Un commiato

3 settembre 2013

In nome di Antonio Marchetti salutiamo tutti i gentili lettori che lo hanno seguito in questi anni.

Antonio ci ha lasciati il 1 agosto scorso.

Il suo journal ed il suo sito rimarranno in rete per tutti coloro che vorranno continuare a confrontarsi con  i suoi pensieri e le sue opere.

Antonio Marchetti sul Grandevetro

27 ottobre 2012

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Lutto, cordoglio, dolore, son parole desuete. Da diversi anni si applaude nei funerali. I parenti dei morti, che per varie ragioni cadono sotto i riflettori dei media, rilasciano immediatamente interviste o convocano conferenze stampa ove hanno poco da dire, se non piangere in diretta o ripetere ciò che hanno già sentito in televisione in scenari analoghi. Ulteriore morte, della nostra lingua. Si può comprendere perché: differire, allontanare, rimuovere la morte; alleviare la perdita, per quanto è possibile. Il lamento funebre descritto da Ernesto De Martino lo svolge la tivù, e la telecamera è un demone irresistibile. Come per i criminali, che secondo i vicini di casa erano brave persone normalissime, così per i morti vengono a volte costruite biografie straordinarie. I morti, da vivi, erano tutti unici e meravigliosi. Mantenere un rigore critico per i morti quand’erano vivi è considerato inaccettabile per i vivi, che spesso sono premorti. Per i bambini viene riservata una categoria a parte: sono tutti angeli. I bambini erano probabilmente oggetto di disattenzione e distrazione ma da morti diventano angelici e ci si accorge di averli avuti. Tutte le scuole  primarie d’Italia vengono mobilitate per far disegnare angioletti e cuoricini per i bambini morti in condizioni tragiche, o per inviare letterine a chi non potrà mai leggerle, se non lassù, non si sa dove. Non bisogna certo generalizzare o lasciarsi trasportare troppo dal cinismo critico. In effetti siamo in grado di comprendere il vero dolore per la perdita di una persona cara quando esso appare muto ed inesprimibile, o avvolto da pudore e riservatezza, quando cala la coperta del silenzio, dell’assenza. E, stiamone certi, ciò è sempre guardato con un certo sospetto dai festivalieri della morte. Ma è pur vero che non possiamo giudicare, ognuno reagisce come può e tuttavia non sempre il dolore rende migliori; la morte rivela quel che siamo. Tutto questo vale per la morte altrui. E per la nostra? Penso spesso alla morte, non tanto a quella programmata che è un’illusione, pur avendo già stilato il mio testamento biologico che nelle latitudini italiane non so quanto possa valere; penso piuttosto a quella improvvisa, che potrebbe cogliermi impreparato – impreparato a cosa? Magari quel giorno la mia biancheria intima non è proprio pulita, i piedi non sono stati lavati da qualche giorno e l’odore, tolti i calzini, non è piacevole. In quella morte improvvisa ho rilasciato, forse, urina e feci. Mi preoccupa la corsa in ospedale, già quasi morto, e non essere preparato agli sguardi dei medici, degli infermieri, pur contando sulla loro professionalità; mi preoccupa l’ansia e l’angoscia di chi mi vuol bene; mi preoccupa il fatto di non potermi difendere, autotutelarmi; sono debole, fragile, esposto, e ne provo vergogna – ma forse potrei riscattarmi se hanno guardato nel mio portafoglio il tesserino di donatore di organi; ma chi mi vorrà più ormai!

È vero, ho vergogna della mia morte. Come K. nel finale di Der Prozess.

Ma questo è un sentimento che provo da vivo e mi chiedo: chi mi preserverà dalla vergogna da morto? Ho deciso per la cremazione per lo stesso ordine di motivi. Sarò esposto agli sguardi, i vivi guarderanno il mio corpo immobile mentre io non posso restituirlo e non posso rispondere alla vergogna della morte, che in questo caso è solo mia e vorrei un pochino gestirla. Vien da pensare che ad una biopolitica della morte possa nascere una sua nuova ideologia, una  sua riappropriazione (il corpo – morto – è mio). La parola che in effetti avrei dovuto aggiungere all’inizio è “pudore”. Ma il mio pudore, me ne rendo ben conto, è alquanto snobistico, e le mie preoccupazioni di carattere “estetico” cadono facilmente di fronte a tutte le morti anonime e senza voce, senza grido e senza silenzio. Già, sono individualista e fortemente radicato a questa cultura occidentale che mi lascia ancora qualche spiraglio; ne morirò, per questo. Che si accolga, almeno, qualche mia desiderata. Le mie ceneri vorrei che in parte siano disperse in giardino, riunendomi con cani e gatti (non posso non pensare all’esilarante scena del film Il Grande Lebowsky).

Il resto in  una piccola urna che qualcuno vorrà conservare. La morte è sempre un’incombenza per coloro che restano ed è nostro dovere alleggerirli, per quanto possibile. Sui suicidi degli ultimi mesi a causa della crisi penso si tratti di una mancanza di responsabilità e il cui peso ricade sulla famiglia. Molti giornalisti sono imbecilli e ci hanno ricamato sopra vergognosamente. Possibile che solo l’economico e il lavoro sostanziava una vita degna di essere vissuta? Tragedie silenziose, non semplificabili; l’uomo può anche essere semplice ma il  pensiero dell’uomo è complesso, e certamente non vi rinunciamo.

Per il resto che dire, mi viene sempre in mente quella bella definizione sui fantasmi di René Daumal, che a mio parere vale anche per la morte: un’assenza circondata di presenza.

Forse anche troppa.

Poesia

28 giugno 2012

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I barbari della buona fede

30 maggio 2012

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L’insegnante di matematica mi dice che valuta l’arte seguendo le proprie “sensazioni”. “Vedi Antonio – mi dice –  tu certo non te l’aspettavi da una insegnante di matematica, da me, tutta razionale, questo abbandono alle pure sensazioni, ma vedi io l’arte la comprendo così”.

Reputo questi enunciati catastrofici. Provate a rovesciarli sulla matematica (sulle matematiche, direi). È pur vero che negli anni si sono prodotte fratture e distanze tra scienza e arte ma ciò, dobbiamo riconoscerlo, é anche il frutto velenoso dell’ignoranza, dei luoghi comuni, e della pigrizia intellettuale. Razionalità/irrazionalità; una disgiunzione puramente inventata da menti semplici. Evidentemente la questione non sarebbe così “drammatica” se fosse oggetto di un dibattito al bar. Purtroppo questo povero luogo comune va per la maggiore. Siamo in grado di discettare sulle relazioni interculturali, pronti ad accogliere diversità etnico-religiose, attiviamo progetti di accoglienza delle diversità di cui siamo orgogliosi, eppure sulla nostra cultura, sulla nostra esperienza dell’arte (e della scienza) in Occidente – in definitiva ciò che siamo ed eravamo – abbiamo da offrire solo luoghi comuni: la “sensazione”. Accogliamo l’altro ma siamo deboli con noi stessi.

Provate ad immaginare una Storia dell’Arte metodologicamente fondata sulle “sensazioni”. Purtroppo, tale presunzione di comprensione dell’arte, in assenza di sistemi logici, storici, razionali, andrà ad alimentare l’equivoco circa la “facilità” dell’arte (che oggi va per la maggiore e che un certo “sistema” dell’arte alimenta), e della sua conoscenza.

Storia dell’arte. Difficile, perché é Storia prima di tutto, concatenazione di fatti locali e globali, perennemmente sottoposti a studi e verifiche; è un rimettere in gioco metodi e ricerca. “Il bello é difficile”, ricordava Baudelaire.

Arte, mondo inestricabile di biografie avventure esperienze e nuda vita.

Se esiste oggi una materia  di studio precaria ed attaccata da tutte le parti é proprio la Storia dell’Arte.

