Anche quest’anno la nostra splendida città propone il Festival…

Luglio 3rd, 2009

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Ai Festivals della Cultura, ai convegni ed alle esposizioni d’arte ci si va con qualche attrezzatura; o no?Se ci vado devo capir qualcosa su quell’evento, giusto? Chi può costruire una parte almeno di questa attrezzatura è la scuola, mi pare. Ma se la scuola smette di “costruire” con chi parlerò di quel Festival? Già, parlerò con chi ai Festivals ci va per farsi vedere, e sottoporsi ad una rapida endovena di cultura sotto le mutande. I Festivals aumentano con la diminuzione dell’intelligenza nazionale, in modo tale che tutto può coesistere nella moltidudine senza significati; ma non è ancora così. C’è chi ha studiato e studia ancora, che vive, ancora, osservando il prossimo,  e che ha un barlume di curiosità del mondo reale.

Il Partito Democratico, qualche piccolo libro e i lettori di scambio.

Luglio 2nd, 2009

 antonio-marchettisingle-luminosi.jpgNon so più a chi parla il Partito Democratico. Non a me, almeno per ora. Nel frattempo mi sono riletto Corrado Alvaro, “L’Italia rinunzia?”, un libricino della Sellerio che lo scrittore scrisse nel 1944 e pubblicato un anno dopo. Ho accompagnato questa rilettura con un altro piccolo libro di Guido Crainz, “L’ombra della guerra”, piccola antologia critica dei nostri esordi. Io consiglierei la lettura di queste due piccole cose per seguire il Partito Democratico. I giovani, che badano allo “spessore”, troveranno questi libretti di leggerezza accettabile. Ma cosa c’entra il dopoguerra con la contemporaneità? L’assenza di lettura critica degli italiani di allora è la stessa di oggi, mentre noi, sparuta minoranza single che non va in televisione e che non ha voce pubblica ( a parte questo discutibile “journal”), dobbiamo riassistere agli errori periodici, alla retorica di un eterno ritorno e all’ignoranza. Una ignoranza che non si riscatta simbioticamente circondandosi da artisti e intellettuali vip che badano più al fatturato narcisistico ed economico che ad una appartenenza (labile e ondivaga, all’italiana). Ammettiamolo, la generazione degli oltre cinquantenni e sessantenni ha fallito da quelle parti, salvando se stessa naturalmente, si è ben autoalimentata. Dell’Imperatore non parlano mai, vivono nell’astrazione, nella rappresentazione tautologica, schiavi dello specchio. Mi appaiono perdenti. Perchè si propongono già da perdenti. Non hanno capito quasi nulla degli ultimi dieci anni.antonio-marchetti-camera-verde-1988.jpg

Riporto il testo di un articolo apparso sul Corriere della sera di oggi, a firma Claudio Magris, nel quale si denuncia il rischio di una possibile abrogazione dei lettori di scambio dalle università italiane.

 

In Italia esistono lettorati di scambio di lingua ebraica in 7 università, Torino, Venezia, Bologna, Pisa, Firenze, Roma e Napoli. Essi svolgono un ruolo fondamentale nella diffusione della lingua e della cultura ebraica così com’è parlata e vissuta in Israele oggi. La loro scomparsa sarebbe un colpo durissimo che allontanerebbe ancora di più gli studenti italiani da un mondo vivace e intellettualmente ricchissimo come quello israeliano.

 

Ci auguriamo che le università italiane vogliano rivedere questa loro decisione e che i lettori di scambio di lingua ebraica possano continuare a svolgere il loro ruolo con ancora più entusiasmo e incisività, perché la bella cultura israeliana, che ha prodotto scrittori premiati e apprezzati in tutto il mondo come Amos Oz, David Grossman e A.B. Yehoshua ( per citare solo i più famosi), possa essere sempre più conosciuta e studiata in Italia.

