Archivio di gennaio 2007

Antonio Michetti. (uomini pescaresi)

lunedì, 15 gennaio 2007

Antonio Michetti, architetto, per gli amici “Tonino”, ha una stratificazione nel nome che per Pescara è autentica storia.
Tale peso tuttavia viene portato con scioltezza e leggerezza; non c’è nulla da dimostrare, si è agiti da imperscrutabili disegni genetici che si mettono in gioco anche indipendentemente da noi, nel bene come nel male.
Solo nella revanche sociale, o nelle persone insicure, o di scarsità intellettuale, risiede il problema dell’identità, fondata spesso su una improbabile discendenza virtualmente autocostruita.
Quando si sa ciò che si è, non è necessario dimostrare nulla; tutto sembra normale.
Si è uomini semplici.
Michetti ha progettato e realizzato molto, dagli interni – sia negozi che abitazioni private – case unifamiliari, ville, edilizia pubblica, piani urbanistici e numerose opere architettoniche collettive che vanno dalle scuole ai cimiteri, chiudendo così metaforicamente quasi tutto l’arco della nostra esistenza.
Michetti appartiene alla generazione degli architetti che potevano fare ancora proprio il motto: “dal cucchiaio alla città”, nel senso che l’approccio metodologico al progetto può essere lo stesso se si seguono alcune procedure concettuali e formali distribuite e risolte caso per caso.
Dispositivi oggi assolutamente impensabili.
Michetti studia a Roma, si laurea con Ludovico Quaroni. Questo maestro dell’architettura – che ci ha lasciato una bella chiesa a Francavilla, tanto per rimanere in un nostro ambito geografico – ha come assistente un giovane chiamato Manfredo Tafuri, che presto diventerà uno dei massimi storici e critici dell’architettura, morto alcuni anni fa e ancora indimenticato.
Nei suoi anni giovanili di insegnamento al Liceo Artistico di Pescara, Michetti trasferisce agli allievi, in quelli che hanno avuto la fortuna e la voglia di godere delle sue “performance” didattiche, una grande propensione verso la “forma”, la “composizione”, il “disegno”, ma anche una certa attenzione verso la teoria, la storia, la critica, la lettura dei testi, le riviste di architettura; Quaroni e Tafuri appunto.
“Il bello è difficile”, diceva Baudelaire, e Tafuri leggerlo a diciassette anni era davvero complicato, ma alcuni di noi leggevano “Teorie e Storie dell’architettura” nell’ultimo anno di Liceo.
Si capiva il trenta per cento ma l’incoscienza era incontenibile.
Si fa sempre in tempo a scendere in basso ma se si comincia dall’alto è sempre buona cosa.
Anche questo, per gli attuali giovani esordienti, è nella maggior parte dei casi, quasi impensabile.
Trenta, quaranta anni fa le nostre scuole d’arte erano straordinarie, alcuni insegnanti non erano meno preparati di quelli delle Accademie di Belle Arti o delle Facoltà di Architettura.
Michetti spalmava intorno a sé un’apparente creatività disordinata, irradiata anche dalla sua persona; distratto, sapientemente sgualcito nel vestire, costantemente spettinato.
Il suo era abito e habitat dell’architetto di allora, e che ci piaceva; era perfetto.
La sua auto sportiva, improbabile e “scomoda”, una Alfa Romeo GT 1300 Junior nata nel “66″ (tutto si giocava in quel Junior, chiaramente visibile nel retro dell’auto!) era il prolungamento del suo studio con disegni, riviste, libri, tutti ammassati nei sedili posteriori e se ti dava un passaggio dovevi effettuare traslochi al momento, per sistemarti alla meglio in questa specie di studio viaggiante.
Formalista e grafomane, disegnava architetture meccanicamente anche quando parlava al telefono, riempiendo tutta una serie di foglietti con volumi platonici o di lettere dell’alfabeto che, formando magicamente una parola che il committente dall’altro capo del telefono perentoriamente ripeteva, venivano poi tradotte in volumetrie assonometriche o prospettiche, con ombre ed effetti tridimensionali.
Il suo strumento preferito era il “Caran d’Ache”, il famoso porta-mine svizzero, nero, con il tappino colorato, a scelta, nei tre primari, che si sfila per appuntire la “mina” in una pausa sapiente che dice al foglio: “sto per tornare”; con una ruvidezza, una sabbiatura, nella parte bassa dell’impugnatura, quale soluzione antisudore, quasi parafrasando Leon Battista Alberti circa la fatica del “disegnare” (del “costruire”).
Nel suo studio ho imparato a tirare una lunga linea al tecnigrafo con la grafite dentro il portento svizzero, mantenendo lo stesso spessore dall’inizio alla fine del tratto.
Il segreto sta nella rotazione; al movimento rettilineo deve corrispondere una rotazione costante lungo il percorso, con una tecnica prensile simile a quella cinese quando si mangia e si maneggiano le bacchette.
La punta la si fa sfruttando il supporto ed il percorso, (pensare l’efficacia) e lo spessore sarà uguale, per un po’; poi riaffilare, sostare, pensare e riaggredire il lucido.
La sezione orizzontale mediana, esagonale, della “Caran d’Ache”, si smussa nella parte finale in un tronco di cono aerodinamico. Inconfondibile è la marcatura con i famosi, minuscoli, tre pesciolini, in fila, saettanti verso il futuro.
Chi non sa guidare è inutile che si cimenti con una Porche; chi non sa disegnare tralasci la “Caran d’Ache”, è troppo accessoriata per lui.
Senza questa esperienza si avrà difficoltà anche con il “mouse”, che vorrebbe destreggiarsi con CAD e modellatori 3D.
Tra le opere realizzate da Michetti, quella che preferisco, è una scuola “dentro” una scuola.
Al Liceo Scientifico Galilei di Pescara, disegnato negli anni Trenta dagli architetti Mario Paniconi e Giulio Pediconi, piccolo capolavoro razionalista, Antonio Michetti, insieme ad Alfredo Trulli, ha affiancato un suo progetto leggero e trasparente, neo-organico con ossigeno tecnologico, lasciandosi definitivamente alle spalle la pesantezza anacronistica del cemento.
Un uomo eternamente giovane, anche se sornionamente tende a schernirsi ma, come sappiamo, questo appartiene al giusto ed equilibrato dosaggio narcisistico, utile al sostenimento ed alla durata.

