Archivio di gennaio 2007

martedì, 30 gennaio 2007

Le casalinghe sono schiave con la cittadinanza romana.

In città i vecchi muoiono e non se ne accorge nessuno.
In campagna così così.

14 Febbraio. San Valentino, la festa dei morti.

Odio teneramente i miei amici.

Ministri dell’altro mondo

lunedì, 29 gennaio 2007

marte

Per il Ministro D’Alema andare in pensione dopo trentacinque anni di lavoro è agghiacciante, con variante: aberrante.

Per il Ministro Mastella la situazione nei tribunali è raccapricciante.

Per il Ministro Del Turco in alcuni ospedali la situazione è scandalosa.

Qui Pianeta Terra, mi sentite?

Tokyo Body-Art. Gonne stampate

lunedì, 29 gennaio 2007

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Una soluzione dell’immaginario, proprio e altrui.

Appuntamento

sabato, 27 gennaio 2007

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Sabato 27 Gennaio. La fretta di Dio

venerdì, 26 gennaio 2007

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Bruno Zevi si era chiesto anni fa per quale ragione Dio impiegò sei giorni a creare il mondo e il settimo si riposò (Ebraismo e architettura, Firenze 1993).
“Non era soggetto ad un lavoro a cottimo, poteva prendersela con calma, metterci magari quindici giorni, ciò che forse non sarebbe stato disutile per apportare alcuni ritocchi alla psiche dell’uomo e della donna. Oppure, visto che, in fondo, era non solo un padre eterno, ma il Padre Eterno, poteva creare il mondo, se non in ventiquatt’ore, diciamo in cinque giorni, poi “fare il ponte” allungando il week-end. Comunque ci mise del tempo, non lo creò di getto, si impegnò con fatica, altrimenti non avrebbe sentito il bisogno di riposare, elaborò il manufatto per tappe successive, cioè non partì da un a priori, da una idea preconcetta e cristallizzata. Iniziò l’opera empiricamente, senza saper bene dove andasse a finire, l’abbozzò in sei giorni, poi si fermò – e non è escluso che, vagliandola, non ne fosse troppo soddisfatto. Allora, perché non ricominciò daccapo? Sei giorni sono pochi anche per riformare il mondo, figuriamoci per crearlo: perché questa fretta?… Forse per lasciare al fruitore il compito di integrare la sua opera, di cooperare con Lui…”

Stefano Levi Della Torre ha dedicato al sabato ebraico, il giorno del “riposo”, il giorno “vuoto”, alcune riflessioni affascinanti (Mosaico, Torino 1994).
“…nel silenzio, nella pausa, nel riposo ascoltiamo la voce dialogante… Il sabato è un movimento di ritrazione che si apre. La tentazione della totalità aspira ad un mondo dove, per così dire, tutti si siano impossessati del sabato, o dove nessuno lo celebri più: un mondo fusionale che incorpora le divergenze annullandole, o le esaspera e le espelle. La vocazione alla totalità, a fondersi in un tutto unificato, è una vocazione totalitaria che nega l’universalità delle relazioni: universalità contro totalità”.

Il silenzio dialogante non si ottiene attraverso celebrazioni, tantomeno per legge.

Alfonsine

giovedì, 25 gennaio 2007

casa montiNella casa del prudentissimo Vincenzo Monti, immersa nella bruma impastata tra Ravenna e Ferrara, condita dalle immelanconite e vicine piattezze equoree di Comacchio, come si poteva entrare se non in possesso di piccole chiavi di vetro, un fagottello pieno di utensili leggeri e qualche omaggio – o doverosa memoria – a personali figure che si hanno non tanto “nell’orecchio”, ma piuttosto nell’”immaginazione” e, leopardianamente, “nel cuore in qualche modo”? Nella casa dei morti, anche se non ci piacciono, entriamo in letizia e con spirito di intimità come si conviene nella casa che vorremmo viva e, in qualche nostro mestiere, vivere. Anche da stranieri, soprattutto se stranieri.