Gli insegnamenti di materie artistiche e “laboratoriali” (parola che non mi piace), non hanno l’obbligo, purtroppo, di mostrare l’avventura dell’arte, della sua storia. Sono legati al “fare”, alla “tecnica”. Ma cos’é oggi il “fare” artistico, cos’é la “tecnica” slegata dalla Storia?

L’istruzione artistica oggi é un mondo autistico autoappagante, mortifero,  completamente distaccato dal mondo reale. Penso anche alle Accademie naturalmente.

Ci si affida alla scelta individuale del docente, che oscilla tra la competenza (la conoscenza e la sensibilità verso il contemporaneo) e la chiusura attraverso quell’incomprensione, esibita come fosse un valore, con quel “non capisco”, che invece di essere rivolto verso se stessi – provandone un filo di vergogna che poi potrebbe aprirsi alla curiosità e alla crescita – viene brandito come un vessillo piantato nella terra conquistata dai nuovi barbari dell’ignoranza “intelligente”, con  quel linguaggio autoconsolatorio e “formativo” della mia amica “matematica”.

La buona fede continua  a commettere delitti silenziosi…

Passaggio al giardino

28 maggio 2012

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Il giardino riminese nasconde un piccolo cimitero di animali. Io ricordo, avendo partecipato alla sepoltura, solo gli ultimi vent’anni, da quando vivo qui. Si parla di gatti e cani, che dio li abbia in gloria. Un posto particolare è occupato dal cane di nome Nero, defunto quasi 15 anni fa, di media taglia, un “bastardo” da caccia nero come carbone che andava a rubare carne e trippa al mercato, rischiando spesso di rimanere chiuso nelle celle frigorifere dei macellai poste nel retro. Raccolto per strada, zoppo, posseduto da una fame atavica impossibile da soddisfare, tornava con pezzi di trippa enormi, che trascinava sporcandola. Gran ladro. Ci si ingozzava sino a rimanerci stecchito, con lo stomaco che poteva rovesciarsi. Il suo motto pare fosse: mangiare sino alla morte. Azzannava torte nella pasticceria sotto casa nell’attimo in cui il furgone delle consegne aveva il portello aperto. Che tempistica! Testardo, gran cacciatore di piccioni che azzannava e che portava in trofeo alla sua padrona sin dentro i negozi, questo cane ha meritato un mio haiku inciso in una targhettina di ottone poggiata su un frammento di capitello reduce dal bombardamento e dai terremoti:

Estate

Calura

Sbadiglio del cane

Intorno foglie di acanto, una pianta che è lì da sempre, come testimoniano le foto domestiche sin dagli inizi del secolo scorso.

Una pianta perfetta per piccole tombe nascoste. Si tratta in questo caso di acanthus mollis. Purtroppo quel frammento di capitello non appartiene all’ordine corinzio, che qui sarebbe stato perfetto. Come ci ricorda Joseph Rykwert quest’ordine racchiude lo schema: la fanciulla, la morte, l’offerta sulla tomba, il monumento, l’acanto, la primavera, la ri-nascita. Ma la chiave è l’acanto.

Nel cimitero “diffuso” tanti gatti. Ne vorrei ricordare qualcuno: Maggi, un gatto  con le zampe posteriori lunghissime e che saltava e correva come una lepre; Guercino, con un solo occhio e che ha vissuto quasi sempre in casa e il giardino lo guardava con distacco dall’uscio di casa; Mattio, il gatto letterario; Martino, bianco e bello come Gandalf; Topazio, tutto nero appena conosciuto e subito morto, e tanti… tanti altri…

E così, gli ultimi Titani, consigliavano nei tempi bui il “passaggio al bosco”,  mentre in piccolo c’è chi cerca oggi di passare al giardino.

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antinoo@variosondamestesso.com

Dall’alba al tramonto, per un artista “minore”

11 maggio 2012

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Aspettativa di morte

30 aprile 2012

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La biopolitica occulta malamente le sue finalità. Non conta il discorso: prevenzione, educazione alla salute, modelli di vita. Conta la scelta e la decisione biopolitica che contraddice il discorso sulla tutela della vita e che in realtà corteggia la morte. Le simbologie facili dell’eutanasia, del testamento biologico, del suicidio assistito, dell’aborto, vengono sventolate dalla biopolitica per occultare il disprezzo per la vita umana, della persona “vivente”. Così, l’”aspettativa di vita” giustifica una riforma pensionistica, aumentando spaventosamente l’attività lavorativa-contributiva rispetto a quel segmento di vita residua (che sarà sempre più residua) ove non si lavora più, si fa altro. “Aspettativa di vita” è un dato statistico che vale per tutti, indipendentemente dalla propria storia personale di lavoro, di vita attiva, di consumo e sperpero di energie. Le persone, non contano. Purtroppo nel Paese dei Balocchi l’attività lavorativa-contributiva, per moltissimi, è, ed è stata, minima rispetto alla pensione che oggi riscuotono. Nel Paese “sbagliato” questo va tenuto presente.

Così, è una generazione a farsi carico di questo, mentre quella futura dovrà ancora fare i conti e, in alcuni casi, uscire dal sonno. “Aspettativa di vita”, nel momento in cui si raggiunge una soglia anagrafica ove occuparsi di sé, del proprio corpo, e sottoporsi a visite mediche specialistiche di controllo è doveroso. C’è un’ età ove avvertiamo di essere più fragili, esposti ad “acciacchi” sino a ieri sconosciuti, per quanto ancora dotati di energia e volontà. Ci si può ammalare più facilmente, ed ammalarsi oggi  vuol dire pagare una penale, una decurtazione dello stipendio. Si può fare un’analisi del sangue: i markers tumorali ( anche solo uno) e ci si accorge che il ticket è piuttosto alto, e che la prevenzione la paghi tu, se vuoi vivere un pochino di più. Poi dipende in quale regione vivi e come sono distribuite le fasce di reddito, il Paese non è tutto uguale, non è unitario, e non è neppure federalista.

Spingere gli anziani più avanti nel lavoro, con le penalizzazioni, l’impoverimento progressivo del reddito, con l’aumento delle spese sanitarie ha a che fare, piuttosto, con “Aspettativa di morte”.

In questa prigione europea, di pura ragioneria, la vita è un ingombro. Morire prima è un risparmio. Non si ha il coraggio di dirlo ma l’obiettivo è questo.

Mi sentivo molto europeo negli anni Novanta, anche prima, culturalmente. Oggi, nel mercato delle vacche finanziarie, e dell’istigazione al suicidio (reale ed economico), mi sento fuori.

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antinoo@variosondamestesso.com

Architettura senza comunità.

10 aprile 2012

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Colpisce la notizia che l’Auditorium di Ravello progettato  da Oscar Niemeyer – che da poco ha compiuto 104 anni –  è scarsamente utilizzato e, difettando di manutenzione, rischia un precoce invecchiamento.

Il “corpo” architettonico ha bisogno di circolazione vitale, quotidiana, altrimenti implode e presto si fa rovina; rovina di un corpo giovane, di appena ieri.

C’è una classe politica in Italia (la quasi maggioranza della classe politica) che vede il segno contemporaneo come un’astronave venuta da altro pianeta mentre l’altra, che l’ha scoperto da appena due decenni, ne vede solo il glamour ed il fatturato o le cosiddette “ricadute” turistiche ed economiche. Il marchio dell’archiastar spesso copre sporche speculazioni.

Il sindaco di Roma Alemanno, con la sua vocetta stridula ed effeminata, autopunizione per un fascista, urlava alla demolizione dell’Ara Pacis di Richard Meier (appoggiato nel giudizio negativo sull’opera da alcune “puttane” romane); questo dopo pochi giorni dal suo insediamento nell’Urbe. Evidentemente si tratta di simboli forti.

