Archive for gennaio, 2012

Una recensione per il Grandevetro n. 207

lunedì, gennaio 23rd, 2012

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antonio marchetti city movie

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Antonio Marchetti

I pescatori di perle

Sono passati undici anni dalla pubblicazione del libro Barcellona. Sulle tracce perdute di Pepe Carvalho di Alberto Giorgio Cassani, in quella fortunata collana da lui stesso diretta insieme al poeta Marco Vitale, Le città letterarie.

Avete indovinato, lo scrittore con cui Cassani sta al passo è Manuel Vázquez Montalbán, un passo condiviso, il cui ritmo non scandisce le corde della nostalgia ma semmai quelle di una archeologia stratificata, melanconica, per certi versi della compasión, come nelle vite osservate dal detective privato Pepe Carvalho: osservarle per un certo tratto del loro percorso, senza preoccuparsi né dell’inizio né della fine, restituendo loro una qualche memoria. L’autore e il suo doppio sono due “pescatori di perle”, per usare la bella espressione di Hannah Arendt dedicata a Walter Benjamin.

Il Montalbán-Carvalho viene fatto “brillare” da Cassani, come si fa con una bomba, senza arrecare danni alle persone, facendo esplodere gli infiniti sguardi critici sulla città contemporanea dentro la scrittura narrativa.

Di questo libro è stata stampata pochi mesi fa una nuova edizione ampliata con il solo titolo Barcellona e con una nuova copertina, più accattivante e seduttiva e che si lascia alle spalle quel sapore da livre de poche, un po’ vintage, delle passate edizioni in oltre trenta titoli.

È doveroso a questo punto dare qualche notizia sull’autore, anche per comprendere l’ampia attrezzatura di cui dispone sul suo tavolo di lavoro quando intreccia “le Barcellone” (Barcelonas) di Montalbán con le avventure del suo eroe Carvalho, detective dall’occhio distaccato (alato?), ma implacabile. Alberto Giorgio Cassani è architetto e studioso dell’architettura, in modo particolare è uno dei migliori studiosi dell’opera e del pensiero di Leon Battista Alberti; al contempo irrompe spesso nel contemporaneo e nelle problematiche della conservazione architettonica attraverso libri, saggi e articoli su varie riviste, tra le quali Casabella, ove collabora stabilmente. È questa variegata scatola di utensili che gli consente di stare al passo delle Barcelonas perdute di Manuel Vázquez Montalbán-Pepe Carvalho. Per capire l’architettura attraverso l’occhio di Carvalho, Cassani ci invita a leggere ad esempio il racconto L’esibizionista. Montalbán non ama i luoghi turistici ma in questo racconto il suo detective è quasi costretto ad occuparsene. Sono le architetture di Gaudí a fare da sfondo, come nella Pedrera: quei tetti concepiti per tappare le cervella della borghesia più prevedibile. Poi, nel libro, avanza lo sfortunato razionalismo catalano, dubbioso ma interessato circa il padiglione tedesco di Mies van der Rohe, ma la guerra civile ed il franchismo lo seppelliscono… Una vocazione interrotta.

Cassani si è formato con due maestri indiscussi: Manfredo Tafuri e Massimo Cacciari. Tali poli attrattivi, non certo facili, riecheggiano nello stile e nel tono di questo libro che ha una propria e personale originalità. Inoltre, a Venezia, Cassani insegna Elementi di Architettura e Urbanistica e Storia dell’Architettura Contemporanea all’Accademia di Belle Arti. Appartiene a quella generazione che trattiene i due capi di una corda precariamente tesa, ai cui estremi ci sono l’eredità di una ricerca alta e difficile e quella di una trasmissione-traduzione didattica verso tutti quei giovani esordienti che non potranno affacciarsi al nuovo senza una conoscenza dei passaggi storici della critica dell’architettura. Compito non facile. Questo libro mette in tensione la fune con piacevolezza, tra archeologia del sapere e incertezza-disincanto verso il futuro, con un malcelato intento didattico; nel senso più alto del termine.

