Archivio di luglio 2007

Deputato cattolico

martedì, 31 luglio 2007

suonatore

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«Ma lei, quella notte aveva assunto cocaina?»
«Io la coca non l’ho vista, magari se l’ho presa l’ho fatto senza vederla, la ragazza mi aveva bendato, sa, un gioco.»
«Ha fatto del sesso?»
«Se ho fatto del sesso non l’ho visto, non ricordo bene.»
«Ma le ragazze erano due o una sola?»
«Forse due, non ricordo, sa io queste cose non le faccio mai, è stata un’avventurina estiva, cosa vuole.»
«Con quali soldi ha pagato la coca, le ragazze e l’Hotel?»
«Cosa vuole dire, non capisco.»
«Lei è un parlamentare, ha pagato con lo stipendio che le passa il cittadino contribuente?»
«Mi scusi, ma lei è un tantino moralista.»
«E lei un tantino sporcaccino, o no?»
«Guardi lo fanno tutti, almeno io sono onesto e lo dico, dovrebbero premiarmi per questo.»
«In famiglia che dicono?»
«Passo loro diecimila euri al mese, vorrei vedere.»
«Pensa di dimettersi?»
«Dal partito sì, da parlamentare no, sa la pensione, con tutta la fatica che ho fatto per arrivare.»
«Per arrivare dove, in Hotel?»
«Lei non può capire cosa ho dovuto ingoiare io per uno scranno.»
«Coca?»
«Adesso però lei esagera.»
«Ultima domanda, ha fatto sesso orale?»
«Io non l’ho visto.»

Il mostro

lunedì, 30 luglio 2007

spiaggia

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Il mostro ha circa sette-otto anni e indossa un bikini rosa. Mentre parla al cellulare passa in rassegna tutte le posture e i movimenti degli adulti: cammina formando un piccolo cerchio, fa una sosta e smuove la sabbia e qualche sassolino con il suo piedino smaltato, fissa un punto lontano o ti guarda vacuamente come tu fossi una sdraio, rotea su se stessa come davanti allo specchio, giocherella pensosa con una ciocca dei suoi capelli biondi. Quando il mostro conclude la telefonata resta immobile a fissare il suo apparecchio, digitando qualche tasto o leggere messaggi. Poi il robot torna annoiato sotto l’ombrellone rispondendo no a tutte le proposte alimentari che mamma mostro elenca. Si rannicchia nella sua seggiola e scivola nel “risparmio energia”. Squilla il cellulare con una musica allucinante ed il robot esce dallo stand by: «Milly? No, sto con mia madre, che palle, non ha ancora capito che faccio la settimana della frutta, ti richiamo dopo il bagno, oppure chiama tu che mi ricarichi, ciao ciao, ricordati, a mezzogiorno ci vediamo al 16».

L’estate

sabato, 28 luglio 2007

oietre

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Guido abitava in una delle strade più eleganti ed enigmatiche della città gioiosa. Le case, non più di tre piani, erano arretrate rispetto alla strada, con gli ingressi resi più umbratili da palme nane, magnolie e pini marittimi che ne raddoppiavano la sequenza presente per tutto il viale. Qui abitavano esseri plasmati con altre sostanze biologiche e con movenze da semidei.
Oltre i bassi muretti vedevi a terra un paio di pattini a rotelle lasciati in fretta per entrare in un nuovo capitolo della vita giocosa, una coppia di biciclette di sesso diverso stremate da infaticabili pedalate che si sfiorano piantate sui loro cavalletti, i primi motorini lucidi e gialli, un telo da mare, caduto forse dal primo terrazzo, striato di blu e azzurro che se anche lo compri uguale sai che non potrai mai comprare tutte le storie che quel telo contiene; poi la sabbia del mare che avverti tra le fessure delle piatte e serene lastre di pietra degli ombrosi cortili, la sabbia di quella stagione, di quel mare a due passi, a est, proprio dietro la casa di Guido. Lo invidiavo per questi odori estivi che queste case conservavano restituendole ai corpi, la salsedine forte che ti rimane addosso la sera sotto il golfino blu. Lo invidiavo perché lui aveva accarezzato, prima di me, prima della sua follia, la peluria bionda di una pelle abbronzata ed era felicemente immerso in questo mondo di geometrie perfette.

Aforismi estivi

venerdì, 27 luglio 2007

giostra

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Le donne non ti lasciano mai lo spazio dopo una virgola.

L’errore brucia di più a chi pensa.

La tua città è il luogo del risentimento.

Il mondo è abbastanza vasto per starsene tranquillamente fermi.

Le magre diventeranno dei cessi
le grasse angeli
le bionde calve
la cellulite ci ecciterà
gli assessori spariranno

Le puttane di lusso sono come i topi:
lasciano la nave dei mariti ricchi quando questa affonda.