Per certi versi fa piacere che l’architettura contemporanea sia finalmente entrata a far parte dell’interesse della collettività, sia quando la esaltano che quando la odiano. Ma tra esaltazione e odio c’è un comun denominatore: l’assenza di contenuti, la mancanza di circolazione vitale dentro il “corpo” architettonico; manca la collettività, la comunità. E programmi a medio e lungo termine.

Il nuovo Palacongressi di Rimini, progettato dallo studio GMP di Amburgo, si presenta come  riqualificazione di un parco, nuova gestione delle acque e connessione tra quartieri. Il preesistente viene ridisegnato. Una “piccola Francoforte” per qualche centinaio di metri. La grande conchiglia di Volkwin Marg, appoggiata su pilastri alla Tim Burton, accoglie le passeggiate, la pista ciclabile, il laghetto restituito alla continuità con papere e oche, i cani accompagnati, e qualche paziente pescatore. Eppure in una domenica di una bella giornata, anche invernale, qui non trovi nulla di “tedesco”, a parte il design architettonico, urbano e paesaggistico. Ciò che il “tedesco” non poteva progettare era ad esempio dei piccoli gazebo con rivendita di bevande e piadina, o una piccola chiatta posta sul laghetto con servizio di pub o ristorante sino a sera, con luminare, un barcone, come fosse una piccola nave di Nemi, o in estate un chiosco per gelati. Il rapporto con l’acqua qui significa solo “mare”; spiagge coltivate da orticultori oggi bagnini. Tutta la vita si sposta al mare ma qui, nella piccola Francoforte, non accade nulla. Il “Palas”, che è stato pubblicizzato come “il vostro Palas”, per dare ai cittadini un senso di appartenenza, rischia di essere corpo estraneo. Involucro con pochi contenuti da parte della città, e soprattutto da parte dei quartieri riconnessi ma muti, immobili. La classe politica ed imprenditoriale è come se desse libero accesso ai giardini di una villa, “democraticamente”, ma il resto sembra tutto privato. Il rapporto con l’acqua qui significa solo “mare”, coltivato da ex contadini, oggi bagnini, che chiudono il mare per otto mesi con le loro murate di lamiera e staccionate come fosse il loro orto.

Forse anche l’odissea del Teatro Galli presenta lo schema: odio del contemporaneo/ricadute turistiche ed economiche del contemporaneo.

Non abbiamo un teatro, e il Palas non è “nostro”.

A rimetterci è sempre il residente, perché tra nostalgia del passato (com’era dov’era) e delirio del futuro la città non vive un buon presente, un piacevole quotidiano.

Un bambino “contemporaneo”

29 febbraio 2012

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marchetti-anker.

Il bambino qui ritratto è di nazionalità svizzera e probabilmente sarà nato nel 1869 o nel 1870, anno più o anno meno, e potrebbe avere un’età che si aggira tra i sei ed i sette anni. Un’età comunque “scolare”, secondo gli ordinamenti svizzeri dell’epoca.

La data di questo ritratto riporta il 1875 ma nulla ci spinge a credere ad una “sincronicità” tra questa data e l’età del bambino, o la sua data di nascita. Il pittore avrebbe potuto dipingere la figura molti anni dopo, avvalendosi di schizzi e disegni.

Tuttavia, pur ammettendo una non sincronicità, lo spirito “contemporaneo” del dipinto rimane. Sappiamo che un  certo tipo di vita quotidiana, di una certa epoca, viene qui rappresentata, decennio meno, decennio più. La contemporaneità consiste nel chi dipinge questo quadro.

Ciò che sappiamo è che siamo in inverno, o forse nella sua parte finale. Il bambino è coperto alla meglio e lo stile è una miniaturizzazione dell’abito di un adulto. Sembra solo un passaggio di scala ma giacca, gilè, pantaloni, sembrano la riduzione lillipuziana di un adulto.

Sciarpa e berretto invece sono fatti appositamente per lui, sono lavori coordinati, lana lavorata ai ferri da una madre, una nonna.

La piccola sciarpa ha gli stessi colori della berretta, rappresentano il “dono” per una necessità e che riporta il bambino alla sua scala reale, esistenziale, alla sua infanzia, ma che, per tutto il resto, sembra quasi contraddetta e rinsaccata a forza, e velocemente, in età adulta: abiti riadattati alla meglio, pantaloni con la vita alta fatti per uomini e non per bambini.

La lacerazione della giacca nella manica destra rivela un depauperamento evidente; la fodera si stacca dal tessuto, il gilè ormai ha un solo bottone a protezione della pancia.

Questo bambino cresce, non importa ciò che indossa oggi; domani gli verranno acconciati altri abiti, riciclati al meglio.

Sembra piuttosto sano ma ha lacrimosi occhi gonfi, una otturazione nasale evidente che lo spinge a respirare con la bocca che qui sembra espirare faticosamente l’aria. Ciò indica un naturale patimento del freddo, con scarsi mezzi protettivi come abbiamo visto. Non sappiamo se resisterà ad un prossimo inverno; potremmo essere di fronte ad un bambino già morto o che morirà. Per ora non sappiamo.

Tuttavia il quadro non lascia intendere una immagine di povertà, o di bisogno impellente. Questo bambino, reduce da una convalescenza o prossimo ad una qualche malattia, ha la postura – pur indossando dei quasi stracci – dignitosa che un qualche génos ha trasferito.

Essendo modello assume modelli. Non è un bambino povero. Tantomeno un povero bambino, con quella lontana, seppur flebile, memoria “guascona” attinta chissà dove che pur debilitato esibisce in questo quadro.

Quadro contemporaneo che rappresenta un bambino contemporaneo al pittore. Questo contemporaneo ci racconta una piccola storia.  Il braccio destro del bambino stringe una lavagnetta ed un libro, o un quaderno. Probabilmente nelle tasche lacerate del suo giacchino ha matite e strumenti per il disegno. In questo braccio c’è il “futuro”. Questo bambino non é un bambino povero ma è uno scolaro. Gettato nel mondo dell’apprendimento, vestito alla meglio e con il futuro davanti, sotto il braccio.

Solo attraverso questi due oggetti inequivocabili possiamo ricostruire il tutto e rendere omaggio ad una pittura che oltre ad allietare i nostri sensi svolge al contempo una funzione pedagogica ed educativa attraverso l’arte del descrivere.

(*) Il pittore si chiama Albert Anker.

Sconnessione psichica

6 febbraio 2012

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antonio marchetti ex voto_9

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Era inevitabile, e quasi scontato, che il naufragio all’isola del Giglio diventasse un paradigma della crisi europea, ed in particolare dell’Italia.

I giornalisti, sempre più lontani dai fatti e con vocazioni letterarie, ci hanno restituito le parole del mare e riattualizzato le grandi epopee dei Conrad, Stevenson, Melville. È mancata, fortunatamente, la “Zattera della Medusa”, la cui metafora ci avrebbe fatto precipitare nel puro “bios” animale. Sono i modi in cui si “schiva” il mare, il mare europeo. Il Mediterraneo rappresenta oggi la grande rimozione europea. Siamo in un’Europa di terra. Bollettini di morte per raggiungere una riva fatale ci informano di ciò che accade nel nostro mare. Da anni è così. La nostra “fortuna”, la ricchezza del mare, sono come oscurati.

