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Arcimboldo Savinio e altre milanesità

mercoledì, aprile 6th, 2011

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Marchetti-Urbini- Mostra Arcimboldo

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Il dipinto di Savinio dal titolo Una strana famiglia, del 1947, contiene più di un motivo arcimboldesco.

In effetti, Giuseppe Arcimboldo e Alberto Savinio si ritrovano quasi insieme in questi giorni a Palazzo Reale.

Ad accompagnarci nella mostra del pittore greco-italianissimo c’è la voce di Toni Servillo che legge una selezione di brani tratti dalla ponderosa produzione saviniana (non c’è scrittore italiano per gli italiani più straniero di Savinio – scriveva Leonardo Sciascia).

Trovandomi in orario di apertura mi aggiro felicemente da solo tra le sale, affiancato costantemente dal custode con il quale cerco di condividere ad un certo punto qualche mio commento, fingendomi crudelmente più ignorante di quello che sono. Lui ben felice inizia a spiegarmi i quadri e a parlarmi di Dio. «Vede queste sfumature, son cose difficili, non sono casuali, è un dono di Dio e guardi le onde del mare e il cielo, l’artista non ha fatto tutto da solo, è aiutato da Dio, senza Dio non può fare niente». Il custode vedeva Dio dappertutto. Io ero affascinato e gli davo briglia ma fino ad un certo punto, sino al bozzetto di una piastrella pensata per la casa di Malaparte. Gli spiegai che la maiolica pavimentale era per la casa di Capri. «Ma veramente? Io sono di Napoli e a Capri ci andavo sempre, ma dov’è questa casa?»

«Lei si ricorderà, è una casa che sul tetto ha una gradinata». «Sì, quella lassù in alto, mi ricordo». Fine di Dio e nascita dell’uomo, in alcune autenticità. Non sarebbe dispiaciuto a Savinio questo teatrino. La mostra di Arcimboldo è ben curata e ben allestita, soprattutto è molto efficace la documentazione relativa all’ambiente milanese ed europeo della seconda metà del XVI secolo. Ho visto finalmente il famoso autoritratto di Giovanni Paolo Lomazzo, conosciuto come l’autoritratto in veste di Bacco, e le tempere di Jacopo Ligozzi per le splendide collezioni librarie.

Uscito dalle sale di Palazzo Reale, di Europa (quella saviniana e arcimboldesca ma anche di quella odierna) ne vedo sempre di meno a Milano, che meriterebbe di più, riacciuffando quella speranza che serpeggiava nelle pagine di Ascolto il tuo cuore città, lo splendido libro di Savinio su Milano scritto nel 1943 e pubblicato l’anno dopo, quando la città fu devastata dai bombardamenti. Nella bancarella di via dei Mercanti trovo, qualche ora dopo, la prima edizione mondadoriana di Infanzia di Nivasio Dolcemare a soli 30 euro. Tout se tient.

E il contemporaneo?

Mimmo Paladino ha riproposto tra il Museo del Novecento e Palazzo Reale la montagna di sale infilzata dagli anoressici cavalli. A Napoli, in Piazza del Plebiscito, c’era il vuoto che valorizzava l’opera; qui pare come rinsaccata e pure schiacciata dal Duomo; è una piccola montagnola, transennata, che non interagisce per nulla.

Il titolo è: “La città che sale”. Avete capito eh? Il gioco di parole di boccioniana memoria!? Non è il massimo questo titolo, lo so, ma che volete farci.

Nella Galleria Vittorio Emanuele Paladino è anche atterrato con un aereo dipinto da lui (in realtà è opera di alta carrozzeria e verniciatura). Titolo dell’opera : “Cacciatore di stelle”, alla Alan Sorrenti, suo corregionale. Cose così in genere attirano i giapponesi ma ora con i problemi che hanno se ne vedono molto di meno in Galleria.

Per gli scudi e i quadri ero distratto da una dirompente primavera ripulita da venticello alpino, non volevo perdermi questa metereologia fortunosa.

Recentemente di un certo interesse per l’arte contemporanea è la dichiarazione di Maurizio Cattelan di lasciare l’attività, in continuità “evolutiva” con quella mostra di diversi anni fa “Torno subito”. Galleria chiusa: fuori questo avviso all’ingresso. L’ennesima opera di Cattelan dopo l’allestimento mediatico della sua morte.

“The end”.

Titolo alla Mel Brooks.