Archivio di febbraio 2007

Ricordo di una Renault ©

mercoledì, 28 febbraio 2007

25

Nei primi giorni di soggiorno di dieci anni fa, in questo rifugio nella campagna toscana, Dolores attuò subito la sua tecnica di sparizione proiettandosi nella conoscenza dell’ambiente e dei vicini, come una ragazza che scappa di casa dopo averne conquistata una, come se accoglienza e fuga facessero parte dello stesso sistema spazio-esistenziale.
D’altronde, Dolores era persino capace di scomparire a casa sua, nel giardino, nelle mura di casa di sua madre e, quando mi raggiungeva nel mio monolocale al quindicesimo piano, ripeteva il solito scherzo, dopo aver suonato il campanello: trovava reconditi ed inesistenti anfratti nel pianerottolo per sparire per qualche secondo. E poi, puff! Eccola riapparire, con il sorriso beffardo e infantilmente canagliesco che annunciava quei deliziosi pomeriggi o serate in cui facevamo l’amore, con il piacere nuovo e intatto come la prima volta.
La sua presenza era sempre annunciata da un’assenza, un folletto bizzarro che ti canticchia: con i tuoi occhi rossi rossi, che faresti se non ci fossi?
Dolores, come sempre, è stata l’avanguardia anche in questo luogo. Il giorno dopo sapeva tutto degli anziani vicini, di Franca, di suo marito Alberto e di Sandro, il loro amico di sempre.
Ma della vita di Sandro catturai io qualcosa di intimo e originale che obiettivamente sfuggiva agli orizzonti antropologici di Dolores.
La sua vecchia Renault 4. La mitica R4, famosa quanto la due cavalli ma con un pensiero in più; fu la mia auto di gioventù.
Quest’auto mi ha permesso di viaggiare e assaggiare l’Europa, mi ha fatto vivere, dormire, fare l’amore, esperire la solitudine notturna nel girare a vuoto nella depressiva città in cui sono nato, è stata casa nelle sue capacità di trasformarsi e svuotarsi così come è stata compagna di traslochi allargandosi all’occorrenza accogliendo libri e mobili.
Era la macchina-segno francese quando Roland Barthes ancora balbettava, era sospesa da terra più delle altre e poteva andare ovunque, era campagnola e montanara e, tirata a lucido, non ti faceva sfigurare quando la parcheggiavi davanti ad un dancing o ad una festa nelle ville adriatiche delle mie terre.
Era bianca o rossa, di un rosso tutto suo, appena opaco, un rosso patinato dal tempo già da nuova. La mia era bianca, quella di Sandro di un beige pallido, bello anch’esso.
I sedili erano in tubolare con similpelle tirata con molle metalliche. Anatomicamente sembravano improbabili eppure si arrivava tranquillamente a Istambul senza mal di schiena.
Il cambio marcia era divertente e muscolare, la postura nella guida era altera e sciolta a seconda dello stato d’animo. Alcune persone ti capivano, o ti catalogavano, da questa macchina.
Sandro aveva condiviso le mie considerazioni e si autoassolse ormai definitivamente da tutte le critiche saccenti e consumistiche intorno alla sua vecchia Renault che i suoi amici fiorentini non gli risparmiavano; lui la curava come una bambina.
Tutto questo suggellò il rispetto reciproco facendo di noi fratelli d’auto
Ma poi, dopo questo sprazzo di moderata esaltazione, pensai che da giovani si ha meno mal di schiena e che viaggiare in cinque in una macchina così, spinellandosi qualche volta, molto probabilmente, più che la benzina ad alimentarla erano l’utopia e l’avventura.
In effetti, oggi, allo stesso modo sembrano comportarsi questi cultori superstiti dei Miti (falsi) degli anni Sessanta che dimenticano l’enunciato principale che dovrebbe fare da anticamera ai loro ricordi: eravamo giovani!
Memoria e Storia, qualche volta, andrebbero separati.
Non potevano definirsi vecchi questi desueti “fricchettoni” non sincronici con il tempo.