mercoledì, 24 gennaio 2007

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Testamento biologico 24 gennaio 2007

mercoledì, 24 gennaio 2007

 Io sottoscritto, Antonio Marchetti,  in pieno possesso delle mie capacità mentali scelgo e dispongo liberamente quanto segue.In caso di malattia o lesione celebrale irreversibile e invalidante e dunque costretto a trattamenti permanenti con l’ausilio di macchine o qualsiasi sistema virtuale e artificiale che impedisca alla mia vita veramente di essere vissuta (vita relazionale), chiedo di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico, idratazione, alimentazione forzata e artificiale nel caso non potessi alimentarmi da solo.Queste volontà potranno essere revocate in qualsiasi momento da me medesimo.                                                                                                                                      

Rimini in blu oltremare. ©

martedì, 23 gennaio 2007

blu

Traccia

La storia è ambientata a Rimini.

Un delitto. La vittima è Melluso, professore e direttore dell’Accademia di Belle Arti della città.
Uomo dai mille traffici, di origini calabresi. L’attività principale, semiclandestina, è il traffico di quadri (a volte falsi).
Il commissario Antonio Guerrera, di Napoli, è a Rimini per ferie forzate; alle spalle una storia poco pulita nel napoletano. Potremmo anche dirla, ma non ora.
Suo malgrado Guerrera indaga sul delitto.

I personaggi:
Mara, la proprietaria del forno di fronte la questura, che insinua ipotesi su Melluso.
Vittoria D’Annunzio, di Pescara, studentessa dell’Accademia; si è trasferita a Rimini per via del fidanzato di Santarcangelo con cui litiga sempre; pittrice di grande talento produce dei falsi e false autentiche per Melluso; forse iniziale relazione con questi.

La segretaria dell’Accademia, moldava, una sfinge che è tutt’uno con Melluso, deve continuamente rinnovare il permesso di soggiorno, forse Melluso la ricatta.

La prostituta che scopre il cadavere di Melluso alla Cagnona, giovane ragazza rumena, ha fatto la scuola d’arte nel suo paese, suona il pianoforte, si chiama Andrea; brava ragazza.

Il proprietario della discoteca che aveva sempre un tavolo per la cricca di Sciarra.

L’amico di Guerrera, compagno di corso nella Polizia, riminese, è il collegamento tra Guerrera e la questura di Rimini.

Alcuni studenti dell’Accademia.

I luoghi:

Il bagno 16
Corso d’Augusto, sede della questura e della bottega del pane
La sede dell’Accademia
Le colline di Covignano
La Cagnona a pochi chilometri da Rimini
Forse la Fiera
Il borgo di San Giuliano
Riccione, viale Ceccarini
Marina centro e il Bar delle rose
La discoteca Villa delle rose
Il Grand’Hotel di Rimini (prostitute lituane frequentate da Melluso ed altro…)
Una domenica di fuga a Ravenna

IL BLU

Il blu è il colore dei falsi pastelli attribuiti a Mario Schifano che Melluso vende ai notabili della città.
La polvere blu si trova nel volante dell’auto del professore e sotto le sue unghie.
Frammenti dello stesso blu (stessa marca tedesca, Faber Castell – Polycromos) in altri luoghi. Nella scatola di colori della D’Annunzio manca il blu tipo oltremare trovato invece a casa del Melluso.
Vanno descritti i falsi pastelli, il loro ritrovamento tracciano profili dei personaggi.

Il personaggio principale:
Il commissario Guerrera; è un melanconico ma non depressivo.
Parla in modo desueto e ricercato.
La sua lettura preferita è il dizionario.
Bell’uomo, alto, quarantotto anni, single genetico, elegante ma trasandato, bravo in cucina ma pigro, gli piacciono molto le donne mature e preferisce lasciarsi prendere piuttosto che faticare, nel suo piccolo è collezionista d’arte, preferibilmente disegni e acquerelli di paesaggio fine Ottocento, ironico e cinico senza farsene troppo accorgere, bravissimo nelle indagini.
Molto spesso i suoi viaggi melanconici lo distolgono dalla realtà e di frequente filosofeggia. Sembra parlare tra sé e sé.
Guerrera arriva a Rimini dopo una lunga astinenza sessuale.