Le minorenni non esistono più.
Restano però i pedofili.

Il culo della donna ha fatto sparire la testa.

In vacanza si muore prima.

Partorire a Rimini è di moda.

I becchini chiedono di essere pagati in “nero”.

L’estate, in genere, tutto è più atroce.

I turisti vanno e vengono,
le depressioni vengono e ci rimangono.

Il vero potere consiste nel viaggiare in autostrada
mantenendo trenta metri di distanza di sicurezza.

Si spera che chi guida a folle velocità
sia donatore di organi.

Le sabbiature sono nuove forme di sepoltura.

In estate le badanti si sentono insicure.

Le persone indecise purtroppo decidono anche per te.

Il caldo e le pensioni

giovedì, 26 luglio 2007

carretto

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Gli anziani, prima o poi, muoiono, com’è naturale. Ma il caldo di questi giorni accellera i decessi e forse qualche cinico al governo, o all’INPS, si frega le mani, sperando nella “soluzione francese”, come nell’estate del 2003.
Quando gli anziani muoiono, a causa del caldo, pare non ci siano responsabilità, non ci siano colpe; forse la colpa è la loro che si ostinano a vivere da anziani. Morire da solo non puoi, per paradosso sei condannato a vivere a soffrire e a far soffrire chi ti è vicino e di testamento biologico da queste parti neanche a parlarne. Ma chi è l’anziano? Io, tu.
In una società che ha riproposto ferocemente le classi (i belli e giovani, i bambini e i minori, i grassi e i magri, le bionde e le more) gli anziani sono il sottoproletariato, al cui interno ci sono quei “fortunati” che vengono gettati a corpo morto sulle famiglie, sui figli, quasi sempre le figlie. Se abbiamo un ministro per la famiglia è perchè le istituzioni e lo Stato si disinteressano degli anziani in quanto ci pensa la famiglia, il motore economico italiano, che assorbe tutto. La famiglia è sacra, a destra, al centro, a sinistra.
La morte è tabù, siamo proiettati verso l’immortalità e l’eterna bellezza (il nuovo razzismo nazista e la nuova razza ariana), di conseguenza l’anziano è presenza laterale e fastidiosa.
Io, tu, saremo prima o poi fastidiosi.
Con la morte dell’anziano ci guadagnano l’INPS i becchini e il bilancio comunale.

Vita

martedì, 24 luglio 2007

le vite

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Le nostre vite sono appese a paroline scalini scaloni tesoretto o alle zuffe estive nel pollaio accaldato del governo esterefatti osserviamo i nostri destini le nostre vite quei pochi gradini dell’esistenza ancora da consumare o quelli ancora tutti intonsi di chi si accinge a salire rigettato indietro con sadici scherzetti tutto messo in gioco da queste personcine così banali così trite e conformiste magnaccia della storia mangiapaneatradimento papponi della vita vera personcine stronzettine venute su da feroci “revanchismi” sociali e deliri di onnipotenza coltivati sin da giovinetti in umide periferiche lontanissime dadaiste e nebbiose sezioni di partito o canoniche o sagrestie in odore di innominabili cose e cosette sacrificando sesso piaceri divertimento arte cultura e che ora frugano nella nostra più intima vita privata persino sul nostro biologico dettando legge su cose a loro sconosciute persino la cultura financo la poesia ma suggerite all’orecchio da ineffabili esperti assoldati perchè le personcine in questione nulla sanno della nuda vita ci ritroviamo incastrati dalla mascella della “mamma la Turco!” o da un due per cento di voto degli italiani qui ma come all’estero che ci ricatta o da un ministro dei trasporti serafico fighetto grigione classico barba laconico io la so lunga mezza età chi lo conosce che si preoccupa più di autotrasporto e palloncini per i test dell’alcol che dell’inferno del viaggiare in questo paese che ti assilla con la mobilità ed il dinamismo ma con tre ore di ritardo le morti in autostrada l’annuncio medievale delle tre corsie e poi l’uno ruba il mestiere all’altro e annuncia iniziative allarmistiche che furbescamente non costano nulla ma vanno nella loro tv che non guarda più nessuno se non la parte arcaica ma loro giocano per la stagione e loro poi non sudano mai altra razza con i cravattoni e la giacca geneticamente non modificabili si fanno intervistare sotto il martello del sole e il faretto telegenetico e neanche una goccetta di sudore altra pasta corporea mostri davvero di un governo il più sanzionatorio e prescrittivo e procedurale e ansiogeno e falsamente moralista con la verità in tasca anzi nello zainetto che io tu noi voi si ricordi.