Alberto Giorgio Cassani, Barcellona, coll. Le città letterarie, Ed. Unicopli, Milano 2011, pp 168, € 12

Quel che resta di una mostra

lunedì, gennaio 2nd, 2012

antonio marchetti gambalunga

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Si è conclusa il 31 dicembre dell’anno vecchio la mostra “Come ho dipinto alcuni miei libri” nelle sale antiche della civica biblioteca Gambalunga di Rimini.

Una mostra “difficile”, per qualcuno.

Ad ascoltare le considerazioni delle signore impiegate che si alternavano nella “reception” della biblioteca, da me (e non solo) sottoposte ad interrogatorio svagato, pare che le persone che uscivano dalla mostra fossero felici e rilassate.

Cosa rimane di una mostra, al di là di un catalogo-archivio?

Forse la memoria di questa piccola felicità in alcune persone, e non è certo poco. Ho sempre pensato che scopo dell’arte è quello di “dilettare”, e,  prendendo a prestito le parole di Alberto Savinio, “saper intrattenere”. Se si sfiora anche la felicità, allora, è una grande conquista. Son parole queste che solo una distorta ed equivoca concezione estetica può ritenere superficiali o desuete. Sono invece parole di verità dell’arte. Chi non pratica l’arte, o chi non fa lo sforzo di immedesimarsi con chi crea, o chi è afflitto da rivalità mimetiche (scomodiamo Girard qualche volta!), non capisce questa semplice offerta di diletto e piacere che l’artista cucina nel suo laboratorio formale.

Cosa rimane di una mostra?

Il quaderno delle firme, ad esempio, che ho qui tra le mani. In passato non avevo prestato troppa attenzione a quest’oggetto; forse snobisticamente lo consideravo un rituale inutile. Invece in questo Quaderno delle visite non ci sono solo le firme dei visitatori (o di coloro che hanno avuto la pazienza di lasciare un loro segno) ma anche brevi fraseggi, commenti, testimonianze personali. A colpirmi è la scrittura di bambini, bambine e adolescenti: “mi sono piaciute molto le farfalline” (quelle di Franco Pozzi nell’ultima sala), o il disegno di una faccia con il sorriso che affianca una firma  ben composta come in una verifica scolastica. Sono rammaricato di non aver aggiunto, nella mia sala dal titolo Il libro circolare, un quaderno da affiancare a Truffaut, quello di Jean Itard: “L’enfant sauvage”. E pensare che lo avevo preparato ma poi all’ultimo momento vi avevo rinunciato, per paura di “ridondanza”. Peccato, sarà per altra volta. Se vogliamo ricostruire qualcosa di nuovo forse oggi dobbiamo partire proprio da lì, da “Victor”.

Cosa rimane di una mostra? Stefano Bisulli ed il suo assistente Andrea Righetti, hanno realizzato un documento video molto suggestivo, “abitando” con le loro attrezzature per qualche giorno le sale dell’esposizione. Questo breve film, il cui scopo, riuscito, è stato quello di restituire la “magia” (termine usato spesso  nel quaderno delle visite) della mostra, verrà presto presentato alla città e agli amatori d’arte.

La memoria impressa nei visitatori, il quaderno delle visite, il film di Bisulli, la scatola-archivio-catalogo… in definitiva di questa mostra rimane molto, pare… Questo mio primo esordio in città, in una dimensione pubblica-istituzionale, credo sia stato molto positivo, grazie agli artisti e agli scrittori che mi hanno accompagnato e arricchito e a quelle splendide persone che lavorano in questa storica biblioteca riminese.

La morsa del pessimismo lasciatela a me, l’umore e il brutto carattere son tutti miei, errori ed intemperanze li assumo tutti ma, come a conclusione del filmato di Bisulli, lascio a Leon Battista Alberti l’ultima parola:

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Aiutare quel che s’ha da fare

e non guastar quel che è fatto

ringrazio:

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Paola Delbianco

Franco Pozzi

Maurizio Giuseppucci

Maurizio Fantini

Giampaolo Solitro

Daniele Casadio

Leonardo Sonnoli

Irene Bacchi

Valentina Boschetti

Piero Meldini

Annamartia Bernucci

Massimo Cacciari

Stefano Bisulli

Andrea Righetti