Archivio di gennaio 2007

martedì, 30 gennaio 2007

Le casalinghe sono schiave con la cittadinanza romana.

In città i vecchi muoiono e non se ne accorge nessuno.
In campagna così così.

14 Febbraio. San Valentino, la festa dei morti.

Odio teneramente i miei amici.

Ministri dell’altro mondo

lunedì, 29 gennaio 2007

marte

Per il Ministro D’Alema andare in pensione dopo trentacinque anni di lavoro è agghiacciante, con variante: aberrante.

Per il Ministro Mastella la situazione nei tribunali è raccapricciante.

Per il Ministro Del Turco in alcuni ospedali la situazione è scandalosa.

Qui Pianeta Terra, mi sentite?

Tokyo Body-Art. Gonne stampate

lunedì, 29 gennaio 2007

tokyo15.jpgtokyo14.jpg
tokyo13.jpgtokyo12.jpg

Una soluzione dell’immaginario, proprio e altrui.

Appuntamento

sabato, 27 gennaio 2007

serpente.jpg

Sabato 27 Gennaio. La fretta di Dio

venerdì, 26 gennaio 2007

mendel2.jpg

Bruno Zevi si era chiesto anni fa per quale ragione Dio impiegò sei giorni a creare il mondo e il settimo si riposò (Ebraismo e architettura, Firenze 1993).
“Non era soggetto ad un lavoro a cottimo, poteva prendersela con calma, metterci magari quindici giorni, ciò che forse non sarebbe stato disutile per apportare alcuni ritocchi alla psiche dell’uomo e della donna. Oppure, visto che, in fondo, era non solo un padre eterno, ma il Padre Eterno, poteva creare il mondo, se non in ventiquatt’ore, diciamo in cinque giorni, poi “fare il ponte” allungando il week-end. Comunque ci mise del tempo, non lo creò di getto, si impegnò con fatica, altrimenti non avrebbe sentito il bisogno di riposare, elaborò il manufatto per tappe successive, cioè non partì da un a priori, da una idea preconcetta e cristallizzata. Iniziò l’opera empiricamente, senza saper bene dove andasse a finire, l’abbozzò in sei giorni, poi si fermò – e non è escluso che, vagliandola, non ne fosse troppo soddisfatto. Allora, perché non ricominciò daccapo? Sei giorni sono pochi anche per riformare il mondo, figuriamoci per crearlo: perché questa fretta?… Forse per lasciare al fruitore il compito di integrare la sua opera, di cooperare con Lui…”

Stefano Levi Della Torre ha dedicato al sabato ebraico, il giorno del “riposo”, il giorno “vuoto”, alcune riflessioni affascinanti (Mosaico, Torino 1994).
“…nel silenzio, nella pausa, nel riposo ascoltiamo la voce dialogante… Il sabato è un movimento di ritrazione che si apre. La tentazione della totalità aspira ad un mondo dove, per così dire, tutti si siano impossessati del sabato, o dove nessuno lo celebri più: un mondo fusionale che incorpora le divergenze annullandole, o le esaspera e le espelle. La vocazione alla totalità, a fondersi in un tutto unificato, è una vocazione totalitaria che nega l’universalità delle relazioni: universalità contro totalità”.

Il silenzio dialogante non si ottiene attraverso celebrazioni, tantomeno per legge.

Alfonsine

giovedì, 25 gennaio 2007

casa montiNella casa del prudentissimo Vincenzo Monti, immersa nella bruma impastata tra Ravenna e Ferrara, condita dalle immelanconite e vicine piattezze equoree di Comacchio, come si poteva entrare se non in possesso di piccole chiavi di vetro, un fagottello pieno di utensili leggeri e qualche omaggio – o doverosa memoria – a personali figure che si hanno non tanto “nell’orecchio”, ma piuttosto nell’”immaginazione” e, leopardianamente, “nel cuore in qualche modo”? Nella casa dei morti, anche se non ci piacciono, entriamo in letizia e con spirito di intimità come si conviene nella casa che vorremmo viva e, in qualche nostro mestiere, vivere. Anche da stranieri, soprattutto se stranieri.

mercoledì, 24 gennaio 2007

amateursamateursamateurs

Testamento biologico 24 gennaio 2007

mercoledì, 24 gennaio 2007

 Io sottoscritto, Antonio Marchetti,  in pieno possesso delle mie capacità mentali scelgo e dispongo liberamente quanto segue.In caso di malattia o lesione celebrale irreversibile e invalidante e dunque costretto a trattamenti permanenti con l’ausilio di macchine o qualsiasi sistema virtuale e artificiale che impedisca alla mia vita veramente di essere vissuta (vita relazionale), chiedo di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico, idratazione, alimentazione forzata e artificiale nel caso non potessi alimentarmi da solo.Queste volontà potranno essere revocate in qualsiasi momento da me medesimo.                                                                                                                                      

Rimini in blu oltremare. ©

martedì, 23 gennaio 2007

blu

Traccia

La storia è ambientata a Rimini.

Un delitto. La vittima è Melluso, professore e direttore dell’Accademia di Belle Arti della città.
Uomo dai mille traffici, di origini calabresi. L’attività principale, semiclandestina, è il traffico di quadri (a volte falsi).
Il commissario Antonio Guerrera, di Napoli, è a Rimini per ferie forzate; alle spalle una storia poco pulita nel napoletano. Potremmo anche dirla, ma non ora.
Suo malgrado Guerrera indaga sul delitto.

I personaggi:
Mara, la proprietaria del forno di fronte la questura, che insinua ipotesi su Melluso.
Vittoria D’Annunzio, di Pescara, studentessa dell’Accademia; si è trasferita a Rimini per via del fidanzato di Santarcangelo con cui litiga sempre; pittrice di grande talento produce dei falsi e false autentiche per Melluso; forse iniziale relazione con questi.

