. Ma se l’uomo in qualche modo ha recuperato il distacco accostandosi in forme affettive e “corporali” la donna sembra vivere una frantumazione identitaria che al momento della relazione con il figlio potrebbe andare a pescare in scenari pre-culturali e tribali che si vanno molto spesso  ad aggiungere al rancore verso il maschio poco dominante o deludente.

Questa sua analisi potrebbe risultare pericolosa addossando alla donna un carico pesante e quasi un destino. Una riedizione di Otto Weininger con il venticello del politicamente corretto.

È vero, c’è questo rischio. Non dimentichiamo che la “cura” per il femminile si estende spesso per più generazioni. La donna si fa carico, da figlia, dei genitori anziani. Gli uomini sono sfuggenti o aiutano nelle forme che gli sono proprie. Ma il femminile cura nel corpo del malato, del genitore anziano. La relazione con il corpo, luogo da cui si proviene e in cui precipitiamo nel dissolvimento, è una sensibilità esclusivamente femminile.

Perchè il corpo sembra essere competenza della donna, anche nelle forme di disfacimento?

Non vedo differenza tra l’esibizione erotica del corpo femminile, nella sua vendita mediatica, e l’accudire una madre malata senza più dignità di persona. Da un certo punto di vista la vita “corporea” della donna spinge verso comportamenti diversi dall’uomo, visto che questo universo è a lui estraneo. Ma quando l’uomo tenta di accorciare il distacco pare essere rigettato nel dominio antropologico del femminile materno.

Ripeto, viviamo un periodo di grave regressione culturale ove il femminile, che prima in qualche modo aiutava l’uomo a crescere, è precipitato in una preoccupante distonia. E l’uomo dovrà crescere da solo. Per i giovani uomini, poi, vuol dire crescere senza la madre.

Può chiarire meglio questo ultimo passaggio?

Lei sentirà spesso donne e madri che si lamentano di compagni e figli che non collaborano o non aiutano nella vita domestica. Le donne che si lamentano dei loro uomini educano i loro figli maschi con modalità che riproducono le caratteristiche degli maschi futuri. Il maschio è così perchè sono anche le madri a volerlo. Se veramente nel femminile poteva risiedere un giorno il cambiamento mai come oggi ne siamo tanto lontani.

Rimini. Percorsi arte contemporanea: Materia è Memoria

27 January 2010

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collezione Cardi-Fagnani

Un nuovo spazio espositivo a Rimini. Uno spazio aperto al possibile: mostre, libri e incontri con autori, performances, musica.

Siamo in via Serpieri, al numero civico 17. Inaugurazione davvero gremita di gente; c’era la parte migliore della città, o almeno quella sensibile alle imprese culturali originali e nuove che hanno il coraggio di mettere tenda in un deserto che, dicono in molti, sembra crescere in città.

“Materia è memoria” è il titolo della mostra inaugurale ove, evidentemente, si è voluto trasformare la congiunzione bergsoniana in un “essere” contemporaneo, perentorio, immanente.

Tre gli artisti in mostra, uniti dal tema, ma in qualche modo catturati dalla curatrice nella rete delle suggestioni e dalle tecniche con le quali hanno tradotto quell’”è” tra materia e memoria.

Due piccole tele mi hanno colpito.

Erano confezionate in quello stile irresistibile del fané e sgarbato ma posteriore all’autentico (ma dove trovare oggi l’autentico?), tendente ad una sapiente eleganza tecnico-teorica. Esibivano due immagini primarie. Nella prima un bosco, l’altra blocchi di materia geometrica,  pietre,  o forse menhir realizzati da archistars in psicoanalisi.

Penso che questo artista, e l’ho pensato subito, viva le suggestioni del Nord, nelle nuances culturali e geografiche che lascio ai vostri giochi delle “nuove ” perle di vetro.

Quel bosco, certo, rimandava ad Anselm Kiefer ma lo scapolavo per arrivare ad un libro, che conteneva l’immagine di un bosco molto importante, “tedesco”, di Kiefer. Il libro ha per titolo “Paesaggio e memoria”, l’autore si chiama Simon Shama.

