Archive for ottobre, 2007

Morti

giovedì, ottobre 4th, 2007

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Morti immobili in un letto, con il vestito migliore, puliti e lavati, con le scarpe lucide, ben pettinati e profumati al limite della soglia ancora umana.
Tutti immersi nella stessa penombra della veglia funebre, circondati dai fiori, dalle corone e dal cordoglio sussurrato, trattenuti prima che la loro anima abbandoni i loro corpi, come se si conoscesse il tempo della definitiva separazione.
I toni si smorzano, gli oggetti riposano, la coperta dei morti si distende sulla casa.
Essi sono guardati ma non possono restiturci lo sguardo.
Un’insopportabile e crudele passività spezza la consueta reciprocità degli sguardi e getta i loro corpi nel campo dell’esposizione indifesa.
Possiamo scrutare i loro difetti o la loro involontaria espressione che in quel momento non è delle migliori, e quasi non crediamo a quella immobilità e non-pensosità.
Ho sempre creduto, durante le lunghe veglie funebri, che essi ci scrutano molto e più di quanto facessero in vita, ma in un tempo breve, ed essi, ora, sono più benevoli.
La nonna non mi rimprovera per una risata inopportuna e Guido non ha nulla da contestarmi. Essi sono sicuramente più buoni e non è vero che siano immobili.
Se fisso attentamente i loro volti vedo che un sopracciglio si muove, che la bocca contratta si distende in un ironico sorriso e che la mano che ho baciato ha un fremito, non è allo stesso posto in cui ora l’ho lasciata.
Tra le labbra nere un filo rosso anima ancora una possibilità di parola, pacata, fatta di altra sostanza sonora e con altre finalità acustiche.
Dall’angolo della stanza in cui mi sono appostato vedo la forza stupefacente che questi morti emanano ora, cosa riescono a combinare tra la gente che è venuta a far loro visita.
Cugini si conoscono per la prima volta, parenti che credevamo bruttissimi sono diventati bellissimi, quelli poveri sono venuti con l’ultimo modello Alfa, quelli alti ora sono piccoletti, quelli antipatici non smettono di accarezzarmi, una ragazza-parente sconosciuta ha un culo bellissimo, quei fratelli che non si parlavano più per via di un’eredità si sono appartati in cucina e stanno soavemente conversando, appianando, accordando, quasi si abbracciano; si intrecciano lunghi racconti distribuiti tra varie stanze, saghe familiari e anàmnesi a me sconosciute vengono tracciate al capezzale del morto, una sfrenata voglia di chiamare il morto per nome ed intimargli di alzarsi si impadronisce di me.
Si comincia a mangiare qualcosa, si tira fuori il vino e qualche liquore, si accenna ad un sorriso, si fa qualche battuta, si ride di cuore e poi ci si vergogna e ci si rinsacca nel lutto ma non è come prima, un’elettrica vitalità serpeggia tra i vivi.

Israele e noi

lunedì, ottobre 1st, 2007

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C’è sempre stata una sproporzione di giudizio tra le azioni militari compiute dallo Stato di Israele e quelle commesse da altri ai suoi danni, compromettendone quotidianamente sicurezza ed esistenza. Alcune responsabilità dello Stato di Israele vengono da tempo stigmatizzate utilizzando valutazioni che ruotano intorno ad un crudele processo di rovesciamento, giocando pericolosamente con la storia: azione nazista, peggio delle SS, deportazione. È evidente che dare del nazista ad un ebreo deve produrre un grande brivido di piacere a qualcuno. Israele, il paese del Medio Oriente più vicino a noi, sia sul piano istituzionale-democratico che su quello culturale e civile, è sottoposto ad un’osservazione meticolosa che non lascia passare nulla, mentre noi, qui, forse abbiamo già dimenticato nomi di luoghi come Bolzaneto ove si praticavano torture.
La sproporzione diventa eclatante quando il premier iraniano Ahmadinejad dichiara che Israele deve essere cancellata dalle carte geografiche e che l’Olocausto è “una falsa leggenda”.
Si considera Ahmadinejad come un Umberto Bossi che invita a prendere i fucili?
Si sottovaluta la minaccia perché la minaccia è rivolta a Israele e non alla Repubblica di San Marino?
La minaccia è sottovalutata perché incontra un substrato ideologico culturale preesistente che non considera Israele prossimo a noi. In un certo senso neghiamo anche noi stessi; ed in effetti lo stiamo già facendo, avendo ormai eroso una nostra identità nazionale e senso di appartenenza. Noi, forse, non siamo più un vero Stato. Eppure facciamo le pulci agli altri.
Si sottovaluta oggi Ahmadinejad come si sottovalutava all’inizio Adolf Hitler e si considerava una farsa il pusch di Monaco del 1923 e la famosa birreria e non si lesse con la dovuta attenzione il suo Mein Kampf.
Mi sono sempre sentito in minoranza ed isolato nelle discussioni, anche tra amici, quando si affrontava Israele e la questione palestinese. Parlavo con un muro, invalicabile.
Arafat, l’uomo con la pistola all’ONU e nel letto di morte, l’uomo con la moglie a Parigi che ricatta i palestinesi sull’eredità, il Premio Nobel per la pace, oggi, chi lo ricorda più? E dove sono finiti i suoi fans? Chi indossa più la kefiah?
Come mai è stata così rapida la sua rimozione, soprattutto a sinistra, quando sono venute fuori tutte le ambiguità e le furbizie squallide di quest’uomo che in momenti epocali e cruciali faceva passi indietro contro il suo stesso popolo per garantire solo il suo potere?
Il fatto è che odiare l’altro nostro simile, vicino nelle forme democratiche e parlamentari, ma lontano geograficamente, è una forma di riscatto dalle contraddizioni nostre che non vogliamo vedere (e che non abbiamo il coraggio di risolvere). La questione ebraica poi è un alibi aggravante, pesca nel torbido, negli stereotipi persecutori di ieri e di oggi.