Luoghi

lunedì, 23 luglio 2007

toscana

C’è una parte della Toscana meno nota, una campagna che sino a trent’anni fa era molto depressa e povera, andandosi a spopolare spingendo contadini e artigiani a trovare lavoro al Nord e oltr’alpe, lasciando disabitati caseggiati di pietra oggi ancora in buono stato e restaurate con semplicità, lasciandovi l’impronta trecentesca e quattrocentesca. Ci sono piccole mandrie ordinate che pascolano beatamente, magre e sane, puoi andare a cavallo se vuoi e se ti va di nuotare c’è la piscina, boschi fitti per passeggiare, lunghi sentieri tra i campi di foraggio per correre, querce e faggi secolari per riposarti all’ombra; a due chilometri c’è il paese e la sera, se ne hai voglia, puoi andare a berti qualcosa in un bar-pizzeria sotto i faggi, un posto tranquillo frequentato dai locali e con pochi turisti, qui puoi chiedere un Jack Daniel’s liscio e te lo porteranno sempre con ghiaccio e non puoi farci niente; ci puoi venire a piedi o in bicicletta se ti piacciono le salite; se non ti va di mangiar sempre fuori la cucina è grande e attrezzata, con un bel tavolo al centro con le sue sei sedie impagliate, una credenza del Cinquanta con dentro tutto quello che ti serve per cucinare.
Puoi farti una pasta crudaiola con i pomodori freschi tagliati a pezzettini insieme alla mozzarella, un po’ d’olio d’oliva e qualche foglia di basilico.
Puoi mettere lì sul tavolo, coperto con un tovagliolo, un bel pezzo di formaggio di fossa che ti vai a tagliare quando ti viene voglia e lo mandi giù con qualche sorsata di rosso ma, niente di speciale, niente di fenomenale, un vino normale, non siamo nel patinato e americano Chianti.
Qui tutto è più antico ma nessuno te lo fa pesare.
Se non vuoi far nulla questo posto è l’ideale per non far nulla, cominci a oziare ma poi raccogli qualche mela e pera caduti dall’albero e li ordini sul ripiano di pietra sotto l’ulivo davanti la casa, poi decidi di dare un poco di acqua alle rose assetate che si appoggiano sul muro di pietra dell’ingresso o scardini il vecchio portellone della legnaia decidendo di dargli una riassettata, vai in Paese a comprare stucco, vernice, carta smeriglia, spatola, ti metti a lavorare; l’ozio diventa lavoro senza che tu te ne accorga e ti ritrovi a ripetere i gesti di qualche tuo antenato.
La tua camera da letto e la stanza all’ingresso con il grande camino sono esposte ad ovest; puoi svegliarti e lavorare al fresco. Al mattino, guardando verso Firenze, puoi capire come andrà la giornata, se il brutto non viene da lì la pioggia gira sui paesi vicini lasciandoti all’asciutto.
Quando passeggerai nel bosco, con il caldo che ogni anno aumenta incredibilmente, sarai attaccato dagli insetti, guardati dal tafano, la mosca cavallina, che potrebbe rovinare la tua pelle e sicuramente resterai affascinato dagli incredibili progetti di ragnatele che velano il bosco chiedendoti anche tu se per caso questa bava cristallina dei ragni non sia eccessiva, sproporzionata allo scopo, come se questi animaletti fossero impazziti cercando di segnalarci qualcosa.
La notte, le stelle ed i grilli sono tutti per te e c’è tanto fresco che potresti sentire persino freddo in agosto mentre altrove si frigge.
La casa si trova su di un magnifico poggeto che si scopre da un vialetto che, almeno inizialmente, pare introdurti nella densa boscaglia.
Ad un’ora di auto puoi visitare luoghi sacri, ove sassi e pietre sono animate da energie positive, puoi toccare o sdraiarti sul giaciglio di pietra di Francesco, ti ci puoi strofinare se vuoi, assimilando nel corpo tutto il buono di questo grande Santo.
La pietra per Lui si è fatta casa corporea salvandolo dagli attacchi forsennati del Demonio che lo spingeva nel precipizio. La dura pietra si è come aperta, come svuotata, modellandosi al corpo di Francesco, sigillandolo e salvandolo dal male aggressivo del demoniaco.
Potresti accorgerti che l’inanimato ha anima e discernimento.

