Un commiato

settembre 3rd, 2013

In nome di Antonio Marchetti salutiamo tutti i gentili lettori che lo hanno seguito in questi anni.

Antonio ci ha lasciati il 1 agosto scorso.

Il suo journal ed il suo sito rimarranno in rete per tutti coloro che vorranno continuare a confrontarsi con  i suoi pensieri e le sue opere.

Antonio Marchetti sul Grandevetro

ottobre 27th, 2012

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Lutto, cordoglio, dolore, son parole desuete. Da diversi anni si applaude nei funerali. I parenti dei morti, che per varie ragioni cadono sotto i riflettori dei media, rilasciano immediatamente interviste o convocano conferenze stampa ove hanno poco da dire, se non piangere in diretta o ripetere ciò che hanno già sentito in televisione in scenari analoghi. Ulteriore morte, della nostra lingua. Si può comprendere perché: differire, allontanare, rimuovere la morte; alleviare la perdita, per quanto è possibile. Il lamento funebre descritto da Ernesto De Martino lo svolge la tivù, e la telecamera è un demone irresistibile. Come per i criminali, che secondo i vicini di casa erano brave persone normalissime, così per i morti vengono a volte costruite biografie straordinarie. I morti, da vivi, erano tutti unici e meravigliosi. Mantenere un rigore critico per i morti quand’erano vivi è considerato inaccettabile per i vivi, che spesso sono premorti. Per i bambini viene riservata una categoria a parte: sono tutti angeli. I bambini erano probabilmente oggetto di disattenzione e distrazione ma da morti diventano angelici e ci si accorge di averli avuti. Tutte le scuole  primarie d’Italia vengono mobilitate per far disegnare angioletti e cuoricini per i bambini morti in condizioni tragiche, o per inviare letterine a chi non potrà mai leggerle, se non lassù, non si sa dove. Non bisogna certo generalizzare o lasciarsi trasportare troppo dal cinismo critico. In effetti siamo in grado di comprendere il vero dolore per la perdita di una persona cara quando esso appare muto ed inesprimibile, o avvolto da pudore e riservatezza, quando cala la coperta del silenzio, dell’assenza. E, stiamone certi, ciò è sempre guardato con un certo sospetto dai festivalieri della morte. Ma è pur vero che non possiamo giudicare, ognuno reagisce come può e tuttavia non sempre il dolore rende migliori; la morte rivela quel che siamo. Tutto questo vale per la morte altrui. E per la nostra? Penso spesso alla morte, non tanto a quella programmata che è un’illusione, pur avendo già stilato il mio testamento biologico che nelle latitudini italiane non so quanto possa valere; penso piuttosto a quella improvvisa, che potrebbe cogliermi impreparato – impreparato a cosa? Magari quel giorno la mia biancheria intima non è proprio pulita, i piedi non sono stati lavati da qualche giorno e l’odore, tolti i calzini, non è piacevole. In quella morte improvvisa ho rilasciato, forse, urina e feci. Mi preoccupa la corsa in ospedale, già quasi morto, e non essere preparato agli sguardi dei medici, degli infermieri, pur contando sulla loro professionalità; mi preoccupa l’ansia e l’angoscia di chi mi vuol bene; mi preoccupa il fatto di non potermi difendere, autotutelarmi; sono debole, fragile, esposto, e ne provo vergogna – ma forse potrei riscattarmi se hanno guardato nel mio portafoglio il tesserino di donatore di organi; ma chi mi vorrà più ormai!

È vero, ho vergogna della mia morte. Come K. nel finale di Der Prozess.

Ma questo è un sentimento che provo da vivo e mi chiedo: chi mi preserverà dalla vergogna da morto? Ho deciso per la cremazione per lo stesso ordine di motivi. Sarò esposto agli sguardi, i vivi guarderanno il mio corpo immobile mentre io non posso restituirlo e non posso rispondere alla vergogna della morte, che in questo caso è solo mia e vorrei un pochino gestirla. Vien da pensare che ad una biopolitica della morte possa nascere una sua nuova ideologia, una  sua riappropriazione (il corpo – morto – è mio). La parola che in effetti avrei dovuto aggiungere all’inizio è “pudore”. Ma il mio pudore, me ne rendo ben conto, è alquanto snobistico, e le mie preoccupazioni di carattere “estetico” cadono facilmente di fronte a tutte le morti anonime e senza voce, senza grido e senza silenzio. Già, sono individualista e fortemente radicato a questa cultura occidentale che mi lascia ancora qualche spiraglio; ne morirò, per questo. Che si accolga, almeno, qualche mia desiderata. Le mie ceneri vorrei che in parte siano disperse in giardino, riunendomi con cani e gatti (non posso non pensare all’esilarante scena del film Il Grande Lebowsky).

