Archive for agosto, 2007

Journal 2

lunedì, agosto 6th, 2007

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Bretagna.

Domenica mattina a Cambourg, la città di Chateaubriand, il suo castello, piuttosto maltenuto, ancora abitato, in parte, dai suoi discendenti. Costruzione severa ed incombente sul villaggio, la cui vita da questi spalti e finestre viene vista solo dall’alto e con distacco. Il parco, in alcune sue parti, è curato distrattamente dando a tutto l’insieme un aspetto fané e rabberciato. Dentro il castello si respira un’aria cadaverica e insana. Grazie a questo luogo triste ed oppressivo abbiamo di Chateaubriand quello che abbiamo.

Pomeriggio a la plage de l’Ecluse, sotto casa: bambini impegnati al gioco in stile anni Cinquanta. Via via che il mare avanza (maree di 12 metri di altezza) distrugge i castelli e le varie costruzioni di sabbia, lasciando poi al suo ritiro qualche traccia, come di vecchie rovine. Non importa, tra qualche ora i piccoli architetti potranno ricominciare a costruire.
Al mare qui ognuno sta come vuole e come può. Spiaggia elegante e popolare insieme. Piaceva a Matisse e a Picasso. Capanni di stoffa a righe bianche e azzurre e seggiole e teli portati da casa. Si sta in costume o vestiti. Andare in spiaggia non è come da noi. Questo mare e questo clima non lo permettono. Spiaggia elastica: ora stretta e claustrofobica ed un momento dopo sconfinata per grandiose partite a pallone ed estenuanti passeggiate cinematografiche alla Igmar Bergman.

Lunedì, a Dinard, mostra di Jules Verne che soggiornò in queste coste durante le sue vacanze.
Interessantissima mostra, ed i libri, prime edizioni, magnifici. Torno bambino, ma più intelligente di com’ero. Al pomeriggio escursione nella Vallée della Romce. Un cimitero del mare: relitti di imbarcazioni insabbiate e rivestite da alghe e incrostazioni marine. Seduto tra le rovine nautiche ho visto il cormorano in attività di pesca: formidable, incroyable!

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Journal 1

domenica, agosto 5th, 2007

menir

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Verso la Bretagna.

Sosta nei pressi di Tours. Pernottamento nel “Chateau de Nobles” (Macon), castelletto molto tipico. Campagna ordinata e disseminata di vacche. Ricorda la Toscana, purchè non si nomini il vino. Atmosfera medievale, vita spartana come sanno viverla le persone ricche.

Arrivo a Dinard. Viaggio piuttosto faticoso. Il mare ha i suoi trucchi, scompare per ore seguendo il ritmo delle maree.
Dinard è tutto golfino e giubbino da velista. Molto raffinata e tranquilla. I bambini dovrebbero farci vergognare, sono tranquilli ed educati anche in spiaggia quando giocano. La casa dei nostri ospiti è piuttosto confortevole nonostante la solita farraginosità francese circa le funzionalità domestiche.

Visita a Saint-Malo. Qui Chateaubriand e la sorella si scambiavano parole misteriose ed inquietanti. La visione del mare è forte. La bassa marea scopre le rocce e in lontananza isolotti e fortezze puntellano il paesaggio marino. Un faro indica laggiù la rotta.
Dentro le mura Saint-Malo è rigorosa, austera e noiosa come i vescovi che l’hanno costruita.
La sera vien voglia di scrivere sciocchezze:

Mi accorsi che a Dinard
È vano nuotar
Scoppiò a Saint-Malo
Un amore melò
Qui manca il metrò
Perché tutto è retrò
Due volte al giorno puoi cagar
Tra il vento di Dinard
Tutti golfin
Tanti piccoli cagnolin
E schiacci tanti bei merdolin

Mattino. Dopo l’acquisto del buonissimo pane e dopo colazione un lungo giro a piedi per la costa di Dinard.
Al pomeriggio verso le Cap Fréhel. Promontorio sul mare dominato dal faro. Spettacolo straordinario. Vengono in mente le parole di Michelet: è bello sedersi vicino ai fari, sotto queste luci amiche, veri focolari della vita marina (La mer).
Qui si fa visita come ad un santuario. Nessuna cattedrale può competere con questa spettacolare architettura di rocce grigio-rosa consumate dal mare e dal vento, abitate da gabbiani e cormorani. In alcuni punti la vera vertigine, l’abîme puro.
È mancata putroppo la vista dal mare del grande faro, immaginando le vite salvate dalla sua luce.
Ancora Michelet: È importante vedere il proprio naufragio, incagliarsi in piena luce, conoscendo il luogo, le circostanze e le risorse che restano. “Gran Dio, se dobbiamo perire, facci perire nella luce.”


Aforismi di agosto

venerdì, agosto 3rd, 2007

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Non posso credere in Dio
visto che Dio non crede in me.

Aiutati che Dio non ti aiuta.

Pregare Dio è da maleducati.

In nome di Dio vanno aprendosi moderne macellerie.

Dio è momentaneamente impegnato
prova ad accedere nell’area fai da te
digitando www.diocenter.com

La strada di Dio, in fondo, rimane sempre la scorciatoia migliore.

Nelle domeniche di agosto
Dio angeli e santi vanno in ferie tutti assieme.

Non piove perché abbiamo un Dio ormai rinsecchito.