Molestie

martedì, 27 febbraio 2007

40

Il professore riceve una telefonata dal Dirigente che lo invita a presentarsi a scuola per comunicazioni importanti, anche se in quelle ore era libero. Ad attenderlo c’erano invece i carabinieri che lo arrestano e lo portano via. Scendono le scale insieme, vengono visti da tutti. L’accusa è grave: molestie sessuali nei confronti di una studentessa. Il professore avrebbe invitato la ragazza in un’aula deserta e qui si sarebbe tolto i pantaloni davanti a lei. Quindici giorni in cella.
Suo figlio, ancora piccolo, non vuole andare più a scuola perché si vergogna e la moglie cade in una profonda crisi depressiva. Sulla reazione dei colleghi stendiamo un velo pietoso. Dopo la galera viene appurato che la ragazza, psicolabile, in cura, si è inventata tutto e che la data in cui sarebbe avvenuto il crimine corrispondeva al  giorno libero del professore.
La procedura ha seguito un percorso diabolico. L’arresto avviene a scuola, in luogo pubblico, platealmente visibile, e non a casa. L’imputato poteva fuggire o commettere ancora lo stesso reato, magari spogliandosi nudo davanti a sua moglie. La ragazza disturbata psichicamente muove le sue accuse rivolgendosi ad adulti più disturbati di lei. Tutti alla fine pensano che ciò sia risarcibile e che si possa tornare indietro, ritornare alla normalità di prima. Non è possibile.
Il tempo si è fermato, la storia si è congelata, la vita sospesa, il danno irrisarcibile, le lesioni incurabili, il futuro lesionato.
Proviamo a cambiare alcune caselle del dispositivo che ha imprigionato il professore.
1. La ragazza non è psicolabile tuttavia vede nel professore un nemico, crede che ce l’abbia con lei e rovesciando le parti è lei che ce l’ha con lui. Forse lei è porcella e il professore, giovane e affascinante, non le dedica le attenzioni che la ragazza si aspetta.
2. Il fatto accade non nel giorno libero ma in un’ora libera tra le lezioni del giorno (quella che gli idioti chiamano l’ora “buca”, in questo caso ci si “imbuca”).
3. Il professore non si spoglia come un esibizionista dei fumetti anni Sessanta secondo l’arido immaginario della “poverina” psicolabile ma, secondo la versione della porcella, avrebbe richiesto una esplicita fellatio (in realtà ai carabinieri lei avrebbe dichiarato:”il prof mi ha chiesto di fargli un pompino”.
4. Il professore non è una persona mite e tranquilla ma un noto attivista sindacale, un cobas, notoriamente polemico nei Collegi dei Docenti e spesso in conflitto con diversi colleghi e con la dirigenza.
5. Vent’anni prima si vociferava di una relazione del professore con una studentessa, storia mai sepolta in quanto le colleghe “vecchie” la riattualizzano sempre e la raccontano agli insegnanti nuovi.
Bene, cinque punti bastano, altri li lascio alla vostra immaginazione.
A questo punto il professore sarebbe stato spacciato ma l’innocenza sarebbe stata la stessa.
Al posto di tante stronzate nella scuola agli insegnanti consiglierei la lettura della pièce teatrale di David Mamet, Oleanna. Leggerlo e commentarlo in classe, ammesso che ne abbiano le capacità. Dimenticavo! Sono appena 43 pagine.
Lo so, sarò accusato di essere saccente e presuntuoso, accusa terribile oggi rivolta ad un professore.