Guerrera è già all’opera per l’omicidio Melluso.
La signora del forno gli darà alcune informazioni.
Qui di seguito incontro e il resto.

Se c’era una cosa che non doveva mai mancare a casa e sulla tavola era il pane.
Per il commissario Guerrera la spesa del pane veniva prima di ogni cosa, in qualunque situazione si trovasse, anche nel mezzo di una retata, si fermava a comprare il pane. Dopo la Questura di Rimini venne subito il forno, proprio lì di fronte, sul Corso.
Una boutique del pane a dire il vero: Panificio Pinelli. Dell’antico forno manteneva solo l’insegna, dipinta a mano, svolazzante e pre-felliniana. Di autenticamente felliniano, in un pigro giro di memorie cinematografiche, Guerrera vedeva solo la cassiera, forse signora Pinelli, esageratamente stagliata dal resto dell’arredo, quasi un esperimento ottico teso a dimostrare che gli altri, le sue commesse e i suoi clienti, sono entità minori, mentre chi cliente non lo è ancora, come Antonio Guerrera, presto entrerà nella sua rete prensile e possessiva.
La signora Pinelli. Di quelle romagnole quasi cinquantenni che t’ingannano, con il loro aspetto puttanesco. Dietro l’immagine troiesca potrebbero riservarti romanticherie, una cultura, l’assiduità a teatro e ai concerti, un’arcaica saggezza, persino lunghe conversazioni, mentre tu aspetti che ti succhi anche l’anima. E di esercizi dell’anima, Guerrera, ne sperimentava da mesi una nervosa astinenza.
Con donne così guai a far coincidere immagine e azione. L’immagine va tenuta a distanza e gustata in segreto, negarla quasi, mente l’azione va intrapresa attraverso aggiramenti concentrici, utilizzando le armi della gentilezza e della poesia; devi sempre usare lo spirito se vuoi ottenere la carne.
«Buongiorno Dottore, se ha venti centesimi le do un’Euro, ecco tenga, le auguro buona giornata.» Il sorriso era largo facendo concentrare lo sguardo di Guerrera solo sulla bocca, plastica, carnosa, bellissima. Il corpo della donna lo leggeva attraverso la bocca, come un macrosegno che conteneva tutto il resto.
«Grazie signora Pinelli, il vostro pane è proprio buono, ve lo dice un napoletano. »
«Che bel complimento, l’ho capito subito che lei è un signore. Lo so che lei è di Napoli, tutta la questura viene qui, e si parla e si racconta, qui vengono le persone migliori della città.
Non sempre veramente. Non mi fraintenda, in genere sono discreta, ma Melluso, il direttore dell’Accademia, un mio cliente assiduo, per me non è che fosse tanto una brava persona. Pace all’anima dei morti ma non è che da morti poi migliorano. Sì, va bene, era in vista, conosceva bene i politici, riusciva ad ottenere quello che voleva ma io l’uomo lo giudico per quello che è veramente, per quello che c’è dietro la facciata, io lo capisco al momento, subito, e raramente mi sbaglio. »
«Signora io penso che i miei colleghi vengano tutti qui da lei a fare spesa anche per la piacevolezza della sua conversazione e non da ultimo per il suo indubbio fascino. »
«Lei Dottore ha un modo di parlare che sa colpire le donne. Mi chiami Mara, se ha bisogno di me per qualche informazione innocente io sono a disposizione, magari ci prendiamo un caffè, un gelato, come vuole lei. »
«Grazie, forse la disturberò, lei è molto gentile. Io mi chiamo Antonio, arrivederci. »
Ma dopo due giorni di spesa, fatta anche di pomeriggio per tutta quella fame di pane, le cose non andarono nel verso del caffè o del gelato.
Si incontrarono di notte sulle colline di Covignano. Arrivarono ognuno con la propria auto, lei salì su quella di lui e ne fece di tutti i colori.
Guerrera non si sbagliava, il suo fine corteggiamento alla fine otteneva il risultato voluto, debordandolo. Mara era uno stantuffo, instancabile, lo liberò due volte dalla lunga astinenza dell’anima ed alla fine era sopraffatto, annullato, annichilito, lui, che uomo lo era sino in fondo ma che non si aspettava questa macchina sessuale.
E Mara poi, dolcemente, accovacciandosi su di lui ormai rattrappito sul sedile dell’auto, iniziò a parlare.
