Archive for gennaio, 2011

“Teorema” di Pasolini secondo Maccari

lunedì, gennaio 31st, 2011

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Mino Maccari: “Il Teorema di Pasolini”. Penna a sfera blu e acquerello, cm 15,9 x 11. Fondo Flaiano, Lugano. (dal volume Satira è vita, Bologna, Pendragon, 2002, p.104).

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marchetti maccari pasolini

Malati alla ribalta

giovedì, gennaio 27th, 2011

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Aredt Marchetti

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La psicoanalisi e la psichiatria difettano nelle analisi nell’era dell’Imperatore porno-pop. Sulla schizofrenia dei sostenitori del Capo, sulla scissione della personalità di chi mente per obbedienza o per paura della ricattabilità, sulla rimozione persino visiva di ciò che “è” ne leggiamo dal grande giornalismo ma non dalla letteratura medica. Vero è che le riviste sono tramontate e quelle che restano, in tale settore disciplinare, si sono rattrappite in ambiti specialistici e poco diffusi. Qualche decennio fa, grazie alla “politica”, psicoanalisi e psichiatria erano diffuse ed i lettori di tali problematiche non erano necessariamente specialisti ma vivevano la politica nell’esistenza. Appare il deserto rispetto ad un recente passato e ad un presente vuoto. Quotidianamente siamo di fronte a casi clinici eclatanti che la politica italiana offre attraverso la televisione; primi piani indicativi, fratture tra volti e parole, tra le parole e le cose, tra verità e menzogna. Colpisce la ripetizione degli stessi sintomi in soggetti diversi, come se si trattasse di menti prigioniere dello stesso meccanismo. La psicoanalisi e la psichiatria potrebbero aiutarci, al di là delle semplificazioni dei media, ad entrare in profondità e far emergere una verità, quella umana, e a liberarci da ciò che forse tiene prigionieri anche noi che ci consideriamo esenti o non appartenenti al mondo dell’Eliogabalo contemporaneo che domina l’Italia. Le grandi scritture sui meccanismi totalitari, vittimari, le decostruzioni del reale che ci aiutavano a vivere paiono scomparse. Dobbiamo fare tutto da soli e ci distacchiamo giorno dopo giorno dai nostri simili, che cominceremo a non riconoscere più come nostri simili. Sarebbe necessario mettere in piedi una nuova Costituente del senso comportamentale comune che ancora rimane, prima che tutto vada perduto. E stigmatizzare le patologie.

Damien Hirst e la “Vanitas”

lunedì, gennaio 10th, 2011

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marchetti ligozzi.

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Tra le più belle vanitas sceglierei quella di Jacopo Ligozzi della collezione Lord Aberconway.

Questo Memento mori è rappresentato in maniera sublime e raccapricciante.

C’è, naturalmente, l’immancabile specchio. L’ultima vanitas, che ha fatto tanto scalpore, probabilmente è quella di Damien Hirst. L’opera ha trovato in Palazzo Vecchio a Firenze una collocazione più convincente e legata alla tradizione dell’arte, si presume. Ma anche più rischiosa.

Si tratta, come molti sanno, di un teschio rivestito da 8.601 diamanti per 1.106 carati.

Un Memento mori costosissimo, aggiornato alla contemporanea caducità della vita e al mercato artistico che la riscatta. Eppure, come per Cattelan, anche per Hirst non si parla di tradizione, ma di novità, o di tutte quelle noiose varianti trasgressive sempre in affanno che alimentano il sistema. Quest’opera, spesso, non viene annoverata nel genere delle vanitas, probabilmente per “spezzare” una continuità dell’arte, immaginando terremoti molto virtuali ed economicamente redditizi; al momento. Ma questo è altro discorso.

Damien vi contribuisce, forse fingendo inconsapevolezza: “Per molto tempo ho letto solo libri scientifici, volevo fatti. Non mi interessava la letteratura”, ha dichiarato in una recente intervista di Cloe Piccoli. Questo vale anche per la letteratura dell’arte, si presume.

Lo dimostra il titolo di quest’ opera: For the Love of God, che risulta alquanto banale rispetto all’impatto che l’opera dovrebbe provocare. Un  titolo molto global, buono per tutte le stagioni e geopolitiche connesse.

In queste incursioni Hirst sarà costretto prima o poi a studiare un pochino, ed interessarsi di letteratura (dell’arte), o affidarsi a consulenti più colti.