Maurizio Cattelan nel paese di Lilliput

domenica, 25 febbraio 2007

lilliput

Uno dei numerosi figli del dittatore ugandese Idi Amin Dada, ha dichiarato lamentosamente alla stampa che il film l’Ultimo re di Scozia – il cui protagonista Forest Whitaker è candidato all’Oscar – presenta una visione parziale e distorta di suo padre, che in realtà era persona di grande umanità e padre affettuosissimo.
Sappiamo che Adolf Hitler era molto affettuoso con i bambini ed amava in modo particolare i cani, cosa che dovrebbe far piacere agli animalisti. Sapere che molti macellai della storia fossero, nella loro vita privata, dolci e affettuosi, generosi, religiosi, amanti del bello e della poesia non dovrebbe destare tanto stupore.
La visione semplificata che vuole vedere il male con il volto feroce e le mani imbrattate di sangue, con le fattezze di un mostro che supera la soglia umana, è molto più tranquillizzante e pacificante della versione ambigua e contraddittoria che attraversa l’umano, soprattutto quello civilizzato della nostra cultura occidentale.
In quel sequestro di massa raccontato da Collodi nel Pinocchio, ove i bambini verranno trasformati in asini e venduti come animali-schiavi, sarà un uomo buono a condurre il gioco: un omino tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto, che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa. Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare nel suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna, conosciuta nella carta geografica col seducente nome di “Paese de’ balocchi“.
L’Adolf Hitler di Cattelan, inginocchiato, cristallizzato in una ispirata preghiera, offre in fondo l’immagine dei tanti santini e statuette che appendiamo nella cameretta, disvelando il carattere intimo e domestico, se volete la “banalità”, del male. Se il male si presenta così, se il male è davvero così, sarà difficile allestire lucidamente gli anticorpi.
C’è poco di scandaloso in tutto ciò (a parte il secessionismo dell’avanguardia utile al mercato dell’arte), c’è molta tradizione invece, molta continuità con una certa tradizione storico-filosofica che i critici, indaffaratissimi, hanno poco tempo di frequentare.
Come è stato notato (Nigel Warburton, un filosofo appunto) il cavallo appeso, dal titolo Novecento, trattato con la tecnica della tassidermia, si incrive nella tradizione dell’arte e non ha senso stupirsi. Passano davanti ai miei occhi i cavalli veri di Kounellis di Roma all’Attico, quelli di Degas, Fattori, Géricault, Delacroix, Picasso e tanti altri. Non si vorrà certo negare la presenza del cavallo nel’arte e nella sua storia!
Non so bene se Damien Hirst ne abbia mai messo uno in formaldeide, forse avrà ritenuto che il cavallo è stato troppo citato nell’arte preferendogli squali e manzi.
Anche i “bambini” appesi ad un albero a Milano nel 2004 in piazza XXIV Maggio, si inscrivono nella “nostra” tradizione; ritorna Pinocchio e Collodi quando il burattino viene impiccato ad un albero.
La descrizione della morte di Pinocchio è molto cruda e terribile ma in genere questo episodio della favola è rimosso. Infatti anni fa, partecipando con altri artisti ad allestire qualcosa dentro il bellissimo (e davvero collodiano!) Teatro Petrella di Longiano, scelsi un Pinocchio vero impiccato su un albero vero e sistemato sul palcoscenico, molti si chieserò perchè fosse stato impiccato Pinocchio. Ma è nella favola! Tornando ad un contesto evidentemente più importante c’è da chiedersi come si possa capire l’arte di Cattelan se non si conosce neppure la nostra tradizione culturale, persino il nostro fondativo Pinocchio! “Opera di un cinismo scolvolgente”, la definì l’assessore di Milano Brandirale, ex leader del partito marxista-leninista italiano che probabilmente di cinismo deve saperne più di noi.
Ma a questa tradizione, a questo riproporre cose e idee da noi dimenticate per distrazione o ignoranza, si accompagna (questo sì “cinico”) una miniaturizzazione del mondo, una “maquette” in scala della realtà, un rapporto logico-geometrico delle vere dimensioni della realtà: che sia un sosia di se stessi con appena una macroscopìa (non credo esista questa parola), il naso, o la galleria più piccola del mondo, l’ufficio più piccolo che esista, tutto funzionante con scrivania e cassettini; è questa riduzione della “misura” a svolgere una funzione quasi di “drammatizzazione”. Il fuori scala. il Paese di Lilliput.
È il sistema lillipuziano a rendere non banale e pensoso il lavoro di Cattelan, questo nuovo Gulliver dell’arte contemporanea.

(ps. a questo punto, con tanto Pinocchio citato, andrebbe davvero riletto quello di Giorgio Manganelli!)

Fotocopiare libri

sabato, 24 febbraio 2007

libri

I libri sarebbe meglio leggerli che fotocopiarli.
Gli autori vivono con i libri, non dimentichiamolo.
Poi è complicato sistemare tutti quei fogli ma soprattutto, diciamolo, leggere in fotocopia è poco piacevole.
A parte rare eccezioni (libri introvabili, ricerche impellenti…) sarebbe meglio comprarseli i libri o prenotarli in biblioteca.
Tranne per i libri Donzelli che andrebbero fotocopiati quasi per dovere. 48 pagine a 16 euri!
La stampa poi è discutibile e se ci sono immagini sembrano, appunto, fotocopie… tanto vale.
Si sospetta che spesso sono libri in parte finanziati o con le spese già coperte.
Fotocopiate pure tranquillamente i libri di Donzelli (soprattutto quelli per preparare qualche esame), sarete assolti.

Hasta la victoria siempre!

venerdì, 23 febbraio 2007

ragazza

Tra le proposte e i punti in fase di costruzione che alcuni studenti hanno presentato per candidarsi al Consiglio di Istituto si legge:

Festa di fine anno aperta a tutti

Educazione sessuale

Gara di costumi di carnevale

Miss Liceo

Mister Liceo

Competizione fra gruppi musicali

Feste d’Istituto

Spaghettata di Pasqua

Gite in barca

Escursioni alpine di fine anno

Gare motociclistiche indoor

Cene di tonno

Gare culinarie

Costruzione diga per l’approvvigionamento elettrico della scuola

Té caldo ogni mattina

Servizi igienici in oro.

Quest’ultima proposta, divertente, ci fa capire che “forse” è tutto un gioco ironico. E se ci sbagliassimo?

Crisi

mercoledì, 21 febbraio 2007

aspettando la crisi

Sì, la crisi è drammatica. Ma ancora più drammatico è stato per me, seguendo e vedendo il dibattito al Senato, aver scambiato Franca Rame per Sandra Mondaini.

E ADESSO?