 

 

Minna Scorcu

Coordinatrice Ufficio Culturale

Ambasciata di Israele

Via Michele Mercati 14 – 00197 Roma

Tel. 06.36198513

Fax 06.36198555

E-mail cultura@roma.mfa.gov.il

 

 

ABOLITI PER MANCANZA DI FONDI NONOSTANTE LA NOSTRA ARRETRATEZZA LINGUISTICA

I lettori stranieri cancellati dall’università

Sarebbe triste lasciar morire, per mancanza di fondi, iniziative spesso, non sempre, creative e stimolanti

L’ Università italiana, già perico­lante come un edificio colpito dal terremoto, riceve un’ulteriore vigo­rosa spallata dalla legge 6.8.2008 n. 133, art. 24, che, abrogando una legge precedente in vigore da anni, abolisce i lettori di scambio, i quali esercitano una funzione essenziale per l’Universi­tà stessa. I lettori di scambio sono i let­tori di madrelingua straniera — tede­schi, francesi, inglesi, spagnoli e così via — che vengono in Italia per inse­gnare ai nostri studenti la loro lingua.

Analogamente i lettori italiani si recano in Germania, Francia, Inghilterra, Spagna o in altri Paesi a insegnare l’italiano. Non occorre una particolare genialità per capire come sia necessario o quantomeno estremamente utile, per apprendere ad esempio l’inglese, impararlo da un insegnante di madrelingua inglese. Non occorre nemmeno una particolare genialità per rendersi conto di quanto sia importante, sempre e ancora di più oggi nella realtà europea in cui viviamo, la buona conoscenza delle lingue. L’Italia, così creativa su tanti fronti della cultura, è invece sotto questo profilo alla retroguardia; nell’Unione Europea siamo, in genere, gli ultimi della classe quanto a conoscenza delle lingue; spesso anche persone colte e rappresentanti politici sono goffi e impappinati, quando incontrano colleghi di altri Paesi europei, come Alberto Sordi in quel vecchio film in cui, per diventare vigile urbano, deve superare un esame di francese, non sa dire in quella lingua «mia zia» e cerca di cavarsela dicendo «ma zie».

Quest’arretratezza linguistica non data da oggi, ma ha una negativa tradizione alle proprie spalle, di cui è colpevole pure una certa cultura - anche alta ma retorica, opposta alla sana concretezza anglosassone - che in passato ha privilegiato, negli studi letterari, l’indagine estetica - certo essenziale e gloriosa - sulla conoscenza pratica della lingua in cui sono scritti testi immortali. Carente era soprattutto, anche in molti profondi cultori di letteratura capaci di leggere i testi ossia dotati di una buona o anche ottima conoscenza passiva di una lingua, la padronanza della lingua parlata. L’importanza di quest’ultima per orientarsi nella realtà politica, economica, culturale e sociale di un Paese dovrebbe essere più che evidente. Lo status dei lettori di madrelingua straniera ha bisogno non certo di essere cancellato, bensì semmai rafforzato e soprattutto definito con chiarezza, perché in passato la sua indeterminatezza ha provocato disagi: l’incertezza dei loro compiti, l’insufficienza e i ritardi nella corresponsione dei loro emolumenti hanno provocato uno strascico di proteste più che giustificate, pretese talora confuse e immotivate e vistosi processi. Indebolire il già debole livello di competenza degli studenti italiani in un campo così importante è un atto d’incredibile miopia che non ha a che vedere con scelte politiche di destra o sinistra. Le Ambasciate dei Paesi con i quali vigeva l’accordo di scambio dei lettori di madrelingua — Francia, Austria, Canada, Germania, Polonia, Spagna, Belgio, Israele, Portogallo, Paesi governati da partiti di centrodestra come di centrosinistra — hanno protestato vivamente presso il nostro ministero, ribadendo l’importanza del lavoro culturale dei lettori ed esprimendo stupefatta preoccupazione.

D’altronde il nostro ministero non ha da temere, da parte loro, misure di ritorsione nei confronti dei nostri lettori che insegnano italiano nei loro Paesi, i quali non si sognano di prenderle perché sarebbero autolesive, come nella famosa barzelletta del marito che si evira per far dispetto alla moglie. L’abolizione dei lettori di madrelingua viene motivata con l’urgenza economica di risparmiare, viene messa in conto alla crisi. Risparmiare, e dunque tagliare spese, è certo necessario. Ma si possono scegliere i rami da tagliare, sempre a malincuore ma col senso della gerarchia d’importanza. Per restare nell’ambito della cultura, ad esempio, vi è in Italia una fioritura di Festival di vario genere, convegni, eventi che costano non poco.