Per quanto ci riguarda, anche la vita comunitaria di terra mostra ormai lo “stivale” (come chiamava l’Italia il mio maestro) allo stremo, incapace di reagire ad emergenze naturali come la neve ed il gelo. L’Italia di Flaiano è ancora tutta qui. Per non parlare di quella di Corrado Alvaro. Il fatto è che da quasi due decenni l’italiano è affetto da sconnessione psichica. Si è sconvolti dalle notizie che in questi giorni passeggeri di treni siano rimasti “sequestrati” per ore, bloccati al gelo, fermi in campagne oscure e sconosciute come nel film “Il dottor Zivago”. Eppure, sino all’altro ieri, quando si viaggiava tra Rimini e Milano o verso Roma, in treni iperpubblicizzati, e si facevano notare i disagi (riscaldamenti inefficienti, aria condizionata da gelo, toilettes sporche o chiuse, ritardi notevoli sempre qualche minuto prima di un parziale rimborso, la scomparsa progressiva dei treni locali…) venivamo guardati come alieni. Non stava bene protestare, tutto andava bene. I passeggeri erano seduti come tante sculture “pop”a leggere tutti lo stesso libro di Oriana Fallaci, di Bruno Vespa o, appena meglio, di Terzani trasformato in guru. Quando i segni dello sfacelo erano chiari ed evidenti non stava bene protestare, indignarsi e denunciare la truffa di Trenitalia: il tuo vicino ti guardava come se tu fossi venuto da altro mondo. L’italiano-bambino si adegua facilmente ai facili retaggi che gli consente di “esserci”. Uomo plastico. Poi, evidentemente, ci si indigna tutti insieme, si fa un “movimento” che, naturalmente, parte dalla “rete”. Ma la posizione “individuale”, del cittadino che “sente” prima della catastrofe, che si fa sismografo e che legge i segni del presente in queste latitudini non vale nulla. La parola cittadino poi è scarsamente usata; si preferisce popolo, gente, consumatore, utente, elettore, popolo del web.

A tutto ciò si aggiunge una italianità rattrappita e pigra (vedi anche: http://www.variosondamestesso.com/2011/10/03/passeggiando-tra-rovine/) che reagisce agli eventi sconnessamente.

Mi viene in mente qualcosa nei primi anni Novanta del secolo scorso. Si tratta di una immagine. Ragazzi e ragazze di allora per un certo periodo amavano coprire la metà delle mani con le maniche del golf. Non so se era una moda ma notavo che dalle maniche dei maglioncini uscivano solo le dita e se per caso, o per qualche movimento del braccio, la mano risultava completamente nuda, subito i ragazzi si affrettavano a coprirla.

Ricordo queste ditine che apparivano anche quando faceva caldo, che sembravano dirci: sono fragile, ho freddo, sono debole, ho dei problemi, non ce la faccio… E gli adulti li accolsero commossi. Quello fu il momento fatale.

Una recensione per il Grandevetro n. 207

23 gennaio 2012

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antonio marchetti city movie

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Antonio Marchetti

I pescatori di perle

Sono passati undici anni dalla pubblicazione del libro Barcellona. Sulle tracce perdute di Pepe Carvalho di Alberto Giorgio Cassani, in quella fortunata collana da lui stesso diretta insieme al poeta Marco Vitale, Le città letterarie.

Avete indovinato, lo scrittore con cui Cassani sta al passo è Manuel Vázquez Montalbán, un passo condiviso, il cui ritmo non scandisce le corde della nostalgia ma semmai quelle di una archeologia stratificata, melanconica, per certi versi della compasión, come nelle vite osservate dal detective privato Pepe Carvalho: osservarle per un certo tratto del loro percorso, senza preoccuparsi né dell’inizio né della fine, restituendo loro una qualche memoria. L’autore e il suo doppio sono due “pescatori di perle”, per usare la bella espressione di Hannah Arendt dedicata a Walter Benjamin.

Il Montalbán-Carvalho viene fatto “brillare” da Cassani, come si fa con una bomba, senza arrecare danni alle persone, facendo esplodere gli infiniti sguardi critici sulla città contemporanea dentro la scrittura narrativa.

Di questo libro è stata stampata pochi mesi fa una nuova edizione ampliata con il solo titolo Barcellona e con una nuova copertina, più accattivante e seduttiva e che si lascia alle spalle quel sapore da livre de poche, un po’ vintage, delle passate edizioni in oltre trenta titoli.

È doveroso a questo punto dare qualche notizia sull’autore, anche per comprendere l’ampia attrezzatura di cui dispone sul suo tavolo di lavoro quando intreccia “le Barcellone” (Barcelonas) di Montalbán con le avventure del suo eroe Carvalho, detective dall’occhio distaccato (alato?), ma implacabile. Alberto Giorgio Cassani è architetto e studioso dell’architettura, in modo particolare è uno dei migliori studiosi dell’opera e del pensiero di Leon Battista Alberti; al contempo irrompe spesso nel contemporaneo e nelle problematiche della conservazione architettonica attraverso libri, saggi e articoli su varie riviste, tra le quali Casabella, ove collabora stabilmente. È questa variegata scatola di utensili che gli consente di stare al passo delle Barcelonas perdute di Manuel Vázquez Montalbán-Pepe Carvalho. Per capire l’architettura attraverso l’occhio di Carvalho, Cassani ci invita a leggere ad esempio il racconto L’esibizionista. Montalbán non ama i luoghi turistici ma in questo racconto il suo detective è quasi costretto ad occuparsene. Sono le architetture di Gaudí a fare da sfondo, come nella Pedrera: quei tetti concepiti per tappare le cervella della borghesia più prevedibile. Poi, nel libro, avanza lo sfortunato razionalismo catalano, dubbioso ma interessato circa il padiglione tedesco di Mies van der Rohe, ma la guerra civile ed il franchismo lo seppelliscono… Una vocazione interrotta.

Cassani si è formato con due maestri indiscussi: Manfredo Tafuri e Massimo Cacciari. Tali poli attrattivi, non certo facili, riecheggiano nello stile e nel tono di questo libro che ha una propria e personale originalità. Inoltre, a Venezia, Cassani insegna Elementi di Architettura e Urbanistica e Storia dell’Architettura Contemporanea all’Accademia di Belle Arti. Appartiene a quella generazione che trattiene i due capi di una corda precariamente tesa, ai cui estremi ci sono l’eredità di una ricerca alta e difficile e quella di una trasmissione-traduzione didattica verso tutti quei giovani esordienti che non potranno affacciarsi al nuovo senza una conoscenza dei passaggi storici della critica dell’architettura. Compito non facile. Questo libro mette in tensione la fune con piacevolezza, tra archeologia del sapere e incertezza-disincanto verso il futuro, con un malcelato intento didattico; nel senso più alto del termine.

Alberto Giorgio Cassani, Barcellona, coll. Le città letterarie, Ed. Unicopli, Milano 2011, pp 168, € 12

Quel che resta di una mostra

2 gennaio 2012

antonio marchetti gambalunga

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Si è conclusa il 31 dicembre dell’anno vecchio la mostra “Come ho dipinto alcuni miei libri” nelle sale antiche della civica biblioteca Gambalunga di Rimini.

Una mostra “difficile”, per qualcuno.

Ad ascoltare le considerazioni delle signore impiegate che si alternavano nella “reception” della biblioteca, da me (e non solo) sottoposte ad interrogatorio svagato, pare che le persone che uscivano dalla mostra fossero felici e rilassate.

Cosa rimane di una mostra, al di là di un catalogo-archivio?

Forse la memoria di questa piccola felicità in alcune persone, e non è certo poco. Ho sempre pensato che scopo dell’arte è quello di “dilettare”, e,  prendendo a prestito le parole di Alberto Savinio, “saper intrattenere”. Se si sfiora anche la felicità, allora, è una grande conquista. Son parole queste che solo una distorta ed equivoca concezione estetica può ritenere superficiali o desuete. Sono invece parole di verità dell’arte. Chi non pratica l’arte, o chi non fa lo sforzo di immedesimarsi con chi crea, o chi è afflitto da rivalità mimetiche (scomodiamo Girard qualche volta!), non capisce questa semplice offerta di diletto e piacere che l’artista cucina nel suo laboratorio formale.

Cosa rimane di una mostra?