La segretaria dell’Accademia, moldava, una sfinge che è tutt’uno con Melluso, deve continuamente rinnovare il permesso di soggiorno, forse Melluso la ricatta.

La prostituta che scopre il cadavere di Melluso alla Cagnona, giovane ragazza rumena, ha fatto la scuola d’arte nel suo paese, suona il pianoforte, si chiama Andrea; brava ragazza.

Il proprietario della discoteca che aveva sempre un tavolo per la cricca di Sciarra.

L’amico di Guerrera, compagno di corso nella Polizia, riminese, è il collegamento tra Guerrera e la questura di Rimini.

Alcuni studenti dell’Accademia.

I luoghi:

Il bagno 16
Corso d’Augusto, sede della questura e della bottega del pane
La sede dell’Accademia
Le colline di Covignano
La Cagnona a pochi chilometri da Rimini
Forse la Fiera
Il borgo di San Giuliano
Riccione, viale Ceccarini
Marina centro e il Bar delle rose
La discoteca Villa delle rose
Il Grand’Hotel di Rimini (prostitute lituane frequentate da Melluso ed altro…)
Una domenica di fuga a Ravenna

IL BLU

Il blu è il colore dei falsi pastelli attribuiti a Mario Schifano che Melluso vende ai notabili della città.
La polvere blu si trova nel volante dell’auto del professore e sotto le sue unghie.
Frammenti dello stesso blu (stessa marca tedesca, Faber Castell – Polycromos) in altri luoghi. Nella scatola di colori della D’Annunzio manca il blu tipo oltremare trovato invece a casa del Melluso.
Vanno descritti i falsi pastelli, il loro ritrovamento tracciano profili dei personaggi.

Il personaggio principale:
Il commissario Guerrera; è un melanconico ma non depressivo.
Parla in modo desueto e ricercato.
La sua lettura preferita è il dizionario.
Bell’uomo, alto, quarantotto anni, single genetico, elegante ma trasandato, bravo in cucina ma pigro, gli piacciono molto le donne mature e preferisce lasciarsi prendere piuttosto che faticare, nel suo piccolo è collezionista d’arte, preferibilmente disegni e acquerelli di paesaggio fine Ottocento, ironico e cinico senza farsene troppo accorgere, bravissimo nelle indagini.
Molto spesso i suoi viaggi melanconici lo distolgono dalla realtà e di frequente filosofeggia. Sembra parlare tra sé e sé.
Guerrera arriva a Rimini dopo una lunga astinenza sessuale.

Guerrera è già all’opera per l’omicidio Melluso.
La signora del forno gli darà alcune informazioni.
Qui di seguito incontro e il resto.