Quando i Talibani distrussero quella meraviglia rappresentata dalle statue giganti del Budda in Afghanistan, qualcuno in segreto avrà goduto. Deve essergli piaciuto quel gesto drastico e distruttivo del cannoneggiamento contro la bellezza realizzata dall’uomo.
Al trotzkista (esistono, sì… sì, non siate così tristi suvvia) sotto sotto piacciono i gesti duri e puri. E così ha cannoneggiato il governo. Al bambinone regaliamogli una volta per tutte la macchina del film Ritorno al Futuro e spediamolo a razzo nel Novecento, facciamolo subito, anzi se la comprasse da sola, con quel fior di stipendio trotzkista che ha intascato sinora.
E adesso? Come sarà questa primavera-estate?
Avremo la donna morbida e burrosa; basta con i sacrifici e gli esaurimenti nervosi e le prove costume, gli stilisti propongono taglie più rilassanti, ritornano le 95-58-94, avremo tecnologiche trasparenze con nuovi materiali ma non si dimenticherà lo chiffon e la seta.
Tornano alla grande le gonne, corte, cortissime, già le chiamano maxi-mutande. Basta sbirciare nel jeans vita bassa le pieghe del fondo più fondo del fondoschiena. Guarderemo dal basso, ricominceremo a far cadere forchette e tovaglioli per sbirciare sotto il tavolo.
Sono tornate le gambe!
«Le gambe delle donne – sentenziava un personaggio di Truffaut – sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia.»

Ormai solo una gamba ci può salvare, ci ricordava Martin Heidegger.

(p.s. pensavamo, afflitti da internet che mortifica gli uomini, che la citazione del senatore Buttiglione fosse di Flaiano ma è stata attribuita con autorevolezza a Karl Kraus!
Seguirà un dibattito?)

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Lettere ricevute rubate a commenti:

“Dice il Senatore Boselli, che non è un imbecille, ‘la corda a forza di tirarla si spezza’. Come analisi non mi sembra male. Il Senatore Boselli il Calendario di Frate Indovino lo conosce alla perfezione. Scusa l’intrusione, ma sai ho acceso la tv mentre cenavo (dicono i medici che non bisognerebbe farlo!). Ho spento ancor prima di finire di cenare.
Buonanotte. Claudio”

Stessa impressionante gaffe riguardo alla Rame/Mondaini! allora si somigliano davvero!
In ogni caso sono tutte due “binarie” (pochi semplici concetti, tutt’al più due, e una purezza “identitaria” integra e immarcescibile da 40 anni, nonostante le alterne vicende del mondo….)
Ma almeno Franca Rame ha votato sì…”per non far tornare Berlusconi”… (è uno dei “due” concetti di cui sopra: basteranno questi impulsi elementari per governare il paese?).
Con affetto. Donata

Lo sapevo che avresti scritto un post come questo! Diciamo che l’immagine associata è a dir poco eloquente!
Luca

Famiglia

mercoledì, 21 febbraio 2007

trios

Si invitano i cittadini a comunicare con sollecitudine a questa bio-amministrazione governativa le proprie preferenze e abitudini sessuali, in modo da ottimizzare la concessione dei diritti e valutarne il criterio di attribuzione. Il nostro bio-ufficio redigerà una lista con relativo punteggio in materia di pensioni, accesso a mutui, assistenza sanitaria, permessi e congedi dal lavoro, concepimento e adozioni, e tutto ciò che attiene al diritto di cittadinanza. La procedura può essere effettuata nel nostro sito www.biogoverno.it nel rispetto, naturalmente, della vostra privacy.

Filo d’arte. Ricordando Alighiero Boetti

martedì, 20 febbraio 2007

cucito1

L’Enciclopedia dei lavori femminili di Thérese De Dilmont, in unico volume, rilegatura inglese, al prezzo di lire cinque, forse è ancora reperibile in qualche bancarella o mercatino di vecchi libri e nostalgiche inutilità o forse nei bauli di alcune vecchie soffitte tutte da esplorare, ove il passato non passa, come è capitato a chi scrive. Il libro non era solitario; insieme cartigli arrotolati, bozzetti per arazzi, decorazioni colorate per tessuti, campionari, un diploma di onorificenza del Comune di Faenza rilasciato ad Anita Sangiorgi, riminese, fondatrice di una delle prime scuole di arte applicata in Romagna nei primi anni del secolo scorso.
Stilemi classicheggianti nelle carte disegnate o dipinte ma anche soluzioni moderniste e moderatamente geometriche ma ancora al di qua della civiltà delle macchine e della “benjaminiana” riproducibilità tecnica. «La maggior parte delle persone che apriranno l’Enciclopedia dei lavori femminili diranno fra sé che questi particolari sul cucito sono davvero superflui, al giorno d’oggi soprattutto, che la macchina sostituisce così spesso il lavoro a mano», scrive la Dilmont. La sacralità delle mani sarà imperitura: Come la fotografia non ha cancellato la pittura, la macchina da scrivere la scrittura manuale (oggi si aprono scuole e corsi di calligrafia con venticello new-age), il computer ed internet il libro, il nylon un buon paio di mutante di puro lino, le mani sembrano ancora rappresentare l’utensile primario, non c’è dubbio. L’arte contemporanea protegge le mani dentro un fortilizio innalzandole quale vessillo di autenticità. I grandi dibattiti conflittuali sul rapporto tra l’innovazione della tecnica e l’ambito estetico appaiono nel lungo periodo sterili ed inutili riproponendosi periodicamente in modo stanco e noioso.
Il futuro forse è già stato, ed è stato troppo veloce.

