Archive for aprile, 2012

Aspettativa di morte

lunedì, aprile 30th, 2012

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La biopolitica occulta malamente le sue finalità. Non conta il discorso: prevenzione, educazione alla salute, modelli di vita. Conta la scelta e la decisione biopolitica che contraddice il discorso sulla tutela della vita e che in realtà corteggia la morte. Le simbologie facili dell’eutanasia, del testamento biologico, del suicidio assistito, dell’aborto, vengono sventolate dalla biopolitica per occultare il disprezzo per la vita umana, della persona “vivente”. Così, l'”aspettativa di vita” giustifica una riforma pensionistica, aumentando spaventosamente l’attività lavorativa-contributiva rispetto a quel segmento di vita residua (che sarà sempre più residua) ove non si lavora più, si fa altro. “Aspettativa di vita” è un dato statistico che vale per tutti, indipendentemente dalla propria storia personale di lavoro, di vita attiva, di consumo e sperpero di energie. Le persone, non contano. Purtroppo nel Paese dei Balocchi l’attività lavorativa-contributiva, per moltissimi, è, ed è stata, minima rispetto alla pensione che oggi riscuotono. Nel Paese “sbagliato” questo va tenuto presente.

Così, è una generazione a farsi carico di questo, mentre quella futura dovrà ancora fare i conti e, in alcuni casi, uscire dal sonno. “Aspettativa di vita”, nel momento in cui si raggiunge una soglia anagrafica ove occuparsi di sé, del proprio corpo, e sottoporsi a visite mediche specialistiche di controllo è doveroso. C’è un’ età ove avvertiamo di essere più fragili, esposti ad “acciacchi” sino a ieri sconosciuti, per quanto ancora dotati di energia e volontà. Ci si può ammalare più facilmente, ed ammalarsi oggi  vuol dire pagare una penale, una decurtazione dello stipendio. Si può fare un’analisi del sangue: i markers tumorali ( anche solo uno) e ci si accorge che il ticket è piuttosto alto, e che la prevenzione la paghi tu, se vuoi vivere un pochino di più. Poi dipende in quale regione vivi e come sono distribuite le fasce di reddito, il Paese non è tutto uguale, non è unitario, e non è neppure federalista.

Spingere gli anziani più avanti nel lavoro, con le penalizzazioni, l’impoverimento progressivo del reddito, con l’aumento delle spese sanitarie ha a che fare, piuttosto, con “Aspettativa di morte”.

In questa prigione europea, di pura ragioneria, la vita è un ingombro. Morire prima è un risparmio. Non si ha il coraggio di dirlo ma l’obiettivo è questo.

Mi sentivo molto europeo negli anni Novanta, anche prima, culturalmente. Oggi, nel mercato delle vacche finanziarie, e dell’istigazione al suicidio (reale ed economico), mi sento fuori.

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antinoo@variosondamestesso.com

Architettura senza comunità.

martedì, aprile 10th, 2012

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Colpisce la notizia che l’Auditorium di Ravello progettato  da Oscar Niemeyer – che da poco ha compiuto 104 anni –  è scarsamente utilizzato e, difettando di manutenzione, rischia un precoce invecchiamento.

Il “corpo” architettonico ha bisogno di circolazione vitale, quotidiana, altrimenti implode e presto si fa rovina; rovina di un corpo giovane, di appena ieri.

C’è una classe politica in Italia (la quasi maggioranza della classe politica) che vede il segno contemporaneo come un’astronave venuta da altro pianeta mentre l’altra, che l’ha scoperto da appena due decenni, ne vede solo il glamour ed il fatturato o le cosiddette “ricadute” turistiche ed economiche. Il marchio dell’archiastar spesso copre sporche speculazioni.

Il sindaco di Roma Alemanno, con la sua vocetta stridula ed effeminata, autopunizione per un fascista, urlava alla demolizione dell’Ara Pacis di Richard Meier (appoggiato nel giudizio negativo sull’opera da alcune “puttane” romane); questo dopo pochi giorni dal suo insediamento nell’Urbe. Evidentemente si tratta di simboli forti.

Per certi versi fa piacere che l’architettura contemporanea sia finalmente entrata a far parte dell’interesse della collettività, sia quando la esaltano che quando la odiano. Ma tra esaltazione e odio c’è un comun denominatore: l’assenza di contenuti, la mancanza di circolazione vitale dentro il “corpo” architettonico; manca la collettività, la comunità. E programmi a medio e lungo termine.

Il nuovo Palacongressi di Rimini, progettato dallo studio GMP di Amburgo, si presenta come  riqualificazione di un parco, nuova gestione delle acque e connessione tra quartieri. Il preesistente viene ridisegnato. Una “piccola Francoforte” per qualche centinaio di metri. La grande conchiglia di Volkwin Marg, appoggiata su pilastri alla Tim Burton, accoglie le passeggiate, la pista ciclabile, il laghetto restituito alla continuità con papere e oche, i cani accompagnati, e qualche paziente pescatore. Eppure in una domenica di una bella giornata, anche invernale, qui non trovi nulla di “tedesco”, a parte il design architettonico, urbano e paesaggistico. Ciò che il “tedesco” non poteva progettare era ad esempio dei piccoli gazebo con rivendita di bevande e piadina, o una piccola chiatta posta sul laghetto con servizio di pub o ristorante sino a sera, con luminare, un barcone, come fosse una piccola nave di Nemi, o in estate un chiosco per gelati. Il rapporto con l’acqua qui significa solo “mare”; spiagge coltivate da orticultori oggi bagnini. Tutta la vita si sposta al mare ma qui, nella piccola Francoforte, non accade nulla. Il “Palas”, che è stato pubblicizzato come “il vostro Palas”, per dare ai cittadini un senso di appartenenza, rischia di essere corpo estraneo. Involucro con pochi contenuti da parte della città, e soprattutto da parte dei quartieri riconnessi ma muti, immobili. La classe politica ed imprenditoriale è come se desse libero accesso ai giardini di una villa, “democraticamente”, ma il resto sembra tutto privato. Il rapporto con l’acqua qui significa solo “mare”, coltivato da ex contadini, oggi bagnini, che chiudono il mare per otto mesi con le loro murate di lamiera e staccionate come fosse il loro orto.

Forse anche l’odissea del Teatro Galli presenta lo schema: odio del contemporaneo/ricadute turistiche ed economiche del contemporaneo.

Non abbiamo un teatro, e il Palas non è “nostro”.

A rimetterci è sempre il residente, perché tra nostalgia del passato (com’era dov’era) e delirio del futuro la città non vive un buon presente, un piacevole quotidiano.