Hirst dà un valore autentico alla sua opera, vuole “fatti”. In Ligozzi la ricchezza è puntigliosamente dipinta ed un esperto potrebbe farne conto. Nel suo passaggio storico Hirst è costretto ad esibire ed usare “fatti”, il valore vero dei diamanti. Con un valore aggiunto: l’opera.

Forse Giancarlo Politi (enigmatico, ondivago ed intelligente direttore di Flash Art) scegliendo quale icona di augurio, per le feste e per l”anno nuovo, il teschio diamantato di Hirst, vuole indicare l’effimero dell’arte come nella vita. Chissà se è vero. Ci credo poco.. Siamo in un doppio gioco. Quello dell’arte.

Quella profondità nella storia europea, che aveva prodotto quel genere pittorico, oggi si dispone nella superficialità pubblicitaria. Un genere “mascherato” dall’ignoranza, con l’artista che ne sancisce la “casualità”. Non è un caso che Damien dichiari il suo “amore” per Warhol. Lo sapevamo.

Quello che non si accetta è il rattrappimento o il silenzio autocastratorio dei nostri saperi e delle nostre complessità critiche di fronte ad un’opera e ad un genere  che nel Seicento europeo era molto frequentato.

Che si collochi, almeno, il nuovo nella continuità-discontinuità, con qualche pensiero intelligente!

Ma, purtroppo, i “curatori” si sono sostituiti ai critici di qualche anno fa. All’intelligenza di un potere oggi abbiamo il servilismo stupido ad un potere, fondamentalmente analfabeta sull’arte.

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Hirst-Politi.

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Un commento di Rosita Lappi.


Il teschio di Hirst. Concordo sulla smemoratezza che aleggia sull’arte contemporanea, che si priva, per quello che sembra una snobistica estemporaneità concettuale, del sedimento storico e antropologico e quindi dello spessore concettuale delle opere. Quante si reggerebbero senza la superficiale e glamourosa girandola mondana del sistema dell’arte, a cui preme solo esporre il potere e fare girare dei soldi?

Qualcosa si, molto altro no.

Mi sarei fermata qui, persuasa che il tentativo di suggerire una vanitas oggi non ha più forza dichiarativa nè rituale, banalizzata dal frullatore mondano.

Ma ieri sera ho visto sul sito di La Repubblica un’altra opera diamantifera di Hirst, lavorata sul cranio di un neonato, con puntuale valutazione in soldoni. Dopo lo sgomento iniziale ho visto altro, qualcosa di ancestrale e primitivo rivestito di un abito luccicante e abbagliante, che quasi ne mascherava il senso. Ho pensato ai teschi Maya con gemme incastonate, ma prima ancora ai teschi primitivi su cui i sopravvissuti intervenivano con procedure di impronta per ricreare un volto, impastandoli di terra, dipingendoli, rivestendoli di nuova pelle come i crani sovramodellati di Gerico.

Il percorso è inverso, non un memento mori, con la morte che fa capolino nella vita, come nell’iconografia delle vanitas, ma la vita che ritorna a rivestire la morte, memento vitae, continua a vivere. Quell’idea dell’Uomo che “rumina la morte”, nella definiziaone di Paul Valery, fa pensare al bisogno di ruminare la vita, riimpastare e rivivificare la immota morte per fare della materia una sostanza viva, col ricreare un volto che colmi il vuoto della sua decomposizione e scomparsa.

Per Georges Didi Ubernann questo rilavorare il cranio implica una onnipotenza creatrice che rinnova il legame della morte con la vita, anche con funzione oracolare. Maschere funebri e reliquie devozionali, in diverse culture i crani parlavano, vaticinavano, diventavano il centro di funzioni religiose e rituali, scrigni di energia e potenza. Il rapporto tra forme artistiche e uso cultuale era preciso e dinamico. Oggi?

Oggi si è perso questo legame con il sortilegio dell’arte, tutto è reificato senza magia, senza spessore.

Cosa si può pensare del terribile autoritratto di Marc Quinn, fatto con pelle e sangue dell’artista tenuto refrigerato, e dunque potenzialmente vivente oltre la vita biologica del suo creatore, se viene disgiunto dalla angoscia ancestrale della morte come perdita irreparabile? Angoscia di perdita che millenni fa i primitivi hanno tentato di esorcizzare con la scoperta dell’arte.

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Pasolini e la sua metà. In salsa piccante

sabato, gennaio 8th, 2011

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Antonio Marchetti Trenino.

