Che cos’è un professore?
Un professore è alunno e insegnante insieme.
In che modo è alunno?
E’ alunno in quanto è in perenne ascolto dei suoi allievi e ne cattura i complessi loro codici di comunicazione.
In che modo è insegnante?
Lo è quando traduce i loro codici in forma forse inattuale ma alta, offrendo loro una possibilità di grandezza, spaesandoli dallo loro fissa e ripetitiva immanenza ipnotica, prospettandogli un “è possibile”.
Quali mezzi può usare un professore per attuare ciò che lei dice?
Tutti i mezzi dell’umano civilizzato ma devono anche comprendere tempesta e rimescolamento delle carte, forse anche durezza. Ma gli attuali modelli educativi delle famiglie italiane in questo momento difettano, o non hanno modelli alcuno. Le famiglie si autorisarciscono, attualmente, rovesciando all’esterno la propria impotenza.
Ci sono scuole in Italia ove si amministra l’esistente, ma non si forma. Cosa ne pensa? Ci sono italie diverse?
Rispondo subito sull’ultima domanda; sì, ci sono italie diverse. Un insegnante di Rosarno o di Napoli è diverso dall’altro di Parma o di Milano. Il contesto lo rende diverso. Essendoci grande mobilità geografica i professori (vorrei chiamarli ancora così) fluttuano, negli anni, in realtà diverse. Di conseguenza in alcuni casi viene meno quello che io avevo detto in risposta alla sua prima domanda. Bisogna saper ascoltare per agire, il professore ascolta il contesto.
Se si trovasse ad operare in un contesto difficile, in luoghi pericolosi ove la legalità è assente come potrebbe operare un professore se non mettendosi a rischio trovandosi, magari, davanti il figlio di un vip camorrista?
Questa domanda non ha senso. Il leit motiv della legalità e della trasmissione della cultura nelle scuole viene suonato dal Ministero, in modo particolare con le risorse economiche che esso mette in gioco. Tutte le iniziative del governo si irradiano, soprattutto attraverso le tv ed il web, nella forma di icone comportamentali che contraddicono quotidianamente ciò che un formatore dovrebbe fare: riferirsi ad un quadro condiviso.
Occorre invece ben selezionare i docenti, non più per titoli di studio e per allucinanti percorsi, ma sul campo.
Il campo vuol dire essere professori, essere accettati dagli studenti ed ottenere buoni risultati circa le capacità seduttive, attrattive, e di “intrattenimento” della performance formativa; per intrattenere bisogna essere particolarmente colti.
Questo presuppone uno smantellamento del vecchio e aprire ad un ringiovanimento del grande esercito degli insegnanti?
Al contrario. Quando andranno via i vecchi sarà l’incertezza totale. Sono già oggi i giovani insegnanti a far tornare indietro l’orologio dei diritti e della libertà. Loro, sotto la mannaia della deprivazione d’immagine e di sostanza del professore, accellereranno il processo di decomposizione. Sono giovani, sì, ma non apportano quasi nulla circa il rinnovamento e si presentano, già nell’esordio, davanti agli alunni come già vecchi perchè a loro volta ripetono, nell’assenza di pensiero. Sono precari ma la loro precarietà è anche interiore.
Se io devo insegnare solo un anno da precario non necessariamente il mio insegnamento sarà precario. Non essendoci riferimenti forti la precarietà diventa uno stato dell’essere.
La scuola e la cultura per lei sono ancora fondamentali?
Dalle pagine di De Amicis ad oggi la conformazione spaziale delle aule di una scuola è praticamente la stessa (a parte i laboratori e le pratiche trasversali). Cattedra, banchi con conseguente disposizione geometrica, naturalmente la lavagna e, ancora, le interrogazioni in piedi vicino la cattedra del professore. Questo rituale cattura vecchio e nuovo e nessuno studente ha mai contestato il dispositivo spaziale della scuola. Tutti partecipano senza avere la percezione di ciò a cui partecipano. La cultura è fondamentale per gettare tempesta su questo ordigno geometrico- formativo desolante.
Un buon professore deve fare questo, per essere ascoltato.
Non importa se non viene ascoltato oggi.
Dopo, ognuno di noi, con l’età, andrà a ricercare le poche luci che restano ferme del pur breve passato.