Sarebbe triste lasciar morire, per mancanza di fondi, iniziative spesso— non sempre — creative e stimolanti, ma se si deve scegliere è meglio — o meno peggio — cancellare Eventi anche di grande richiamo piuttosto che indebolire istituzioni (come la scuola, gli ospedali) la cui prosaica ma fondamentale attività quotidiana non finisce a grandi titoli sulle pagine dei giornali, ma è ben più importante per la vita generale del Paese. Appartengo a quella corporazione, abbastanza numerosa, che ha occasione di frequentare, non malvolentieri, quei Festival e quegli Eventi, ma dobbiamo tutti sapere che la civiltà di un Paese consiste più nella qualità delle sue attività e funzioni concrete che in pur suggestivi fiori all’occhiello. La conoscenza delle lingue fa parte di que­sta normalità fondamentale. Indebolirla significa, in una classe di studenti europei, venir messi all’ultimo banco col cappello dalle orecchie d’asino; significa voltare le spalle all’Europa e favorire un’autarchia culturale oggi impensabile. Speriamo non si finisca, un giorno o l’altro, per sostituire, nelle nostre università, i lettori di madrelingua inglese o tedesca con lettori di madrelingua bergamasca o triestina.

Claudio Magris02 luglio 2009

Dopoguerra

Giugno 30th, 2009

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Le guerre possono essere brevi, i dopoguerra lunghissimi.
Quando finisce un dopoguerra?
Il Muro venne eretto nel 1961, 16 anni dopo la fine della seconda guerra.
Viene demolito 28 anni dopo, dieci anni fa.
Il dopoguerra, nella sua insolubilità, agisce ancora nei miti contemporanei italiani, nelle forme tecnologiche e mediatiche (era il fascismo a far vibrare gli animi dei giovani con canzoni e seduzione mediatica).
Il dopoguerra non finisce mai e “dopo” assume un significato fittizio e atemporale.
Forse, per noi, quella guerra, ha solo “sospeso” caratteri e peculiarità che il “dopo” ha rimanifestato in forme più organizzate e decise, senza più alibi etici, ormai crollati definitivamente, siano essi laici che cristiani.
Il dopoguerra, per molti italiani, è un po’ come gli esami eduardiani che non finiscono mai o, per fedeltà all’autore, una nottata infinita.
Eppure, tra stragi attentati guerra mafiosa depistaggi corruzione sembrava apparire nei primi anni Novanta una certa aria nuova. Ma ci eravamo dimenticati del vintage neo fascista e del marketing, eravamo distratti, qualcuno guardava solo i tribunali.
La figa ci piaceva ma l’uso mediatico del consenso politico attraverso la figa dev’essere sfuggito (dopo quasi vent’anni sfugge ancora ad alcune vecchie trombone della sinistra).
Eliogabalo in ascesa ha ampliato la figa televisiva nella vita reale.
Vince, con la figa si vince.
I moralisti attuali che condannano la presenza parlamentare di donne, o di ministri al governo, che provengono dal mondo di Eliogabalo dimenticano la famosa battuta di una onorevole pornostar: quando entro nel parlamento tutti i membri si “alzano”.
Wladimir Luxuria non aveva certo esperienze “politiche”…
Chi ha iniziato a immaginare il Parlamento come una estensione della “Dolce vita”?
Non importa più. Questo è il dopoguerra infinito italiano.

Simonetta Melani su “Il grande vetro”: Gineceo di Antonio Marchetti

Giugno 29th, 2009

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Simonetta Melani

Stringimi ma non troppo

 

Geniale. Questo ho pensato dell’immagine di copertina dell’ultimo libro di Antonio Marchetti, Gineceo. Occhio, sorriso, baffo ammiccante, abbraccio o animaletto palpitante nel verde morbido carnoso anello-nido fra le sue punte terminali che son radici e frutto o testa e piedi di minuto cordoncino ora bambino, ombelico, talco, culla, profumo di legno amarognolo, selvatica gioia rossa dei campi e altri giochi con altra erba in altro modo: tutto questo è il nodo di Bettina.