Il quaderno delle firme, ad esempio, che ho qui tra le mani. In passato non avevo prestato troppa attenzione a quest’oggetto; forse snobisticamente lo consideravo un rituale inutile. Invece in questo Quaderno delle visite non ci sono solo le firme dei visitatori (o di coloro che hanno avuto la pazienza di lasciare un loro segno) ma anche brevi fraseggi, commenti, testimonianze personali. A colpirmi è la scrittura di bambini, bambine e adolescenti: “mi sono piaciute molto le farfalline” (quelle di Franco Pozzi nell’ultima sala), o il disegno di una faccia con il sorriso che affianca una firma  ben composta come in una verifica scolastica. Sono rammaricato di non aver aggiunto, nella mia sala dal titolo Il libro circolare, un quaderno da affiancare a Truffaut, quello di Jean Itard: “L’enfant sauvage”. E pensare che lo avevo preparato ma poi all’ultimo momento vi avevo rinunciato, per paura di “ridondanza”. Peccato, sarà per altra volta. Se vogliamo ricostruire qualcosa di nuovo forse oggi dobbiamo partire proprio da lì, da “Victor”.

Cosa rimane di una mostra? Stefano Bisulli ed il suo assistente Andrea Righetti, hanno realizzato un documento video molto suggestivo, “abitando” con le loro attrezzature per qualche giorno le sale dell’esposizione. Questo breve film, il cui scopo, riuscito, è stato quello di restituire la “magia” (termine usato spesso  nel quaderno delle visite) della mostra, verrà presto presentato alla città e agli amatori d’arte.

La memoria impressa nei visitatori, il quaderno delle visite, il film di Bisulli, la scatola-archivio-catalogo… in definitiva di questa mostra rimane molto, pare… Questo mio primo esordio in città, in una dimensione pubblica-istituzionale, credo sia stato molto positivo, grazie agli artisti e agli scrittori che mi hanno accompagnato e arricchito e a quelle splendide persone che lavorano in questa storica biblioteca riminese.

La morsa del pessimismo lasciatela a me, l’umore e il brutto carattere son tutti miei, errori ed intemperanze li assumo tutti ma, come a conclusione del filmato di Bisulli, lascio a Leon Battista Alberti l’ultima parola:

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Aiutare quel che s’ha da fare

e non guastar quel che è fatto

ringrazio:

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Paola Delbianco

Franco Pozzi

Maurizio Giuseppucci

Maurizio Fantini

Giampaolo Solitro

Daniele Casadio

Leonardo Sonnoli

Irene Bacchi

Valentina Boschetti

Piero Meldini

Annamartia Bernucci

Massimo Cacciari

Stefano Bisulli

Andrea Righetti

Dal sacro a Pappagone

12 dicembre 2011

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antonio marchetti maestro orchestra.

Nel Museo dell’Opera del Duomo in Firenze, meno frequentato dalla massa turistica, si trova una Pietà di Michelangelo, conosciuta come Pietà Bandini. Vuoi per la tarda età, vuoi per crisi depressive o per il blocco di marmo impuro, Michelangelo non era molto soddisfatto di quest’opera che lasciò incompiuta.

Mentre guardo con attenzione e svago questa possente scultura un signora al mio fianco osserva anche lei, rapita e, prima di allontanarsi, si segna con la croce.

Già, quasi dimenticavo che si tratta di un’immagine sacra, un oggetto di culto. La mia vicina vede con occhi diversi, “sente” in modo diverso dal mio? Giorni sono, in televisione, di sfuggita, in un talk-show “culturale” un critico d’arte, che mi ricorda sempre il personaggio famoso Pappagone, interpretato dal grande Peppino De Filippo, mette a confronto i colori di quadri famosi con quelli delle magliette delle squadre di calcio. Pappagone può fare con le immagini quello che vuole. Anche le tifoserie possono avvicinarsi all’arte, categoria forse mancante nel globale e sempre più degradato “Museo immaginario”, e sentirsi orgogliose che il bianco e nero della Juve rimanda ad un quadro di Manet. Tra la signora che si fa il segno della croce e il gioco di Pappagone la distanza è abissale, più di quanto avrei potuto immaginare appena qualche anno fa.  Per quanto mi riguarda, ormai, sono tolto di mezzo: troppo antico per seguire Pappagone e troppo affetto dal “contemporaneo” per seguire la signora.

Biblioterapia erotica. Lorella Barlaan

3 dicembre 2011

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antonio marchetti biblioteca gambalunga

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A Rimini si affastellano tantissime iniziative culturali e questo “tantissime” sta ad indicare una città viva e ricca di curiosità intellettuali, ma allo stesso tempo anche una mancanza di concertazione, di regia, di armonizzazione, di caratterizzazione delle alterità, cosicchè non si fa differenza tra la divulgazione di basso livello dalle altezze e raffinatezze per palati fini. Inevitabilmente, i delusi, abitano in entrambe le parti. A questo si aggiunge la vocazione cittadina ad una cultura di massa, derivata dal turismo consumistico ove la quantità fa la qualità. Una di queste altezze cittadine l’ho ritrovata ier sera al Liceo Musicale Lettimi, in via Cairoli; uno spazio che è sempre un piacere visitare. Attraversando i lunghi corridoi con le travature a vista, accompagnato dai suoni degli strumenti degli ultimi studenti che si attardavano allo studio, sono arrivato nella saletta ove Lorella Barlaan teneva una conferenza sul tema “Etica ed erotica del lettore”, nell’ambito dell’iniziativa “Biblioterapia”. Le parole della Barlaan erano intervallate dalla lettura, svolta da un attore, di brani scelti: Wladimir Nabokov, Virginia Wolf, Paul Celan… Una narrazione testuale efficace. L’intervento della Barlaan, molto denso, mi ha fatto pensare molto, soprattutto per gli autori citati. Riappare Roland Barthes, oggi un po’ dimenticato e sgualcito, ma che merita di essere riacciuffato. Per la mia generazione è stato importante. Poi mi è venuto in mente ciò che Hemingway pensava degli italiani: una metà scrive libri mentre l’altra  è analfabeta. Si può desumere che chi scrive è anche colui che legge, e che chi legge scrive, in una relazione di tipo sociologico e per certi versi autoreferenziale, e ci si chiede chi sono i lettori, dov’è il lettore puro. Anche Barthes in fondo dichiarava di aver cominciato a scrivere perchè si accorgeva di non trovare scritto ciò che lo interessava. Chi legge, scrive, in qualche modo. Lo si può dire? Non saprei.

La comunità dei lettori – ed il termine comunità è improprio perchè la lettura si fa in solitudine, con una voce interiore e ciascuno ha la sua – è, o dovrebbe, essere silenziosa. La lettura è un diletto, che si custodisce con pudore, non va esibito ed esaltato e non può diventare terapia. Terapia è parola opposta a diletto o piacere. Troverei bizzarro chi, sottoponendosi ad una terapia, provi diletto e piacere da essa.

Il vero lettore, l’autentico lettore, è il “dilettante”. Naturalmente ci sono forme “dilettantistiche” (il contrario di “dilettantesco”) di alto livello, come in Savinio o Flaiano o Carmelo Bene. Ciò che mi accomunava alle parole della Barlaan e al suo labirinto citazionista (come in Borges, ove la carta geografica sostituisce il mondo), e alla passione per lo studio ove non ci si ferma mai, è la dimensione dell’autodidatta, del dilettante. Io sono come lei. Eroi dilettanti ed autodidatti, che “ogni volta” devono dimostrare il loro essere al mondo. Da lettori, leggeri, quotidiani. Senza terapie.

Essere contemporanei

24 novembre 2011

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antonio marchetti.persone01

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Alberto Moravia considerava Joseph Conrad uno scrittore del secolo scorso, nel senso del XIX secolo visto da  uno scrittore del XX. Alberto Moravia oggi si legge poco ed è quasi dimenticato. La sua “urgenza” contemporanea lo ha paradossalmente invecchiato, e certo non merita questa dimenticanza. Leggere Conrad è sempre un piacere. Le “figure” dei suoi romanzi e racconti assumono sempre più “caratteri” contemporanei, mentre Moravia, appena l’altro ieri, ci appare lontano e, forse, desueto. Il cinema conferma l’attualità di Conrad, nei suoi tratti trans-storici e permanenti del comportamento umano. C’è da interrogarsi, a ritroso, su ciò che è contemporaneo. Cos’è contemporaneo? Il mio amico algerino Tahar Lamri, che vive a Ravenna, mi ricordava di quanto fossero pieni di luoghi comuni e di superficialità le considerazioni di Moravia sull’Africa fatte a suo tempo.

