Archive for giugno, 2007

La Storia

venerdì, giugno 8th, 2007

storia

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La nostra storia deve fare sempre i conti con l’idea di memoria.
Storia e memoria sono due cose diverse così com’è diversa la storia propria da quella degli altri.
Ma allo stesso tempo è difficile separare il proprio segmento esistenziale dalla linea più lunga che chiamiamo Storia. Ed è ancora più arduo inserire quella piccola parte che è, ed è stata, la nostra vita in quel lungo tratto ove eravamo non nati e, nello stesso tempo, non possiamo fare a meno di sentire una fortissima prossimità, una spaesata vicinanza.
Chi è nato negli anni Cinquanta ha compreso la guerra e le sue tristi conseguenze solo da adulto, indagandone i resti, i racconti, le rimozioni eppure un soffio separa questa nascita dal fungo atomico, dai Campi e dai Forni.
Questa insensata vicinanza, che proietta il nuovo nato con la sua culla di cenere verso il futuro, ci rimane tuttavia attaccata e prima o poi esibirà una durata più omogenea perché il tempo, quanto più tenderà a dilatarsi, renderà quel trancio di vita breve, sempre più breve, sino a farci confondere storia e memoria.
All’insensatezza si accompagna la trasfigurazione, dovuta alla non simultaneità con i quali si vivono gli eventi, ma anche all’ignoranza, a quel vago sentito dire che rende mitico o idolatrico, nel bene come nel male, ogni cosa.
La canzone cantata da Maurizio Vandelli degli Equipe 84, Auschwitz, scritta, come io seppi più tardi, da Francesco Guccini, la si ascoltava al Juke-box al mare insieme a quelle dei Beatles, dei Dik-Dik, dei Nomadi, dei Rolling Stones.
Le parole di quella canzone rimasero per anni incomprensibili ed equivocate:
“Son morto ch’ero bambino
son morto con altri cento
passato per un camino
e ora sono nel vento.”
Mi sembrava che dal camino si entrasse, come la Befana, le Fate e gli gnomi e non riuscivo a spiegarmi come si “passasse” e “si fosse nel vento”.
Ma il:
“Siamo a milioni
in polvere qui nel vento”
mi indicava chiaramente che si trattava di persone morte ma esse non rimandavano agli eventi di Auschwitz; non sapevo cosa fosse Auschwitz.
Un bel pezzo di conoscenza mancava e poi erano gli Equipe 84 a cantarla, non poteva essere così tremenda… al mare, mentre si prendeva il sole, in vacanza! Assurdo.
Eppure, la trasfigurazione che si attuava nella mia coscienza attraverso questa canzone fu autentica e necessaria, ci si avvicinava comunque al vero, come mi confermava la successiva conoscenza di adulto.
Chi è nato prima dei Cinquanta può trovare ricordi felici nel periodo fascista solo perché quelli erano gli anni della propria fanciulezza e solo un idiota può rigettare questa comprensibile, umana, verità, che comprende l’accettazione di una propria e irripetibile biografia.
Ma anche l’infanzia è irripetibile e sarebbe altrettanto da idioti rimanere inchiodati alla memoria, senza la rammemorazione e l’elaborazione dell’adulto.
Infanzia va custodita e protetta da una sentinella intelligente.
Probabilmente mai ci libereremo dal fraseggio tra storia e memoria ma con coraggio bisogna pur assaporare gli insani e ambigui piaceri del passato con gli occhi asciutti e secchi da ogni lacrima; con lucidità.

Una notte

martedì, giugno 5th, 2007

notte

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Sarà accaduto che gli odori notturni di un fine maggio, all’aperto, in un prato o in una boscaglia, prendessero il sopravvento sul corpo.
Il dionisiaco gelsomino avrà fatto rima con l’eterno femminino.
In un agosto più forte e potente l’aperto della natura sorpassava l’aperto di un corpo, rendendolo contorno, e non più protagonista.
Sarà pure accaduto che la ginnastica erotica sotto un cielo stellato e con il frusciare vociante degli alberi si sia arricchita con lo spettacolo di una insperata natura, tuttavia decentrandosi in un altro mondo, ove ci siamo sentiti osservati da un io distante, come in un palcoscenico ove allestivamo la nostra potenza, il nostro piacere, con uno sguardo più distaccato, pur partecipando all’amore appassionatamente; contando sull’esperienza, sulla “qualità” della prestazione.
Sarà dunque accaduto che pur penetrando quel corpo eravamo soli, in ascolto di altro; forse di noi stessi nel momento più inopportuno, quando l’altro era in ascolto solo di te.
Questo non ti sarà mai perdonato.
Hai tradito l’altro per ascoltare te stesso.
Potresti anche espiare a lungo questa imperdonabile colpa.