cucito 2
Libro per signore dunque, oggi per competenti artigiane del cucito e del ricamo che tornano tanto di moda insieme alla diffusa e superficiale “nostalgia del fondamento” o più banalmente del tempo che fu. La scansione temporale del lavoro delle “signore” applicato al ricamo su tela o all’uncinetto (oltre all’applicazione diligente al pianoforte con sonate squisitamente femminili) è lenta e paziente. I giorni erano più lunghi, c’era tempo, tempo da perdere e non tempo perso. Lavoro e socializzazione perché il cucito si fa volentieri in compagnia, in umbratili salottini, linde cucine o riposanti bow-window, in pomeridiane conversazioni metereologiche, sui figli e la moda o chissà su quali incoffessabili pettegolezzi o modeste perversioni definitivamente piombate nel segreto femminino di un punto croce.
Chiacchierino si chiama un lavoro per merletto.
Libro per signore sufficientemente colte, abili con le mani ed esperte negli stili, creative nel mescolare modi e disegni con risultati originali e sempre nuovi , vere operette d’arte se non ci fosse lo stereotipo del maggiore e del minore.
Gli arazzi e i ricami proposti da un grande artista indimenticato, Alighiero Boetti, ci segnalano che sono le arti “minori” a rimescolare le carte nel gioco dell’arte, e del mercato dell’arte. «È sempre il piccolo che diventa grande», scriveva il filosofo Gilles Deleuze.
Eppure le incisioni che illustrano puntigliosamente il trattato (perché di un vero trattato si tratta, un trattato della “frivolezza”, alla francese) appaiono al nostro sguardo, martirizzato e saturo da immagini in movimento perpetuo, stranianti e spaesate; persino autonome rispetto alla didascalia ed alla loro funzionalità illustrativa ed esemplare. All’occhio estetico, un po’ démodé e stupidamente all’erta sulle marginalità, può accadere di trovare Lucio Fontana in una bordatura, Paul Klee in una rosetta ad uncinetto, Burri in un sopraggitto, e così via.
Per il resto la considerazione è tra le più ovvie: oggi non ci si sa cucire neppure un bottone. Con filo d’arte, s’intende.

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Mario Sironi.

martedì, 20 febbraio 2007

sironi

A CURZIO MALAPARTE (1950-1955?)

Caro Malaparte

che avrà detto del mio lungo silenzio? Io non potrei rispondere subito alla sua lettera per questo tremendo lavoro che spesso per giorni e settimane mi rende inesistente.
E ne avevo dispiacere ma ero già malandato in salute per il soggiorno di Cortina per me una esperienza da evitare. Cominciò subito dopo il mio ritorno uno stato di salute ambiguo ed estremamente doloroso che doveva poi sboccare nella presente situazione. Ricorda la suggestione? Dopo pochi giorni che per dannata conbinazione furono di trambusto di lavoro e di fatiche che non avrei dovuto sopportare mi scoppiò nelle gambe il vecchio misterioso male che tante atroci sofferenze mi hanno fatto patire nel passato. Il primo giorno rimasi chiuso in casa, per almeno 18 ore senza potermi muovere, curare mangiare bere rispondere al telefono aprire a chi suonava. Immobile come un fachiro e gemente come un ferito. Per fortuna arrivò la mia amica che aveva le chiavi e che con la croce rossa mi portò alla clinica Columbus dove mi trovo da un mese e mezzo preda di dolori violenti e di una situazione di salute che in principio era spaventosa e ora è di una tetra e quanto mai [?] incerta aspettazione. Ma in tutto questo tempo e in mezzo alle mie sofferenze ho sempre pensato alla mia lettera morta al mio desiderio che così miseramente naufragava in un amaro soffrire che spesso non mi ha lasciato che gli occhi per piangere.
Fui tanto contento di ricevere la sua lettera!

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a cura di Elena Pontiggia.