Se la letteratura ha come scopo quello di dilettarci, tra Conrad e Moravia non c’è dubbio sulla scelta, superando il secolo di appartenenza. Moravia voleva inquietarci senza diletto. Conrad ci inquieta ancora, ma con diletto.

A scatola chiusa: Giuseppucci, Marchetti, Pozzi

21 novembre 2011

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antonio marchetti catalogo sonnoli con bacchi

In una delle nostre conversazioni mentre preparavamo la mostra riminese per le celebrazioni dell’anno galileiano (2009), Antonio Marchetti lanciò l’idea di un’altra mostra, da allestire nelle sale antiche della Biblioteca Gambalunga, intitolata “Come ho dipinto alcuni miei libri”. Col titolo intendeva richiamare, con minimo adattamento, lo scritterello di Raymond Roussel Comment j’ai écrit certains de mes livres, dove l’autore svelava post mortem la natura artificiale e combinatoria di certe sue opere. Marchetti e gli amici Maurizio Giuseppucci e Franco Pozzi avrebbero esposto le loro creazioni artistiche intorno a opere e autori risultati importanti nella formazione loro e della loro generazione.

Il progetto, discusso con la Direzione, è subito piaciuto ed è stato accolto tra le iniziative del nostro Istituto. Era infatti in linea con l’attività di promozione del libro e della lettura che la Gambalunga è andata sviluppando e diversificando negli ultimi anni. Come pure costituiva un’ulteriore incursione nel mondo delle arti visive ambientata nel cuore antico della Biblioteca, dopo le felici esperienze della mostra fotografica sulla colonia Novarese dell’artista tedesca Andrea Frank (2001) e dell’esposizione delle tele di Miria Malandri dedicate all’immagine delle biblioteche e dei bibliotecari nei film (2001).

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Franco Pozzi da Antonio Marchetti. Photo G. Solitro.

In seguito la compagnia si è allargata con l’ingresso di Leonardo Sonnoli, autore del progetto grafico del catalogo della mostra, e di Annamaria Bernucci, critica d’arte. E a poco a poco, in una sorta di operazione maieutica collettiva sotto la regia di Marchetti, si sono precisati i temi su cui gli artisti avrebbero lavorato, sono stati assegnati gli spazi espositivi distinguendone uno comune (sala del ’700) e uno personale (sale del ’600), e si è deciso di accostare alle loro opere materiali della Gambalunga in base a relazioni di tipo formale o concettuale. Si è venuta così definendo una mostra che non trovasse nelle sale antiche solo uno sfondo di particolare suggestione, ma riuscisse a far dialogare, in una messa in scena ben orchestrata, le creazioni degli artisti intorno a libri e talora in forma di libri con i volumi circostanti, colti nella loro duplice natura di oggetti materiali e prodotti intellettuali. Questo rimbalzare tra epoche diverse avrebbe anche suggerito il senso di continuità – sia pure una continuità tutt’altro che lineare – della nostra cultura, quasi a significare che in fondo nulla è più antico del moderno, inteso come momento di confluenza e sedimentazione di elaborazioni, riflessioni, teorizzazioni, negazioni e riabilitazioni operate dall’uomo nel corso del tempo, e quindi come punto di approdo di una lunga tradizione.

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antonio marchetti C.

Così le nove scatole dello scompleto alfabeto di Marchetti, ciascuna depositaria di un gioco linguistico e figurato ricco di suggestioni e significati, sono state accostate a tre raffinate raccoltine di iniziali figurate e ornate, grottesche e monogrammi attribuite al bolognese Rodomonte Giordi, maestro “d’abaco” a Faenza, a suo tempo utilizzate per la riproduzione a spolvero (Sc-Ms. 1153-1155, inizi XVII secolo). Ai taccuini dedicati dal medesimo artista agli autori prediletti del ’900 e posti a girotondo intorno all’imponente badalone nella terza sala seicentesca, sono stati accompagnati volumi che toccano alcuni dei temi suggeriti dai suoi autori: dalla Relazione del contagio stato in Firenze L’Anno 1630. e 1633. Coll’aggiunta del Catalogo di tutte le pestilenze più celebri … (Firenze 1714) alle Opera minora anatomica di Albrecht von Haller (Losanna 1763-1768), e a I discorsi ne i sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo della materia medicinale di Pietro Andrea Mattioli (Venezia 1559).

Giuseppucci ha legato il suo album, elegante e inquietante raccolta di immagini di mosche carnarie e brani da Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal, a una tavola con gigantesca pulce (essa pure succhiatrice di sangue) del sesto volume delle Planches (Lucca 1770) di quel compendio universale dello scibile umano che è l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, per molti versi manifesto dell’Illuminismo. Associa invece la piccola foto incorniciata raffigurante una massa di libri su esile tavolino con gomma a forma di teschio sovrapposta, a una citazione da Il libro della sovversione non sospetta di Edmond Jabès, a un Indice dei libri proibiti (Roma 1596) e a un testo espurgato del De institutione oratoria di Quintiliano con commento (Venezia 1567). Con mirabile sintesi, Giuseppucci spalanca un universo di significati ben presenti a chi pratica i “mestieri del libro”: la cultura occidentale ha nel libro la forma privilegiata di espressione e trasmissione; i libri sono conservati in quei grandi depositi organizzati che sono le biblioteche, che ne assicurano la fruizione pubblica e la sopravvivenza nel tempo; la biblioteca è quindi il luogo della memoria, passata e presente, memoria da trasmettere oppure da occultare e distruggere. A un sentire comune che considera libro e biblioteca presìdi di civiltà si oppone infatti ogni forma di integralismo, sia laico sia religioso, che punta sempre e comunque al rigido controllo della produzione editoriale, cedendo talora – come insegna la storia anche recente – alla tentazione dei roghi di libri: il libro, come simbolo della libertà di opinione e di espressione, va annientato. Ma il libro può anche essere più banalmente ma altrettanto efficacemente insidiato dall’azione silenziosa e inesorabile di insetti e microrganismi, qui rappresentati dal lepisma saccharina, meglio noto come pesciolino d’argento, che si muove febbrilmente su un minuscolo video dentro un cassettino con schede della libreria seicentesca.

Franco Pozzi propone una delle sue suggestive installazione di farfalle in chiave di discreto omaggio a Piero Meldini, già bibliotecario della Gambalunga, che nel suo romanzo L’antidoto della malinconia racconta il prodigio di un immane sciame di farfalle che compare sulla facciata della cattedrale, lasciando dietro di sé una pozza di sangue. L’intenzione dell’artista è suggerita dall’attigua esposizione del terzo tomo dei Diari di Giacomo Antonio Pedroni (Sc-Ms. 211), fonte dell’episodio avvenuto a Rimini nel giugno 1623, e dell’Antidoto de’ malinconici di Giuseppe Malatesta Garuffi, bibliotecario della Gambalunga alla fine del Seicento, fonte del titolo di Meldini. Ai suoi originali disegni a pochoir su vetro montato a cassetta, realizzati schermando la luce con la polvere sedimentata e leggibili se colpiti da fonte luminosa, Pozzi lega con accostamento quanto mai calzante l’Ars magna Lucis et Umbrae (Roma 1646) del genio enciclopedico Athanasius Kircher, un trattato sulla luce in relazione dialettica con l’oscurità.