Se c’era una cosa che non doveva mai mancare a casa e sulla tavola era il pane.
Per il commissario Guerrera la spesa del pane veniva prima di ogni cosa, in qualunque situazione si trovasse, anche nel mezzo di una retata, si fermava a comprare il pane. Dopo la Questura di Rimini venne subito il forno, proprio lì di fronte, sul Corso.
Una boutique del pane a dire il vero: Panificio Pinelli. Dell’antico forno manteneva solo l’insegna, dipinta a mano, svolazzante e pre-felliniana. Di autenticamente felliniano, in un pigro giro di memorie cinematografiche, Guerrera vedeva solo la cassiera, forse signora Pinelli, esageratamente stagliata dal resto dell’arredo, quasi un esperimento ottico teso a dimostrare che gli altri, le sue commesse e i suoi clienti, sono entità minori, mentre chi cliente non lo è ancora, come Antonio Guerrera, presto entrerà nella sua rete prensile e possessiva.
La signora Pinelli. Di quelle romagnole quasi cinquantenni che t’ingannano, con il loro aspetto puttanesco. Dietro l’immagine troiesca potrebbero riservarti romanticherie, una cultura, l’assiduità a teatro e ai concerti, un’arcaica saggezza, persino lunghe conversazioni, mentre tu aspetti che ti succhi anche l’anima. E di esercizi dell’anima, Guerrera, ne sperimentava da mesi una nervosa astinenza.
Con donne così guai a far coincidere immagine e azione. L’immagine va tenuta a distanza e gustata in segreto, negarla quasi, mente l’azione va intrapresa attraverso aggiramenti concentrici, utilizzando le armi della gentilezza e della poesia; devi sempre usare lo spirito se vuoi ottenere la carne.
«Buongiorno Dottore, se ha venti centesimi le do un’Euro, ecco tenga, le auguro buona giornata.» Il sorriso era largo facendo concentrare lo sguardo di Guerrera solo sulla bocca, plastica, carnosa, bellissima. Il corpo della donna lo leggeva attraverso la bocca, come un macrosegno che conteneva tutto il resto.
«Grazie signora Pinelli, il vostro pane è proprio buono, ve lo dice un napoletano. »
«Che bel complimento, l’ho capito subito che lei è un signore. Lo so che lei è di Napoli, tutta la questura viene qui, e si parla e si racconta, qui vengono le persone migliori della città.
Non sempre veramente. Non mi fraintenda, in genere sono discreta, ma Melluso, il direttore dell’Accademia, un mio cliente assiduo, per me non è che fosse tanto una brava persona. Pace all’anima dei morti ma non è che da morti poi migliorano. Sì, va bene, era in vista, conosceva bene i politici, riusciva ad ottenere quello che voleva ma io l’uomo lo giudico per quello che è veramente, per quello che c’è dietro la facciata, io lo capisco al momento, subito, e raramente mi sbaglio. »
«Signora io penso che i miei colleghi vengano tutti qui da lei a fare spesa anche per la piacevolezza della sua conversazione e non da ultimo per il suo indubbio fascino. »
«Lei Dottore ha un modo di parlare che sa colpire le donne. Mi chiami Mara, se ha bisogno di me per qualche informazione innocente io sono a disposizione, magari ci prendiamo un caffè, un gelato, come vuole lei. »
«Grazie, forse la disturberò, lei è molto gentile. Io mi chiamo Antonio, arrivederci. »
Ma dopo due giorni di spesa, fatta anche di pomeriggio per tutta quella fame di pane, le cose non andarono nel verso del caffè o del gelato.
Si incontrarono di notte sulle colline di Covignano. Arrivarono ognuno con la propria auto, lei salì su quella di lui e ne fece di tutti i colori.
Guerrera non si sbagliava, il suo fine corteggiamento alla fine otteneva il risultato voluto, debordandolo. Mara era uno stantuffo, instancabile, lo liberò due volte dalla lunga astinenza dell’anima ed alla fine era sopraffatto, annullato, annichilito, lui, che uomo lo era sino in fondo ma che non si aspettava questa macchina sessuale.
E Mara poi, dolcemente, accovacciandosi su di lui ormai rattrappito sul sedile dell’auto, iniziò a parlare.
«Antonio, io ti devo dire una cosa, ma non lo so se questo ti può servire, comunque non credo che io possa essere coinvolta più di tanto. »
Fece una tirata di Camel mentre con l’altra mano giocava con il pene del commissario, conservandolo nel dormiveglia, nel non si sa mai.
«È una cosa che riguarda il professor Melluso e me. Non quello che puoi pensare, io sono riservata e le storie me le so scegliere, no, la cosa riguarda un rapporto di affari, anzi di un certo affare che Melluso mi propose l’anno scorso. All’inizio non gli diedi molto credito ma visto che certe persone amiche mie, tra cui il notaio Farinelli, avevano comprato da Melluso alcuni quadri, io mi fidai e accettai di acquistare da lui dei disegni, pastelli per la precisione, di Schifano.
A casa di miei conoscenti di quadri di Schifano ne ho visti diversi ma qui si trattava di un affare, di cose rare, perché di pastelli di Schifano, che lui avrebbe fatto negli ultimi anni della sua vita, diceva Melluso, non ce n’erano tanti. Poi l’altra cosa che rendeva questa roba di valore è che i pastelli erano tutti blu. Venti in tutto. Io ne comprai tre, il notaio Farinelli cinque, il direttore della biblioteca due, il resto non lo so. Il fatto è che un paio di mesi fa vennero in negozio due studenti, una coppia, che litigavano. Sentii fare il nome di Melluso e lo studente disse alla ragazza quasi urlando: “te se non te la smetti con quel cazzo di Melluso e la storia dei pastelli di Schifano ti vai a ficcare in qualche guaio” e lei gli risponde “te pensa a quel mazzo di stronzi del teatro che frequenti e tornatene a Santarcangelo e non mi rompere il cazzo”. Insomma a me m’è venuto qualche dubbio. E se fossi stata fregata?»
«Cara mia, da quello che abbiamo appurato, e nel dirtelo confermo il rapporto fiduciario che vado intrattenendo con te, di fregature il nostro professore ne ha spalmate in abbondanza. Ma la reticenza è ancora un muro gommoso. Gli studenti per esempio. Lo chiamavano tutti per nome dandogli del tu, ciascuno è implicato in qualche imbroglietto e furberia, vuoi per le firme di presenza alle lezioni, per gli esami, per il materiale della scuola non inventariato e disponibile al furtarello, insomma i primi veri complici sono proprio questi ragazzi, lagnosi e aggressivi insieme, vittime ma solidali verso l’illegalità diffusa, per opportunismo, perché hanno sempre qualcosa da nascondere.»
«Ma Antonio, questo però accade ovunque, è il costume italiano.»
«Pensavo fosse quello napoletano… fa lo stesso. Qui non me lo aspettavo, nessuno collabora. Poi hai letto i giornali? Sono poveri studenti, la condizione giovanile. Se tu avessi visto le cose a Napoli. Qui sono tutti viziatelli mi pare. Ma la resistenza allo stato puro è la ragazza pescarese, la D’Annunzio. Lei ha addosso una cotta di maglia. Ma come fa ad essere così sicura di sé? Si paga un prezzo o i mostri sono proprio così, al naturale? Non dice nulla, non ci aiuta in nulla.»
Mara viveva nei doppi registri e arabescava con la mano con il pene di Guerrera e in questi momenti, rugosamente più pensosa, dava il meglio di sé, donna intelligente mascherata da gran troia, riponeva tutta la sua saggezza per lui, uomo vero come solo nella fragilità si può veramente esserlo, rispondendo pazientemente ad ogni suo pensiero tendente al nero, com’era sua abitudine.»
«Queste sono persone normali Antonio, non mostri. Con i disadattati, gli incazzati, gli imperfetti io mi sono sempre trovata bene. I normali mi spaventano, quelli che dopo aver commesso una strage i vicini di casa dicono di loro: “era normale, una persona tranquilla”. Dimmi tu.»
«Ma la ragazza non è sospettata, è solo che non vuole definire il quadro, vuole essere solo cornice ma non lo è.»
In collina arrivava l’alba della marina e la signora Pinelli ormai manducava mollemente il pene anch’esso albeggiante del commissario che alla fine le riservò una milite ed esangue ultima sorpresa.