Il resto in  una piccola urna che qualcuno vorrà conservare. La morte è sempre un’incombenza per coloro che restano ed è nostro dovere alleggerirli, per quanto possibile. Sui suicidi degli ultimi mesi a causa della crisi penso si tratti di una mancanza di responsabilità e il cui peso ricade sulla famiglia. Molti giornalisti sono imbecilli e ci hanno ricamato sopra vergognosamente. Possibile che solo l’economico e il lavoro sostanziava una vita degna di essere vissuta? Tragedie silenziose, non semplificabili; l’uomo può anche essere semplice ma il  pensiero dell’uomo è complesso, e certamente non vi rinunciamo.

Per il resto che dire, mi viene sempre in mente quella bella definizione sui fantasmi di René Daumal, che a mio parere vale anche per la morte: un’assenza circondata di presenza.

Forse anche troppa.

Poesia

giugno 28th, 2012

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I barbari della buona fede

maggio 30th, 2012

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L’insegnante di matematica mi dice che valuta l’arte seguendo le proprie “sensazioni”. “Vedi Antonio – mi dice –  tu certo non te l’aspettavi da una insegnante di matematica, da me, tutta razionale, questo abbandono alle pure sensazioni, ma vedi io l’arte la comprendo così”.

Reputo questi enunciati catastrofici. Provate a rovesciarli sulla matematica (sulle matematiche, direi). È pur vero che negli anni si sono prodotte fratture e distanze tra scienza e arte ma ciò, dobbiamo riconoscerlo, é anche il frutto velenoso dell’ignoranza, dei luoghi comuni, e della pigrizia intellettuale. Razionalità/irrazionalità; una disgiunzione puramente inventata da menti semplici. Evidentemente la questione non sarebbe così “drammatica” se fosse oggetto di un dibattito al bar. Purtroppo questo povero luogo comune va per la maggiore. Siamo in grado di discettare sulle relazioni interculturali, pronti ad accogliere diversità etnico-religiose, attiviamo progetti di accoglienza delle diversità di cui siamo orgogliosi, eppure sulla nostra cultura, sulla nostra esperienza dell’arte (e della scienza) in Occidente – in definitiva ciò che siamo ed eravamo – abbiamo da offrire solo luoghi comuni: la “sensazione”. Accogliamo l’altro ma siamo deboli con noi stessi.

Provate ad immaginare una Storia dell’Arte metodologicamente fondata sulle “sensazioni”. Purtroppo, tale presunzione di comprensione dell’arte, in assenza di sistemi logici, storici, razionali, andrà ad alimentare l’equivoco circa la “facilità” dell’arte (che oggi va per la maggiore e che un certo “sistema” dell’arte alimenta), e della sua conoscenza.

Storia dell’arte. Difficile, perché é Storia prima di tutto, concatenazione di fatti locali e globali, perennemmente sottoposti a studi e verifiche; è un rimettere in gioco metodi e ricerca. “Il bello é difficile”, ricordava Baudelaire.

Arte, mondo inestricabile di biografie avventure esperienze e nuda vita.

Se esiste oggi una materia  di studio precaria ed attaccata da tutte le parti é proprio la Storia dell’Arte.

Gli insegnamenti di materie artistiche e “laboratoriali” (parola che non mi piace), non hanno l’obbligo, purtroppo, di mostrare l’avventura dell’arte, della sua storia. Sono legati al “fare”, alla “tecnica”. Ma cos’é oggi il “fare” artistico, cos’é la “tecnica” slegata dalla Storia?

L’istruzione artistica oggi é un mondo autistico autoappagante, mortifero,  completamente distaccato dal mondo reale. Penso anche alle Accademie naturalmente.