pagine

Paolo Colacito. (uomini pescaresi)

lunedì, 15 gennaio 2007

Cenere, pazientemente depositata sulla superficie; muffe, combustioni, pagnotte di pane seccate e trattate con il verderame; l’aria, immessa dentro enormi polmoni di plastica che invadono spazi interni.
Immaginate tutta questa alchimia elegantemente confezionata in bacheche o scatole, risolta su tela o su tavola, in forma finita, in documentazioni fotografiche o video, seguendo un processo di fissazione di ciò che potrebbe evolversi all’infinito secondo spontanei processi naturali di trasformazione.
L’artista-alchimista, schivo e obreggiante, che fa tutto questo, si chiama Paolo Colacito.
Il rapporto previlegiato che questo artista ha scelto di intrattenere con l’”altro” si chiama tempo.
Al tempo è affidato la riuscita del suo lavoro, che si posiziona all’inizio, o alla fine, di una certa temporalità definita.
Il suo lavoro è un segmento finito di una vita organica impermanente e indefinita.
La cenere forse verrà prodotta da lunghe sere davanti a un camino; il pane, probabilmente autoprodotto, con la sua ferita centrale come un taglio di Fontana realizzato dal forno e dal lievito, è rivestito dalla nebulosa che si spruzza sulla propria vigna, rendendolo bronzo ossidato.
Stiamo allora parlando anche della sua casa, a Montesilvano, del suo studio, di quella che una volta era campagna e che lui accudisce ancora oggi, pur essendo urbanizzato e abitante di Pescara centro.
La sua vigna produce un ottimo vino, il Cerasuolo.
Materiale e tecniche del suo lavoro sono lì, a portata di mano, a portata di braccia; mensura umana, esistenziale, legata al lavoro, alla vita attiva.
La relazione con il tempo non riguarda solamente la creazione “quasi spontanea” delle sue opere artistiche ma anche di quelle “agricole”, non meno elaborate e complesse.
Meteorologia, fasi lunari… ; un artista della vita activa.