A Dio è rimasta solo la memoria breve.

Scegli Dio, zero scatti alla risposta.

Dio, però, viene dopo la penicillina.

Oggi Dio è molto insicuro.

Dio non ci salva mai, se non perchè è distratto.

Dio è invidioso.

Dio arriva a pesare venti chili.

Dio è affetto da cataratta.

Fare le cose come Dio comanda è una forma di depistaggio.

Dio fa molto vintage

Tema: La noia

mercoledì, agosto 1st, 2007

banco

Starsene sdraiati sui gradoni roventi dell’anfiteatro della pineta, nuovo e inutilizzato con le erbacce già ben pasciute tra le fessure del cemento, starsene con il libro in mano delle vacanze: Opiè, il ragazzo serparo. Lui sì che aveva le idee chiare e il destino segnato: diventare serparo, la figura più importante del paese, ripercorrere la tradizione dei padri e dei nonni, imparare a catturare i serpenti per il Santo trascinato per le strade una volta l’anno, nero e imponente avvolto dai rettili nella processione più pagana e dionisiaca mai vista.
Starsene gettati sul quel cemento ardente con la sola compagnia degli insetti e con il libro aperto sulla stessa pagina che non va avanti.
Una noia spessa e pesante, che cala dall’alto, un nulla che ti cancella i pensieri e poi te li ripresenta in una circolarità inconcludente che ti riporta sempre sullo stesso centro vuoto. Tutti gli scenari della vita che verrà si presentano davanti agli occhi e poi si vanno ad imbucare nellla cosmica pigrizia della noia che li nullifica tutti. Il surplace era uno stato di sospensione dentro una vita attiva, dentro il gioco, un’accumulatore per una successiva sfrenatezza, qui invece tutto è passivo e inerte e ti sembra di sfiorare la morte, di provocarla, quasi di desiderarla.
Fai l’orecchio al libro, la stessa pagina 22, un bianco camposanto di caratteri tipografici sbiaditi dal sole disseminato di zanzare e mosche spiaccicate, visto che alla morte tua cominci a preferire quella degli altri, tombe di formiche che hai schiacciato con il dito scrutandone l’agonia – soffre la formica? – una macchia più grande che ha fatto sparire intere frasi prodotta dalla morte di una zecca cieca e sorda che ha sbagliato bersaglio ed è caduta sul libro, richiuso e poi aperto per verificarne la fine. Così si è negoziato con la noia. Torni nella tua palazzina, Ornella, Ambra, Vanna, non ti degneranno di uno sguardo, Rosita non la vedrai più. Quest’anno non andrai neppure dagli zii e l’odore delle donne ti è precluso, è morta zia Adelaide e la casa per almeno un anno si è richiusa su se stessa, forse stanno anche digiunando. Comincio a desiderare la riapertura della scuola e quando la Signora D’Amico, scartando lentamente l’ennesima caramella alla menta che gusterà giosamente insieme alla mia interrogazione, mi chiederà come ho passato l’estate e se ho letto il libro delle vacanze io le risponderò dicendo tutta la verità che non le ho mai detto.
« No Professoressa, il libro Paravia non l’ho letto, non lo so come va a finire la storia.
Però vorrei mostrarle pagina 22. Sembra una carta geografica o una carta militare, ma su questa pagina c’è tutta la mia estate. Vede queste macchioline piccole marroncino? Sono tutte le formiche che ho ucciso.
E queste striature che attraversano la pagina che sembrano fatte da un pennino? Sono mosche, si sono trascinate per qualche centimetro depositando le loro viscere sanguinolente. Lei è stupìta, lo vedo, dalla macchia grande che coinvolge anche la pagina 21 e che ricorda le macchie di Rorschac. È una zecca, che ho schiacciato usando il libro come trappola.
Ho fatto delle ricerche in proposito. La zecca è priva di occhi e sente la sua preda solo attraverso l’olfatto. Il segnale che lo spinge all’attacco è l’acido butirrico che io emanavo abbondantemente quest’estate dai miei follicoli sebacei. Questo essere sordo e cieco sente il calore dei mammiferi ed io quel giorno ero accaldatissimo. Quando la zecca si è lasciata cadere da una foglia che era sopra la mia testa si è trovata a gustare non il mio bel sangue caldo ma, per errore cartesiano, la pagina del libro, precisamente la pagina 22. Immediatamente ho chiuso il libro seppellendoci la zecca.
Cara Professoressa la mia estate è stata l’estate della noia, vede come ho speso il mio tempo? Vede che carneficina ho fatto? Non ho studiato e non ho imparato niente. Ma lei, comprensiva e buona, da sottoterra o da sopra la terra non so dove ora si trova, mi concederà qualche mia considerazione personale. Tutta questa noia mi è stata utile per capire la mia irrilevanza in questo mondo, il male che ho fatto a queste povere creature, ma da questo fondo funebre ho mosso qualche passettino. Lei vede meglio di me come oggi si rifugge dalla noia, guai ai ragazzi che si annoiano, bisogna riempire tutto il tempo con attività nevrotiche che madri ansiose programmano al centesimo. Guai a lasciarli soli con se stessi nell’esperienza della noia.
È grazie alla noia invece che io mi sono un po’ ascoltato e conosciuto».

(dal catalogo “Trasalimenti”)