Ci si affida alla scelta individuale del docente, che oscilla tra la competenza (la conoscenza e la sensibilità verso il contemporaneo) e la chiusura attraverso quell’incomprensione, esibita come fosse un valore, con quel “non capisco”, che invece di essere rivolto verso se stessi – provandone un filo di vergogna che poi potrebbe aprirsi alla curiosità e alla crescita – viene brandito come un vessillo piantato nella terra conquistata dai nuovi barbari dell’ignoranza “intelligente”, con  quel linguaggio autoconsolatorio e “formativo” della mia amica “matematica”.

La buona fede continua  a commettere delitti silenziosi…

Passaggio al giardino

maggio 28th, 2012

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Il giardino riminese nasconde un piccolo cimitero di animali. Io ricordo, avendo partecipato alla sepoltura, solo gli ultimi vent’anni, da quando vivo qui. Si parla di gatti e cani, che dio li abbia in gloria. Un posto particolare è occupato dal cane di nome Nero, defunto quasi 15 anni fa, di media taglia, un “bastardo” da caccia nero come carbone che andava a rubare carne e trippa al mercato, rischiando spesso di rimanere chiuso nelle celle frigorifere dei macellai poste nel retro. Raccolto per strada, zoppo, posseduto da una fame atavica impossibile da soddisfare, tornava con pezzi di trippa enormi, che trascinava sporcandola. Gran ladro. Ci si ingozzava sino a rimanerci stecchito, con lo stomaco che poteva rovesciarsi. Il suo motto pare fosse: mangiare sino alla morte. Azzannava torte nella pasticceria sotto casa nell’attimo in cui il furgone delle consegne aveva il portello aperto. Che tempistica! Testardo, gran cacciatore di piccioni che azzannava e che portava in trofeo alla sua padrona sin dentro i negozi, questo cane ha meritato un mio haiku inciso in una targhettina di ottone poggiata su un frammento di capitello reduce dal bombardamento e dai terremoti:

Estate

Calura

Sbadiglio del cane

Intorno foglie di acanto, una pianta che è lì da sempre, come testimoniano le foto domestiche sin dagli inizi del secolo scorso.

Una pianta perfetta per piccole tombe nascoste. Si tratta in questo caso di acanthus mollis. Purtroppo quel frammento di capitello non appartiene all’ordine corinzio, che qui sarebbe stato perfetto. Come ci ricorda Joseph Rykwert quest’ordine racchiude lo schema: la fanciulla, la morte, l’offerta sulla tomba, il monumento, l’acanto, la primavera, la ri-nascita. Ma la chiave è l’acanto.

Nel cimitero “diffuso” tanti gatti. Ne vorrei ricordare qualcuno: Maggi, un gatto  con le zampe posteriori lunghissime e che saltava e correva come una lepre; Guercino, con un solo occhio e che ha vissuto quasi sempre in casa e il giardino lo guardava con distacco dall’uscio di casa; Mattio, il gatto letterario; Martino, bianco e bello come Gandalf; Topazio, tutto nero appena conosciuto e subito morto, e tanti… tanti altri…

E così, gli ultimi Titani, consigliavano nei tempi bui il “passaggio al bosco”,  mentre in piccolo c’è chi cerca oggi di passare al giardino.

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antinoo@variosondamestesso.com

Dall’alba al tramonto, per un artista “minore”

maggio 11th, 2012

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Aspettativa di morte

aprile 30th, 2012

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La biopolitica occulta malamente le sue finalità. Non conta il discorso: prevenzione, educazione alla salute, modelli di vita. Conta la scelta e la decisione biopolitica che contraddice il discorso sulla tutela della vita e che in realtà corteggia la morte. Le simbologie facili dell’eutanasia, del testamento biologico, del suicidio assistito, dell’aborto, vengono sventolate dalla biopolitica per occultare il disprezzo per la vita umana, della persona “vivente”. Così, l'”aspettativa di vita” giustifica una riforma pensionistica, aumentando spaventosamente l’attività lavorativa-contributiva rispetto a quel segmento di vita residua (che sarà sempre più residua) ove non si lavora più, si fa altro. “Aspettativa di vita” è un dato statistico che vale per tutti, indipendentemente dalla propria storia personale di lavoro, di vita attiva, di consumo e sperpero di energie. Le persone, non contano. Purtroppo nel Paese dei Balocchi l’attività lavorativa-contributiva, per moltissimi, è, ed è stata, minima rispetto alla pensione che oggi riscuotono. Nel Paese “sbagliato” questo va tenuto presente.