Caro Deputato Comunista

lunedì, 19 febbraio 2007

yomo

Caro Deputato Comunista,
abbiamo visto la sua foto alla manifestazione; finalmente con la postura che tanto sognava con nostalgia.
Il pugno alzato, la faccia con l’espressione furbetta e soddisfatta che dice: “te l’ho fatta!” (a chi?), come un bambino viziato e satollo di cibo in procinto del ruttino. Ci faccia anche un bel ruttino Deputato. Infantile, poco incline al lavoro che lascia volentieri ai lavoratori, scisso nella personalità e in attesa che qualcuno intraprenda finalmente un’analisi patografica dei politici, sotterrando l’alibi ideologico della rendita catastale; futuro pensionato da favola con il cruccio delle pensioni che lascia volentieri ai pensionati, ex ministro che ha provato il brivido delle auto blu, autisti, scorte, telecamere; Lei, Deputato Comunista, ha inaugurato una nuova maschera italiana che si aggiunge a quelle, ancora attuali, di Arlecchino e Pulcinella.
Bisognerà darle un nome.
Lei non è di sinistra, come siamo noi, cresciuti adulti e maturi immersi nel quotidiano, nel presente.
Lei lascia a noi il lavoro duro e anonimo del giorno dopo giorno, mentre Lei vive la sua eterna Vacanza Comunista.
Lei vive il domani e il passato allo stesso modo.
È un nulla stipendiato, un narcisista che vive alle spalle della storia, la nostra.
La visione ottica umana si aggira intorno ai sessanta gradi circa, e grazie alla mobilità bi-oculare abbiamo una vista di insieme.
Il suo cono ottico si aggira intorno ai quindici gradi, nonostante le sue vacanze internazionali, e peraltro il suo occhio non è mobile ma è inchiodato ad un punto fisso, posto nello specchio che restituisce la sua immagine, come nella fotografia del bambino adulto con il pugno alzato.

“Vario son da me stesso”

sabato, 17 febbraio 2007

giocattolo e me

“Vario son da me stesso”, Journal di arte, cultura, umanità varia, vite vissute e nuda vita; termometro della vita attiva e contemplativa, osservatorio mobile, libero e indipendente del piccolo e del grande mondo.
Diario dello sguardo inattuale. Quotidiano del malessere, della ricerca della felicità e del bello.
“Vario son da me stesso” è il piacere della scrittura, è “il piacere del resto”, dei resti.
“Vario son da me stesso” era il senso compositivo dei quadri dell’Arcimboldi.
“Vario son da me stesso” è il tentativo di uscire da se stessi per essere e riconoscere tutti gli altri possibili dentro di noi, per autopacificarsi.
“Vario son da me stesso” significa negoziare con se stessi, per automigliorarsi, prendere cura di sé.
“Vario son da me stesso” è come la malattia della pelle. È la malattia della superficie.
“Vario son da me stesso” è la psoriasi della contemporaneità, è, come dicevano gli antichi greci, la “malattia dei sani”.

Vario son da me stesso,

E pur, sì vario, un solo

Sono, e di varie cose

Col mio vario sembiante

Le sembianze ritraggo

(Gregorio Comanini, Trattati d’arte…)

costruzioni

Willem de Kooning

venerdì, 16 febbraio 2007

de kooning

«Il 18 luglio del 1926 il piroscafo britannico SS Shelley salpò dal grande porto di Rotterdam. Scese lungo il Nieuwe Maas, costeggiando la fila di banchine, percorse il Niuwe Waterweg (il canale di Rotterdam), superò l’Hoek van Holland, la lingua di terra che dal bassopiano si protende nel Mare del Nord, e si trovò in mare aperto. Il viaggio fino agli Stati Uniti durava dodici giorni. Ben nascosto dentro la nave, accanto alle immense fornaci della sala motori, c’era un passeggero clandestino di ventidue anni, Willem de Kooning…»

Continuate voi la lettura, ne vale la pena.