Si tratta di un nodo che è richiamo ad arte, frutto di gioco di lingua e di palato, un gioco infantile e quindi ironico, erotico, ma anche eroico perché non a tutti era ed è dato saperlo fare come lei lo faceva: ”Dalla ciotola prendeva una ciliegia, staccava il picciuolo, se lo metteva in bocca e te lo restituiva sulla punta della lingua annodato…”. E Marchetti, che è amico da tempo, artista e scrittore da sempre, privatamente poi mi scrive: “Mia nonna me lo faceva su richiesta (dovevo pregarla sino a ossessionarla) ma ti assicuro, lo faceva. Quel nodo, come puoi capire, è paradigma familiare, psicologico, simbolico. È nodo femminile al di là delle elucubrazioni erotiche adolescenziali del narratore. C’era in quel gesto della nonna qualcosa di virginale, di puro e incontaminato, nonostante tre figli ed una sessualità subita più che vissuta. Nodo virginale, sei d’accordo?”. Come no.

Ed è in questa scia di purezza che si muove il libro, ambientato in una città sul mare, città che soprattutto è casa, anzi case; famiglia anzi nonfamiglia; amici ma anche crude solitudini, insomma lo scorrere della vita di un ragazzino negli anni Sessanta in un paese/città dell’Abruzzo sull’Adriatico che si fa paese/città del mondo. Autobiografico? Non del tutto. L’autore, nato a Pescara, ci avverte maliziosamente che “fatti e personaggi sono immaginari”.

Il libro si annoda e si snoda, appunto, in un paesaggio simbolico fatto di amori, tradimenti, prostituzioni, inghippi, sogni, sacrifici, piccole mediocrità, sorprendenti tenerezze e nefandezze, canzonette e visioni che riemergono da un passato adolescenziale provincial/universale, da un quartiere popolare a mezz’Italia che è l’Italia intera e che impantanandosi si arranca verso l’ambita, piatta architettura d’una periferia anonima ma finalmente borghese come dio comanda: salottino buono, tinello in formica, mangiadischi e annessi e connessi, proiezione di un benessere che sarà come promette: inequivocabilmente e volgarmente traditore. Insomma, benvenuti in casa nostra ci diciamo.

E ci sguazziamo, e da lontano ne sorridiamo addirittura, con punte di nostalgica beota beatitudo, noi, vecchi bambini d’allora, come non ricordare? E Antonio tira fuori la lingua e ne fa linguaccia con buona, sottilissima cattiveria umoristica, perché sa che in fondo ciò che lo salva, al di là di tutto e tutti, è questa sua arguta ironia che ha messo radici in questo paesaggio umano a cui si adegua con una scrittura che come un surf ora cavalca l’onda fra frizzanti evanescenze e ora s’inabissa in cupi abbattimenti esistenziali: un’adolescenza che si fa stile. Come eravamo? Così, come Marchetti, ci dipinge. Tu gratti quel che non ti veste della narrazione e magicamente vieni fuori tu, quello che tu eri allora; vieni fuori proprio tu, bambino di primo pelo, generazione anni Cinquanta/Sessanta, fra il cinema, le figurine, i primi pruriti, il giubbocsse e la televisione condominiale, pane burro marmellata e quando calienta el sol.

Leggendo queste pagine sì, gratti e vinci sempre. Non puoi uscirne fuori senza un sorriso, che è tuo, solo tuo. Non puoi andare a diritto, da cima in fondo, senza soste: devi fermarti, chiudere libro e occhi, sorridere al tanto di ieri e al nulla che ora è e ricominciare: fermate d’obbligo tue, solo tue.

Ah, i buoni, cari parenti-serpenti della nostra convulsa adolescenza, che stava in bilico fra la saggezza contadina, cattiva, feroce, rude ma umana, e un futuro da cartolina a colori, sventolato come una sicura vincita al lotto, finalmente. Che si vince? Un’utilitaria presa a rate, magari una cinquecento elle che sta per lusso, poltroncina ribaltabile, finestrino aperto con radiolina, color blu notte, decappottabile pure, per vedere il cielo, blu nel blu, su una strada lanciata verso il chissà dove. Dove?