Paolo Di Pietro. (uomini pescaresi)

lunedì, 15 gennaio 2007

Parlare di Paolo Di Pietro vuol dire parlare di una famiglia, di tanti fratelli, accomunati da un fondo comune di intelligenza, acutezza, e grande spirito critico, estesi in zone persino eccessive di lucidità; “dispendio”, spreco analitico che va a costituire quella Pescara parallela e umbratile poco visibile, ma molto profonda e fondativa.
Anche se, attualmente, i Di Pietro rappresentano una diaspora geografica, sempre pescaresi restano.
I Di Pietro sono accomunati anche da una “r”, “moscia”, che arrota le parole, affila i pensieri, stilizza la dialettica.
Sono forse memorie francesi, o italianamente mediate da antichi itinerari parmensi, non mi è dato per ora sapere ma mi cullo nell’immaginazione e mi piace pensarla così.
Paolo Di Pietro non ha solo rappresentato la condivisione dell’architettura e del design, dell’arte e della critica d’arte e architettonica, delle battaglie sindacali e politiche nella sinistra, ma anche della psicoanalisi, della psichiatria e dell’antipsichiatria, cercando insieme in queste discipline una qualche risposta a tutta una serie di complessità del vivere quotidiano.
Laing, Cooper (l’ex sfascia-famiglie), Basaglia, Schatzman, Bettelheim, Foucault, circolavano regolarmente a cena o sul tavolo da disegno.
Il mondo relazionale intorno a Di Pietro riesce ad armonizzarsi anche nelle inevitabili ed epocali crisi familiari, ove vengono predisposte nuove ricomposizioni; equilibrio e civiltà hanno sempre la meglio, mentre la circolazione delle eventuali caselle vuote si sostanziano in nuove mappe esistenziali, rimesse continuamente in gioco sotto il segno dell’autenticità.
Professione e vita, deontologia professionale ed etica dell’esistenza, in Paolo Di Pietro, sono inscindibili.
Per questo la sua migliore opera risiede nella sua dimora.
Un architetto che si fa un autoritratto architettonico (come un odierno e reincarnato Adolf Loos). Come farebbe un pittore, imprimendo nella tela il proprio volto.

corso manhoné

domenica, 14 gennaio 2007

nebbia

domenica, 14 gennaio 2007

flaiano al mare

Essere Ettore Spalletti. (uomini pescaresi)

domenica, 14 gennaio 2007

Le persone famose acquistano col tempo un’aura tutta particolare; una certa luce pare avvolgerli. Fama li rende poi poco accessibili, almeno per noi mortali. Paradossalmente ad un eccesso di presenza mediatica sembra corrispondere una ineffabile volatilità, ed un vago senso d’immortalità. Se abbiamo poi la rara fortuna di una qualche prossimità fisica, essi ci appaiono eterei, angelici fantasmi, come fossero impastati con sostanze diverse dalle nostre.
Ho conosciuto e frequentato Ettore Spalletti quando era pre-famoso, dunque mortale, nella fine degli anni Settanta del secolo scorso, e mi chiedo se le mani premonitrici del successo lo stavano già felicemente massaggiando.
Devo ammettere che sì, i segni c’erano tutti.
Gesto, eleganza ed originalità d’abito, stile di vita, frequentazioni, bellissime ed originalissime donne oscillanti tra fascino delle tenebre e luce spirituale, sfondo teatrale della dimora sempre generosamente aperta agli amici; atelier di squisito interior design con punte di décor cromaticamente minimalista, costumanze sempre perfettamente integrate; giornate programmate con equilibrati contrappunti e giustappunti, studiati imprevisti e sovrapposizioni; un certo utilissimo ecumenismo – forse di poca fatica ma sempre riccamente costellato da acutezze e definizioni appropriate – semplicità come scarnificazione dello sforzo sempre domato e tenuto sotto il controllo stilistico.
Un dandy nella secessione del dandysmo.