Il gobbo di Bartolini e il mongoloide di De Dominicis

venerdì, 20 luglio 2007

il gobbo

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Si torna sempre volentieri al Museo Poldi Pezzoli, in via Manzoni a Milano, in quelle mattine di ozio aborrito dai milanesi non più lombardi, vissuto clandestinamente o appena mascherato dalla solita capatina da Armani, tanto per rinfrescarsi, uscendone con la bella sportina con un libro dentro che ci salva dall’identità pericolosa del turista, per giunta non-giapponese.
Quando Alberto Savinio visita questo museo, consigliatogli da un amico in quanto “museo degli orrori”, di stranezze e stramberie, si accorge subito che questa galleria privata è tra i più bei musei d’Europa.
Dopo sessantaquattro anni mi trovo anch’io qui, per l’ennesima volta, davanti alla scultura di Lorenzo Bartolini, la “Fiducia in Dio”, commissionatagli dalla madre del fondatore di questo museo, Rosa Trivulzio, vedova Poldi.
Di fronte a questa perfezione scultorea, che per Savinio arriva fino alla soglia della banalità ma non la supera, mi torna alla mente un’immagine opposta (ma lo scultore non sarebbe d’accordo sull’uso di questo termine): il gobbo e la sua ben nota storia.
Nel 1839 Lorenzo Bartolini viene nominato Maestro di scultura presso la fiorentina Accademia di Belle Arti in un clima di ostilità accademica che il suo comportamento, i suoi metodi di insegnamento, le sue posizioni politiche e religiose, oltre naturalmente al suo bel caratterino, trasformano molto presto in guerra aperta accompagnata da pericolose rappresaglie.
Come spesso accade, in tanti artisti di valore, l’avversione e l’odio aperto non fanno che alimentare il furore polemico mentre fama e creatività non possono che guadagnarci.
Tra veneri e apolli Bartolini pose nella Sala del nudo, quale modello per gli allievi, un gobbo. Questo gesto memorabile viene in genere menzionato come la “lezione del 1840” (Mario Tinti).
Bartolini dovette compiacersi molto del gesto, e delle furibonde reazioni del mondo accademico che ne seguirono, tanto che fece eseguire ad un suo allievo, il Giavazzi, un “logo”, un simbolo araldico in bassorilievo, e successivamente un sigillo, che l’artista utilizzava per le sue lettere.
Il gobbo barbuto, nudo, con il capo coperto da un elmo guerriero, strangola il serpente accademico con la testa d’asino, mentre l’altra mano brandisce uno specchio, simbolo della verità della natura.
Bartolini voleva il ricordo dell’impresa un po’ ovunque, anche nel suo giardino, e lo fece riprodurre in forma di stele con una dicitura e la sua grafia: Lezione del 1840: Tutta la natura è bella – Relativa al soggetto da trattarsi – E chi sa copiare – Tutto saprà fare. – L. Bartolini – Statuario.
Le teste asinine, che urlano allo scandalo e fanno fruttare l’arte, le ritroviamo in compagnia di un altro artista, che effettua un gesto simile a quello di Lorenzo Bartolini 132 anni dopo, Gino de Domincis.
Nella Biennale di Venezia del 1972 (Arte e Comportamento) l’artista espone un mongoloide in carne ed ossa (oggi più “correttamente” diremmo down).
Tradizione e continuità dell’arte coesistono insieme alla reattività asinina, pur sempre la stessa, nonostante i secoli.

I trasalimenti a Montepagano

mercoledì, 18 luglio 2007

libro

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Lo avevamo annunciato, siamo tornati a Montepagano (Roseto degli Abruzzi), il 15 luglio, in occasione di Trasalimenti, la rassegna d’arte voluta da Gabriele Di Pietro (quest’anno un uomo da prestazioni quasi eroiche) che in questo borgo medievale riprende un suo discorso, ma fedele alle precedenti edizioni.
Al viaggiatore che arriva qui al tramonto, in questa domenica estiva, viene proposta una sintesi paesaggistica dell’Abruzzo difficile da trovare in altri luoghi. Il “trasalimento”, in questo caso, attiene alla possibilità di percepire contemporaneamente il massiccio montuoso del Gran Sasso d’Italia e la distesa dell’Adriatico.
Montepagano è questa sinèddoche abruzzese. Non fa da cornice all’arte ma, al contrario, l’arte in qualche modo incornicia il luogo, già forte di suo.
Infatti, dopo aver visitato la bellissima esposizione di Fabio Mauri nelle sale del Palazzo Mezzopreti (che meriterebbe un decisivo e oculato restauro) troviamo l’artista seduto su un gradino di pietra, con un bicchiere di Montepulciano d’Abruzzo, con i suoi amici, a scrutare le luci notturne dell’Adriatico, un mare a lui caro, avendo vissuto a Rimini in fasi alterne della sua vita. Non credo che il suo mare fosse quello di Fregene.
Poi gli altri artisti, gli omaggi a scomparsi e sopravvissuti, le soffitte resuscitate, nicchie e anfratti sapientemente illuminati tra viuzze magiche che lo stesso residente vede con occhi nuovi, rimescolavano plasticamente lo spazio quotidiano con nuove vocazioni scenografiche.

fabio

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Cosa può accadere a questo punto?
Potrebbe accadere che la mostruosità politica, divorante, parassita, protagonista di una sola stagione (la sua), ruba la scena a chi lavora sentendosi narcisisticamente artista essa stessa, pur partendo dal nulla, e possa poi devastare la leggerezza di un luogo e trasformarlo in una sua creatura elettorale manipolatoria. In queste latitudini c’è una perenne, eterna, infaticabile campagna elettorale, una enorme mangiatoia.