lunedì, 22 gennaio 2007

mano scrive

Vita immaginaria di Franco Angeli. ©

venerdì, 19 gennaio 2007

1Franco Angeli lo rivedo oggi sui muri della mia città.Sono interventi strategici, soluzioni d’angolo degli edifici, monocromi in genere di piccolo formato – danneggiano pochissimo nel loro minimalismo – o al massimo due colori, lavori veloci fatti con le “mascherine” sul cui vuoto viene spruzzato il colore. Si distinguono dagli ormai banali e noiosi graffiti – realizzati da epigoni graffitisti bambini che hanno ormai poco da dire ma solo sporcare – per grammatica ideologico-politica e sintassi no-global, messaggi duri e sintetici, oppure per contenuto d’amore, messaggi rivolti al mondo che l’amato/a forse non leggerà mai: Killer-Cola, ove il mitico nome-logo della Coca-Cola, anche qui con il colore un po’ sgocciolante come gli smalti di Mario Schifano degli anni Sessanta, si trasforma abilmente in una rivoltella, oppure i neri ritratti accoppiati di Bush e Berlusconi con la dicitura “assassini” e ancora appassionate scritte d’amore circondate da due ali: Sei entrata nel mio cuore come una cascata e ne uscirai goccia a goccia, frase questa ove le valenze semantiche sono molteplici e persino inquietanti.graffiti1.jpgHo iniziato a fotografare e raccogliere queste efficaci operine in città quasi da flâneur iniziando a confrontarle con i quadri di Franco Angeli casualmente; le sue lupe romane, le falci e martello, gli Half Dollar, le svastiche, i cuori e gli aeroplanini che volteggiano nel cielo, realizzate su tela con la stessa tecnica che usano questi Batman ideologici o amatori frustrati, perché, come si sa, tra i tanti mestieri giovanili che Angeli ha praticato nel suo romanzo esistenziale, c’era anche quello del carrozziere, pratico di sagome in negativo, di ritagli, di stampini e aria compressa, che vogliono dire pazienza nella preparazione ma rapidità ed efficacia nell’esecuzione, come se in un dato momento non ci fosse tempo.E il tempo, per gli odierni batmaniani, non c’è.Se ci sia qualcosa di vagamente pop in tutto questo – o se il pop italiano fosse un pochino politico rispetto all’indifferenza oggettivante americana – è un problema che lasciamo volentieri alla dermatologia dell’arte e della critica che in genere attua una diagnostica affascinante che classifica gli effetti di superficie ma che cura sintomalogie profonde con creme e unguenti estetici.Che Angeli sia un’artista pop o neo-metafisico è poco importante – anche se una sua collocazione gioverebbe alla quotazione dei suoi lavori. Spostandoci di reparto, magari in quello di anatomia, di chirurgia o di cardiologia la prospettiva cambia.Con i suoi simboli, e la sua vita, Franco Angeli rappresenta, con una contraddittorietà che non si è mai vista in un artista italiano in quegli anni, il cuore di Roma, ma anche le sue secrezioni biliari, persino una Roma da Eliogabalo, tra il teatro della crudeltà e la farsa.Non è New-York. Sono invece gli artisti americani a venire a Roma .halfLa relazione tra gli spray fortemente ideologici in città ed i quadri di Angeli non è dovuta solo al mezzo tecnico ma al disvelamentto che il mezzo tecnico dispiega. Manca un soggetto, l’autore è invisibile. Gli stampi sono scambiabili e distribuiti in serie e chiunque può essere artefice dell’intervento murale; ci sarà sicuramente un’origine creativa ma questa si perde in una miriade di ripetizioni appena differenti, cloni di effigi diversificate dall’immanenza del luogo e del tempo a disposizione, o del colore che ci si è portati nello zainetto. Il soggetto si eclissa in un noi notturno antagonista ad un voi mattutino e abitudinario, un diavoletto urbano che sembra parafrasare il demonio: “il mio nome è legione”; pur solitario esso si ricongiunge idealmente al rullo di tamburi del web, che serpeggia nella rete attraverso nuove liason dangereuses.I batmaniani sono esecutori efficienti di icone la cui fonte originaria si polverizza in quella zona indistinta che ondeggia tra la pubblicità e, più o meno inconsapevolmente, archeologie artistiche protoindustriali di riproducibilità tecnica.Non c’è da stupirsi se tra gli artisti che aprono varchi seduttivi presso le nuove generazioni di studenti che si avvicinano all’arte, da almeno una ventina d’anni, ci sia il grande “idiota” pop Andy Warol, equivocando forse sulla facilità della sua arte, ma le cui parole rimbombano ancora nei selettivi padiglioni auricolari dei nostri giovani esordienti.La ragione per cui dipingo in questo modo è che voglio essere una macchina, e sento che quando faccio una cosa e la faccio come fossi una macchina, ottengo il risultato che voglio.Sparizione dell’io o sua delocalizzazione in qualche ingranaggio, purchè significativo e determinante del sistema dell’arte, farsi vuoto, spoliazione del soggetto ridotto a banalità ripetitiva, diciamo unidimensionale, per far felice il Marcuse dei “mitici” Sessanta.Più che la parola critica spesso è la voce laterale, testimonianza di una semplice esistenza, o di una storicizzata relazione affettiva che decide di sciogliersi in morbida e leggera scrittura, a illuminarci circa questa autocancellazione del soggetto e delle sue mappe nervose e sanguigne.Voler togliere l’io dal quadro, ammesso che sia possibile, non significava togliere l’ego dai rapporti. Le gelosie, l’indice di gradimento di una mostra, il successo personale dell’uno a discapito di altri, le incomprensioni erano all’ordine del giorno. Cercavo più o meno consapevolmente, nei quadri di Renato, di leggere quello che nella vita di relazione pareva sfuggirmi, ad ogni mutamento cercavo di interpretare il senso psicologico del suo lavoro. Avevo ormai realizzato che di Mambor ce ne erano almeno due: quello un po’ infantile, sensuale, emotivo che io potevo amare, e quello “freddo” che mi parlava attraverso i quadri.