“Dotato – come ha scritto Bruno Corà – di una buona tempra fisica soleva trascorrere in operosità piena l’intera giornata così che il riposo notturno giungeva a rinsaldare un corpo già integro e soddisfatto. Nonostante il lavoro lo assorbisse fortemente, la sua vita di relazioni non fu per questo meno intensa. Provvisto di un’ampia schiera di amici, ciascuno di raggiunta solidità nel proprio ambito, trascorreva con loro ogni momento libero, ogni ora che le pause di creazione dell’opera gli consentivano. Eguale attenzione riservò alla bellezza: la grazia di ogni creatura sembrava disporsi naturalmente al suo apprezzamento ed egli ne esaltò le doti godendone appieno.”

La sua pittura e la sua scultura sono il suo perfetto autoritratto; un quasi nulla.
Max Stirner, però molto leggero e con frequentazioni termali.
Alla sofisticata progettazione di una esistenza così concepita deve, quasi necessariamente, corrispondere un senso artistico vuoto, invaso capace di assorbire e accogliere qualunque cosa purchè abbia, infine, il timbro inconfondibile di una estetica del vuoto.
I due pesi, la vita e l’estetica degli oggetti prodotti, poggiati nella bilancia, sono assolutamente interscambiabili ma devono tuttavia rispettare leggi fisiche di equilibrio delle masse, pena il sospetto di inautenticità.
L’autenticità dell’oggetto banale, nel suo vuoto di senso, è autenticato dal gesto esistenziale che deve mimare il vuoto anche con la parola, con la frase spaesata e spiazzante, come nel personaggio del film “Oltre il giardino”; Ettore Spalletti è in grado di farsi vuoto, oltre che rappresentarlo.

Le antenne sono verticalmente sensibili e prensili nel captare la stratificazione di senso del contemporaneo (politica, ideologia, religione, guerra, business, conflitti mimetici, competizione, e poi storia globale e locale, strategie dell’esserci, marketing) ma, nel monitor, vedremo sempre la soluzione orizzontale del teorema, che si presenta come un soporifero acquario che ha assorbito e attutito il rumore del mondo, e che ci ipnotizza calamitando il nostro sguardo, come in una musica ambientale di Brian Eno; le sue sono opere – acquario che potrebbero curare nevrosi; custodiscono terapie riabilitative, forse potrebbero arricchire progetti di consulenza estetica per l’ibernazione verso un futuro migliore, vuoto, affrancato dai conflitti, ma che, almeno per ora, non esiste se non nella testa di Spalletti.
Ma il mondo vuoto dentro la sua testa convince.
Mi pare, se non ricordo male e potrei persino sbagliarmi, che Spalletti sia stato chiamato a realizzare in Francia un obitorio. Una congiunzione di senso così perfetta è molto raro a trovarsi, in un artista.
L’aspetto concettuale della questione è meno semplice di quel che si crede.
Ettore Spalletti rappresenta bene il nostro desiderio; quello di cancellarci, sparire.
Persino un flusso d’oriente lavora per lui, alimentato dagli imponderabili affluenti della new-age, forse a sua insaputa, e che gli conferiscono, suo malgrado, il sigillo della sincerità taoista. Tempo fa, a Pescara, nella grande piazza del centro, che dimentica se stessa autocancellandosi facendosi anch’essa vuoto in attesa di destini imperscrutabili, avevo notato un messaggio pubblicitario che comunicava l’attesa di un’opera di Spalletti.
La promozione sintetizzava, in una frase, l’amore dell’artista verso la città.
Come si può contestare l’amore? L’amore è, diciamolo, disarmante.
Puoi dominare lo spazio con arroganza o sapienza politica ma, se il gesto è ammantato d’amore non puoi difenderti. Spalletti è disarmante con il suo amore per l’altro, io, tu, voi, noi. Quest’uomo, credo, vuole amarci sul serio. Ci minaccia con il suo amore.
Abituati come siamo a difenderci dalla violenza e dall’odio, siamo deboli, e indifesi, di fronte all’offerta d’amore.
Mentre il sistema dell’arte ci perquisisce con l’amore, io, uomo inattuale, anacronisticamente mi dibatto tuttora tra conflitti e irrisolutezze.
Sono uomo antico, forse solo uomo.
Spalletti, è homo artisticus.

