Archive for luglio, 2007

Il lato B

lunedì, luglio 9th, 2007

rock

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Ci fu un giorno in cui scoprii il famoso lato B.
Mettevo su continuamente gli stessi famosi 45 giri e sempre dallo stesso lato, il lato A.
Ad un certo punto provai ad ascoltare il retro, che presentava canzoni particolari e diverse, forse più sperimentali e a volte in forte contraddizione con il suo lato maggiore.
Capii che ogni disco si presentava in due facce.
Il lato minore delle cose, il suo lato B, è sempre una rivelazione e ne tenni conto anche per la vita futura, anche se devo ammettere che non sempre mi è servito.

Il brodetto di pesce

venerdì, luglio 6th, 2007

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Un pomeriggio in cui mi sbattevo tra la cucina il salotto e il bagno non sapendo che farmene di me dei miei anni insignificanti del mio tempo del mio suicidio fallito e di tutto il resto del mondo fui testimone di una discussione durata ore sul brodetto di pesce, insomma con tutti i miei problemi e il mio nulla da fare queste donne, insieme a mia nonna, se ne stavano lì a cucire e a lavorare all’uncinetto, neanche fossero in un bow-window viennese, a disquisire sul brodetto ed io dovevo sorbirmi tutto.
– Eh no! Lo scorfano ci vuole, che importa se è brutto, puoi anche non mangiarlo ma dà il sapore, che brodetto è se non ci metti lo scorfano. Ma dove lo trovi lo scorfano? Ah ma io i fratelli li tradisco qualche volta, viene pure quel carretto la mattina presto no? Io lo scorfano lo prendo dal pescatore e anche se i fratelli Nunzio mi vedono non me ne importa, mio marito senza lo scorfano il brodetto non lo mangia. Quanto pomodoro usi? No no niente pomodoro mio marito lo vuole tipo guazzetto magari con qualche pezzo di patata, praticamente in bianco. Io lo faccio con il pomodoro a pezzetti, pelati Cirio. Pelati Cirio? Ma il pomodoro deve essere fresco, spellato e tagliato a pezzetti, lo compro da Olimpia, lo friggo insieme all’aglio e al prezzemolo e poi butto giù il pesce.
Il pesce tutto insieme? Ma il pesce non puoi metterlo tutto insieme, prima quello a cottura lunga e poi alla fine le paparazze e le cozze. No non è così, prima metti il pesce a cottura lunga poi lo togli e cuoci il resto che poi di nuovo togli e alla fine rimetti tutto e fai cuocere appena appena e poi metti il prezzemolo se magari avanza un po’ di sugo il giorno dopo ci faccio due linguine. Il prezzemolo fresco dopo? Sì il prezzemolo non va cotto insieme al sughetto va messo alla fine fa più aroma. Il peperoncino lo usi verde o rosso? Quello verde è più piccante ma fa un po’ amaro pensa che mio figlio grande il peperoncino lo tiene vicino al piatto e lo morde mentre mangia. Il pane abbruscato ce lo metti? Sì, però lo lascio più a mollo nel sugo perché mio marito con la dentiera nuova ha dei problemi. L’aglio però poi dopo puzza se lo mangi.
Può darsi, ma se lo mangiano tutti non se ne accorge nessuno.