Così, è una generazione a farsi carico di questo, mentre quella futura dovrà ancora fare i conti e, in alcuni casi, uscire dal sonno. “Aspettativa di vita”, nel momento in cui si raggiunge una soglia anagrafica ove occuparsi di sé, del proprio corpo, e sottoporsi a visite mediche specialistiche di controllo è doveroso. C’è un’ età ove avvertiamo di essere più fragili, esposti ad “acciacchi” sino a ieri sconosciuti, per quanto ancora dotati di energia e volontà. Ci si può ammalare più facilmente, ed ammalarsi oggi  vuol dire pagare una penale, una decurtazione dello stipendio. Si può fare un’analisi del sangue: i markers tumorali ( anche solo uno) e ci si accorge che il ticket è piuttosto alto, e che la prevenzione la paghi tu, se vuoi vivere un pochino di più. Poi dipende in quale regione vivi e come sono distribuite le fasce di reddito, il Paese non è tutto uguale, non è unitario, e non è neppure federalista.

Spingere gli anziani più avanti nel lavoro, con le penalizzazioni, l’impoverimento progressivo del reddito, con l’aumento delle spese sanitarie ha a che fare, piuttosto, con “Aspettativa di morte”.

In questa prigione europea, di pura ragioneria, la vita è un ingombro. Morire prima è un risparmio. Non si ha il coraggio di dirlo ma l’obiettivo è questo.

Mi sentivo molto europeo negli anni Novanta, anche prima, culturalmente. Oggi, nel mercato delle vacche finanziarie, e dell’istigazione al suicidio (reale ed economico), mi sento fuori.

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antinoo@variosondamestesso.com

Architettura senza comunità.

aprile 10th, 2012

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Colpisce la notizia che l’Auditorium di Ravello progettato  da Oscar Niemeyer – che da poco ha compiuto 104 anni –  è scarsamente utilizzato e, difettando di manutenzione, rischia un precoce invecchiamento.

Il “corpo” architettonico ha bisogno di circolazione vitale, quotidiana, altrimenti implode e presto si fa rovina; rovina di un corpo giovane, di appena ieri.

C’è una classe politica in Italia (la quasi maggioranza della classe politica) che vede il segno contemporaneo come un’astronave venuta da altro pianeta mentre l’altra, che l’ha scoperto da appena due decenni, ne vede solo il glamour ed il fatturato o le cosiddette “ricadute” turistiche ed economiche. Il marchio dell’archiastar spesso copre sporche speculazioni.

Il sindaco di Roma Alemanno, con la sua vocetta stridula ed effeminata, autopunizione per un fascista, urlava alla demolizione dell’Ara Pacis di Richard Meier (appoggiato nel giudizio negativo sull’opera da alcune “puttane” romane); questo dopo pochi giorni dal suo insediamento nell’Urbe. Evidentemente si tratta di simboli forti.

Per certi versi fa piacere che l’architettura contemporanea sia finalmente entrata a far parte dell’interesse della collettività, sia quando la esaltano che quando la odiano. Ma tra esaltazione e odio c’è un comun denominatore: l’assenza di contenuti, la mancanza di circolazione vitale dentro il “corpo” architettonico; manca la collettività, la comunità. E programmi a medio e lungo termine.

Il nuovo Palacongressi di Rimini, progettato dallo studio GMP di Amburgo, si presenta come  riqualificazione di un parco, nuova gestione delle acque e connessione tra quartieri. Il preesistente viene ridisegnato. Una “piccola Francoforte” per qualche centinaio di metri. La grande conchiglia di Volkwin Marg, appoggiata su pilastri alla Tim Burton, accoglie le passeggiate, la pista ciclabile, il laghetto restituito alla continuità con papere e oche, i cani accompagnati, e qualche paziente pescatore. Eppure in una domenica di una bella giornata, anche invernale, qui non trovi nulla di “tedesco”, a parte il design architettonico, urbano e paesaggistico. Ciò che il “tedesco” non poteva progettare era ad esempio dei piccoli gazebo con rivendita di bevande e piadina, o una piccola chiatta posta sul laghetto con servizio di pub o ristorante sino a sera, con luminare, un barcone, come fosse una piccola nave di Nemi, o in estate un chiosco per gelati. Il rapporto con l’acqua qui significa solo “mare”; spiagge coltivate da orticultori oggi bagnini. Tutta la vita si sposta al mare ma qui, nella piccola Francoforte, non accade nulla. Il “Palas”, che è stato pubblicizzato come “il vostro Palas”, per dare ai cittadini un senso di appartenenza, rischia di essere corpo estraneo. Involucro con pochi contenuti da parte della città, e soprattutto da parte dei quartieri riconnessi ma muti, immobili. La classe politica ed imprenditoriale è come se desse libero accesso ai giardini di una villa, “democraticamente”, ma il resto sembra tutto privato. Il rapporto con l’acqua qui significa solo “mare”, coltivato da ex contadini, oggi bagnini, che chiudono il mare per otto mesi con le loro murate di lamiera e staccionate come fosse il loro orto.

