Archive for dicembre, 2010

I nostri auguri

mercoledì, dicembre 22nd, 2010

Con l’anno nuovo questo Journal festeggia i quattro anni. Come augurare l’anno nuovo?

Con la politica. Italiana. È inevitabile. Ne siamo costretti. Ci fosse stato qualcosa di meglio, che non assomigliasse ad una fuga o ad una rimozione, avremmo parlato d’altro.

Avremmo parlato di futuro e felicità…

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marchetti italiana

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I Fascisti si sentono ringalluzziti ed il “ciarpame” è sempre all’attacco mentre  la latrina è ancora aperta.

Per 17 anni si è urlato al comunismo che non c’è per coltivare il fascismo che c’è.

E il fascismo che c’è non ha solo la faccia dell’ometto-orsetto caricato con batterie Duracel La Russa, o del’ipertiroideo Gasparri, o del razzista geneticamente ipoproteico Borghesio.

In questo fascismo, di cui deteniamo ancora i diritti, c’è la banalità del ministro Bondi la cui patografia ci indica quell’inclinazione da omosessualità irrisolta nei confronti del capo che lo acceca; un uomo vacuo ed insignificante che ci punisce con i suoi deliri.

Per le donne del governo lascio alla libertà interpretativa. Bondi (come altri) è uomo che non parla, è parlato.

La sensazione generale è che questi neo fascisti sono uomini screditati ed in bilico, loro stessi ne sono consapevoli, ma si rotolano nel fango con compiacimento contro di noi, e sono ancora lì, pur non avendo una maggioranza. Viviamo questo presente come se lo avessimo già alle spalle, ma senza un presente e, soprattutto, senza un futuro.

Riviviamo Bolzaneto di nuovo, contro i nostri ragazzi, ma all’aperto.

La risposta è sempre, e ancora, botte da orbi. L’ex fascista ora Presidente della Camera dei deputati, Fini, all’epoca dei fatti di Genova era ministro e sdoganava il manganello facile, le torture e i depistaggi, e le false prove.

La Polizia manifesta per le strade per avere più risorse ma vedi mai se facessero sciopero di manganello! E poi, come nel primo fascismo, ci sono i nomi ad indicare un destino: il capo della polizia si chiama Manganelli. Vocazione infantile?

Il centrosinistra e la sinistra si spappolano. Ci aveva lavorato a fondo Veltroni per anni, e ci è riuscito. Il nuovo Andreotti, D’Alema, sta dando  i colpi finali. C’è la speranza di un orecchino, che porterà probabilmente ad una gloriosa e romantica sconfitta, mentre la collana perde inesorabilmente le sue perle di vetro…

Ma nella sinistra la sconfitta trova una gloria compensatoria. Essa è rappresentata dalle cosiddette “primarie”. Questo tipo di votazioni “interne” ad un gruppo politico o ad una coalizione sono mutuate dagli americani e ricorda Alberto Sordi nelle fattezze intellettualistiche di Veltroni.

Si vince “intramuros” e ci si accorge che non solo non basta ma se ne ha anche paura. Come nel film “Un americano a Roma” la pappa americana non piace più e ci si ributta negli spaghetti. Veltroni, l’americano, ha affossato la sinistra democratica. Veltroni pensava di vincere con George Clooney e Bob De Niro in Italia, o grazie ai suoi romanzi e l’appartementino a Manhattan. L’americano ci ha affossato. Ha voluto gli imprenditori e l’imprenditore ci ha schiaffeggiato. L’americano dovrebbe scomparire, ma à ancora lì, come i vecchi democristiani (ma che bei tempi nel paradosso della storia!)… parla… parla… propone…

Tutto spinge verso Piazzale Loreto, nell’antropologia “italiota”, per poi ricominciare, in una coazione a ripetere.

Dov’è l’Europa?

Forse ci manca il pugilato. Sport scomparso. Ci manca l’agon. Quello vero, nella spettacolarità virtuale e catartica. Violento, ma con un suo stile e intelligenza. Ci mancano i grandi eroi del ring.

Buon anno dunque ai lettori  di questo Journal.

L’omino tenero e untuoso

lunedì, dicembre 6th, 2010

marchetti pinocchio

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Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare il più piccolo rumore, perchè le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci.

Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza, ma di diverso pelame.

Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e altri rigati da grandi strisce gialle e turchine.

Ma la cosa più singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutte le altre bestie da tiro o da soma, avevano in piedi degli stivaletti da uomo fatti di pelle bianca.

E il conduttore del carro?…

Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto, che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.

Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna, conosciuta nella carta geografica col seducente nome di «Paese de’ balocchi».

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Così milioni di italiani divennero asini.

Quando ancora erano uomini salirono entusiasti sul carro, non potendo resistere alla voce suadente dell’omino di burro: – Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu, in quel fortunato paese?

Grandi feste, affari sesso e “maffia” in quel bel Paese ove tutto era facile, bastava piegarsi alla vocina. E le bambine, soprattutto, erano il più bel trastullo.

Gli asini ricchi e gli asini imprenditori avevano riso delle barzellette del conduttore; ridevano e ridevano, applaudivano e applaudivano, credendo di trovarsi in “quel fortunato, paese”. Divennero ciuchini anche coloro che si indignavano e si scandalizzavano e salirono su un carro condotto da un omone più lungo che largo, secco come una noce, con una boccona che non rideva mai e una voce dura e seriosa.

Gli indignati facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti nel “Paese de’ tarocchi”.