Potrebbe accadere che i piccoli dormienti commercianti si accorgano che la cultura si avvicina, non sapendo né da dove proviene né di cosa si tratta, e immediatamente triplicano il prezzo di una robina che sino a qualche giorno fa era abbordabile.

Potrebbe accadere, italianamente, che una momentanea fibrillazione dopo una sopravvivenza modesta accenda velleitarismi d’occasione, mitomanie da quattro soldi per anni macerate nella claustrofobia intramuros.
Potrebbe accadere di rovinare tutto, potrebbe accadere un suicidio collettivo preceduto da una breve estasi opportunistica che apre poi alla decontrazione del muscolo, che non ha poi prodotto nulla, se non qualche euro in più, in una breve fiammata da ricordare negli annali da bar.
Montepagano, come tanti borghi residuali d’Italia, vive questo lamellare confine, pericoloso, tra la lateralità poetica (abbastanza sconosciuta agli abruzzesi stessi) e l’essere gettati nella ribalta (masticata dal consumismo cultural-turistico che i politici, patologicamente narcisisti, cavalcano).
Diceva Henri Michaux: “è quando corri che i parassiti aumentano”.

Al ritorno era inevitale acquistare del vino Montepulciano, da condividere poi con gli amici in una serata estiva. L’azienda Mazzarosa Devincenzi, tra Roseto e Giulianova, fa al caso nostro, per i prezzi e per la più che accettabile qualità. Qui c’è un po’ di Toscana, la cantina è ottocentesca e dall’altra parte della strada c’è la casa padronale, intatta, immersa tra pini marittimi, che qui dominano il paesaggio, palme e bouganville a cascata, e verso il mare si intuiscono i tamerici. Per l’epoca questa cantina era all’avanguardia: ascensore ad acqua per il trasporto delle uve ai piani superiori, coibentazione per la stabilità della temperatura, carrelli con rotaie. Devincenzi fu ministro dell’agricoltura, industria e commercio durante il Regno d’Italia, dal 1871 al 1874.
In fondo, iniziando dal viticoltore Cavour, è possibile tracciare una storia d’Italia attraverso la storia del vino: le relazioni diplomatiche dei vitigni, i sistemi di allevamento della vite guardando la Francia e l’Inghilterra, l’esposizione strategica, qui in genere Sud, Sud-Ovest.
Mentre il giorno prima a Montepagano i politici, indifferenti all’arte, vagheggiavano di nuove autostrade e forse di nuovi megalattici centri commerciali, ci troviamo oggi in questa secolare azienda che lascia intuire che Toscana è anche qui, volendo. Forse anche un pochino di Bretagna, di Provenza, di piccola Europa, chissà.
Quando Azeglio Ciampi venne in Abruzzo per incontrare gli imprenditori si arrabbiò molto ascoltanto gli sviluppi della sagra della ventricina ed altri localismi asfittici e da toscano, genuinamente irascibile, invitò tutti a guardare oltre il proprio naso, a volare alto, a guardare l’Europa. Mentre carico in macchina le bottiglie del vino Cerasuolo, color ciliegia, 13 gradi, secco ma aromatizzato come da frutta fresca e che fuori da questi confini non riesci a bere da nessuna parte dio bono! mi chiedo dove potrebbe essere l’Europa se non partendo dalla tecnologia e l’intelligenza della fine Ottocento, anni cruciali per noi, che abbiamo davanti agli occhi in questa cantina-museo. Forse erano uomini sicuramente migliori di questa odierna classe di parassiti onnipotenti che con le loro meschinerie e schizofreniche manie di grandezza ricicla solo se stessa, non costruisce nulla e odia la miniatura della vita quotidiana. E, soprattutto, non capisce nulla di arte se non in quelle stupide e trite frasi da assessore: “ritorno di immagine”, “accoglienza turistica”, “turismo culturale”.

p.s. negli alberghi di Roseto non c’era cartolina, programma, manifesto, informazione circa la manifestazione Castellarte di Montepagano. Sarebbe bello per i “bagnanti”, la sera, salire sul borgo, più fresco e ventilato. Ma chi li informa? La grandezza dimentica la semplicità.

