Giorgio Diritti. “L’uomo che verrà”. Ma il grande regista già c’è.

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antonio marchetti country

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Sapevo di andare a vedere un grande film. Dopo quel capolavoro de “Il vento fa il suo giro” – un film ove mi parve precipitassero in forma contemporanea la teoria mimetica e persecutoria di René Girard – non potevo dubitare di Giorgio Diritti e di questo suo secondo film, “L’uomo che verrà”. Anche qui lingua intrusa, comunitaria; è la lingua di terra, la lingua materna, il dialetto. Le didascalie segnano la nostra distanza (dalla terra e dalla comunità ancorché dalla lingua). La storia la viviamo attraverso gli occhi di Martina, una bimba di 8 anni che non parla, parlano gli altri, gli adulti. Che l’infanzia abbia in sé risorse impensate e sottovalutate ce lo dimostra la vita attiva e la concretezza di Martina, con la sua capacità di andare oltre il dolore, attivando potenzialità salvifiche, per sè e per l’altro, che la spingono a farsi carico di una totale catastrofe e della  scomparsa di un mondo (del mondo). La vita di comunità di quel 1944 che ci viene raccontata rende quasi incommensurabile lo spazio che da essa ci divide mentre la narrazione di un evento indicibile (affidato a chi non può parlare) come la strage di Marzabotto riapre ferite mai emarginate chiamandone altre più vicine, presenti e future.

L’umano appare volgendo le spalle ormai alle ideologie ed alle narrazioni di fondazione sottraendosi ai doppi: risentimento-redenzione, colpevole-innocente, carnefice-vittima, condanna-perdono. Nella rappresentazione del “qual’è”, l’evento appare ancor più feroce, proprio nel ritirarsi di una soggettività critica. Ma se guardiamo il film con gli occhi di Martina, se siamo cioè in grado di tornare alla nostra infanzia, una soggettività dunque perduta, la storia ci apparirà forse miniaturizzata e ingrandita al contempo ma piu “reale” e terribile.

Abbiamo un grande regista italiano; suonerà retorico ma che importa, ci piace dirlo.

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