Siamo, a quanto pare, in una porzione di spazio comune con il  tema di questa mostra inaugurale.

Credo che si chiami Tempo il serpente che esalta ed insidia questa mostra.

Si spera, vista la grande affluenza di pubblico, che questi artisti vendano qualche loro opera.

La “pulsione”, che la città ha esibito nel suo correre in massa all’inaugurazione, dovrà prima o poi  esprimersi – dopo naturalmente aver sgranato il rosario del bello e delle iperboli -  e decidere di mettere nelle proprie case un po’ di anima; insomma comprare qualcosa di ciò che nel rituale sembrano adorare (io consiglio i neo- menhir mentre il boschetto per un buon collezionista potrebbe risultare troppo trafficato) ma che il giorno dopo dimentica.

Bella serata. Perfetta organizzazione. Discreti aperitivi.

Da  domani tutto è in gioco e gli attori partecipanti di appena oggi dovranno dimostrare di “essere” la città,  nell’alba del giorno dopo.

Per durare bisogna custodire e curare.

L’isteria momentanea del bello (patologia che colpisce spesso gli stupidi) dovrà essere lavorata come “materia” , riportata all’immanenza primitiva  del quotidiano, per essere poi trasformata in “memoria”. Tutto ciò che facciamo oggi è materia e memoria di domani. Proprio adesso.

La scuola di carta

22 January 2010

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antonio marchetti città dipinta

Carta, montagne di carta; circolari, milioni di circolari; avvisi, miliardi di avvisi. La scuola dell’autonomia negli ultimi anni produce carta, quale forma di comunicazione tra la Dirigenza ed il basso. Per poter leggere tutte le circolari di una sola settimana occorre un orario pari a quello di cattedra. Leggerle quando arrivano in aula significa sospendere la formazione, ma forse la formazione va intesa proprio così: leggere e commentare circolari in classe interrotte dalla lezione. Il crepuscolo dell’Impero austro-ungarico non arrivava a tanto.

Emanata una circolare tutto è a posto, lì, sulla carta; la realtà va in malora ma nel mondo di carta tutto sembra plasticamente perfetto. I termini sono lavorati al tornio dell’inutile ma nello stesso tempo ambiscono con patologica ambizione ad una forma di agire che circolarmente (appunto) riconducono sempre ad una forma di rigor mortis del sempre uguale. Le parole nuove e di tendenza, come l’uso dell’inglese, sono le nuove maschere della morte (morte della nostra lingua italiana soprattutto). L’impotenza trova nel linguaggio tecnico della circolare (una neolingua mai apparsa prima d’ora nella storia dell’occidente) un agire mortifero, un movimento cristallizzato autoappagante ove sono scomparsi gli attori autodesideranti. Il teatro della crudeltà è stato completamente evacuato.

Non sappiamo dire chi sia il soggetto scrivente della circolare. Soggetto plurale? Non diciamo sciocchezze; dopo tramonti senza colori di soggetti e pluralità meglio lasciar perdere. La circolare scrive noi, nessuno la scrive. Noi siamo la circolare, ogni mattina. Nel mondo borgesiano ove la carta geografica aveva sostituito il mondo è la circolare a sostituire non solo la realtà nel microcosmo scolastico, ma ci scrive. Che siano poi esseri umani con millenni di civilizzazione alle spalle a produrre tutto ciò, in “autonomia”, ci spinge ad un senso di serenità e di benessere in un paradiso senza più problemi.

Clandestini a Rimini

19 January 2010

antonio-marchetti-rimini.jpg

 

Un carabiniere e due giovani dell’esercito passeggiano per Corso D’Augusto a Rimini e spalmano nel loro passeggio, mentre guardano le vetrine dei saldi, l’immagine della “sicurezza”.

