Archive for marzo, 2011

Sforacchiare il Guggenheim Museum di New York

lunedì, marzo 28th, 2011

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vario son da me stesso.je prie..

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“Quando la prima bomba atomica colpirà New York, l’edificio non verrà distrutto: Potrà volare in aria per qualche miglio, ma quando verrà giù, rimbalzerà”. Con queste parole, ci ricorda Francesco Dal Co, nel 1945 Frank Lloyd Wright illustra al pubblico newyorkese il modello della “Modern Gallery”, il Guggenheim Museum. Nell’anno del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki l’immagine evocata da Wright risulta piuttosto inquietante, oltreché bizzarra. La fiducia nelle proprie forze e capacità erano per l’architetto americano fuori discussione; l’unica architettura che si sarebbe salvata era la sua, anche perchè, secondo lui, a New York non c’era l’architettura, il suo Guggenheim sarebbe stata la prima vera opera architettonica. C’erano voluti 17 anni per portare a termine il “gigantesco portapillole”, come aveva sarcasticamente definito il Guggenheim Lewis Mumford. Da allora ad oggi bombe non sono cadute a New York, se si esclude il tremendo attentato alle due torri del Word Trade Center ritenute dai terroristi più iconiche, oltre che più “redditizie” dal punto di vista della devastazione materiale e umana.

Tuttavia, almeno virtualmente, la molla di Wright, è stata massacrata e quasi distrutta. Parliamo di cinema. Nel thriller di Tom Tykwer, “The International”, dopo una serie di vicissitudini che vede un agente dell’Interpol inseguire per mezzo mondo una grossa organizzazione criminale, le scene finali si svolgono nel Guggenheim Museum, ove si concluderà anche l’esito dell’indagine in una sparatoria forsennatta ove l’opera di Wright viene completamente sconciata a colpi di pistole automatiche e mitra. Anche la cupola viene colpita dalle raffiche di pallottole e crolla sui corpi dei criminali.

Per i cultori della religione di Wright c’è da star male nel vedere quelle immagini, mentre per i criminali, e gli agenti, quel museo è un luogo come un altro.

Tre punti Einaudi a Rimini

venerdì, marzo 18th, 2011

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antonio marchetti e 99 malattie

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La libreria Einaudi di Rimini si è spostata di alcune decine di metri, al civico 17, nella stessa via Bertola. Spazio ampio e funzionale e più disponibile ad accogliere gli incontri con gli autori, letture e altre attività, non ultime le periodiche esposizioni d’arte contemporanea che qui faranno meno fatica a competere con lo spazio dei libri. Per rimanere al 17, in questo caso il giorno del festeggiamento del 150° anno dell’unità d’Italia, la libreria ha pre-inaugurato il nuovo spazio, ormai quasi pronto, ospitando due autori einaudiani, Michela Murgia e Marcello Fois, entrambi diversamente sardi. Grande successo, grande voglia di ascoltare, di partecipare, di leggere. La città felliniana-mortifera si arricchisce di un ulteriore luogo ove esercitare il proprio esserci autentico e spontaneo, a dispetto della vacuità e distanza degli amministratori e politici impegnati tra notti rosa, capodanni, fondazioni e rifondazioni varie a colpi di cambiali in protesto. Non c’è altro modo, la città bisogna costruirsela, o una parte di essa, e difenderla con le unghie. Il pomeriggio con Murgia & Fois è scivolato via piacevolmente e non è certo mancata la politica e la polemica, nel senso etimologico alto, visto che i due scrittori si sono autodefiniti “scrittori antagonisti”. Il nervo scoperto di scrivere per una casa editrice la cui proprietà pone problemi di coscienza (un mal di denti aperto da Vito Mancuso mesi fa) non è stato affatto rimosso, anzi, ciascuno ha ribadito la propria posizione motivandola con chiarezza e onestà. Tuttavia si dovrebbe parlare più di letteratura, la propria, o quella che si ama, per evitare quella  tendenza che ormai ha preso piede nei talk-show televisivi o nelle interviste ove si parla sempre d’altro; se si è attore, regista, scrittore, pittore (raro) tutto in ogni caso si sposta nella richiesta o nel fornire opinione su tutto, e raramente si entra nello specifico di ciò che si fa, se non altro per capire di cinema, di letteratura, di arte.

Si può essere antagonista, forse,  parlando un pochino più di letteratura, e trovare in essa la forza scardinante e rivoluzionaria da contrapporre alla cultura piatta e manipolatoria del glamour. Michela Murgia ha posto una domanda molto importante, e le sono grato per questo, circa gli scrittori italiani in un confronto con gli americani. Chi narra la nostra storia così come la sanno ben narrare gli scrittori americani? Una domanda che risuonerà per lungo tempo. Lo so, avrei dovuto alzare il ditino e dire che forse Sebastiano Vassalli, anche lui einaudiano, qualcosa ha pur fatto. Forse gli americani hanno una identità e appartenenza, almeno a tavola, davanti all’annuale tacchino? Può essere!

In bocca al lupo ai nostri giovani librai.