La miniatura di Milano ha colpito il Capo

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L’evento del ferimento del Capo si diluisce nello spazio mediatico, viene assorbito e metabolizzato troppo in fretta. Dobbiamo acciuffarne il senso, e se non si tiene stretta una qualche analisi si lascia spazio alla manipolazione storica. Come nel caso di  Bettino Craxi: esibizione di un martire, eroe, vittima sacrificale.

Se non la trascriviamo oggi la Storia, con qualche strumento freddo e distaccato, quasi chirurgico, accadrà lo stesso per colui che si è autodefinito l’Unto del Signore.

Una miniatura del simbolo di Milano ha colpito il Capo. Oggetto banale.

Poteva essere un piccolo panettone in bronzo ma si tratta di un simbolo temporale, per quanto accettabile: la sua diffusione si limita alle feste natalizie e poi scompare per tutto l’anno.

Il Duomo invece rappresenta storicamente la città di Milano.

È stata dunque una miniaturizzazione di Milano a colpire il Capo milanese.

Il signor Tartaglia è uno psicolabile pensoso, che sa maneggiare i simboli, sa che i simboli sono armi, anche se in questo caso ha pericolosamente accorciato le distanze simboliche, a suo danno e a nostro danno.

Se il gesto viene valutato come l’atto poco significativo di una persona disturbata il suo disturbo tuttavia disegna un percorso logico impressionante.

Il signor Tartaglia ha espresso il suo odio per il Capo e questi, specularmente, ha sentito il colpo, rispondendo con vaneggiamenti ideologici sull’amore in un rovesciamento mimetico immediato, quasi animale.

Il colpo non è psicologico, visto che la “vittima” sacrale che lo ha ricevuto ha risorse su questo versante pressochè illimitate.

È fisico, corporale, è uno sfregio all’equilibrio chirurgico-estetico, e soprattutto il colpo ha prodotto dolore, realtà. Forse aperitivo di un incubo di realtà che irrompe nell’irreale corpo porno-pop.

Il colpo ha prodotto anche una sospensione temporanea dell’esposizione  mediatica del Capo, al di là di quella ostensiva immediata e sanguinolenta subito dopo il ferimento di cui ha parlato Marco Belpoliti – ma anche prima ne abbiamo accennato in forma letteraria  in questo  stesso Journal –  uno spazio vuoto occupato da figure minori, orfane, non per questo meno pericolose, anzi, portatori del classico complesso da clone e dunque aggressive, in preda ad un delirio di perdita e, per quanto momentanea, precarietà.

Purtroppo il sangue del Capo rimarrà una icona che rimanda ad altre, per chi ne ha memoria.

Il ricamo, su questo, lo lasciamo libero.

Va comunque detto che al tramonto del Capo seguirà un pasto cannibale.

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