Il Professore Carrisi ci preoccupa

giovedì, 15 febbraio 2007

periferia

Il grosso problema di Salvatore è di credere alla realtà.
Ci si avvinghia ogni giorno, la frantuma in affascinanti dettagli che vede solo lui, se li porta a casa dal lavoro, continua ad analizzarli nel sonno, prigioniero dell’aula scolastica che ha ormai recintato tutto il suo tempo.
Deve crederci tutte le mattine davanti allo specchio.
Il corpo è andato per i fatti suoi, grasso e informe, lo lava di rado, la testa calva; dei denti rimane solo un ricordo.
Un tempo era magro, elegante, bellissimi capelli.
Dorme vestito su un letto che si è fatto caverna, giaciglio disordinato e primitivo ove affogare e fuggire dal mondo dormendo più tempo possibile.
Ogni giorno pensa alla morte e si rammarica del fatto che verrà sorpreso con i piedi sporchi e senza dentiera.
Chiunque si occuperà di lui gli farà violenza, guardandolo.
Non potrà controllare l’”espoosizione” della sua salma.
Assai frequentemente pensa di darsela la morte, di vestirsi bene e lavarsi, mettere in ordine la casa, lasciare sul tavolo una lettera e passare dal sonno alla fine.
Ma quando? E quale morte? Chi leggerà la lettera? Chi si occuperà di lui?
Nel frattempo la morte potrebbe sopraggiungere all’improvviso, forse in un raro giorno appena migliore.
Già, perché Salvatore pensa alla morte come attacco notturno, ma potrebbe schiantarsi all’improvviso e rotolare sul pavimento della scuola, magari in classe mentre legge ai suoi lobotomizzati una pagina di Landolfi o di Alvaro.
Il Dirigente scolastico in un memorabile Collegio dei Docenti ricorderà italianamente la morte sul lavoro, la morte sul “campo”, del nostro Professore Salvatore Carrisi mentre leggeva e commentava ai suoi allievi fedeli alcune pagine di Corrado Alvaro e Tommaso Landolfi.
Un silenzio commosso e contratto attraverserà il Collegio composto da precari e nuovi docenti immessi in ruolo ormai cinquantenni, tutti vergognosamente silenti non sapendo chi fossero tali Alvaro e Landolfi.
Pur non morendo, il Prof Carrisi, che crede nella realtà, legge anche di peggio mentre la carne che cammina entra ed esce dall’aula quando vuole, si presenta al mattino a gruppetti sparsi nell’orario che desidera, spesso femminucce stronze vestite da bambine troie inconsapevoli le cui madri tengono tuttavia nel cassetto all’occorrenza le foto della loro prima comunione, da esibire all’Italia, nel caso alla loro bambina succedesse qualcosa, siamo sempre pronti per la televisione.
Sono sempre angeli, all’occorrenza.
Nessun Collegio e nessun necrologio per una persona che già da alcuni anni è in disuso, un anno dalla pensione, sopportato come un dettaglio d’arredo sbagliato in attesa di una ristrutturazione.
Forse un telegramma, che non leggerà nessuno; che se ne sa di costui? Un telegramma al morto che non può leggere.
Ogni giorno i pensieri delle tipologie della morte danno un senso alla vita di Salvatore, che abbraccia la realtà non accettandone la sparizione.

Guerra

martedì, 13 febbraio 2007

guerra.jpg

“La sopravvivenza è l’unica gloria in guerra.”

Samuel Fuller, Il grande uno rosso.

Orologio italiano

martedì, 13 febbraio 2007

orologio-italiano.jpg

Comunicato

martedì, 13 febbraio 2007

bambino 2

Si rende noto che per noi la frase decisiva nel film “Via col vento” non è Domani è un altro giorno, come comunemente si crede, ma Francamente me ne infischio.

Fellinia 4.