Un giorno

domenica, giugno 3rd, 2007

cielo

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Un giorno si udì come un suono di campanellino o un colpetto con le dita dato ad un bicchiere di cristallo, tin, insomma un suono magico che annunciava un cambio di scena o di regia… Tutti all’improvviso erano diventati tristi. Nelle feste da ballo, ove accompagnavo mia sorella più grande di me, i dischi che avevo il compito di mettere su erano diventati tristissimi; sui quartieri popolari era scesa una coperta funerea e melanconica che riscaldava i suoi giovani, infreddoliti all’improvviso. Qualcuno se ne stava nell’angolo lontano del soggiorno con le spalle rattrappite a fumare Gaulois ritmando con lenti movimenti della testa la canzone di Tenco:
Un giorno dopo l’altro la vita se ne va un giorno dopo l’altro la stessa vita…
Alcuni maschi si alternavano alla finestra volgendo le spalle agli altri scrutando attraverso i vetri chissà quali orizzonti lontani in attesa che una Dalida o una Jiuliette Greco si avvicinasse gli mettesse una mano sulla spalla sussurrandogli: «parliamone, non fare così», ma anche le ragazze recitavano una loro tristezza personale. Il gioco della incomunicabilità, che esse praticavano meglio, non prevedeva l’accettazione dellle nuove reti seduttive dei ragazzi così ognuno se ne stava per i fatti suoi in attesa che succedesse qualcosa senza quasi ballare più. Io mettevo i dischi e guardavo stupefatto questo strano teatro fatto di lenti movimenti e continui cambiamenti nella disposizione dei corpi tra il divano le sedie e la finestra e non capivo. Indossavano quasi tutti dei grossi maglioni, la brillantina era sparita e i capelli sembravano incolti, non ci si faceva più la barba tutti i giorni e la maggior parte di loro aveva le sopracciglia aggrottate e tristi, come se avessero perso i genitori il giorno prima o non mangiassero più da settimane con i frigoriferi svuotati di colpo, forse una carestia, il ritorno alla povertà e alle famose pezze al culo, forse la terza guerra mondiale, un’altra Hiroshima. Non si capiva.
Mentre tornavamo a casa chiesi a mia sorella perché dovevo mettere sempre quei dischi tristi e perché non si ballava più. «Non puoi capire, ci sono dei problemi, ci sono crisi esistenziali» – mi rispose aggrottando la fronte come facevano gli altri.

Vanna

venerdì, giugno 1st, 2007

game

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Nel quartiere popolare della mia infanzia, dentro il famoso palazzo-treno, ci abitava anche Vanna: l’impossibile. Splendida e inarrivabile ragazza dai capelli lunghi e castani. Il suo nome era tutto nei capelli. Se mi si chiedesse qual’è la tipica ragazza dei primi anni Sessanta risponderei: Vanna.
Anche lei, come me, veniva mandata a fare la spesa e ci incontravamo – direi che io la incontravo perché lei mi ignorava – dalla fruttivendola Olimpia (che nomi cari miei!) o da Vincenzo, dall’alimentari. Entrambi bravi ragazzi con in mano la lista della spesa.
Io aspettavo il suo turno, con le fiamme in faccia, o lei il mio, astratta e lontana. Eravamo entrambi ammirati. Allora perché non ci siamo mai parlati?
Nel quartiere ci si misurava sempre con la lotta fisica, si stava sempre a fare a botte e Vanna veniva fuori da tutto questo come il paradiso irraggiungibile.
Altra razza, altra materia corporea, congiunzione perfetta e fortunosa di geometrie genetiche irripetibili ed inquietanti per eccesso di risultato. Ecco perché me ne stavo ammutolito e pietrificato.
Il Grande Fornaio del quartiere, tra le tante varietà di pane, un giorno decise di passare alla storia sfornando questa delizia profumata e perfetta mostrandomela sotto il naso quasi ogni giorno insieme al lampeggiare del neon dello Yomo: “Yomo ogni giorno”, diceva la luminosa pubblicità. Vanna era l’impossibile impastato con l’indicibile.
Non ci siamo mai parlati io e Vanna perché ero troppo un bravo ragazzo. Quando alla fine della terza media il mio amico Quirino mi disse che Vanna si era messa con quel falso bugiardo e stronzo di Ennio, mentre contemporaneamente andava a letto con quelli più grandi, non crollò solo un mito ma, contemporaneamente, si eresse la coscienza della mia stupidità. La prima suonata di sveglia.
Le divinità amano le forme spurie, l’indifferenziato, prediligono la soglia uomo-animale e il bello si accompagna spesso con la sua sprezzatura; in quella pasta meravigliosa approntata dal Grande Fornaio io cominciavo a vedervi qualcosa che assomigliava alla lordura. Con il tempo il panificio si fece sempre più malefico sotto le spoglie del meraviglioso e del viaggio afrodisiaco e dobbiamo aspettare gli anni Settanta per una immagine più dettagliata della Gòrgone: una giovane sforacchiata dagli aghi e sdentata, con radi capelli in testa, sbattuta su un marciapiede, la cui unica realizzazione è la riappropriazione completa del suo nome: Giovanna.