Altrove, fuori dalla città-immagine, siamo invece prigionieri del labirinto, ove tutto è possibile. L’imponderabile delle periferie “produttive” e dei nuovi centri che si spengono a tarda sera lasciano deserti notturni, di cupa e dura letteratura, volendola scrivere. Rimini va esperita con il navigatore satellitare le cui mappe vanno continuamente aggiornate se vuoi accedere a servizi, consumi, tempo libero. In due decenni lo spostamento nevrotico si è sovrapposto a se stesso conquistando nuove aree;  l’obsoleto di ieri appena post nuovo coesiste con il non finito di oggi proiettato nel futuro, tutto risolto nell’ondivago tragitto automobilistico, in un cantiere a cielo aperto di una città che non comprendiamo più, una città in cui ci sentiamo stranieri. La durezza di questa città la sentiamo noi, mentre chi viene qui per lavoro la conosce meglio, si muove meglio – per necessità e per abitudine alla durezza – in questa città così ambiguamente accogliente (a parte l’accoglienza turistica “vocazionale”). Può sembrare cinica e paradossale questa considerazione che vede negli immigrati stranieri una città più a loro misura che non alla “nostra”.

Sono loro che usano i mezzi pubblici, loro si prestano alla mobilità urbana ed extra urbana con paziente accettazione e puntuale utenza. Loro, infine, tracciano nuove mappe di geografia urbana. Ma quando diciamo “nostra” cosa intendiamo? Intendiamo, siamo sinceri,  un senso di perdita. Tutte le nostre pulsioni appropiative sono perdenti. La voce grossa neo razzista o leghista è voce irrilevante rispetto al moto epocale. Le voci razziste, insieme al perbenismo ipocrita, servono a far dimenticare che le difficoltà, ormai, saranno per tutti noi. Il problema della sicurezza in Italia sta diventando un problema di paranoia, di distonia mentale, di servilismo mediatico, di ipocrisia nazionale.

Rimini è il paradigma della trappola. Qui si è trovata una formula nuova: si pubblicizza un “bon vivre” che verrà prima o poi sanzionato. Si fa cassa. Qui puoi fare tutto, basta pagare e avere buoni avvocati. Rimini è la città degli avvocati. Chi ci vive è preso nella morsa. La nostra vita “normale” ne è stravolta, siamo irrigimentati, e cominceremo a vivere da clandestini a casa nostra.

Siamo tutti clandestini. Rimini vende tutto, contro di noi che ci viviamo, vende l’oggettistica vintage di Mussolini in tutti i negozietti di Marina Centro, per i turisti, ma contro di noi; come se commercio e fatturato fossero valori così alti da rendere i residenti inutili e desueti.

Che cos’è un Professore?

17 January 2010

antonio-marchetti-bibiena.jpg

Che cos’è un professore?

Un professore è alunno e insegnante insieme.

In che modo è alunno?

E’ alunno in quanto è in perenne ascolto dei suoi allievi e ne cattura i complessi loro codici di comunicazione.

In che modo è insegnante?

Lo è quando traduce i loro codici in forma forse inattuale ma alta, offrendo loro una possibilità di grandezza, spaesandoli dallo loro fissa e ripetitiva immanenza ipnotica, prospettandogli un “è possibile”.

Quali mezzi può usare un professore per attuare ciò che lei dice?

Tutti i mezzi dell’umano civilizzato ma devono anche comprendere tempesta e rimescolamento delle carte, forse anche durezza. Ma gli attuali modelli educativi delle famiglie italiane in questo momento difettano, o non hanno modelli alcuno. Le famiglie si autorisarciscono, attualmente, rovesciando all’esterno la propria impotenza.

Ci sono scuole in Italia ove si amministra l’esistente, ma non si forma. Cosa ne pensa? Ci sono italie diverse?

Rispondo subito sull’ultima domanda; sì, ci sono italie diverse. Un insegnante di Rosarno o di Napoli è diverso dall’altro di Parma o di Milano. Il contesto lo rende diverso. Essendoci grande mobilità geografica i professori (vorrei chiamarli ancora così) fluttuano, negli anni, in realtà diverse. Di conseguenza in alcuni casi viene meno quello che io avevo detto in risposta alla sua prima domanda. Bisogna saper ascoltare per agire, il professore ascolta il contesto.