lunedì, 12 febbraio 2007

mare

Le attività espositive d’arte nella città, quelle che si svolgono negli spazi pubblici, come la Galleria dell’Immagine in via Gambalunga, un tempo prestigiosa, o negli spazi che si collocano nella visibilità del nucleo storico, nella “piazza”, lasciano trasparire un’idea dell’arte molto “democratica”, impostata su un’idea sociologica e populista piuttosto discutibile che mescola confusamente, o furbamente, un concetto di creatività a cui tutti avrebbero diritto, con quello dell’esponibilità, che riguarderebbe invece il “mostrarsi”, l”esserci”, attività pulsionali anch’esse rattrappite dentro il buco psico-sociologico, oggi diffusissimo, che in definitiva si traduce più o meno nell’imperativo dal rifuggire dall’anonimato e nel desiderio di apparire: emergere dal fondo anonimo della città di provincia, del quartiere, persino del condominio, contro ogni pudore, quindi “spudoratamente”. Distonìe esistenziali che molto spesso con l’arte non hanno nulla a che vedere.
Il motivo rap è: io esisto, ci sono, io valgo, io ho diritto ad esserci, se lo fai tu lo faccio anch’io, spostati stronzo/a che ci sono anch’io.
Tutti vogliono essere qualcuno come profetizzava il grande ”idiota” del XX secolo Andy Warhol. Solo che quella manciata di minuti profetizzati dal maestro pop si allungano sconsideratamente.
La città iperrealista per eccellenza, Fellinia, per suo destino, deve soddisfare questo imperativo democratico-mediatico fatto di comparse e caratteristi d’occasione: tutti devono apparire prima o poi. Basta mettersi in fila.
Il vero Monumento a Fellini è la città stessa, che ha preso per vere le città fantastiche del “Maestro”.
Per paradosso, se tutti appaiono, alla fine sono tutti anonimi. Todos caballeros.
Non so bene come funzioni la lista dell’apparire, immagino domande in carta semplice ad un ufficio preposto ove un impiegato comunale, in assenza di scelte sulla qualità, si arrangia come può e cerca di districarsi, magari sopravvalutandosi assumendo, suo malgrado, un ruolo che non gli compete.
La presenza da alcuni anni dell’Accademia di Belle Arti in città, istituzione privata, non ha aggiunto nulla di nuovo, anzi, ha acuito e accelerato tale implosione estetico-mediatica. Le mostre degli studenti dell’Accademia invadono gli spazi pubblici più per forme pubblicitarie che per esibizione di percorsi didattici, attraverso ginnastiche prodotte da studenti post-artisti che già dopo il giorno dell’inaugurazione ripiombano nell’afasia avendo già goduto del loro esser-ci autorappresentativo.
Anche per loro una mostra, dentro spazi pur prestigiosi della città che vanno tuttavia degradandosi per la qualità espositiva – offendendo l’anima che gli edifici storici silenziosamente custodiscono non potendo reagire – hanno la durata dell’apparire. Hanno capito tutto. Studenti del primo o secondo anno espongono libere creatività e installazioni tirate su alla meglio nelle vetrine più visibili della città e hanno già consumato, virtualmente, annoiandosi, una carriera, ove tutto appare facile e gestito. Eppure così si fa loro solo del male.
O forse le carriere si costruiscono oggi proprio così, sbadigliando e operando sul vuoto, avvoltolandoci sensualmente nella sicurezza e nel benessere consumistico del “tutto ci è dato” e del “non ne ho voglia più”. Ben vengano allora i “nuovi” italiani stranieri che ci danno la sveglia.
Quest’idea socio-politica che vede l’uomo creativo rotolarsi per terra tra pennarelli e colori, invaso da un delirio espressivo che non si capisce ove venga attinto, che si è insinuata nella testa di alcuni amministratori che hanno tardivamente scoperto l’arte senza mai averla attraversata, è pienamente visualizzata nei manifesti che di anno in anno rappresentano Rimini, alcuni brutti ma che piacciono al mondo “facile” e di bocca buona.
In genere si chiede, in accanimento terapeutico, di realizzare queste opere grafiche a persone che non sono in grado di realizzarle perché svolgono altro mestiere pur essendo vip, marginalizzando così i professionisti. Per fortuna, mi pare, che per il 2006 si è scelto un artista, riminese; molto meglio così.
In mezzo a questa esplosione di creatività pubblica ci sono i privati, le gallerie, qualcuna giustamente si “ritira” nelle sue vetrine minimaliste, tuttavia stimolo di desiderio per amatori e collezionisti. Isola giusta, che ristabilisce le regole. Quelle del mercato. Naturalmente qui le velleità culturali non mancano, invitandoci a dibattiti sull’arte di Picasso e altre “novità contemporanee” dell’ultima ora.
Evidentemente tra sociologismo populista pubblico e alterità del mercato privato sembra ci sia un rapporto reciproco e funzionale, come tra il vuoto e il pieno, e le carriere percorrono strade impensate, pur di abbeverare qualche Narciso frustrato e il portafoglio di qualche finto invisibile.

neve rimini

sabato, 10 febbraio 2007
madonna

Ultimamente, nei giardinetti e nei cortiletti, le statue della madonna non piangono più.
Ma perché?

Minorenni

giovedì, 8 febbraio 2007

bambino1

La parola “minorenne” riverbera una tonalità da aula di tribunale, da codice penale. Una tonalità che ha sapore giudiziario, prescrittivo; evoca procedure, dispositivi che attengono al diritto. Il debordamento comportamentale pare vi sia già inscritto.
È una brutta parola.
La parola esprime anche un limite, un confine, una specie di zona franca, un cono d’ombra che circola nella vita attiva ma che nello stesso tempo si sottrae, si mantiene sospeso.
“Minore”, in una dolcificazione giuridica, è oggetto di “tutela”, di contesa, se non di conflitto, nelle eterne lotte delle separazioni e dei divorzi.
Il “minore” sembra occupare una zona grigia alla quale, di volta in volta, viene attribuita una liquida e mutevole identità.
Al “minore” manca qualcosa, mancherà sempre qualcosa, è una non persona.
Ma il “minore” oggi si dilata, diventa “maggiore”.
Da un lato il “minorenne” è delimitato da un forte cerchio protettivo e tutelato dal “campo” che l’adulto ha disegnato intorno a lui, ma dall’altro la sua azione è pressocché illimitata, senza regole, e senza sanzioni qualora l’uscita dal “campo” dovesse renderle necessarie.
Forte delimitazione ed illimitatezza regolano lo spazio del minorenne.
Bel paradosso.
Il piccolo bambino ti guarda con occhio incredulo mentre tu gli parli con voce da paperino, con quella voce gallinacea-regressiva dove tu ti fai piccolo/a per comunicare.
Lui ha capito già che sei tu “minore”, che sei idiota, e si chiede perché mai una persona adulta deve rivolgergli la parola con quel tono falsato e cretino.
Hai tarpato l’evoluzione della specie con quella voce insopportabile da immaturo/a che sei.
Per quel bambino, che non sente mai una bella voce adulta maschia o femminile, si è già costruito il destino di un eterno, pericoloso, minore – minorenne.
Dopo può fare tutto.
Esentato da tutto.

Philip Roth. Le parole di “Everyman”

mercoledì, 7 febbraio 2007

everyman

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