(Paola Pitagora, Fiato d’artista)L’Io diviso di Laing è un abito indossato con disinvoltura dall’artista Renato Mambor con i suoi “Uomini timbrici” e “Uomini statistici”, freddi e anonimi come le segnaletiche stradali, ma per Franco Angeli la contraddizione e lo spaesamento esistenziale, determinati da questa frattura tra l’essere e il fare, sfiorano ragioni più profonde e affascinanti che toccano tutte le corde, da quelle basse e indicibili a quelle liriche e sublimi, in una relazione di continua reciprocità alimentare che supera quella dello stereotipo di una “contraddizione dialettica”, tanto fortunatamente praticata in quei “dolci” anni, soprattutto nella versione “comunista”.Che sia una donna, attrice, artista di altre pratiche che mette in gioco sfide con il pubblico di altra natura, a dirci alla fine verità rimosse non deve stupire più di tanto.Il femminile, in quegli anni era l’altro.Il doppio legame con la donna, con le donne, che la vita di Angeli rappresenta in maniera eclatante, apre arretratezze culturali nell’Italia in movimento presente anche nei pittori figli della Lupa di Roma, schizzati per aria dal “boom” della guerra prima, e da quello dello sviluppo economico poi, ricaduti a terra confusamente, ma con una sedia di salvataggio al Caffé Rosati in Piazza del Popolo, con un Negroni in mano.La dimensione privata cominciava ad essere tenuta a distanza e relegata in area sospetta; dal 1968 in poi il privato diventerà politico; passioni, sentimenti, vita di relazione, passano nel setaccio ideologico con conseguenti fratture esistenziali.Franco Angeli ne è totalmente esente e straniero. Usa “mascherine” e “velatini”, nei suoi quadri come nella vita, tenendosi debitamente distaccato da questioni di identità.fotogramma angeli2Ci sono vite nelle quali si può morire almeno due volte.Poi ci sono le piccole morti, quelle quotidiane, morti a cui spesso assistiamo ignari, cellule che muoiono, pezzetti di memorie defunte, microchimiche che collassano, arti che rattrappiscono, insieme a tutto quel vivere morendo che ci accompagna sin dalla nascita.Franco Angeli è morto la prima volta nel 1967, schiantandosi con la sua auto.Questa è la sua morte nel film di Franchina Morire gratis in cui Angeli è protagonista. È quasi un suicidio, anche se alla guida c’è, casualità della sorte, la sua compagna di viaggio.Una vita scambiata per niente, gratis appunto.La seconda morte avviene nel 1988, causata dall’AIDS, un male che ti consente una “durata” della morte, o della sopravvivenza.Tra le due una differenza di spazio e di tempo, non in senso “geografico” o “storico” ma solo di “durata”; la prima morte è quasi fulminante, ed è verticale, la seconda la puoi guardare nel suo evolversi, è orizzontale, la guardi allo specchio e ne possiedi persino una o più fotografie. Le morti non sono mai simboliche, il simbolo attua procedure spesso distaccate e ciniche e non ha tempo per te.Le morti tuttavia sono regolate da Destino e sottoposte agli svolazzi capricciosi di Fortuna che potrebbe non soggiornare mai, nemmeno per una manciata di secondi, sopra la tua testa anche per una intera vita.Destino ti concederà deviazioni e differimenti, alcune Domeniche, alcune struggenti felicità, allenterà la fune facendoti sentire libero ma poi con decisi e poderosi colpi di braccia avvicinerà a sé l’estremo del capo al quale tu sei sempre stato aggrappato.Gli appartieni.Quando Destino si è avvicinato a Franco Angeli, sfiorandolo per la prima volta, aveva una grande complice chiamata Bellezza.Bellezza è dono che va maneggiato con cura e contiene sempre il suo rovescio, l’orrore e il teschio, vanitas perenne; volto che crepa all’alba ove scruti i segni della dissoluzione consumata in una notte.La tenuta del corpo, la tempra fisica, la fortuna di possedere armonia, concedono tante resurrezioni. Genetiche imperscrutabili resistono alla corruzione di vite dispendiose e pericolose; persino nelle cadute più vergognose, Bellezza, ti salva sempre.Una foto in bianco e nero dell’ultimo periodo della vita di Angeli ci mostra un corpo smagrito e fattosi fragile ma di secchezza nervosa e ancora scattante, occhi smarriti – lui viaggiatore sicuro dei luoghi di Roma – la mano destra tiene la sinistra, mani che sembrano attrezzi, utensili, mani più da scultore che da pittore, non sono a riposo, son mani che non riescono ad oziare a lungo, la testa appare spropositatamente grande, forse per l’uso del grandangolare in questo scatto fotografico, i capelli splendidi, fluenti e curati nell’apparente sconciata casualità.Le ultime foto di Angeli possono competere con quelle di Denise Colomb di Antonin Artaud nel 1947 che ci mostra il grande artista segnato irrimediabilmente dalle malattie e dagli elettrochoc ed è pudicamente elegante a suo modo; una mano sembra tenere a freno l’altra. Ma l’eleganza di Angeli è ancora stupefacente; indossa qualcosa di appena passato di moda, ma ancora fresco di un infinito e immaginario guardaroba senza tempo.Bellezza ed eleganza si fanno ancora scudo della morte imminente.3Mestiere infame questo dell’artista da sempre nell’eterno quotidiano della vita invivibile…