A conclusione di questa rapida rassegna della mostra svolta dalla parte dei libri, non posso non sottolineare che Marchetti, Giuseppucci e Pozzi, in dialogo costante con la scrivente, hanno saputo trarre dalle raccolte della Gambalunga pezzi capaci di assecondare ed esaltare le loro infinite sollecitazioni.

Paola Delbianco *

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maurizio giuseppucci da antonio marchetti.

* Testo tratto dal catalogo della mostra “Come ho dipinto alcuni miei libri” – Comment j’ai écrit certaines de mes livres (Raymond Roussel) presso le sale antiche della Biblioteca Gambalunga di Rimini. 18 novembre/17 dicembre 2011.

Nel catalogo testi di Piero Meldini, Annamaria Bernucci, Massimo Cacciari. Photo di Solitro e Casadio.

Cinema poco pericoloso

26 ottobre 2011

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antonio marchetti. prede.

A Dangerous Method non è tra i film migliori di David Cronemberg, almeno per coloro che, come me, ammirano il regista dagli esordi. Oltre al biglietto  del cinema avevo in tasca, e non ho potuto fare a meno di tirarlo fuori durante la visione, ancora quello di Prendimi l’anima di Roberto Faenza. Sabina Spielrein (il Perturbante), interpretata da Keira Knightlev, si dimenava troppo nelle crisi nervose e nelle sue boccacce e deformazioni del volto dimostrava di aver studiato il Dott. Jean-Martin Charcot troppo in fretta. Si chiede troppo allo spettatore, proponendogli di immaginare come potrebbe essere una crisi se l’attrice fosse stata più credibile! O una crisi nervosa viene ben espressa oppure si possono mandare le diapositive sulle indemoniate come documenti di archivio.

Freud-Viggo Mortensen è troppo rattrappito sul perenne sigaro mentre migliora da Demel a Vienna, con la fetta di  Sacher e il piattino di panna (chissà dov’erano in quel momento Adolf Loos e Ludwig Wittgenstein!). Molto bella la scena dove Freud & Jung (assieme a Ferenczi), quand’erano ancora una ditta ma ancora per poco, s’imbarcano per l’America (a portare la peste). Freud e Ferenczi in seconda classe e Jung in prima su organizanizzazione della moglie (ricca e poco felice). La faccia di Freud-Viggo Mortensen quando Jung si congeda (e si “divide” dal “maestro”) per andare in “prima” è straordinaria; sintesi perfetta, vera sineddoche.

La scena finale melanconica ai bordi del lago è stupenda. Ma ci risiamo con i maestri del cinema. Dobbiamo ricominciare a “ritagliare” e non lasciarci più incantare dalla continuità scorrevole e avvincente come in un La promessa dell’assassino? Speriamo di no. Lavorare per i maestri stanca.

Passeggiando tra rovine

3 ottobre 2011

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antonio marchetti passa al bosco

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Quasi un decennio fa, e forse ancor prima o subito dopo le fragili speranze dei primi anni ’90, il declino italiano era chiaro a molti. Rileggere il rapporto CENSIS del 2002, l’anno della circolazione effettiva  dell’Euro, è un esercizio di memoria utile e per certi versi agghiacciante. Le parole di Giuseppe De Rita sono impietose: “La nostra società presenta oggi una stazionarietà prolungata senza contraccolpi di reattività. (…) Fra stazionarietà non reattiva e pericoli strutturali di declino, non deve sorprendere che si insinui oggi un’ambigua deriva di curvatura concava della vita collettiva.”. Non senza una vena di lucida nostalgia. Scrive infatti De Rita: “Questo è un paese che ha dato il meglio di sé quando ha attraversato l’angoscia per darsi serietà: nel poverissimo dopoguerra, nei drammatici anni ’70, nella crisi finanziaria dell’estate autunno ’92.”. L’angoscia, l’ansia, sembrano essere i soli propulsori per la “serietà”. Alle spalle di questo 2002 quasi un altro decennio, almeno dal 1993, fitto di litanìe riformiste e di favole con effetti speciali.

Ci approssimiamo al ventennio, camminando tra rovine.

Il motore di questa devastazione è stato, sicuramente, l’autoinganno. Il risveglio: tardivo ed ipocrita. Adusi a letture che spaccavano il capello, perdigiorno di analisi dei dettagli della vita quotidiana, del linguaggio, nel rifiuto dell’estasi orgiastica del potere ci ritroviamo qui ad aver ragione, la ragione del niente, spettatori degli ultimi arrivati, gli “imprenditori”, sino a ieri plaudenti e divertiti dalle barzellette del pornodivo.

Dopo il massacro sociale ed istituzionale dovrebbero arrivare loro, a dare l’ultima sconciatura delle nostre esistenze, loro che non sono stati in grado di leggere ed interpretare ciò che quel rapporto sulla situazione sociale del Paese indicava 10 anni fa (la cosiddetta new-economy era in crisi già allora!). Loro, orfani di una borghesia defunta, incapaci di mettersi in gioco, si sono autoingannati (e hanno ingannato chi lavorava per loro) ed ora, come sottoposti ad esperimenti mesmerici di risveglio forzato, pretendono di indicare la strada dello sviluppo e della rinascita. In maggioranza ignorante, qualunquista, disponibili a scorciatoie antiistituzionali e spesso illegali, la classe imprenditoriale ha danneggiato gli imprenditori stessi, quelli più intelligenti ed onesti.

Non si accettano lezioni da chi era presidente di tutto, felice gaudente del glamour e della “r” arrotata non ereditaria.

Di critiche ne abbiamo sentite di tutti i colori: pessimista, visione ideologica, pregiudizio, odio sociale, invidioso, sfigato, marginale, disfattista, comunista, esagerato, ossessionato. Come picchiare il cane solo perchè si agita quando sente un terremoto in arrivo. Sapevamo già, lo sapevamo che sarebbe stato un disastro. Ma a cosa serve oggi? A niente. Coloro che intuivano e sapevano sono coloro oggi maggiormente colpiti. Colpiti due volte: nella loro ipersensibilità sismografica (fallimentare) e nel loro stato sociale perchè pagano la crisi al posto di altri: una intera classe sociale, la classe media, soprattutto quella intellettuale e attiva nella formazione. “Chi non sa o non ricorda ripete”, recitava il titolo di una famosa mostra dei ’70 di Vettor Pisani versus Joseph Beuys . Ecco allora che l’”angoscia” di De Rita (un sociologo cattolico e “serio” non certo un rivoluzionario!) dovrà ripetersi; il fondo oscuro dovrà di nuovo riapparire per risalire in superficie. Solo che questo, si spera, dovrà riguardare le nuove generazioni, da oggi, e non mi riferisco certo all’impettito presidente dei giovani industriali che sembra uscito da una commedia di Monicelli, vestito con la solita divisa “tranquillizzante” del completo Tasmania e cravatta, vecchio da giovane e qualunquista nelle parole, la cui unica rivoluzione in vita sua è stata quella di non invitare i “politici”: poteva scegliere, invitarne altri, di posizioni diverse. Il paraocchi tende più facilmente a considerare ostacoli quelli familiari, con cui ci si è embricati subdolamente e a non sperimentare nuove strade. Stupidità o rimozione? Tutte e due! Ma oggi vince stupidità, non scomodiamo il vecchio Freud.

Mi riferisco ai giovani in sosta-impegnata sino ai trent’anni tra triennio universitario, biennio magistrale, vari masters e stages conseguenti. Quella curvatura concava della vita collettiva fotografata dal CENSIS nel “lontano” 2002 è stata assorbita dalla famiglia. Ma non può durare. L’aspettativa di vita si allunga per le nuove generazioni, per i cinquantenni-sessantenni si approssima invece l’aspettativa di morte: risparmiare su pensioni e sanità, lavoro coatto e perdita progressiva dei diritti. La vecchia lotta di classe sarà sostituita dalla lotta di età. L’età, oggi, è la “classe”.