Se si trovasse ad operare in un contesto difficile, in luoghi pericolosi ove la legalità è assente come potrebbe operare un professore se non mettendosi a rischio trovandosi, magari, davanti il figlio di un vip camorrista?

Questa domanda non ha senso. Il leit motiv della legalità e della trasmissione della cultura nelle scuole viene suonato dal Ministero, in modo particolare con le risorse economiche che esso mette in gioco. Tutte le iniziative del governo si irradiano, soprattutto attraverso le tv ed il web, nella forma di icone comportamentali che contraddicono quotidianamente ciò che un formatore dovrebbe fare: riferirsi ad un quadro condiviso.

Occorre invece ben selezionare i docenti, non più per titoli di studio e per allucinanti percorsi, ma sul campo.

Il campo vuol dire essere professori, essere accettati dagli studenti ed ottenere buoni risultati circa le capacità seduttive, attrattive, e di “intrattenimento” della performance formativa; per intrattenere bisogna essere particolarmente colti.

Questo presuppone uno smantellamento del vecchio e aprire ad un ringiovanimento del grande esercito degli insegnanti?

Al contrario. Quando andranno via i vecchi sarà l’incertezza totale. Sono già oggi i giovani insegnanti a far tornare indietro l’orologio dei diritti e della libertà. Loro, sotto la mannaia della deprivazione d’immagine e di sostanza del professore, accellereranno il processo di decomposizione. Sono giovani, sì, ma non apportano quasi nulla circa il rinnovamento e si presentano, già nell’esordio, davanti agli alunni come già vecchi perchè a loro volta ripetono, nell’assenza di pensiero. Sono precari ma la loro precarietà è anche interiore.

Se io devo insegnare solo un anno da precario non necessariamente il mio insegnamento sarà precario. Non essendoci riferimenti forti la precarietà diventa uno stato dell’essere.

La scuola e la cultura per lei sono ancora fondamentali?

Dalle pagine di De Amicis ad oggi la conformazione spaziale delle aule di una scuola è praticamente la stessa (a parte i laboratori e le pratiche trasversali). Cattedra, banchi con conseguente disposizione geometrica, naturalmente la lavagna e, ancora, le interrogazioni in piedi vicino la cattedra del professore. Questo rituale cattura vecchio e nuovo e nessuno studente ha mai contestato il dispositivo spaziale della scuola. Tutti partecipano senza avere la percezione di ciò a cui partecipano. La cultura è fondamentale per gettare tempesta su questo ordigno geometrico- formativo desolante.

Un buon professore deve fare questo, per essere ascoltato.

Non importa se non viene ascoltato oggi.

Dopo, ognuno di noi, con l’età, andrà a ricercare le poche luci che restano ferme del pur breve passato.

Alberto Giorgio Cassani:«architectum elegantem omnis malitiæ»

12 January 2010

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«Architectum elegantem omnis malitiæ». Che lo si traduca con “malizia” o con “cattiveria”, la frase pronunciata da Momo nell’omonimo, straordinario libello di Leon Battista Alberti, nasconde senz’altro «l’autoironia con la quale Alberti rappresenta il proprio ruolo di esperto e di divulgatore di architettura» (Massimo Bulgarelli). Ma non solo. La proposizione racchiude anche la consapevolezza di Battista di essere l’unico, fra gli architetti dell’epoca, a poter coniugare conoscenza dell’antico e nuova progettualità (come dirà nei Profugiorum ad ærumna libri III, quella «faccenda da niuno de’ buoni antiqui prima attinta»).

In questo esercizio progettuale, l’Alberti utilizza due diversi linguaggi – così come fa quando scrive i suoi testi –: il sermo latino, colto, all’antica, ed il sermo volgare, legato al genius locidella città in cui deve realizzare le sue architetture “sperimentali”.