Un baiser da qui, Antonin, ta Simone.

 

Antonio Marchetti, Gineceo, Edizioni Il Filo, Roma dicembre 2008, pp. 123, € 14,00

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Il grandevetro è un bimestrale di immagini, politica e cultura. Esce immancabilmente da trentadue anni e si regge solo sul volontariato e sugli abbonamenti.

 

Il Grandevetro – Via I Settembre, 43/b – 50054 Fucecchio (FI) – ilgrandevetro@alice.it 

Passare al bosco o l’Isola delle Rose?

Giugno 25th, 2009

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Italia calcificata; già dieci anni fa una ultima dinamizzazione possibile, ora è sostanza inorganica che si aggrappa al passato. Saluti fascisti, faccetta nera cantata in qualche scuola in culo al mondo (fare mondi), giovani invisibili e muti, pre-iraniani, il femminile in offerta, come sempre. Non siamo fermi ma in retromovimento progressivo. Svergognati ma senza vergogna.

 

Marina centro a Rimini: tutti i negozietti vendono le stesse immagini: Mussolini e gagliardetti littori.

 

I bambini e i ragazzi vogliono il fuciletto nelle colonie estive del ministro della gioventù, e anche la divisa.

 

E noi? La nostra generazione? La memoria è una nicchia, una trappola o un fallimento? E il presente, dov’è, qual’è? C’è il successo di chi marcia questo presente ma non ci sarà memoria per ridimensionarli, mentre l’insuccesso di oggi sarà ANCHE l’insuccesso di domani. Cominciare a tener presente quella famosa ipotesi di Ernst Jünger, oggi attuale? Passare al bosco?

 

O ricostruire al largo del mare di Rimini l’Insulo de la Rozoj (l’Isola delle Rose) dell’estate del 68?

 

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Tra gli articoli sul caso Berlusconi pubblicati da altri giornali britannici, spicca poi la vignetta del Sun: un parcheggio pieno di limousine per il summit del G8, ciascuna con una bandierina della nazione che rappresenta sul cofano; quella italiana è letteralmente ricoperta di giovani ragazze maggiorate e seminude, che lavano la macchina brindando con calici di champagne.

(Enrico Franceschini, La Repubblica)

L’imperatore e la latrina

Giugno 23rd, 2009

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Ricordate Gustav von Aschenbach (Dirk Bogarde) con il trucco che si scioglieva sulla faccia? Il film era “Morte a Venezia” di Luchino Visconti. 

Nella storia attuale di minorenni e puttane (escort) dell’Imperatore pop italiano non c’è la musica di Gustav Mahler ma quella di Mariano Apicella, le cui canzoni sono scritte dall’Imperatore in persona.

La pappa arancione del trucco cola dalla faccia della scultura pop, ormai vecchio e patologicamente irrecuperabile. 

Qui ci vuole Artaud alla matriciana: Eliogabalo muore nella piscia di una latrina, l’Imperatore pop, peggio di Mussolini, finirà nella latrina mediatica che lui stesso ha alimentato, nei giornalacci mondani che gli sono congeniali. E dopo? Cosa accadrà? Gli orfani che faranno? Qui non c’è un corpo esposto su cui sputare e infierire come a Piazzale Loreto. Non c’è stata una guerra miserabile ma solo una facile manipolazione di massa. I servi cosa faranno? E gli oppositori, pavidi e dubbiosi, cosa faranno? Sarà peggio, dopo? 

Aforisma estivo

Giugno 18th, 2009

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Il successo può dare dei problemi.

Mai come l’insuccesso.

A.M.