«Antonio, io ti devo dire una cosa, ma non lo so se questo ti può servire, comunque non credo che io possa essere coinvolta più di tanto. »
Fece una tirata di Camel mentre con l’altra mano giocava con il pene del commissario, conservandolo nel dormiveglia, nel non si sa mai.
«È una cosa che riguarda il professor Melluso e me. Non quello che puoi pensare, io sono riservata e le storie me le so scegliere, no, la cosa riguarda un rapporto di affari, anzi di un certo affare che Melluso mi propose l’anno scorso. All’inizio non gli diedi molto credito ma visto che certe persone amiche mie, tra cui il notaio Farinelli, avevano comprato da Melluso alcuni quadri, io mi fidai e accettai di acquistare da lui dei disegni, pastelli per la precisione, di Schifano.
A casa di miei conoscenti di quadri di Schifano ne ho visti diversi ma qui si trattava di un affare, di cose rare, perché di pastelli di Schifano, che lui avrebbe fatto negli ultimi anni della sua vita, diceva Melluso, non ce n’erano tanti. Poi l’altra cosa che rendeva questa roba di valore è che i pastelli erano tutti blu. Venti in tutto. Io ne comprai tre, il notaio Farinelli cinque, il direttore della biblioteca due, il resto non lo so. Il fatto è che un paio di mesi fa vennero in negozio due studenti, una coppia, che litigavano. Sentii fare il nome di Melluso e lo studente disse alla ragazza quasi urlando: “te se non te la smetti con quel cazzo di Melluso e la storia dei pastelli di Schifano ti vai a ficcare in qualche guaio” e lei gli risponde “te pensa a quel mazzo di stronzi del teatro che frequenti e tornatene a Santarcangelo e non mi rompere il cazzo”. Insomma a me m’è venuto qualche dubbio. E se fossi stata fregata?»
«Cara mia, da quello che abbiamo appurato, e nel dirtelo confermo il rapporto fiduciario che vado intrattenendo con te, di fregature il nostro professore ne ha spalmate in abbondanza. Ma la reticenza è ancora un muro gommoso. Gli studenti per esempio. Lo chiamavano tutti per nome dandogli del tu, ciascuno è implicato in qualche imbroglietto e furberia, vuoi per le firme di presenza alle lezioni, per gli esami, per il materiale della scuola non inventariato e disponibile al furtarello, insomma i primi veri complici sono proprio questi ragazzi, lagnosi e aggressivi insieme, vittime ma solidali verso l’illegalità diffusa, per opportunismo, perché hanno sempre qualcosa da nascondere.»
«Ma Antonio, questo però accade ovunque, è il costume italiano.»
«Pensavo fosse quello napoletano… fa lo stesso. Qui non me lo aspettavo, nessuno collabora. Poi hai letto i giornali? Sono poveri studenti, la condizione giovanile. Se tu avessi visto le cose a Napoli. Qui sono tutti viziatelli mi pare. Ma la resistenza allo stato puro è la ragazza pescarese, la D’Annunzio. Lei ha addosso una cotta di maglia. Ma come fa ad essere così sicura di sé? Si paga un prezzo o i mostri sono proprio così, al naturale? Non dice nulla, non ci aiuta in nulla.»
Mara viveva nei doppi registri e arabescava con la mano con il pene di Guerrera e in questi momenti, rugosamente più pensosa, dava il meglio di sé, donna intelligente mascherata da gran troia, riponeva tutta la sua saggezza per lui, uomo vero come solo nella fragilità si può veramente esserlo, rispondendo pazientemente ad ogni suo pensiero tendente al nero, com’era sua abitudine.»
«Queste sono persone normali Antonio, non mostri. Con i disadattati, gli incazzati, gli imperfetti io mi sono sempre trovata bene. I normali mi spaventano, quelli che dopo aver commesso una strage i vicini di casa dicono di loro: “era normale, una persona tranquilla”. Dimmi tu.»
«Ma la ragazza non è sospettata, è solo che non vuole definire il quadro, vuole essere solo cornice ma non lo è.»
In collina arrivava l’alba della marina e la signora Pinelli ormai manducava mollemente il pene anch’esso albeggiante del commissario che alla fine le riservò una milite ed esangue ultima sorpresa.