Che presentano diversi livelli di comprensione a seconda del pubblico che le guarderà. E se tutti sono dotati della capacità di cogliere cosa è bello e cosa non lo è, pochi però sono in grado di comprendere in pieno il significato profondo delle sue architetture. L’architettura albertiana, inoltre, è “artificio”, se confrontata con la natura – grande tema albertiano, quello del rapporto tra le due –, ma artificio necessario, perché anche in natura, spesso, non si ritrova la perfezione. Ma per ottenere questa venustas occorre usare dei “trucchi” (gli “ornamenti”), che rendono l’architettura una “maschera” indispensabile all’uomo, finché è in vita. Ogni maschera, infatti, cadrà, soltanto una volta giunti alle rive d’Acheronte (come afferma Caronte nel Momus). Tutto ciò sarà mostrato attraverso l’esemplificazione di tre opere dell’Alberti: il tempio Malatestiano, palazzo Rucellai e Santa Maria Novella.(Alberto Giorgio Cassani)

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Il distacco ben temperato.

9 January 2010

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Certo è dura la scuola per i nostri (perchè mai “nostri”?) giovani.

Fanno fatica per quelle cose che per noi dell’altro ieri era quasi relax.

Pensieri della possibilità occupano i cervelli dei (vostri?) ragazzi.

La ricerca della possibilità rinuncia, o non la capisce, all’essere ora, nel presente, a dire in forme non omertose e non vili ciò che hanno da dirci, a noi, a me, a quelli di ieri l’altro.

La loro ricerca delle “possibilità” segue i sentieri dell’illimitato contemporaneo ove possibile e impossibile convivono, rendendo vana la ricerca stessa.

Questo “non sapere”, purtroppo e molto spesso, viene come “tradotto” ( e dunque tradito) dagli adulti (siamo sempre noi di appena un momento fa storico). Già, i padri e le madri. Vogliono prendere in mano il volante di quella splendida fuoriserie chiamata “possibilità”, per i figli, ma sostituendosi ai disegni di quel regno animale necessario e cruento che li chiama.

Poi, se i figli non si allontaneranno e non seguiranno più le leggi naturali del distacco, saranno i loro padri e le loro madri a punirli, rovesciando loro l’orrore di una vecchiaia (in un universo sociale ove la morte è differita ad oltranza), spandendo l’olezzo chimico della morte che circola nella casa, quella ove si torna sempre.

Le possibilità dunque possono restringersi e rattrappirsi, ancora, nell’unica e ultima casa che si chiama famiglia.

Il femminile in questo caso offre coinvolgimenti vertiginosi, confliggendo continuamente con le sponde del possibile e del non possibile.

I giovani contemporanei dovranno prima o poi costruire un contratto nei rapporti tra generazioni…  se vogliono scegliere la via del distacco.

La miniatura di Milano ha colpito il Capo

8 January 2010

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L’evento del ferimento del Capo si diluisce nello spazio mediatico, viene assorbito e metabolizzato troppo in fretta. Dobbiamo acciuffarne il senso, e se non si tiene stretta una qualche analisi si lascia spazio alla manipolazione storica. Come nel caso di  Bettino Craxi: esibizione di un martire, eroe, vittima sacrificale.

Se non la trascriviamo oggi la Storia, con qualche strumento freddo e distaccato, quasi chirurgico, accadrà lo stesso per colui che si è autodefinito l’Unto del Signore.

Una miniatura del simbolo di Milano ha colpito il Capo. Oggetto banale.

Poteva essere un piccolo panettone in bronzo ma si tratta di un simbolo temporale, per quanto accettabile: la sua diffusione si limita alle feste natalizie e poi scompare per tutto l’anno.

Il Duomo invece rappresenta storicamente la città di Milano.

È stata dunque una miniaturizzazione di Milano a colpire il Capo milanese.

Il signor Tartaglia è uno psicolabile pensoso, che sa maneggiare i simboli, sa che i simboli sono armi, anche se in questo caso ha pericolosamente accorciato le distanze simboliche, a suo danno e a nostro danno.

Se il gesto viene valutato come l’atto poco significativo di una persona disturbata il suo disturbo tuttavia disegna un percorso logico impressionante.