Caro ministro Gelmini

Giugno 16th, 2009

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Ministro Gelmini, lei è giovane. I giovani per loro natura ascoltano poco, sono intemperanti e non accettano tanto facilmente le critiche. Lei è ministro dell’istruzione dello stato italiano e, come ministro, vedo, non ha la temperanza, la saggezza, la capacità di ascolto, l’accettazione della critica.
Colpa della sua gioventù? No.
Alla sua condizione biologica si aggiunge la terribile definizione, ne sono consapevole, di “gregaria”, passiva esecutrice di un governo pop a cui lei aderisce con “la capa fresca”.
Lei non ascolta perchè ha paura di ascoltare se stessa, rifugge dalla verità che è davanti ai suoi occhi perchè lei, tra l’altro, rifugge dalla “sua” verità, di donna “realizzata” ma  non realizzativa, emancipata ma non emancipatoria, pragmatica ma senza idee, formalmente definita nel look ma inconsistente nell’essere.
Lei non ha nessuna esperienza per gestire la complessità della cosa di cui si occupa, glielo garantisco. Lasci perdere. Faccia l’attrice.

JOSÉ SARAMAGO La cosa Berlusconi

Giugno 7th, 2009

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EL PAIS.COM

No veo qué otro nombre le podría dar. Una cosa peligrosamente parecida a un ser humano, una cosa que da fiestas, organiza orgías y manda en un país llamado Italia. Esta cosa, esta enfermedad, este virus amenaza con ser la causa de la muerte moral del país de Verdi si un vómito profundo no consigue arrancarlo de la conciencia de los italianos antes de que el veneno acabe corroyéndole las venas y destrozando el corazón de una de las más ricas culturas europeas. Los valores básicos de la convivencia humana son pisoteados todos los días por las patas viscosas de la cosa Berlusconi que, entre sus múltiples talentos, tiene una habilidad funambulesca para abusar de las palabras, pervirtiéndoles la intención y el sentido, como en el caso del Polo de la Libertad, que así se llama el partido con que asaltó el poder. Le llamé delincuente a esta cosa y no me arrepiento. Por razones de naturaleza semántica y social que otros podrán explicar mejor que yo, el término delincuente tiene en Italia una carga negativa mucho más fuerte que en cualquier otro idioma hablado en Europa. Para traducir de forma clara y contundente lo que pienso de la cosa Berlusconi utilizo el término en la acepción que la lengua de Dante le viene dando habitualmente, aunque sea más que dudoso que Dante lo haya usado alguna vez. Delincuencia, en mi portugués, significa, de acuerdo con los diccionarios y la práctica corriente de la comunicación, “acto de cometer delitos, desobedecer leyes o padrones morales”. La definición asienta en la cosa Berlusconi sin una arruga, sin una tirantez, hasta el punto de parecerse más a una segunda piel que la ropa que se pone encima. Desde hace años la cosa Berlusconi viene cometiendo delitos de variable aunque siempre demostrada gravedad. Para colmo, no es que desobedezca leyes sino, peor todavía, las manda fabricar para salvaguarda de sus intereses públicos y privados, de político, empresario y acompañante de menores, y en cuanto a los patrones morales, ni merece la pena hablar, no hay quien no sepa en Italia y en el mundo que la cosa Berlusconi hace mucho tiempo que cayó en la más completa abyección. Este es el primer ministro italiano, esta es la cosa que el pueblo italiano dos veces ha elegido para que le sirva de modelo, este es el camino de la ruina al que, por arrastramiento, están siendo llevados los valores de libertad y dignidad que impregnaron la música de Verdi y la acción política de Garibaldi, esos que hicieron de la Italia del siglo XIX, durante la lucha por la unificación, una guía espiritual de Europa y de los europeos. Es esto lo que la cosa Berlusconi quiere lanzar al cubo de la basura de la Historia. ¿Lo acabarán permitiendo los italianos?

Noemi e l’imperatore.