lunedì, 22 gennaio 2007

mano scrive

giovedì, 18 gennaio 2007

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Settimana

giovedì, 18 gennaio 2007

Ricordo una scultura, una lupa romana parlante, di Franco Angeli.
Anche oggi abbiamo una scultura pop che parla e che dice: “questo governo è antiamericano”.
Forse questo governo è critico con l’”attuale” amministrazione americana. Così va già meglio.
Così come non si è contro Israele, o addirittura antisemiti, ma critici nei confronti dell’attuale governo di Tel Aviv, e allo stesso modo non erano antitaliani coloro ai quali non piaceva la nostra scultura pop e i suoi lacché.
Essere antiamericani significherebbe poi essere un po’ contro noi stessi; non ce ne sarebbe nemmeno bisogno perché lo siamo già per conto nostro.
La voce registrata dentro la lupa lombarda si sta esaurendo? Speriamo.

Si avvicina il 27 gennaio, Giorno della Memoria. Nel 1945 furono aperti i cancelli di Auschwitz. Ma il viaggio descritto da Primo Levi, durato dieci mesi, dopo la liberazione, è terribile quasi quanto la vita nel campo; è l’angoscia della “libertà” nel deserto.
Sul quotidiano La Repubblica di oggi c’è una bella testimonianza di Paolo Rumiz in proposito; ha ripercorso il viaggio di Primo Levi, mescolando passato e presente in uno stile spaesante e perturbante.

Il suicidio (?) di Primo Levi si è riavvicinato qualche settimana fa, quando il Presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, ha organizzato un convegno “internazionale” sulla negazione della Shoah, continuando a minacciare la distruzione di Israele.
“Voglio un mondo senza Israele”, dice lui.
“Lui” vuole un mondo, tutto suo, ma oltre a volerlo lo vuole anche senza qualcuno.

Quest’uomo, dal look così insignificante e anonimo, che indossa una specie di divisa della banalità, a qualcuno potrebbe apparire improbabile e patetico, come poteva apparire Adolf Hitler negli anni di Monaco.
La sottovalutazione è uno dei nostri migliori difetti; su eventi quotidiani e minimi tendiamo ad un eccesso di drammatizzazione, mentre davanti ad annunci di uso dell’atomica, o minacce di nuove pulizie etniche, tendiamo a schivare o a rimuovere.
Siamo fuori scala.

Al di là delle retoriche commemorative, quello che ancora mi riecheggia, in questo nuovo 27 Gennaio, è quella parola incomprensibile che nessun testimone riusciva a comprendere, la parola di Hurbinek, che Primo Levi ricorda ne La tregua:
Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva.