paese di notte

La famiglia abruzzese

lunedì, 16 luglio 2007

sassi

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Me ne stavo l’inverno a studiare, in lunghi pomeriggi, sotto lo sguardo della nonna ad ascoltare i suoi intermittenti racconti del marito morto e della di lui famiglia di giocatori d’azzardo e di gran puttanieri.
Immaginavo lì sul tavolo da gioco, in qualche villa vetusta del solito barone decaduto, forse nella sbrecciata foresteria, o addirittura in cucina, con la cuccuma del caffè instancabile sopra i dischi concentrici della stufa, con le serve assonnate a portata di mano da palpare, sotto il cono di luce di pochi watts per risparmiare, immaginavo dicevo una serie di spostamenti non di cambiali e pagherò ma di miniature di case con terreno annesso che si affacciavano sul basso Adriatico anch’esso miniaturizzato, con il colore blu e qualche triglia guizzante, così come li coloravo nelle mie ricerche di geografia per il maestro Rosa.
Un fantasma di croupier spostava con la sua palettina pezzi di collina coltivata a vigna, appartamenti nella città del retroterra, lembi di spiaggia con rovina, spuntoni di rocche immemori abbarbicate su grigi calanchi instabili, tutto in piccola scala e realizzati da bravi maquettisti iperrealisti.
I calessi parcheggiati sull’aia che sfiorava la spiaggia, sotto tamerici e pini sghembi, erano anch’essi messi in gioco sul tavolaccio di rovere ove si animavano architetture e paesaggi monchi, mitologie proprietarie diluite da fiumi di sperma, di figli illeggittimi, di serve infilzate da abortivi lunghi sporchi ferri da calza.
Immaginavo donne sveglie al mattino che si ritrovavano senza più casa e terreno, nemmeno quell’orticello conquistato con la schiena piegata sino a ottant’anni, quel quadricciattolo di basilico e pomodori, zucchine e finocchio che se te lo tolgono muori e poi dicono che sei morta nel sonno tranquilla e invece per tutta la notte ti rivoltavi perché ti avevano espropriato la vita stessa.
Uomini che andavano avanti con fiaschi di vino e ozio, chiavate alle serve e alle loro figlie allampanate e ammaestrate a seghe e pompini, con mogli sorelle nonne bisnonne zie prozie nipoti figlie a tirarti fuori dal letame in cui cadi sbronzo e ripulito dal gioco.

I nostri morti

venerdì, 13 luglio 2007

cervia

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I morti ci parlano? E, soprattutto, sono più buoni che da vivi?
Provatevi voi a rispondere a simili difficili domande.
Alla prima domanda io risponderei affermativamente.
Naturalmente non parlano la nostra stessa lingua e non in maniera diretta. Bisogna tener presente poi che la maggior parte dei morti sono timidi e un pò complessati e le loro strategie di avvicinamento sono sempre un pò farraginose ed infantili.
Se andiamo di fretta e siamo con altra gente non se ne parla nemmeno che essi comunichino con noi e poichè vogliono uno spazio tutto loro, ed essere al centro di molta attenzione, appunto come i bambini, se ne stanno lontano in attesa del momento buono.
Quando essi ci parlano ce ne accorgiamo immediatamente ed i segnali possono essere tra i più disparati. Ad esempio un brividino leggero dietro alla schiena, oppure l’apparizione di un oggetto dimenticato che si mette all’improvviso in evidenza, uno strano scompiglìo nella soffitta o in cantina a seconda delle preferenze ora aeree e ora viscerali di queste anime viaggiatrici.
Quando incorniciamo un loro ritratto nella nostra casa o erigiamo una lapide nella città dei morti o, per i più prestigiosi, addirittura un monumento, essi cominciano ad accasarsi e trovano in questi luoghi un ritrovo, vengono di tanto in tanto e vi aleggiano sopra, si danno appuntamento con altri loro amici defunti, vantandosi dei nostri omaggi, ricambiandoci con la loro protezione.
Volano sempre, anche sotto la pioggia, perché le anime sono fatte d’aria. Può bagnarsi l’aria?
Noi forse non lo sappiamo ma la mano che spesso ci solleva dalle nostre fosse esistenziali è la loro. Il loro aiuto, come la loro protezione, viene elargita con parsimonia.
La loro efficacia trova il vero successo quando le nostre risorse individuali ed autonome vengono meno e ci avvicianiamo a quel confine lamellare che ci separa da loro, quando siamo più vicini a loro da vivi. E’ allora che sentiamo il loro fiato, e loro il nostro. E’ il confine il punto d’incontro.
Attribuiamo spesso alla fortuna o ai miracoli simili accadimenti ma in realtà sono loro che, con grande sforzo, mettendo in atto indescrivibili energie, spostano, seppure leggermente, il percorso del nostro destino.
Dunque essi sono buoni?
Andiamoci cauti.
Prima di tutto essi devono superare la grande invidia che hanno per noi vivi, come gli dei di una volta per i mortali.
Invidiano la nostra finitezza.
Ci considerano stupidi perché dall’alto dei loro svolazzi sanno tutto, ed è facile per loro, ma nello stesso tempo sono in preda a desideri mimetici fortissimi. Per fortuna viene impedito loro che questa mimesi irriducibile si trasformi in vera e propria cattiveria e caos, a parte alcuni casi incredibili di maleficio che forse andrebbero presi in considerazione.
Se i morti erano inevoluti da vivi molto spesso vi rimangono anche da morti.
Ma molti di loro superano l’invidia per la nostra seppur stupida sostanza vitale e diventano buoni, saggi, persino più intelligenti di quanto lo fossero prima del trapasso.
Se essi sono cattivi con noi vuol dire che è la nostra accoglienza cattiva.
Se rivolgiamo loro i nostri pensieri e se nella lapide della memoria scolpiamo parole giuste, ospitali e pacificanti, essi massageranno il nostro corpo e la nostra mente con le intenzioni più bonificanti.