Maggio 25th, 2009

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Ammettiamolo. Se i tratti arcaici fondativi dell’italiano televisivo si coagulano nell’imperatore pop bisogna accettare la latrina. La signorina Noemi Letizia (cognome ambiguo) si lascia suggerire le risposte e si consulta con i suoi ingegneri e avvocati. La sua identità si costruisce su questa scelta. E le altre? Sono numerose. Di loro sappiamo solo quando le incontriamo nella quotidianità della nostra vita activa. È la parte che conta poco e a cui si chiede di accomodarsi nella villa imperiale. Noemi parlerà nella neo lingua post Eduardo, De Berardinis, Totò e Carmelo Bene. Per lei, per la Noemi dell’imperatore, bisogna lavorare sul nuovo teatro partenopeo. Su questa nuova lingua dei Letizia  il teatro napoletano può raggiungerci. C’è già? Mi pare da quelle parti ci sia una collezione di trofei piuttosto che spirito di ricerca.Siamo a Weimar? Ma allora il tedesco aveva, volendolo, il meglio della cultura. Qui viviamo una Weimar secessionista, semianalfabeta e drogata. Signorina Noemi, viva sino in fondo la sua identità e si immoli come nei film italiani di Maciste (mondo dal quale per strani effetti temporali lei proviene, insieme al suo papi-imperatore).

Fabio Mauri e il buon naufragio.

Maggio 25th, 2009

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Ho appreso della morte di Fabio Mauri.L’ho sentito l’ultima volta per telefono un anno fa e ci siamo visti l’ultima volta due estati fa a Montepagano che gli aveva dedicato una mostra.Fabio Mauri appartiene alla generazione di persone, di artisti, che rispondono alle lettere. Una buona costruzione di sè accompagnata dal gesto gentile e civile di altra epoca.Nel lontano 1992, a Ravenna, con Marco Biraghi organizzai un convegno dal titolo Naufragi. Fabio Mauri vi partecipò con un intervento toccante lasciandoci un testo per la pubblicazione degli atti che rivelava una sua particolare sensibilità per la scrittura. Parlò di un suo momento difficile dal punto di vista sanitario trasformandolo in metafora meditativa sul linguaggio (e sull’esistenza).Conserverò amorevolmente le sue lettere e terrò a memoria le telefonate.In gioventù aveva frequentato la spiaggia di Rimini e la collezione Cardi Baggi conserva alcune fotografie di Mauri ragazzo, al mare, con la sorella ed altri amici riminesi. Avrei voluto mandargliene copia ma, come sapete, tra una cosa e l’altra ci si dimentica, ci si ripromette ma poi siamo ingoiati dall’inutilità della routine che ci allontana dalla coltivazione dell’essenziale.La storia personale di Fabio Mauri è molto interessante, poco italiana, e vi invitiamo a scoprirla insieme ai suoi originali lavori contaminati da una sana lentezza.Antonio Marchetti

Ascolta il mio cuore città: Milano

Maggio 20th, 2009

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L’Accademia di Belle Arti e la Pinacoteca di Brera convivono ancora. È un bene? Oggi è possibile teorizzare (giustificare) tutto, tutto è rappresentazione: la merda dei piccioni e le ragnatele sui gessi dell’Accademia e la bellissima donazione di Emilio e Maria Jesi nella cui collezione in Pinacoteca si apre il varco prepotente di Mario Sironi ma, questa mattina, vedo che l’attenzione dei bambini, che passano veloci e distratti davanti a Severini Mafai Scipione e persino Picasso, si aggancia a “La cité des promesses” di Alberto Savinio: OHHHH!!! Che bello, in coro. Già, il mondo incantato, la rovina-costruzione dell’infanzia, la magia dei colori. Le lezioni che fanno con le maestre e professoresse qui ostruiscono il passaggio e la vista; sono tutti seduti a terra come gli indiani. Le schede sono preparate e loro devono “interagire”, secondo l’intimidazione contemporanea. Quali stagioni si riconoscono nel quadro, quante specie di verdure sono rappresentate, quali sono le cose dipinte che possono avere in casa e così via.
Ma quel precipitarsi spontaneo verso Savinio ci dice qual’è il vero potere dell’arte, quello tutto suo, naturale e difficile, spontaneo e stratificato. Finchè sono piccoli non possono sbagliare, poi prestissimo impareranno a mentire. Anche sull’arte.