Ma se codesto chiamiamolo risultato artistico è subordinato al successo decretato dalla visione altrui e all’apprezzamento critico la fantomatica aristocrazia del simbolico lavoro è degradata al vilissimo posto di lavoro se non addirittura svergognata a dopolavoristico galeotto sollazzo, senza per giunta trascurare il fatto che sulla scorta insana di eccezionali precedenti illustri la massa degli addetti all’artificio è spesso incauta vittima di alterazione psichica stordimento alcolico narcotico fino alla più gratuita autodistruzione…

L’arte come servizio sociale? Ma è un servirsi degli altri al solo scopo di uno sfrontato personalissimo tornaconto nel riconoscimento pubblico…

Carmelo Bene, Quattro momenti su tutto il nulla.Una nota gallerista romana, una vecchia signora, mi dice per telefono ben poco di Franco Angeli e mi invita a desistere giacché non avendolo conosciuto non si può scrivere nulla. Dopo quasi sedici anni dalla morte del pittore questa signora ha ancora evidentemente tutti i nervi scoperti e concitata dice: «Era un uomo cattivo, si è rovinato con le sue mani, non c’è più nulla da dire».Certi artisti non finiscono mai di morire.Sarebbe consigliabile non mettere in relazione l’etica o la morale con l’arte, scelta azzardata e fuorviante, e men che meno andrebbero maneggiate categorie come “buono” o “cattivo” che riproducono noiosamente le figure della vittima o dell’approfittatore molto spesso scambiabili a seconda delle situazioni, delle compravendite, delle transazioni.Circa poi l’aspetto autodistruttivo, quel rovinarsi con le proprie mani – e chi altri potrebbe essere autore della propria catastrofe se non l’artista stesso? – parrebbe tautologico ed offensivo, ormai, ridire ad un morente: «Te lo sei voluto» e dirlo poi alle ceneri è mistero tutto femminile, che Angeli avrebbe dovuto, lo spero, tenere in debito conto.La morte di Angeli è morte autoriale, questo è indiscutibile.Che la bellezza possa essere cattiva questo sì, è un dato certo; la consapevolezza di un potere seduttivo, attrattivo, e la coscienza del dono della bellezza, sono armi che possono farsi anche crudeli, lasciare il segno, come abbiamo visto nell’inconsapevole autoanalisi della signora romana; ferire, annichilire l’ingenua offerta della debolezza e della generosa disponibilità. Ma qui gli attori agiscono in uno spazio molto particolare, definito dalla simulazione dell’arte e dall’artificio delle droghe.È uno spazio che non deriva dalla produzione di opere, o almeno non sempre ma, al contrario, l’essere artisti garantisce la produzione ed il consumo di tale spazio: successo, danaro, lusso, sesso, dispendio, esserci, esserci ed esserci sempre nella forma del narcisismo secondario.Dipingere, realizzare opere d’arte, sono garanzia per la quotidiana sovraesposizione, per una vita dispendiosa ed eccessiva per sé e per gli altri, le altre.Lo snobismo di Franco Angeli: l’ex poveraccio che ora beve solo champagne e solo una certa marca, come nei film di James Bond, che gira in macchina con l’autista e fa regali fuori di testa alle sue innumerevoli fidanzate. Nel film di Luca Ronchi, Franco Angeli Film, è il ricordo di Fabio Mauri a sintetizzare, in un efficace ossimoro, il rapporto che l’artista intratteneva con le donne: una delicata brutalità.Veste di sartoria o nei migliori negozi di Roma, più elegante di qualsiasi personaggio descritto da Alberto Arbasino, artista di guardaroba più che di trovarobe, abitatore di suite più che di umide cantine romane ove reumatologicamente si consumavano le sperimentazioni attoriali, raccoglitore di icone ideologiche filtrate da veli per chissà quali pulsioni vojeuristiche, ma ben lontano dai moti scardinanti della seconda metà degli anni Sessanta – persino Guttuso pare avesse contribuito ad un murales insieme agli studenti occupanti a Valle Giulia – non è artista sociale di folle o di masse o di spazi aperti ma è artista di studio, di galleria, di alberghi, di alcove, di letti, di “piste”.Si dipinge per sostenere questa vita, per far fronte ai debiti, per restare allineati ad un genere esistenziale ove non sono ammesse retrocessioni ma si può solo alzare la posta, si può anche morire gratis ma la vita ha da essere dispendiosa.Così ciò che può apparire produzione febbrile – che inflaziona il mercato dipingendo quindi contro se stessi – si configura come schiavitù al destino che ci si è scelto, schiavitù, soprattutto, alla vita che si è scelta.Arte sacrificata alla vita, una volta tanto.Per quanto Franco Angeli non abbia mai dipinto un capolavoro qui diamo ragione a Carmelo Bene, di due anni più giovane e che si è rovinato anche lui con le sue mani, anzi con la sua voce – e diciamolo una volta per tutte che è molto meglio rovinarsi da soli che farsi rovinare dal prossimo! – diamo insomma ragione a quel genio salentino che ci ricordava che piuttosto che fare capolavori bisogna farsi capolavori, nella vita.Se Angeli fosse un uomo buono o no ha poca importanza ma se qualcuno ne ha memoria è perché è stato cattivo. Tanto basta. Non per noi che dovendoci inventare la vita di un morto siamo liberi da categorie morali e dunque più rispettosi e, forse, crudeli, in modo tale da superare le piccolezze terrene dei ricordi dei vivi.Ne scriviamo come se anche noi fossimo trapassati.Franco aveva preso il primo aereo del mattino giusto in tempo per venirmi a prendere, gli saltai al collo abbracciandolo se ben ricordo inciampando nelle valigie, c’era un motoscafo ad attenderci che ci portò “all’Hotel de Bains” al Lido, salimmo in camera, Franco aveva ordinato ben cinquanta rose rosse profumatissime, non uscimmo di lì per tre giorni, facevamo salire il pranzo e la cena in camera: AVEVA VINTO! Era una “luna di miele” magica; un giorno mi fece conoscere una coppia di suoi amici che ci aspettavano nella hall dell’albergo, che scambiai per due turisti tedeschi, poiché erano vestiti come tali, cioè in calzoncini corti e sandali da frate, non ricordo se avessero avuto la macchina fotografica a tracollo ma era come se…; ma niente affatto erano Goffredo Parise e Giosetta Fioroni, italianissimi e adorabili, ci portarono a mangiare il pesce sulla laguna, da Scarso a Malamocco dove spesso torno, e poi a visitare il cimitero sull’isola dove è sepolto Stravinsky e dove, Goffredo e Franco cercavano un lotticino al sole: Mi portò alla Biennale di pittura dove mi iniziò all’arte contemporanea, tra i De Kooning, i Pollock, Jim Dine, ecc… ecc… ecc… Di arte antica ne sapevo forse più io essendo fresca di studi.