Il lato B

lunedì, 9 luglio 2007

rock

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Ci fu un giorno in cui scoprii il famoso lato B.
Mettevo su continuamente gli stessi famosi 45 giri e sempre dallo stesso lato, il lato A.
Ad un certo punto provai ad ascoltare il retro, che presentava canzoni particolari e diverse, forse più sperimentali e a volte in forte contraddizione con il suo lato maggiore.
Capii che ogni disco si presentava in due facce.
Il lato minore delle cose, il suo lato B, è sempre una rivelazione e ne tenni conto anche per la vita futura, anche se devo ammettere che non sempre mi è servito.

Il brodetto di pesce

venerdì, 6 luglio 2007

totem2

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Un pomeriggio in cui mi sbattevo tra la cucina il salotto e il bagno non sapendo che farmene di me dei miei anni insignificanti del mio tempo del mio suicidio fallito e di tutto il resto del mondo fui testimone di una discussione durata ore sul brodetto di pesce, insomma con tutti i miei problemi e il mio nulla da fare queste donne, insieme a mia nonna, se ne stavano lì a cucire e a lavorare all’uncinetto, neanche fossero in un bow-window viennese, a disquisire sul brodetto ed io dovevo sorbirmi tutto.
– Eh no! Lo scorfano ci vuole, che importa se è brutto, puoi anche non mangiarlo ma dà il sapore, che brodetto è se non ci metti lo scorfano. Ma dove lo trovi lo scorfano? Ah ma io i fratelli li tradisco qualche volta, viene pure quel carretto la mattina presto no? Io lo scorfano lo prendo dal pescatore e anche se i fratelli Nunzio mi vedono non me ne importa, mio marito senza lo scorfano il brodetto non lo mangia. Quanto pomodoro usi? No no niente pomodoro mio marito lo vuole tipo guazzetto magari con qualche pezzo di patata, praticamente in bianco. Io lo faccio con il pomodoro a pezzetti, pelati Cirio. Pelati Cirio? Ma il pomodoro deve essere fresco, spellato e tagliato a pezzetti, lo compro da Olimpia, lo friggo insieme all’aglio e al prezzemolo e poi butto giù il pesce.
Il pesce tutto insieme? Ma il pesce non puoi metterlo tutto insieme, prima quello a cottura lunga e poi alla fine le paparazze e le cozze. No non è così, prima metti il pesce a cottura lunga poi lo togli e cuoci il resto che poi di nuovo togli e alla fine rimetti tutto e fai cuocere appena appena e poi metti il prezzemolo se magari avanza un po’ di sugo il giorno dopo ci faccio due linguine. Il prezzemolo fresco dopo? Sì il prezzemolo non va cotto insieme al sughetto va messo alla fine fa più aroma. Il peperoncino lo usi verde o rosso? Quello verde è più piccante ma fa un po’ amaro pensa che mio figlio grande il peperoncino lo tiene vicino al piatto e lo morde mentre mangia. Il pane abbruscato ce lo metti? Sì, però lo lascio più a mollo nel sugo perché mio marito con la dentiera nuova ha dei problemi. L’aglio però poi dopo puzza se lo mangi.
Può darsi, ma se lo mangiano tutti non se ne accorge nessuno.