I pre-moderni

Maggio 17th, 2009

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Indietro su tutti ma in grado di elaborare modelli politici esportabili, poi gli “anni del boom”, lo sviluppo economico ma a modernità quasi nulla.
Ora siamo entrati nell’età pre-moderna e tutte le budella ancora devono essere rivoltate e fatte parlare.
L’imperatore pop non rappresenta le viscere; viene da lì e conosce se stesso molto bene. Il Vaticano sinora conferma e appoggia lo sbudellamento anche perchè ne ha di suoi e non pochi.
Cordiali saluti

L’imperatore pop

Maggio 16th, 2009

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Una droga, un incantesimo.

Persone affatto disprezzabili, in contesti ludici ed estemporanei persino intriganti e sociologicamente appetibili, si mostrano catturati dalla scultura pop, iperreale, votato al sacrificio della latrina e della lordura (Eliogabalo, imperatore).

La sua donna lo consegna nudo nello spazio dell’esposizione dell’infomazione mediatica quadridimensionale. 

Siamo nella tragedia greca, non ancora italiana.

Siamo nella pre-italia, nel bianco e nero delle tragedie messe in scena dai rossellini pasolini carmerlo bene; loro ci hanno ben rappresentato. Ed ora? Ora viene fuori la pre-italia che si ripete, riappare. Un nuovo Mussolini? un nuovo Eliogabalo? Fa lo stesso. La nèmesi si avvicina.

 

 

Abruzzo. Terremoto Rimozione

Aprile 14th, 2009

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Dopo 48 ore dal terremoto nel territorio aquilano il ministro Sacconi aveva consigliato ai terremotati di lavarsi accuratamente le mani, forse per prevenire infezioni. Sacconi pensava di rivolgersi a paesi stranieri, forse africani. Sacconi, ricordiamolo, è il ministro che manda gli ispettori nell’ospedale ove si è conclusa l’agonia di Eluana Englaro. È un ministro inquietante, ma è anche un ministro inutile, vacuo, insignificante, è insignificante come persona ancor prima che come ministro. Ma gli insignificanti sono pericolosi. Questo governo è pieno di insignificanti.

Dopo una settimana dal terremoto abruzzese possiamo dire qualcosa. Dopo il silenzio del cordoglio qualcosa s’ha da dire.

È stata l’esaltazione del governo, dello Stato, della protezione civile, dei vigili del fuoco, del volontariato, delle istituzioni…

A L’Aquila sono arrivati tutti, per fortuna; il sostegno e la solidarietà ci sono stati questa volta davvero. Sono arrivati registi famosi per filmare, clown e maghi per rallegrare i bambini, psicoterapisti per curare, animatori per de-pensare, frati e preti per le anime, cucine da campo per una Pasqua decente e, insieme, come ricorda Roberto Saviano, un esercito di tecnici per stendere relazioni sullo stato edilizio dopo il terremoto. C’è stata un’ondata di solidarietà ammirevole. Ma, ammantata da tanto fare, si scorge all’orizzonte qualcosa di conosciuto e di antico che si chiama “rimozione”. Non si tratta della rimozione delle macerie ma qualcosa che attiene alla psicoanalisi. Tutto spinge verso la rimozione dell’accaduto. Non si dà tregua ai sopravvissuti e senza casa. L’obiettivo è quello di non lasciare spazio all’elaborazione del lutto e della perdita. Tanto attivismo lascerà, prima o poi, un vuoto. L’emergenza è stata affrontata molto positivamente, ma questa emergenza vorrebbe “sedare” la nuda vita. Questo non è possibile. Qualcosa ricorda il nostro ultimo dopoguerra.

I tempi di elaborazione della perdita sono molto più lunghi da quelli immaginati dagli ideologi dell’emergenza. Qui si rivela la vecchia doppia natura italiana, il suo cattolicesimo ipocrita: buoni oggi ma cinici domani. A questo si dovrebbe aggiungere una certa natura abruzzese, esaltata dai media per fierezza e coraggio ma che in realtà è corresponsabile di tutti gli scandali politici, degli sperperi e della corruzione politica-amministrativa. Il Presidente, come al solito, si è comportato da scultura pop, iperreale, adorato da donne anziane e da mamme (il suo maggior elettorato)seguendo uno scenario prevedibile.

Ma tra emergenza ed idee ce ne corre. L’emergenza (l’attimo, l’immanenza) è funzionale a questo Presidente televisivo, il Progetto molto meno.