Il signor Tartaglia ha espresso il suo odio per il Capo e questi, specularmente, ha sentito il colpo, rispondendo con vaneggiamenti ideologici sull’amore in un rovesciamento mimetico immediato, quasi animale.

Il colpo non è psicologico, visto che la “vittima” sacrale che lo ha ricevuto ha risorse su questo versante pressochè illimitate.

È fisico, corporale, è uno sfregio all’equilibrio chirurgico-estetico, e soprattutto il colpo ha prodotto dolore, realtà. Forse aperitivo di un incubo di realtà che irrompe nell’irreale corpo porno-pop.

Il colpo ha prodotto anche una sospensione temporanea dell’esposizione  mediatica del Capo, al di là di quella ostensiva immediata e sanguinolenta subito dopo il ferimento di cui ha parlato Marco Belpoliti – ma anche prima ne abbiamo accennato in forma letteraria  in questo  stesso Journal –  uno spazio vuoto occupato da figure minori, orfane, non per questo meno pericolose, anzi, portatori del classico complesso da clone e dunque aggressive, in preda ad un delirio di perdita e, per quanto momentanea, precarietà.

Purtroppo il sangue del Capo rimarrà una icona che rimanda ad altre, per chi ne ha memoria.

Il ricamo, su questo, lo lasciamo libero.

Va comunque detto che al tramonto del Capo seguirà un pasto cannibale.

Laboratorio Roma

24 December 2009

antonio-marchetti-zaha-hadid.jpgL’immagine che vedete qui sopra è l’immagine “plastica” di un muro contemporaneo. Di fronte c’è una diga edilizia che ricorda i giochi postumi di Aldo Rossi. È il nuovo museo romano progettato dall’architetto anglo-iraniano Zaha Hadid, il MAXXI, nuovo acronimo che sta per museo nazionale delle arti del XXI secolo, in via Guido Reni, che dopo dieci anni dal bando di concorso è stato ultimato. È stato già inaugurato, ma è chiuso. La “vera” inaugurazione ci sarà nella tarda primavera. Nel bar di via Flaminia il barista lo considera bello e dice che lo hanno inaugurato già quattro volte mentre una studentessa dichiara che è un vomito di cemento che deturpa il paesaggio (sic!). La vista è quasi occlusa, il museo è avvolto da recinti zincati alla moda, quei grigliati che ricordano le calze erotiche femminili che oggi “smaterializzano” l’architettura ma stimolano l’immaginario. Fotografare questo manufatto è stato per noi difficile. Ma così come i mega oggetti (arredamento?) della Hadid non potevano essere toccati alla Biennale di architettura veneziana (nonostante il tema indugiava sull’antica parola “fruizione”) allo stesso modo è arduo e difficile fotografare questo museo che, vogliamo sperare, si ritiri in splendidi interni. Le dichiarazioni dell’architetto circa i suoi innumerevoli viaggi a Roma e sulle sue ricerche di impatto urbano rimangono, appunto, pure dichiarazioni. Forse la Hadid è architetto di interni. E gli interni vanno bene in qualsiasi luogo del globo terrestre. Ma innalzare ancora “muri” a Roma, per quanto si possa rendere fluido il cemento e “cristallizzare” la matematica, ci lascia perplessi. Ci penseranno gli architetti globali  a depistare le nostre impressioni pessimistiche nella nuda vita italiana, e romana, in questo fine decennio del XXI.

Antonio Marchetti a Cansano (AQ)

21 December 2009

 

Il paradigma dell’emigrazione ispira questa installazione di Antonio Marchetti espressamente realizzata per Cansano. Un paradigma del moderno e della contemporaneità raccolto in una pittura tridimensionale fatta di abiti, stracci e oggetti “narrativi” sulla quale si sovrappone una videoproiezione archeologica- antropologica; mentre il sonoro comprime lo spazio pressurizzandolo, in ossessivo e ripetitivo leit-motiv acustico che martella la mente e le memorie. Non si pensa solo alle emigrazioni di almeno due terzi del secolo XIX, gli italiani del ceto medio alfabetizzato, degli esuli, dei patrioti e  degli aristocratici che in America o in Inghilterra fondarono riviste e imprese. Qui ci si riferisce soprattutto ai quattro milioni di emigranti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, spesso analfabeti, sino a quelli intervistati da Mario Soldati nelle banchine dei porti negli anni Cinquanta a cui chiedeva: cosa vi siete portati da leggere?

