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Lo avevamo annunciato, siamo tornati a Montepagano (Roseto degli Abruzzi), il 15 luglio, in occasione di Trasalimenti, la rassegna d’arte voluta da Gabriele Di Pietro (quest’anno un uomo da prestazioni quasi eroiche) che in questo borgo medievale riprende un suo discorso, ma fedele alle precedenti edizioni.
Al viaggiatore che arriva qui al tramonto, in questa domenica estiva, viene proposta una sintesi paesaggistica dell’Abruzzo difficile da trovare in altri luoghi. Il “trasalimento”, in questo caso, attiene alla possibilità di percepire contemporaneamente il massiccio montuoso del Gran Sasso d’Italia e la distesa dell’Adriatico.
Montepagano è questa sinèddoche abruzzese. Non fa da cornice all’arte ma, al contrario, l’arte in qualche modo incornicia il luogo, già forte di suo.
Infatti, dopo aver visitato la bellissima esposizione di Fabio Mauri nelle sale del Palazzo Mezzopreti (che meriterebbe un decisivo e oculato restauro) troviamo l’artista seduto su un gradino di pietra, con un bicchiere di Montepulciano d’Abruzzo, con i suoi amici, a scrutare le luci notturne dell’Adriatico, un mare a lui caro, avendo vissuto a Rimini in fasi alterne della sua vita. Non credo che il suo mare fosse quello di Fregene.
Poi gli altri artisti, gli omaggi a scomparsi e sopravvissuti, le soffitte resuscitate, nicchie e anfratti sapientemente illuminati tra viuzze magiche che lo stesso residente vede con occhi nuovi, rimescolavano plasticamente lo spazio quotidiano con nuove vocazioni scenografiche.

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Cosa può accadere a questo punto?
Potrebbe accadere che la mostruosità politica, divorante, parassita, protagonista di una sola stagione (la sua), ruba la scena a chi lavora sentendosi narcisisticamente artista essa stessa, pur partendo dal nulla, e possa poi devastare la leggerezza di un luogo e trasformarlo in una sua creatura elettorale manipolatoria. In queste latitudini c’è una perenne, eterna, infaticabile campagna elettorale, una enorme mangiatoia.
Potrebbe accadere che i piccoli dormienti commercianti si accorgano che la cultura si avvicina, non sapendo né da dove proviene né di cosa si tratta, e immediatamente triplicano il prezzo di una robina che sino a qualche giorno fa era abbordabile.
Potrebbe accadere, italianamente, che una momentanea fibrillazione dopo una sopravvivenza modesta accenda velleitarismi d’occasione, mitomanie da quattro soldi per anni macerate nella claustrofobia intramuros.
Potrebbe accadere di rovinare tutto, potrebbe accadere un suicidio collettivo preceduto da una breve estasi opportunistica che apre poi alla decontrazione del muscolo, che non ha poi prodotto nulla, se non qualche euro in più, in una breve fiammata da ricordare negli annali da bar.
Montepagano, come tanti borghi residuali d’Italia, vive questo lamellare confine, pericoloso, tra la lateralità poetica (abbastanza sconosciuta agli abruzzesi stessi) e l’essere gettati nella ribalta (masticata dal consumismo cultural-turistico che i politici, patologicamente narcisisti, cavalcano).
Diceva Henri Michaux: “è quando corri che i parassiti aumentano”.
Al ritorno era inevitale acquistare del vino Montepulciano, da condividere poi con gli amici in una serata estiva. L’azienda Mazzarosa Devincenzi, tra Roseto e Giulianova, fa al caso nostro, per i prezzi e per la più che accettabile qualità. Qui c’è un po’ di Toscana, la cantina è ottocentesca e dall’altra parte della strada c’è la casa padronale, intatta, immersa tra pini marittimi, che qui dominano il paesaggio, palme e bouganville a cascata, e verso il mare si intuiscono i tamerici. Per l’epoca questa cantina era all’avanguardia: ascensore ad acqua per il trasporto delle uve ai piani superiori, coibentazione per la stabilità della temperatura, carrelli con rotaie. Devincenzi fu ministro dell’agricoltura, industria e commercio durante il Regno d’Italia, dal 1871 al 1874.
In fondo, iniziando dal viticoltore Cavour, è possibile tracciare una storia d’Italia attraverso la storia del vino: le relazioni diplomatiche dei vitigni, i sistemi di allevamento della vite guardando la Francia e l’Inghilterra, l’esposizione strategica, qui in genere Sud, Sud-Ovest.
Mentre il giorno prima a Montepagano i politici, indifferenti all’arte, vagheggiavano di nuove autostrade e forse di nuovi megalattici centri commerciali, ci troviamo oggi in questa secolare azienda che lascia intuire che Toscana è anche qui, volendo. Forse anche un pochino di Bretagna, di Provenza, di piccola Europa, chissà.
Quando Azeglio Ciampi venne in Abruzzo per incontrare gli imprenditori si arrabbiò molto ascoltanto gli sviluppi della sagra della ventricina ed altri localismi asfittici e da toscano, genuinamente irascibile, invitò tutti a guardare oltre il proprio naso, a volare alto, a guardare l’Europa. Mentre carico in macchina le bottiglie del vino Cerasuolo, color ciliegia, 13 gradi, secco ma aromatizzato come da frutta fresca e che fuori da questi confini non riesci a bere da nessuna parte dio bono! mi chiedo dove potrebbe essere l’Europa se non partendo dalla tecnologia e l’intelligenza della fine Ottocento, anni cruciali per noi, che abbiamo davanti agli occhi in questa cantina-museo. Forse erano uomini sicuramente migliori di questa odierna classe di parassiti onnipotenti che con le loro meschinerie e schizofreniche manie di grandezza ricicla solo se stessa, non costruisce nulla e odia la miniatura della vita quotidiana. E, soprattutto, non capisce nulla di arte se non in quelle stupide e trite frasi da assessore: “ritorno di immagine”, “accoglienza turistica”, “turismo culturale”.
p.s. negli alberghi di Roseto non c’era cartolina, programma, manifesto, informazione circa la manifestazione Castellarte di Montepagano. Sarebbe bello per i “bagnanti”, la sera, salire sul borgo, più fresco e ventilato. Ma chi li informa? La grandezza dimentica la semplicità.