Noi CS siamo un po’ stanchi, e siamo già passati al bosco. Scopriamo nuove strade, piccoli sentieri, dentro il nostro modesto giardino. Lo difendiamo con le unghie per paura che ci venga devastato anche quello. Quando parliamo ai giovani e cerchiamo di rappresentare la realtà realisticamente vediamo che spesso essi preferiscono racconti autoconsolatori. Auguri.  C’è sempre, naturalmente, qualche unicum.

Amen

Senza titolo, senza titoli

16 settembre 2011

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antonio marchetti. una città.

Mi chiedo se è ancora il Novecento il luogo ove attingere risposte al nostro primo decennio del nuovo millennio.

Coloro che si sforzano di superarlo, quel secolo, proponendo il “nuovo”, e sono a loro grato, hanno però la durata di pochi mesi, me ne dispiace; un’erbetta nello scisto di una vecchia roccia metamorfica. Si tratta di un problema di generazioni? Le nuove annunciano la voluta frattura di quell’antica roccia? Si tratta di un problema di età? Si tratta forse di una semplice risistemazione dei pezzi della scacchiera? Il nuovo e il vecchio condividono la stessa superficie? Tradizione e passato (e storia) sono un fardello troppo pesante che è preferibile scapolarlo? L’originalità può essere considerata come “nuovo”? L’originalità non potrebbe ricorrere a ciò che è stato fatto con l’alibi che ciò che si presenta come “giovane” sia per sua natura smemorato? E poi, siamo ancora sicuri che la “memoria” sia utile? Memoria e tradizione non potrebbero essere feroci tribunali del passo nuovo? Non potrebbe darsi che sapere oggi sia avversario di fare? E che un fare senza sapere, consapevole, intrattenga rapporti con la stupidità del male? E che il semplice sapere sia impotente nell’agire? Mi chiedo se coloro che non parlano e si voltano da altra parte siano ancora i sottoposti alla camera di tortura dell’intelligenza del Novecento, oppure sono razza nuova, sconosciuta, da decifrare. Perchè questa razza nuova, sconnessa e stabile insieme, mette a gambe per aria quel poco di logica che era rimasta. C’è un’ intersezione nel presente tra uomini desueti, con le gambe divaricate tra due secoli, uomini e donne ancor spendibili e forti, e le forze dell’azzeramento, del sonno senza sogni (e senza incubi), del “questo”, “ora”, appena un momento fa? Le intersezioni quali ferite producono, se le produce? La simulazione oggi come viene usata? Un bel mal di capo…

Aggiornamento. Il periodo che verrà

14 settembre 2011

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antonio marchetti rimini.

Il periodo del futuro Il periodo della salsedine Il periodo cioè Il periodo della foruncolosi Il periodo delle calze a rete Il periodo del bel freddo Il periodo quand’eravamo quattro gatti Il periodo dei paninari Il periodo sfigati ma belli Il periodo del non ci vado Il periodo del riflusso Il periodo delle interminabili mestruazioni Il periodo del pudore Il periodo del walkman Il periodo degli exogini Il periodo del piatto Lenco Il periodo delle spiagge libere Il periodo dei periodici Il periodo della new ave Il periodo delle pomiciate Il periodo della morte dell’arte Il periodo delle citazioni Il periodo della forza Il periodo dei dungeons & dragons Il periodo delle gonne con le frappe Il periodo del dopoguerra Il periodo del sto bene da solo Il periodo dell’anoressia Il periodo del vino e gassosa Il periodo del tirare tardi Il periodo del 1° maggio Il periodo della fellatio Il periodo della psicoanalisi Il periodo dei pattini Il periodo del moscone Il periodo dell’ideologia Il periodo di Truffaut Il periodo delle farneticazioni Il periodo muto Il periodo del riso in bianco Il periodo delle tele ad alto spessore Il periodo dell’Einaudi Il periodo del transistor Il periodo della parrocchia Il periodo degli yuppies Il periodo delle scoregge Il periodo del non te la dà Il periodo del pompelmo Il periodo delle cartoline Il periodo delle osterie Il periodo del facciamoci del male Il periodo domani parto Il periodo di Gian Maria Volonté Il periodo dei cunnilingus Il periodo di Eduardo Il periodo dei francesi Il periodo del flipper Il periodo dello zainetto Il periodo delle sveltine Il periodo della 500L Il periodo della disco music Il periodo del Moxy Bar Il periodo di Patty Pravo Il periodo delle mostre Il periodo dell’autostop Il periodo delle femministe arrapate, Il periodo delle senza mutande Il periodo del jukebox  Il periodo della bulimia Il periodo del maschio in crisi Il periodo delle femministe pure Il periodo degli scandali al sole Il periodo degli spaghetti aglio e olio Il periodo degli Inti Illimani Il periodo di Aldo Moro Il periodo dei festivals Il periodo di Carmelo Bene Il periodo dei fascisti Il periodo dei Jefferson Airplane Il periodo dell’austerity Il periodo dei freaks Il periodo di Alighiero & Boetti Il periodo delle vergini Il periodo degli aborti Il periodo dei punks Il periodo dei concerti Il periodo dei figli Il periodo dei Police Il periodo dei cretini Il periodo faccio il creativo Il periodo dei posters Il periodo dei funerali Il periodo dell’iPod Il periodo del Muro Il periodo in tenda Il periodo della semiologia Il periodo del trendy Il periodo di lisciarsi i capelli Il periodo del farsi un culo così Il periodo dell’inchiostro di china Il periodo vedo gente faccio cose Il periodo degli stronzi Il periodo dei compagni Il periodo dei ghiaccioli Il periodo dei concettuali Il periodo di Keith Jarrett Il periodo dello yogurt fatto in casa Il periodo degli agriturismo Il periodo dei terremoti Il periodo degli aperitivi Il periodo di Pertini Il periodo di Andrea Pazienza Il periodo degli assessori Il periodo del teatro Il periodo dei comunisti Il periodo degli sponsors Il periodo dell’Altra domenica Il periodo di Sergio Leone Il periodo della fame Il periodo delle salopettes Il periodo di Brian Eno Il periodo del dolore Il periodo edipico Il periodo della bruschetta Il periodo degli acrilici Il periodo dell’infradito Il periodo di Bataille Il periodo dei festival dell’Unità Il periodo melanconico Il periodo degli zatteroni Il periodo dell’uovo alla coque Il periodo dell’eskimo Il periodo sempre solo Il periodo dei quaderni piacentini Il periodo dei sandali alla schiava Il periodo che palle Il periodo del carnevale Il periodo dell’identità Il periodo del venire dentro Il periodo delle Mini Minor Il periodo dei capelli rasati Il periodo dei pubs Il periodo della Protezione Civile Il periodo dello sballo cattivo Il periodo della spirale Il periodo di Tadao Ando Il periodo del mio nome è Bond Il periodo della grappa Il periodo di Accattone Il periodo delle scarpe a punta Il periodo dell’accoglienza Il periodo delle moto Il periodo del portfolio Il periodo del giubbino Il periodo non mi piace più niente Il periodo del curriculum Il periodo delle gonne con lo spacco Il periodo di Charlotte Rampling Il periodo delle discoteche Il periodo delle Timberland Il periodo della potenza Il periodo del mi manchi Il periodo che piangevo Il periodo delle vibrazioni Il periodo del dancing Il periodo di Maciste Il periodo del Martini dry Il periodo del cinema d’essai Il periodo della sorellanza Il periodo delle fidanzate Il periodo della camera oscura Il periodo persecutorio Il periodo della Nikon Il periodo della mansardina Il periodo degli scoppiati Il periodo dell’artigianato Il periodo delle espadrillas Il periodo di Van Der Rohe Il periodo in un certo modo Il periodo del viaggio in India Il periodo del tirare tardi Il periodo delle veline Il periodo dell’Aids Il periodo tuttavia Il 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