La storia si svolge per specularità rovesciate. Noi da diversi anni conosciamo l’immigrazione, siamo l’America per centinaia di migliaia di persone. Lampedusa, o le rive fatali, i centri di prima accoglienza sono la Ellis Island nostrana. I nostri comportamenti sono il riflesso nello specchio scuro di una memoria che rimesta nel corpo della nostra identità. Senza esprimere giudizi o valutazioni “morali”, più semplicemente, l’intenzione  di Antonio Marchetti è quella dell’arte: invitarvi nelle proprie stanze offrendovi una narrazione contemporanea.

In fondo anch’io – scriveva Ennio Flaiano di se stesso – sono un emigrante, un emigrante intellettuale.

 

variosondamestesso  ® riproduzione riservata

 

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A Rimini letteratura in cucina.

17 December 2009

 

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A Roma, nei piccoli ristoranti grotticine per turisti di Via del Pellegrino o intorno a quell’isola precaria e in parte ancora felice, che si estende idealmente sino al ghetto, non si parla più come  sorpassati ristoratori ma si fa letteratura. Per l’ordinazione vi si dice: “ora vi narro le cose salienti della giornata” e di seguito la lista del mangiare. Leggere il menu è come leggere un racconto minimalista. Qui a Rimini nella serata del 21 dicembre, in una cantina dal nome affascinante, letterati si incontrano per dialogare su un libro. L’invito che ho ricevuto prevede l’adesione ad una cena successiva che si presenta allettante. Il menu viene presentato, anche qui, come “un succinto racconto”. La cosa a colpirmi è la prima offerta, l’entrèe: L’uovo e la cipolla.

Tutto è riportato alla separazione degli elementi, ricondotti a immagini primarie come in un libro illustrato per bambini. Non si tratta di uovo e cipolla, non identitari e mescolati in un unico piatto (o unica parola) e neppure di uovo con cipolla. Noi non sappiamo come gli elementi saranno giocati tra loro nel piatto su cui mangeremo. Per saperlo, dobbiamo leggere la narrazione, e dunque ordinare quel piatto. In ristoranti con clientele selezionate ci sono menu con brani di Baricco o di Hemingway. Insomma la letteratura si è sempre occupata della cucina, gli stessi termini sono interscambiabili nei reciproci mestieri ma qui è la cucina che si occupa di letteratura, che l’ha ben compresa facendola propria. Tutto dunque andrebbe allora rovesciato. La letteratura dovrebbe essere il menu stesso mentre per la cena si elencano gli ospiti letterari i quali, anche se non trovano nulla da mangiare, si mangiano tra loro per la gioia del pubblico già sazio di geniali e narrativi menu.

Caro Tartaglia

15 December 2009

 

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Caro Tartaglia,

tu sei la banalità del male, hai fatto male a tutti noi, ci hai fatto fare passi indietro incommensurabili.

Perchè lo hai fatto? Perchè i tuoi quadretti luminosi non hanno avuto successo?

Aleggiano leggi speciali, come ai tempi del terrorismo, tra non molto la tua cazzata la pagheremo in molti, e si giustificheranno, con la solita manipolazione dell’imperatore e i suoi lacchè, limitazioni delle libertà individuali nell’esprimere proprie opinioni.

Ci mancava l’idiota, mancava questa figura nella patetica storia di questo quasi ventennio.

E poi, diciamolo, tutto l’apparato protettivo dell’imperatore ha fatto fiasco; mentre i ministri preposti si autoassolvono, impegnati in questioni finedimondo non sono in grado di difendere il loro padrone dall’idiota qualunque, espressione della regressione aggressiva italiana. Su questo idiota gli ex e post fascisti giustificheranno leggi speciali, anche contro questo Journal, di tipo iraniano.