Andammo alla “ Festa dell’Unità, alle Zattere, per poi cenare da Arrigo all’Harris bar, con cibi prelibati e vini d’annata. Io non capivo, ero andata via di casa per una difficile e costosissima scelta di rigore rinunciando a tutti i privilegi possibili ed ora mi ritrovavo ad andare sì è vero alla festa dell’Unità, ma facendo una vita ancor più da nababba di quando era a casa! Domandai a Franco che senso avesse tutto ciò e mi rispose così: “Le contraddizioni, è fondamentale vivere le contraddizioni!” Non riuscivo a capire ma ne presi atto.Livia Lancellotti, Un ricordo di Franco Angeli in: Andrea Tugnoli, Franco Angeli Pistoia, 2001Certe vite somigliano a rette geometriche che hanno origini opposte, s’incontrano nella spazialità della vita e nonostante la loro natura oppositiva, un’opposizione diremmo “naturale” ancor che sociale, come la stessa Livia Lancellotti dichiara candidamente, queste rette vivono una relazione di reciprocità, un double-bind : la Lancellotti si “spogliava” di ciò che era, Angeli si “vestiva” di ciò che non era.Nelle reciproche sparizioni e apparizioni sono stati consumati gli anni Sessanta.Nel termine fondativo italiano di “miracolo” economico è contenuta la possibilità nell’impossibilità, l’esserci nell’improbabilità, e la parola “miracolo”, usata nel linguaggio dell’economia, ci inchioda nella dimensione mistica del portentum, italianamente fedeli a noi stessi.Ma i due italiani che candidamente vengono scambiati dalla Lancellotti per due turisti tedeschi sono figure “altre”, e solo dopo aver capito che si trattava di due fiori intellettuali fa ammenda, adeguandosi al trend imposto da Angeli, artista “ricco” ed elegante circondato da intellettuali ineleganti e poveristi.Goffredo Parise non lo immaginiamo con aspirazioni tedesche.Il suo abbigliamento lo immaginiamo piuttosto cinese, nell’abito della nuova Cina che lui ha visitato facendone tempo addietro reportages per il Corriere della Sera, ed è affascinato dalla povertà di quel paese ove tutti vestono allo stesso modo.Lui a Venezia probabilmente è vestito così, come un cinese, omaggio alla rivoluzione culturale, per questo appare così diverso dal resto dei suoi simili: è un ready-made.Del resto, il bel ritratto che Parise dedica ad Angeli si inscrive nella temperie intellettuale di quegli anni. Se Angeli non è figlio della Lupa lo è del Partito Comunista Italiano:Il popolo italiano è perduto, è introvabile, come tutti sanno; Franco Angeli è un perfetto stile ma fisionomico e artistico di quel popolo. Ora, questa bellezza popolare umanistica ed estemporanea, che in Franco Angeli ha dato il più bel fiore romano, ha dato altri fiori qua e là nel nostro paese: che sono stati raccolti tutti dal Partito Comunista Italiano. Il Partito Comunista Italiano non vuole essere estetico meno che meno esteta o estetizzante, perché vuole essere soltanto ideologico e politico e perché trova tutto ciò che è estetico: decadente, borghese, eccetera eccetera.
Invece il Partito Comunista Italiano deve essere felice e soddisfatto come una madre che sa di avere qua e là, nel nostro paese, dei figli belli che rappresentano le tradizioni morfologiche (e psicologiche e stilistiche e culturali) del nostro paese. Deve essere contento perché se vuole, come vuole, opporsi alla borghesia, anche questo conta. Dire di Franco Angeli «che bel pittore comunista» è mille volte meglio specie per chi lo dice con invidia come certa parte di borghesia, che dire «che brutto pittore comunista».(Goffredo Parise, Artisti)Mantenendo uno sguardo “poetico” anche Pier Paolo Pasolini riponeva nella generazione dei giovani comunisti italiani, meno disponibili alla manipolazione consumistica ed alla conseguente e nefasta mutazione antropologica – una gioventù, in generale, anche sempre meno disponibile, in verità, al “rimorchio” – una speranza per il futuro del paese. Intuizione poetica confermata da verità storica ed esistenziale per chi vuol ricordare, o semplicemente accingersi allo studio di quei primi anni Settanta.Per Angeli, che ha già superato la soglia dei trent’anni in questo incisivo ritratto, ricordo di una vacanza sciistica a Cortina – che però ci dice poco dell’uomo, tale è la “distanza” ritrattistica – vale forse la dimensione dell’unicità piuttosto che della coralità.Pezzo unico e di difficile estensione sociologica, sfiorato sia dalla grazia che dalla dannazione, dalla levità e dalla caduta – unità di peso e di misura queste da non sottovalutare – Angeli andrebbe scardinato dalla postura moralistica di sinistra, che ha sempre praticato in verità una “doppia” morale, sottratto al pasto cannibalico degli ex-partecipanti, che autoassolvendosi lo riproducono in santini tascabili e, infine, restituito al suo “romanzo”.4Se la fisiognomica vale qualcosa, le foto di Angeli, oltre ai fotogrammi del film di Franchina naturalmente, parlano chiaro.Uno scatto di Ugo Mulas alla Biennale di Venezia nel 1964 rubato in un momento di “riposo” o di pausa di lavoro, mostra Franco Angeli e Tano Festa insieme, quest’ultimo seduto a terra, “svaccato”, con delle oziose sayonara ai piedi, le ciabatte infradito giapponesi molto di moda in quel periodo.Angeli vi si contrappone in termini sartoriali, sorseggia un drink appoggiato sulla porta, pare un modello in posa al quale hanno dato il tema: fai lo chic, osserva il passeggio e cerca di rimorchiare.Maledettamente bello ed elegantissimo, seducente e cattivo, preda e cacciatore, presente a se stesso, autoprogettante, opera puttanesca in atto.Le ciabatte di Festa indicano una messa in gioco, si tenterà l’avventura a New-York.Le scarpe eleganti di Angeli indicano invece il radicamento ai previlegi che Roma può offrire e ai quali è difficile rinunciare. Non si viaggia.Se si osservano i suoi continui cambiamenti di indirizzo di residenza o dello studio ne viene fuori una mobilità intramuros impressionante, dovuta probabilmente a debiti accumulati e sfratti conseguenti, sino agli ultimi anni dove si arrangiava tra un residence e l’altro, pur dipingendo, con una figlia bambina e un gatto.A me se mi tolgono da Roma io muoio, no, non sono di quelli che vanno nel Congo o nel Vietnam.La verità è che sto bene solo a Roma, cento persone che mi conoscono, altre duecento che vengono alle mie mostre e un’altra cinquantina che conosco nei bar.Quando ne esco queste trecentocinquanta persone mi mancano come fratelli.A Roma magari li odio o li detesto ma già qui a Genova mi sento solo.(Morire gratis)Nelle due posizioni degli artisti è facile intravedere le diverse modalità dell’agire: il primo, verticale, segna cartesianamente appartenenza abitazione e possesso del luogo, è un uomo intruso; il secondo, seduto sul pavimento, è misuratore immaginario della terra, nomade, metà genio e metà clochard, centrale e marginale insieme, è uomo estruso.Angeli e Festa forse incarnano le due nature, speculari e reattive di fronte ad un esordio di nulla e di macerie, un esordio italiano: il revanchismo sociale; essere ciò che non si è. Il distacco giocoso e teatrale dalla realtà; non essere ciò che si è.Nel film di Franchina, Franco Angeli interpreta un artista che viaggia per raggiungere Parigi portando con sé una scultura, una lupa romana, che lui definisce “quadro”, al cui interno un nastro magnetico riproduce la voce di Mussolini.Ma l’opera d’arte è solo un mezzo di trasporto che contiene in realtà una partita di droga.All’arrivo nella galleria parigina Angeli non si accontenta del milione pattuito per l’acquisto del suo lavoro ma vuole realizzare di più, visto il rischio che ha corso durante il viaggio e nel passaggio di confine. La gallerista gli nega altri soldi; Angeli distrugge la sua opera e ruba la droga dal ventre spaccato della lupa romana; fuori della galleria dei teppisti assoldati dalla galleria lo pestano per bene, recuperano la droga e lo lasciano sanguinante in strada.Per Angeli l’arte è un mezzo, quasi mai un fine.Io ho solo paura di morire gratis, per niente.angeli-venezia1.jpg