mercoledì, 17 gennaio 2007

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martedì, 16 gennaio 2007

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Via Mazzini ©

martedì, 16 gennaio 2007

Dio, Patria, Famiglia. Questa la triade che il grande patriota, il Padre dell’Italia, Giuseppe Mazzini, ha cercato di inculcare agli italiani.Dio sempre meno, Patria pochissimo, Famiglia anche troppa.Ogni città italiana ha una strada o una piazza intitolata a Mazzini che deve però vedersela, quasi sempre, con Garibaldi e Cavour. Ma la strada in questione non ha nulla da spartire con memorie di fondazione bensì di rifondazione.Il nome vero è: “Via Mazzini (in arte Mina)”. Proprio così, Anna Mazzini, la tigre di Cremona, la voce della nostra vita, Le mille bolle blu, Tintarella di luna, Vorrei che fosse amore e La città vuota; tra i pochi viventi ad aver legato il proprio nome ad una strada.Questa del nome è stata la prima brillante iniziativa che il nuovo Assessore alla Cultura Spettacolo e Turismo, Fulvio Cretono, ha voluto firmare in prima persona.Al di là delle motivazioni contenute nella delibera c’erano ragioni più sottili.Esse correvano con la memoria ai suoi anni giovanili, particolarmente creativi, e alla sua faticosissima laurea al DAMS di Bologna. Con la sua consueta arguta ironia non aveva mancato di far partecipe la lobby dei suoi sostenitori circa il gesto performativo di questa sua scelta, la quale – e lo sosteneva con autentica e sincera passione – sintetizzava la sua futura politica culturale: «Non si può aspettare che i grandi personaggi muoiano, bisogna anticiparli, fare storia adesso», questa la filosofia futurista di Cretono. Nell’imprimere sulla targa di travertino solo il cognome – spiegava con occhio furbo – e in basso, tra parentesi e in minuscolo, “in arte Mina”, si sarebbe verificata una comunicazione spiazzante, con un effetto sorpresa rispetto al Mazzini storico, ormai relegato alla percezione distratta e convenzionale.Si attribuì anche il record del nome più lungo mai dato ad una strada: Antonio De Curtis Gagliardi Griffo Focus Commeno Principe di Bisanzio, in arte Totò.L’esame migliore che diede, negli indimenticabili anni bolognesi, fu proprio su Totò, con il Professore Ugo Volli.In qualche modo via Mazzini è un’immaginario prolungamento di quel DAMS che Cretono, anche se volesse, non riesce a dimenticare. Strada più larga che lunga, via Mazzini unisce idealmente il piccolo centro storico – al quale Fulvio Cretono ha già riservato progetti creativissimi – al resto della città spiaggereccia e vacanziera.Ma la sequenza tra la fine della strada e la parte storica appariva all’assessore piena di eccessive “superfetazioni” e dunque, in sintonia con l’assessore all’urbanistica che concordò per sfinimento, fece ricollocare un arco medievale, così da ottenere un effetto ready-made, anche questo in ricordo di un suo esame con Renato Barilli su Marcel Duchamp.I numeri 1, 3, 5 di via Mazzini sono occupati da un grande negozio di scarpe per donna il cui arredamento è ispirato ad un obitorio. Pochissimi pezzi esposti nelle vetrine mentre su basamenti di marmo nero africano sono poggiate a coppia le calzature migliori, come sculture o reperti archeologici. All’interno non si vedono scatole e sembra mancare un magazzino.Il nuovo trend inaugurato dal negozio, che si chiama “Il ritorno di Cleopatra”, consiste nel fatto che non è la cliente a scegliere ma due magrissime signorine, con il culo a punta, che decidono per lei la calzatura adatta. Uno scanner tridimensionale accoglie il piede nudo della cliente che nel frattempo digita su una tastiera alcuni suoi dati sensibili mentre il computer, aiutato dal segno zodiacale e dall’ascendente, visualizzerà la scarpa perfetta. «Le scarpe sono poche – amano ripetere le signorine – perché rare sono le persone giuste.»Al numero 2 c’è la la Digiuneria. Il locale è piuttosto elegante e ben frequentato, soprattutto nella pausa pranzo, nel tardo pomeriggio e alla sera. Il design interno è risolto quasi tutto con acciaio e cristallo sabbiato. Sui tavolini, o direttamente sul sinuoso piano di servizio, puoi ordinare tanti tipi di acqua e consumare sino a trenta grammi di pane non salato.Le ragazze che vi lavorano, non lasciatevi ingannare, sono sempre molto impegnate e nelle ore di punta bisogna aspettare un pezzo, perché l’una o l’altra è indaffarata al computer, al telefono o a raccontare una storia complicatissima della sera prima.In questo caso vi conviene aspettare, armarvi di robusta pazienza perché costoro passano in una frazione di secondo dal sorriso ad una incazzatura che ve la ricorderete. È questa mancanza di mediazione e di filtro tra le emozioni che fanno delle ragazze che gestiscono la Digiuneria persone speciali.Il nome di questo algido ritrovo è “Il Morso allo Stomaco”.La filosofia che queste giovanissime imprenditrici sono riuscite ad affermare consiste nel fatto che