Anni sono mi ero stupito che la pubblicazione dell’opera incompiuta e postuma, “Petrolio”, avesse una prefazione di Furio Colombo.

Non che questo intellettuale, per quanto interessante e ondivago, non avesse i numeri e le credenziali per farlo. Ma, appunto, numeri e credenziali risultavano deludenti ed inutili per chi, come me, si sarebbe aspettato un “pezzo forte” sul piano letterario in tale impresa prefattoria.

In effetti ciò non dovrebbe stupire. Pier Paolo Pasolini si è sempre mosso in ambiente “protetto” dal punto di vista del sistema letterario e degli “opinion leader”, diremmo con venticello vintage.

In definitiva un uomo alla ricerca di “sicurezza” letteraria, in una storicità presente, testimoniata dai più alti autori e critici italiani ed internazionali, tale da affrancarsi l'”icona” dell’intellettuale.

Una “sicurezza” che doveva affrancarlo anche dalle sue avventure omosessuali, così lontane dalle nuances terminologiche di oggi, così leggere, svagate, diversificate, superficiali e specifiche, e persecutorie, a seconda degli ambienti sociali e culturali.

In fondo, i ragazzetti che piacevano a Pasolini, erano pre-lucciole, prima della devastazione consumistica, collocati in uno spazio di innocenza e di inconsapevolezza, tali da alimentare le pulsioni erotiche del nostro poeta. Parliamo di “disponibilità”.

Inevitabilmente però, insieme alla mutazione antropologica determinata dal consumismo, si è accompagnata la scolarizzazione e l’alfabetizzazione di massa che, in molti casi, avrà pur prodotto una “coscienza”, una consapevolezza. Al di là di molte sue acute analisi sulla scuola, in effetti,  il poeta ne chiedeva una sorta di sua abolizione, suscitando non pochi consensi. Il consumismo ha prodotto anche una certa liberazione sessuale.

Qui forse c’è la caduta-perdita erotica dell’omosessuale-intellettuale: l’innocenza è perduta, la disponibilità sessuale anche, la disponibilità si mercifica. La propria sessualità corre parallela ai tagli saggistici.

Oggi, la sessualità di Pasolini, e la sua scrittura letteraria e cinematografica vengono tenuti debitamente a distanza. Perchè?

Per rispondere a questa domanda bisogna tener presente un principio che ormai si è consolidato, almeno da noi, che riguarda l’artista friulano.

L’alto e il basso vanno tenuti separati: la bellezza del verso  o il sublime cinematografico della lotta polverosa di Accattone per la conquista di un nulla – una catenina rubata al figlio – con le note della “Passione secondo Matteo” di Johann Sebastian Bach, nulla avrebbero a che fare col “rimorchio” e i traffici sessuali.

La cultura cattolica con cui siamo impastati, e che impastava lo stesso Pasolini, impedisce di vedere la bellezza nell'”orrore”, la bassezza umana nell’alta letteratura, la contraddizione come fondamento.

C’è un’aspirazione alla salvezza e all’espiazione che inchiodano Pasolini al suo tempo e al suo contesto. In effetti, a tale “maschera”, per quanto paradossale, ha contribuito il poeta stesso, con la sua vena pedagogica-moralistica che attraversa i suoi saggi o articoli. Anche la sua contrarietà all’aborto legale, un “vulnus” in quegli anni, molto ideologici, di liberazione da un mondo arcaico, è di derivazione cattolica, “mascherata” dall’anticonsumismo, in questo caso esercitato sulla vita umana, che sicuramente se ne infischiava delle donne – a parte la figura sacrale della “mamma”, la madre Maria, vera, nella sua “Passione” cinematografica.

Dov’è questo Pasolini? La sua morte oggi viene definita una morte di Stato, tutta restituita a quell’ambiente “protetto” e “sicuro” che ancora oggi resiste. Rubando a Pasolini la sua morte (letteraria?), fedele alle sue premonizioni ed alle sue frequentazioni sessuali, si vuole distogliere l’attenzione dal contenuto della sua avventura artistica ed esistenziale. Ogni tanto qualche politico o intellettuale in astinenza mediatica ci aggiorna sul poeta e sul Grande Complotto. Ma Pasolini, in generale, si legge poco.

Andrebbe letto e “mangiato in salsa piccante”, come suggeriva il corvo in “Uccellacci e uccellini” riferendosi ai “Maestri”, e come ci ricorda Marco Belpoliti nel suo recente libro: “Pasolini in salsa piccante”.

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© Antonio Marchetti