Uomini siffatti hanno il dono dell’essenzialità, anche in versioni retrodatate, e di conseguenza il passato biografico acquista un nuovo significato, più brillante.
Credo sia stato un nostro bravo e famoso cantautore, Claudio Baglioni, a dire che se hai un buon presente anche il tuo passato ha un certo valore.
Ettore Spalletti assomiglia in qualcosa a Claudio Baglioni, anche riguardo ai segreti dell’autoconservazione fisica. Sono persone nate per durare.
Credo si possa affermare senza nessuna difficoltà che Spalletti sia il Baglioni dell’arte contemporanea, con i dovuti riguardi, naturalmente, alle differenze espressive e di linguaggio.
In una intervista si può, con grande sicurezza e scioltezza, ricordare esordi e tappe di formazione (condite naturalmente da periodi di difficoltà e piccoli disagi che non guastano mai, come in certe pietanze appena appena arricchite con peperoncino, ma in modo assai equilibrato, da piacere a tutti), ci si autocostruisce insomma qualche piccolo mito di fondazione, anche se i testimoni di quel passato, che forse ora non hanno un buon presente, rimangono allibiti; non possono dire nulla pena l’accusa di desiderio mimetico (detto, in forma volgare, invidia).
Purtroppo, nelle città di provincia, per quanto affette da manìe di grandezza, l’uomo che passa dal “locale” all’”internazionale” non può che alimentare, in forme esponenziali, quel desiderio.

Una buona carriera va sempre valutata attingendo alle pieghe più benevole del nostro sguardo. Ironia, perplessità, critica e humor ne fanno parte, naturalmente; come è sempre stato.

domenica, 14 gennaio 2007

orecchio alato

Franco Summa. (uomini pescaresi)

domenica, 14 gennaio 2007

Franco Summa è sempre stato al di sopra della sua pittura. Franco Summa è sempre stato al di sotto della sua pittura.