proprio nell’attesa, nel differimento, nell’indifferenza, nel prolungamento della fame, nel mettere duramente alla prova l’ospite, che una vera Digiuneria può avere successo. Infatti, altre se ne vanno aprendo in spiaggia.Al numero 7 c’è una piccola ed elegantissima boutique del pane. Si chiama “Pane al Pane niente vino”.Il proprietario è consigliere comunale dei Verdi ed ha impostato una strategia di vendita sulla sobrietà e sulla qualità. Alle dieci del mattino il poco pane, carissimo, è già esaurito e alle undici il negozio è già chiuso. Sulla vetrina campeggia enorme l’indirizzo web: www.panealpanenientevino.com.Al numero 4 c’è l’internet point con tutte le schiene piegate sui computer che si mostrano dalla vetrina. In genere è frequentato da studenti che vengono per intortare. Chattano immaginando tra i presenti chi possa essere quello o quella che confessa tante porcate.Al 5 c’è una copisteria dove i proprietari, marito e moglie, lavorano come pazzi e non riescono mai a parlarsi. Qui gli studenti vengono a prendere le fotocopie e le dispense predisposte per gli esami all’università. Prima in questo locale c’era una libreria ed il vecchio proprietario, avendo notizia che si stavano attivando dei corsi di laurea nella sua città, ristrutturò il negozio e tutto speranzoso fallì.Gli studenti ora arrivano in copisteria con un numero di codice, nome di un corso, nome di un docente, ritirano le fotocopie, vanno a casa a studiare e fanno l’esame. Poi, con l’alloro in testa e il codazzo dei parenti, dopo aver buttato uova sulle belle facciate seicentesche delle case, si va tutti insieme a far festa in Digiuneria, al “Morso allo Stomaco”, preparandosi così alla dura vita che li attende.Al numero 6 c’è il signor Lenz, proprietario di questa gastronomia per felini domestici (gatti). Ha anche un minimalista retrobottega ove, su appuntamento, spazzola gatti usando frizioni e tonici da lui brevettati.Dal numero 9 sino al 17 lo spazio è occupato dalla Banca.I vetri specchianti impediscono di vedere all’interno, contrariamente all’open space e al plein air. Uomini e donne di passaggio si soffermano a rimirarsi, per controllare l’andatura, il capello, la pancia, il trucco, sotto lo sguardo obliquo dei funzionari e impiegati della banca che in questo modo non hanno bisogno di guardare i monitor collegati alle telecamere esterne. In questa banca non entra e non esce quasi mai nessuno. Solo i funzionari, nella pausa-colazione, rimangono per quarantacinque minuti in Digiuneria a mangiare e a bere. Gli impiegati restano dentro, avendo allestito una loro digiuneria clandestina ridacchiando delle loro trasgressioni, come mettere gocce di limone nell’acqua o mangiare pizza bianca al rosmarino.Alle 14,15 questi anarchici sono già al lavoro, con un complice sorrisetto residuale post-trasgressivo.La rive gauche della breve via Mazzini si conclude con il design del capello, “Prestami la testa”, il negozio di Alfredo junior che fu di suo padre, Alfredo anche lui, il senior, che all’epoca si chiamava il coiffeur. La prima volta qui devi venire con una foto da bambina, una da adolescente e via via seguendo l’età e le tappe significative della tua vita, documentate da foto ove, naturalmente, siano ben visibili i tuoi capelli. Attraverso un’analisi preliminare delle trasformazioni delle acconciature, e del rapporto che avevi con queste, devi seguire un corso di una settimana con un tutor, la Professoressa Evian, e dopo un breve colloquio con l’esperta psico-fashion ti verrà consegnata una card e da quel momento potrai incontrare per la prima volta – emozionata vero? – Alfredo Jr., che saprà metterti la testa a posto.Di fronte, a concludere la rive droite, c’è un centro Unicef, diviso in due ingressi, l’8 e il 10.In una vetrina sono esposti gadget e prodotti artigianali che puoi comprare per contribuire a debellare la fame delle popolazioni di alcune regioni dell’Africa, nell’altra sono esposte fotografie, piccole e grandi, di bambini affamati.Una parte laterale di questa vetrina è data in concessione ad alcune associazioni umanitarie che alternano settimanalmente l’immagine di un ragazzo o una ragazza del Mozambico, accompagnata dai dati anagrafici e il paese o città ove vive, con la richiesta di aiuto a distanza per l’alimentazione o gli studi.Questo fronte stradale però si conclude, per usare le parole di Cretono, “in malo modo”.Un buco nero resiste in via Mazzini, uno spazio vuoto occluso da una struttura di ferro sgangherata che lascia intravedere segni di una vecchia combustione, con residui di fuliggine ancora depositati sulle solette di travertino. Pare che tutto sia rimasto così da tempo immemore, o almeno quello che gli abitanti futuristi considerano tale.Le congetture e i pettegolezzi su questo numero civico quasi inesistente sono tanti.La tumefazione di via Mazzini, il dente cariato della bella strada, non si sa perché, sta ancora lì.tiberio e neve