Sofferenza a Fellinia

giovedì, 5 luglio 2007

totem

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Siamo al pronto soccorso dell’ospedale di Fellinia, in una mattina di un giorno estivo qualsiasi, non di un fine settimana (per fortuna); un giorno qualunque ove un milione e mezzo di persone circolano variamente in questa capitale del divertimento e della gioia. A fine estate gli amministratori-teatranti urleranno di gioia, contandone sei o sette milioni.
Là fuori le notti rosa e la vacanza, qui invece si soffre e si viene per essere assistiti, aiutati, alleviati, risanati.
Su dieci donne che tra qualche ora dovrà partorire otto sono turiste, venute qui in vacanza al nono mese, forse con auspici anagrafici tutti da decifrare.
Già si narrano saghe ove nella famosa notte rosa donne abbiano partorito nei prati.
L’ottimo personale medico e paramedico ti fa capire che solo le risorse umane, e professionali, riescono miracolosamente e generosamente a far funzionare una macchina che altrimenti potrebbe implodere da un momento all’altro.
Lo stesso spazio fisico è inadeguato: i corpi, distesi nelle lettighe, sono esposti allo sguardo, offesi nella loro dignità e nel loro privato più intimo.
Vedi un conoscente, ora fragile ed indifeso; gravi e meno gravi si alternano in uno spostamento continuo nel corridoio di pochi metri quadri tra intrecci di flebo tra familiari accusati di ostruire il passaggio e di ostacolare il lavoro sanitario.
Ma questi familiari sono lì per provvedere ad uno stato di necessità elementare: acqua, una bibita zuccherata, una coperta, spostare autonomamente un letto mobile per allontanarlo da una corrente d’aria, assistenza psicologica, conforto durante le lunghe ore di attesa, cinque, sei ore, e qualcuno preferisce andar via non potendone più.
Questa macchina parallela riesce a fatica a funzionare, così come continua a funzionare quella del piacere, la grande Fellinia a poche centinaia di metri da qui.
Questo pronto soccorso non è in grado di accogliere la città del dolore, è, oltre ogni evidenza, assolutamente inadeguato. È come un fortilizio in miniatura che osa fronteggiare una megalopoli vera e potenziale che lievita in questi mesi estivi.
Sapere che ogni giorno, ogni notte, si possa dire: “anche oggi ce l’abbiamo fatta” (vale per un turno) non è confortevole, ma è solo il linguaggio autosalvifico e parziale di una emergenza dopo ventiquattro ore di emergenze ormai quasi incontenibili.
Qui non siamo in un luogo ove vige l’armonizzazione e la razionalità, ma in quello del limite, del border-line, ove si congiungono le fatiche dei medici degli infermieri e di tutti gli altri (tutti quelli che ti “salvano”, indipendentemente dalla qualifica) e la estenuante attesa dei sofferenti, soprattutto gli anziani, insomma noi, io, tu; tutti siamo anziani, è solo un problema temporale.
Alla città del piacere, che accoglie turisticamente il buco del culo del mondo, non corrisponde una adeguata accoglienza del dolore.
Siamo in un luogo, stamattina, che rappresenta la nostra verità, nuda, reale, nera, dura, secca.
Da questa postazione, ne siamo certi, tutto è così poco rosa!

Surplace

lunedì, 2 luglio 2007

cielo2

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Astratte e rigorose geometrie si proiettavano ortogonalmente sui campi vuoti. Non un segno, non una recinzione, nessuna misura sosteneva o comprovava le regole del gioco del calcio. Solo due sassi o due libri di scuola per segnare le due porte mentre per il resto era tutto a colpo d’occhio. Se la palla era fuori era fuori, non si discuteva, anche se nessuna linea bianca delimitava l’interno dall’esterno. Il corner, dopo estenuanti litigate con crolli di amicizie, veniva definito allo stesso modo, astrattamente, perché l’interno, l’appartenere ad un dentro, era sentito visceralmente.
Non c’era metà campo ma il palla a centro era la perfezione della geometria piana.
A seconda del numero dei giocatori il campo cambiava dimensioni proporzionalmente, secondo un’istintivo e ferreo sistema della sezione aurea.
Per il gioco di rubabandiera un tracciato rettilineo feriva leggermente il terreno, segno di fondazione di due mondi, di due spazi, di due gruppi umani agonisticamente uniti e contrapposti.
Al centro dei due spazi divisi, opposti ed infiniti, sulla linea terrestre, una statua umana immobile e congelata lasciava penzolare il fazzoletto da rubare. Uno dei due contendenti doveva sottrarre lo straccetto senza farsi toccare al momento della fuga per il rapido rientro nel suo gruppo.
A volte lunghi e tesi minuti di immobilità imprigionavano i due avversari che si studiavano a vicenda, mentre le mani sfioravano appena la bandiera ormai incadescente.
Questa sospensione carica di energia, questo tempo fermo ove tutto è immobile, persone campi case e tutto il resto del mondo, si chiama surplace.
Nelle gare ciclistiche si resta immobili a volte per molti minuti, non si avanza e non si retrocede. I ciclisti si studiano restando in equilibrio sulla bicicletta, ognuno osserva la tecnica dell’altro.
La velocità è contenuta nella sospensione immobile carica di tensione del surplace.
Nei campi passavamo interi pomeriggi a gareggiare con le nostre vecchie biciclette restando in surplace.
Ma questa condizione immota pronta allo scatto si estendeva anche al quotidiano, ai pomeriggi vuoti e fermi in un cielo azzurrissimo a non far niente, a ozieggiare, con i muscoli tesi pronti alla partenza, nell’attesa di qualcosa di portentoso e avventuroso, in surplace.