giovedì, 18 gennaio 2007

campo3.jpg

Settimana

giovedì, 18 gennaio 2007

Ricordo una scultura, una lupa romana parlante, di Franco Angeli.
Anche oggi abbiamo una scultura pop che parla e che dice: “questo governo è antiamericano”.
Forse questo governo è critico con l’”attuale” amministrazione americana. Così va già meglio.
Così come non si è contro Israele, o addirittura antisemiti, ma critici nei confronti dell’attuale governo di Tel Aviv, e allo stesso modo non erano antitaliani coloro ai quali non piaceva la nostra scultura pop e i suoi lacché.
Essere antiamericani significherebbe poi essere un po’ contro noi stessi; non ce ne sarebbe nemmeno bisogno perché lo siamo già per conto nostro.
La voce registrata dentro la lupa lombarda si sta esaurendo? Speriamo.

Si avvicina il 27 gennaio, Giorno della Memoria. Nel 1945 furono aperti i cancelli di Auschwitz. Ma il viaggio descritto da Primo Levi, durato dieci mesi, dopo la liberazione, è terribile quasi quanto la vita nel campo; è l’angoscia della “libertà” nel deserto.
Sul quotidiano La Repubblica di oggi c’è una bella testimonianza di Paolo Rumiz in proposito; ha ripercorso il viaggio di Primo Levi, mescolando passato e presente in uno stile spaesante e perturbante.

Il suicidio (?) di Primo Levi si è riavvicinato qualche settimana fa, quando il Presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, ha organizzato un convegno “internazionale” sulla negazione della Shoah, continuando a minacciare la distruzione di Israele.
“Voglio un mondo senza Israele”, dice lui.
“Lui” vuole un mondo, tutto suo, ma oltre a volerlo lo vuole anche senza qualcuno.

Quest’uomo, dal look così insignificante e anonimo, che indossa una specie di divisa della banalità, a qualcuno potrebbe apparire improbabile e patetico, come poteva apparire Adolf Hitler negli anni di Monaco.
La sottovalutazione è uno dei nostri migliori difetti; su eventi quotidiani e minimi tendiamo ad un eccesso di drammatizzazione, mentre davanti ad annunci di uso dell’atomica, o minacce di nuove pulizie etniche, tendiamo a schivare o a rimuovere.
Siamo fuori scala.

Al di là delle retoriche commemorative, quello che ancora mi riecheggia, in questo nuovo 27 Gennaio, è quella parola incomprensibile che nessun testimone riusciva a comprendere, la parola di Hurbinek, che Primo Levi ricorda ne La tregua:
Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva.

mercoledì, 17 gennaio 2007

sconosciuto1.jpg

martedì, 16 gennaio 2007

casa-albero.jpg