lunedì, 15 gennaio 2007

simo1

lunedì, 15 gennaio 2007

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Vicini di casa

lunedì, 15 gennaio 2007

I vicini vanno tenuti lontano.

Se un vicino si fa vivo vuol dire che sei morto.

Se il vicino tagliagole è artista
si tratta solo di body-art.

Attento! Il vicino ti ascolta!

Se tutti i vicini di casa si dessero la mano
rimarrebbero solo moncherini.

Vicino, stammi lontano!

Avvicinare il vicino senza vaccino è azzardatino.

Il vicino del mio vicino di quanto è vicino?

Vicino! Stai attentino!

lunedì, 15 gennaio 2007

volto

Uomini pescaresi. Introduzione

lunedì, 15 gennaio 2007

Questa raccolta di figure “pescaresi”, legate al mondo dell’arte, dell’architettura e della creatività in generale, non vuole mettere in evidenza ciò che la città di Pescara, negli ultimi decenni, ha partorito di meglio. Sarebbe tra l’altro difficile districarsi sulle varie e nuove alterità cittadine.Pescara è una città che non solo sogna il futuro realizzandolo, ma lo vive quasi come un incubo irrinunciabile.Il narcisismo dell’immanenza quotidiana demolirebbe in ogni caso, e rapidamente, questa piccola antologia.Di conseguenza, su questo gruppo di uomini, per fugare ogni equivoco, viene praticato esercizio di memoria, setaccio implacabile e rovesciato ove rimane l’essenziale, mentre l’irrilevante, la grana grossa, viene momentaneamente accantonata; potrà essere raccolta da altri, e farne poi materia fine.Nelle poche figure raccolte è impresso insomma il timbro della mia memoria personale, come se il tempo si fosse per me fermato, come in una fotografia, e questo, per talune comunità sempre in movimento, è quasi imperdonabile.Tre di loro, Michetti, Summa e Colacito, sono stati miei insegnanti di Liceo; questo non vuol dire che le cose mi si siano presentate in forma più semplice, anzi, liberarsi dalla prossimità giovanile e dai “maestri” di allora è cosa sicuramente più complessa.                                                                          (Ettore Spalletti Elio Di Blasio Paolo Di Pietro)