Sofferenza a Fellinia

giovedì, luglio 5th, 2007

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Siamo al pronto soccorso dell’ospedale di Fellinia, in una mattina di un giorno estivo qualsiasi, non di un fine settimana (per fortuna); un giorno qualunque ove un milione e mezzo di persone circolano variamente in questa capitale del divertimento e della gioia. A fine estate gli amministratori-teatranti urleranno di gioia, contandone sei o sette milioni.
Là fuori le notti rosa e la vacanza, qui invece si soffre e si viene per essere assistiti, aiutati, alleviati, risanati.
Su dieci donne che tra qualche ora dovrà partorire otto sono turiste, venute qui in vacanza al nono mese, forse con auspici anagrafici tutti da decifrare.
Già si narrano saghe ove nella famosa notte rosa donne abbiano partorito nei prati.
L’ottimo personale medico e paramedico ti fa capire che solo le risorse umane, e professionali, riescono miracolosamente e generosamente a far funzionare una macchina che altrimenti potrebbe implodere da un momento all’altro.
Lo stesso spazio fisico è inadeguato: i corpi, distesi nelle lettighe, sono esposti allo sguardo, offesi nella loro dignità e nel loro privato più intimo.
Vedi un conoscente, ora fragile ed indifeso; gravi e meno gravi si alternano in uno spostamento continuo nel corridoio di pochi metri quadri tra intrecci di flebo tra familiari accusati di ostruire il passaggio e di ostacolare il lavoro sanitario.
Ma questi familiari sono lì per provvedere ad uno stato di necessità elementare: acqua, una bibita zuccherata, una coperta, spostare autonomamente un letto mobile per allontanarlo da una corrente d’aria, assistenza psicologica, conforto durante le lunghe ore di attesa, cinque, sei ore, e qualcuno preferisce andar via non potendone più.
Questa macchina parallela riesce a fatica a funzionare, così come continua a funzionare quella del piacere, la grande Fellinia a poche centinaia di metri da qui.
Questo pronto soccorso non è in grado di accogliere la città del dolore, è, oltre ogni evidenza, assolutamente inadeguato. È come un fortilizio in miniatura che osa fronteggiare una megalopoli vera e potenziale che lievita in questi mesi estivi.
Sapere che ogni giorno, ogni notte, si possa dire: “anche oggi ce l’abbiamo fatta” (vale per un turno) non è confortevole, ma è solo il linguaggio autosalvifico e parziale di una emergenza dopo ventiquattro ore di emergenze ormai quasi incontenibili.
Qui non siamo in un luogo ove vige l’armonizzazione e la razionalità, ma in quello del limite, del border-line, ove si congiungono le fatiche dei medici degli infermieri e di tutti gli altri (tutti quelli che ti “salvano”, indipendentemente dalla qualifica) e la estenuante attesa dei sofferenti, soprattutto gli anziani, insomma noi, io, tu; tutti siamo anziani, è solo un problema temporale.
Alla città del piacere, che accoglie turisticamente il buco del culo del mondo, non corrisponde una adeguata accoglienza del dolore.
Siamo in un luogo, stamattina, che rappresenta la nostra verità, nuda, reale, nera, dura, secca.
Da questa postazione, ne siamo certi, tutto è così poco rosa!

Surplace

lunedì, luglio 2nd, 2007

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Astratte e rigorose geometrie si proiettavano ortogonalmente sui campi vuoti. Non un segno, non una recinzione, nessuna misura sosteneva o comprovava le regole del gioco del calcio. Solo due sassi o due libri di scuola per segnare le due porte mentre per il resto era tutto a colpo d’occhio. Se la palla era fuori era fuori, non si discuteva, anche se nessuna linea bianca delimitava l’interno dall’esterno. Il corner, dopo estenuanti litigate con crolli di amicizie, veniva definito allo stesso modo, astrattamente, perché l’interno, l’appartenere ad un dentro, era sentito visceralmente.
Non c’era metà campo ma il palla a centro era la perfezione della geometria piana.
A seconda del numero dei giocatori il campo cambiava dimensioni proporzionalmente, secondo un’istintivo e ferreo sistema della sezione aurea.
Per il gioco di rubabandiera un tracciato rettilineo feriva leggermente il terreno, segno di fondazione di due mondi, di due spazi, di due gruppi umani agonisticamente uniti e contrapposti.
Al centro dei due spazi divisi, opposti ed infiniti, sulla linea terrestre, una statua umana immobile e congelata lasciava penzolare il fazzoletto da rubare. Uno dei due contendenti doveva sottrarre lo straccetto senza farsi toccare al momento della fuga per il rapido rientro nel suo gruppo.
A volte lunghi e tesi minuti di immobilità imprigionavano i due avversari che si studiavano a vicenda, mentre le mani sfioravano appena la bandiera ormai incadescente.
Questa sospensione carica di energia, questo tempo fermo ove tutto è immobile, persone campi case e tutto il resto del mondo, si chiama surplace.
Nelle gare ciclistiche si resta immobili a volte per molti minuti, non si avanza e non si retrocede. I ciclisti si studiano restando in equilibrio sulla bicicletta, ognuno osserva la tecnica dell’altro.
La velocità è contenuta nella sospensione immobile carica di tensione del surplace.
Nei campi passavamo interi pomeriggi a gareggiare con le nostre vecchie biciclette restando in surplace.
Ma questa condizione immota pronta allo scatto si estendeva anche al quotidiano, ai pomeriggi vuoti e fermi in un cielo azzurrissimo a non far niente, a ozieggiare, con i muscoli tesi pronti alla partenza, nell’attesa di qualcosa di portentoso e avventuroso, in surplace.