Fine di un anno
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Siamo seduti su di una sedia girevole con le spalle rivolte al futuro e gli occhi al passato.
Guardiamo con occhi increduli, impastati di invidia, agli uomini e alle donne che cinquant’anni fa si gettavano nella vita con le tasche quasi vuote ma con grande spirito di avventura. Si veleggiava.
Non riusciamo più a comprendere come le generazioni precedenti potessero fare, pur essendo italiani come noi ora – per giunta noi siamo anche europei! – cose fondative e leggere insieme. Quel “secolo breve” si allungherà come un brodo e ci infliggerà dure lezioni, nel bene come nell’orrore.
Tutto quello che sappiamo fare è di mitizzare il recente passato, ridurlo ad icona pop, incapaci come siamo di elaborare qualcosa di nuovo, mentre qualcuno di noi quei padri li aveva anche uccisi per superarli, ed eccoci qua tra le serigrafie di Warhol del nostro mezzo Novecento distribuite in un unico ed indifferenziato piano orizzontale.
Sento che la mia generazione di mezzo ormai è quella “tolta di mezzo”.
Quando qualcuno oggi si affaccia con qualche neurone in più viene affossato dalla competizione mimetica e dall’invidia.
Si veleggia costa-costa con lo sguardo alla riva protettiva non perdendo di vista la propria casa.
Qui decidono tutti, nessuno decide; siamo tutti diversi, siamo tutti uguali; tutti parlano, il deserto cresce; l’ignoranza (ignioranza) assume caratteri di specifica competenza.
In una classe di Istituto Superiore il 5% è talento da coltivare ma ci distoglie dalla salvezza ecumenica falsamente democratica.