– Voi che non arrivate alla fine del mese, voi che volete un futuro migliore, voi che non credete al “Paese de’ balocchi”, volete venire in quel fortunato paese?

Tra tanti somari non si riusciva più a distinguere i baloccanti dai taroccanti.

Pochi uomini avevano ancora orecchie umane ed erano passati al bosco, metaforicamente. Vivendo alla luce del sole, tra milioni di ciuchini, in una mimetica normalità, questi uomini raccontano ai ragazzi delle storie più belle di quelle raccontate dai conduttori di carri perchè non si parte mai, sembra di star fermi ma ci si muove, di poco, ma ci si muove, un pochino al giorno. In un anno questi ragazzi hanno fatto 360 passettini.

Walter Benjamin a Gerhard Scholem

venerdì, dicembre 3rd, 2010

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studio antonio marchetti.

Lettera a Gerhard Scholem

6 settembre 1917

Ho ricevuto il Suo saggio e La ringrazio. È ottimo. Per un’ulteriore elaborazione vorrei attirare la Sua attenzione sulle seguenti idee. Lei scrive: «Ogni lavoro è assurdo, se non mira all’esempio», «Se vogliamo fare sul serio: … oggi come sempre dobbiamo proporci di influenzare nel modo più profondo le anime degli uomini di domani – e nel solo modo possibile: con l’esempio». Il concetto di esempio (per tacere di quello di «influenza») deve essere completamente escluso dalla pedagogia. Da un lato implica il momento empirico, e, d’altro lato, una fede nel semplice potere (per suggestione o simili). Esempio significherebbe: mostrare come si fa una cosa, per convincere che essa è empiricamente possibile, ed esortare all’imitazione. Ma la vita dell’educatore non opera immediatamente, con l’esibizione di un esempio. Poiché devo essere molto sintetico, cercherò di spiegare che cosa intendo considerando la lezione. Lezione significa educazione attraverso la dottrina in senso proprio, e quindi deve stare al centro di tutti i pensieri sull’educazione. Il divorzio dell’educazione dalla lezione è segno della completa confusione che caratterizza tutte le scuole esistenti. La lezione è simbolica per tutti gli altri campi dell’educazione, poiché anche in tutti gli altri l’educatore è il docente. Ora l’insegnare può essere sì definito come un «imparare esemplare», ma subito si constata che il concetto di esempio è usato in un senso interamente metaforico. In verità il docente non insegna in quanto «fa vedere come si impara» [vor-lernt], non impara esemplarmente, ma il suo imparare si è in parte trasformato, gradualmente e interamente da sé, nell’insegnare. Dunque, se si dice che il docente dà l’«esempio» dell’apprendimento, si nasconde, con il concetto di esempio, la peculiarità e autonomia insita nel concetto di questo imparare: il momento dell’insegnamento. In una certa fase nell’uomo giusto tutte le cose diventano esemplari, ma in tal modo si trasformano internamente e diventano nuove. La visione di questo momento nuovo e creatore che si dispiega nelle forme di vita dell’uomo, permette di capire l’educazione. Ora vorrei che nella ulteriore elaborazione del Suo saggio Lei eliminasse il concetto di esempio, e anzi, che lo risolvesse in quello di tradìzione. Sono convìnto di questo: la tradizione è l’elemento in cui il discente si trasforma continuamente nel docente, e questo per tutta l’estensione dell’educazione. Nella tradizione tutti sono educatori ed educandi e tutto è educazione. Questi rapporti sono simboleggiati e sintetizzati dallo sviluppo della dottrina. / Chi non ha imparato non può educare, poiché non vede in quale punto è solo, e dunque comprende a sua maniera la tradizione e insegnando la rende comunicabile. Il sapere diventa tramandabile solo in colui che lo ha concepito come tramandato – e che diventa libero in una maniera incredibile. A questo proposito penso all’origine metafisica della barzelletta del Talmud. La dottrina è un mare ondoso, ma per l’onda (se la prendiamo come immagine dell’uomo) tutto sta nell’abbandonarsi al suo movimento, cosi da salire e rovesciarsi spumeggiando. Questa inaudita libertà del rovesciarsi è l’educazione, in senso stretto: della lezione, dove la tradizione diventa visibile e libera, si rovescia sotto l’impulso della sua pienezza di vita. Se è cosi difficile parlare di educazione, è perché il suo ordine coincide interamente con l’ordine religioso della tradizione. Educare è solo arricchire (nello spirito) la dottrina; solo chi ha imparato ne è capace: e quindi è impossibile, per coloro che verranno, vivere altrimenti che imparando. I posteri nascono dallo spirito di Dio (dell’uomo), salgono dal movimento dello spirito, come onde. La lezione è l’unico punto dove la generazione più vecchia si congiunge liberamente con quella nuova, allo stesso modo che le onde trapassando l’una nell’altra lanciano la cresta di schiuma.

Ogni errore in educazione è dovuto al fatto che si pensa che in ultimo i nostri discendenti dipendano in qualche modo da noi. Ora essi non dipendono da noi altrimenti che da Dio e dal linguaggio, in cui quindi dobbiamo immergerci, se vogliamo giungere a una comunione con i nostri figli. Gli adolescenti possono educare solo i loro simili, non i bambini. Gli uomini educano gli adolescenti.

Spero che questa lettera non impieghi troppo tempo per arrivare. Concludo con i saluti cordiali da parte di mia moglie e mia, ed esprimendo la speranza di sentire presto Sue notizie.

Suo Walter Benjamin