Forse anche l’odissea del Teatro Galli presenta lo schema: odio del contemporaneo/ricadute turistiche ed economiche del contemporaneo.

Non abbiamo un teatro, e il Palas non è “nostro”.

A rimetterci è sempre il residente, perché tra nostalgia del passato (com’era dov’era) e delirio del futuro la città non vive un buon presente, un piacevole quotidiano.

Un bambino “contemporaneo”

febbraio 29th, 2012

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marchetti-anker.

Il bambino qui ritratto è di nazionalità svizzera e probabilmente sarà nato nel 1869 o nel 1870, anno più o anno meno, e potrebbe avere un’età che si aggira tra i sei ed i sette anni. Un’età comunque “scolare”, secondo gli ordinamenti svizzeri dell’epoca.

La data di questo ritratto riporta il 1875 ma nulla ci spinge a credere ad una “sincronicità” tra questa data e l’età del bambino, o la sua data di nascita. Il pittore avrebbe potuto dipingere la figura molti anni dopo, avvalendosi di schizzi e disegni.

Tuttavia, pur ammettendo una non sincronicità, lo spirito “contemporaneo” del dipinto rimane. Sappiamo che un  certo tipo di vita quotidiana, di una certa epoca, viene qui rappresentata, decennio meno, decennio più. La contemporaneità consiste nel chi dipinge questo quadro.

Ciò che sappiamo è che siamo in inverno, o forse nella sua parte finale. Il bambino è coperto alla meglio e lo stile è una miniaturizzazione dell’abito di un adulto. Sembra solo un passaggio di scala ma giacca, gilè, pantaloni, sembrano la riduzione lillipuziana di un adulto.

Sciarpa e berretto invece sono fatti appositamente per lui, sono lavori coordinati, lana lavorata ai ferri da una madre, una nonna.

La piccola sciarpa ha gli stessi colori della berretta, rappresentano il “dono” per una necessità e che riporta il bambino alla sua scala reale, esistenziale, alla sua infanzia, ma che, per tutto il resto, sembra quasi contraddetta e rinsaccata a forza, e velocemente, in età adulta: abiti riadattati alla meglio, pantaloni con la vita alta fatti per uomini e non per bambini.

La lacerazione della giacca nella manica destra rivela un depauperamento evidente; la fodera si stacca dal tessuto, il gilè ormai ha un solo bottone a protezione della pancia.

Questo bambino cresce, non importa ciò che indossa oggi; domani gli verranno acconciati altri abiti, riciclati al meglio.

Sembra piuttosto sano ma ha lacrimosi occhi gonfi, una otturazione nasale evidente che lo spinge a respirare con la bocca che qui sembra espirare faticosamente l’aria. Ciò indica un naturale patimento del freddo, con scarsi mezzi protettivi come abbiamo visto. Non sappiamo se resisterà ad un prossimo inverno; potremmo essere di fronte ad un bambino già morto o che morirà. Per ora non sappiamo.

Tuttavia il quadro non lascia intendere una immagine di povertà, o di bisogno impellente. Questo bambino, reduce da una convalescenza o prossimo ad una qualche malattia, ha la postura – pur indossando dei quasi stracci – dignitosa che un qualche génos ha trasferito.

Essendo modello assume modelli. Non è un bambino povero. Tantomeno un povero bambino, con quella lontana, seppur flebile, memoria “guascona” attinta chissà dove che pur debilitato esibisce in questo quadro.

Quadro contemporaneo che rappresenta un bambino contemporaneo al pittore. Questo contemporaneo ci racconta una piccola storia.  Il braccio destro del bambino stringe una lavagnetta ed un libro, o un quaderno. Probabilmente nelle tasche lacerate del suo giacchino ha matite e strumenti per il disegno. In questo braccio c’è il “futuro”. Questo bambino non é un bambino povero ma è uno scolaro. Gettato nel mondo dell’apprendimento, vestito alla meglio e con il futuro davanti, sotto il braccio.

Solo attraverso questi due oggetti inequivocabili possiamo ricostruire il tutto e rendere omaggio ad una pittura che oltre ad allietare i nostri sensi svolge al contempo una funzione pedagogica ed educativa attraverso l’arte del descrivere.

(*) Il pittore si chiama Albert Anker.

Sconnessione psichica

febbraio 6th, 2012

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Era inevitabile, e quasi scontato, che il naufragio all’isola del Giglio diventasse un paradigma della crisi europea, ed in particolare dell’Italia.

I giornalisti, sempre più lontani dai fatti e con vocazioni letterarie, ci hanno restituito le parole del mare e riattualizzato le grandi epopee dei Conrad, Stevenson, Melville. È mancata, fortunatamente, la “Zattera della Medusa”, la cui metafora ci avrebbe fatto precipitare nel puro “bios” animale. Sono i modi in cui si “schiva” il mare, il mare europeo. Il Mediterraneo rappresenta oggi la grande rimozione europea. Siamo in un’Europa di terra. Bollettini di morte per raggiungere una riva fatale ci informano di ciò che accade nel nostro mare. Da anni è così. La nostra “fortuna”, la ricchezza del mare, sono come oscurati.

Per quanto ci riguarda, anche la vita comunitaria di terra mostra ormai lo “stivale” (come chiamava l’Italia il mio maestro) allo stremo, incapace di reagire ad emergenze naturali come la neve ed il gelo. L’Italia di Flaiano è ancora tutta qui. Per non parlare di quella di Corrado Alvaro. Il fatto è che da quasi due decenni l’italiano è affetto da sconnessione psichica. Si è sconvolti dalle notizie che in questi giorni passeggeri di treni siano rimasti “sequestrati” per ore, bloccati al gelo, fermi in campagne oscure e sconosciute come nel film “Il dottor Zivago”. Eppure, sino all’altro ieri, quando si viaggiava tra Rimini e Milano o verso Roma, in treni iperpubblicizzati, e si facevano notare i disagi (riscaldamenti inefficienti, aria condizionata da gelo, toilettes sporche o chiuse, ritardi notevoli sempre qualche minuto prima di un parziale rimborso, la scomparsa progressiva dei treni locali…) venivamo guardati come alieni. Non stava bene protestare, tutto andava bene. I passeggeri erano seduti come tante sculture “pop”a leggere tutti lo stesso libro di Oriana Fallaci, di Bruno Vespa o, appena meglio, di Terzani trasformato in guru. Quando i segni dello sfacelo erano chiari ed evidenti non stava bene protestare, indignarsi e denunciare la truffa di Trenitalia: il tuo vicino ti guardava come se tu fossi venuto da altro mondo. L’italiano-bambino si adegua facilmente ai facili retaggi che gli consente di “esserci”. Uomo plastico. Poi, evidentemente, ci si indigna tutti insieme, si fa un “movimento” che, naturalmente, parte dalla “rete”. Ma la posizione “individuale”, del cittadino che “sente” prima della catastrofe, che si fa sismografo e che legge i segni del presente in queste latitudini non vale nulla. La parola cittadino poi è scarsamente usata; si preferisce popolo, gente, consumatore, utente, elettore, popolo del web.

A tutto ciò si aggiunge una italianità rattrappita e pigra (vedi anche: http://www.variosondamestesso.com/2011/10/03/passeggiando-tra-rovine/) che reagisce agli eventi sconnessamente.

Mi viene in mente qualcosa nei primi anni Novanta del secolo scorso. Si tratta di una immagine. Ragazzi e ragazze di allora per un certo periodo amavano coprire la metà delle mani con le maniche del golf. Non so se era una moda ma notavo che dalle maniche dei maglioncini uscivano solo le dita e se per caso, o per qualche movimento del braccio, la mano risultava completamente nuda, subito i ragazzi si affrettavano a coprirla.

Ricordo queste ditine che apparivano anche quando faceva caldo, che sembravano dirci: sono fragile, ho freddo, sono debole, ho dei problemi, non ce la faccio… E gli adulti li accolsero commossi. Quello fu il momento fatale.