No, non spaventatevi, non vi si vuole praticare una tortura ma, più semplicemente e svagatamene, verificare se le due proposizioni, opposte e speculari come in uno specchio, siano entrambe vere. Ci proverò. Intorno alla metà degli anni Settanta del Novecento Franco Summa era vitale e creativo pressappoco come lo è tuttora. Ricordo una sua mostra a Pescara ove l’artista esponeva quadri di forte intensità cromatica, con una tecnica, che lo rese tra l’altro piuttosto famoso, che mutuava l’occhio fotografico in quello pittorico ma in maniera molto distaccata dalla moda Pop. Le immagini rappresentavano la sua città, Pescara, vista da angolazioni originali e spaesanti; le soluzioni compositive quasi precipitavano nell’astratto, tanto la “riconoscibilità” era distanziante. Nel vernissage, l’artista aveva invitato un Assessore che introduceva l’opera esposta e le tematiche in essa contenute e, bisogna riconoscere, il dibattito che ne seguì anticipava alcune problematiche che son venute fuori con maggiore chiarezza solo qualche anno dopo; l’ambiente, l’assetto socio-urbanistico, la qualità architettonica, l’inquinamento visivo. Tuttavia la parola dell’”impegno” sociale lasciavano del tutto indifferenti i suoi quadri che se ne stavano sornionamente e aristocraticamente appesi al muro della galleria, godendosi una vita autonoma tutta loro. In particolare, un quadro mostrava la spiaggia con gli ombrelloni in un gioco di ombre e di luce solare, risolte in un’accesa bicromia, e nella loro bellezza segnalavano più degli altri il sertirsi orfani di senso, volendo semplicemente, orgogliosamente, dichiarare il loro “formale” ed estetico esserci nel mondo. Suo malgrado, Summa è homo aesteticus. Allora, perché invitare un “politico” a parlare d’arte? Perché spiegare un quadro, svelandone le intenzioni, ed esprimere in fondo una totale sfiducia nell’osservatore e sulle sue capacità di disvelamento e di libertà di analisi? Le risposte possono essere molteplici. Le sintetizziamo in alcuni punti. Primo: In quegli anni l’impegno sociale e politico era quasi un obbligo e l’ideologia serpeggiava sia nelle forme alte che in quelle più miniaturizzate dei rapporti interpersonali; una scelta ideologica era necessaria, pena la sopravvivenza stessa in quel mondo così strutturato, fatto di relazioni illusorie quanto pesantemente reali. Secondo: Franco Summa ha avuto una formazione umanistica; si è formato e laureato con Giulio Carlo Argan. Le sue mani tecnologico-artigianali sono impastate sì di colore, ma gli occhi guardano ai classici. Quella mostra pescarese non si rivolgeva ad un pubblico ma al Principe, e ai politici amministratori che, ormai, avevano sostituito, per lui, quel referente opaco e instabile rappresentato da compratori o collezionisti. Summa ha sentito ipersensibilmente la perdita di autorità dell’artista (la morte dell’arte) e ne ha rivendicato la presenza in un nostalgico, eroico, appassionante sogno rinascimentale. Ma siamo in una città di provincia del XX secolo, non a Firenze.Vorrei ricordare in proposito un’altra mostra di questo dinamico artista svoltasi in quegli stessi anni, all’Hotel Esplanade di Pescara, ove venivano esposti ritratti degli uomini illustri della città.L’Hotel Esplanade, per interderci, è un po’come il Grand Hotel di Rimini, stesse caratteristiche, lo stesso mare, stesso prestigio ma meno kicht, meno “felliniano” per intenderci. I “guru” della nuova Facoltà di Architettura all’epoca alloggiavano lì; entravano spavaldamente in Loden e scarpe Clark con il codazzo di fanciulle adoranti che, pur femministe, avrebbero volentieri lavato loro calzini e mutande e chissà cos’altro ancora. In questo Hotel, Summa esponeva questi ritratti, che venivano venduti a prezzi bassissimi, “politici” si diceva all’epoca. All’opera in esposizione veniva volutamente decretata una “sprezzatura” dal punto di vista del mercato, evidenziando invece un meccanismo che oggi chiameremmo mediatico. Il valore non risiedeva nei quadri ma nel glamour sollecitato dall’operazione. All’artista non interessava certo vendere il quadro, al di sotto persino delle “spese” d’opera, ma “vendere” – in senso ancora “rinascimentale” – se stesso, proporsi dunque alla pari con gli “illustri” cittadini, come un novello Leon Battista Alberti, e in questo, dobbiamo ammetterlo, nella scelta del luogo e del tema, Franco Summa è stato anticipatore di un sogno audace e intelligente. Terzo: Franco Summa ha sempre custodito, e ben espresso, una certa vocazione pedagogica- educativa. La sua esperienza di insegnamento ne è la prova. La sua metodologia didattica, sensibile memoria dell’oggettività tramandata dalle scuole europeee, Bauhaus in primo luogo – altri insegnanti ne parlavano ma lui metteva in gioco Paul Klee e Joannes Itten sul serio nella didattica quotidiana – imponeva un’impostazione metodica e scientifica; la soggettività era tenuta sotto sospetta osservazione.Infatti, tra i suoi allievi, prediligeva più la diligenza che il talento. Quarto: Franco Summa è, come tutti gli artisti di valore, grandemente narcisista. Nonostante la sua metodologia didattica reciti il tramonto del soggetto, annunciando il nuovo mattino dell’operatore estetico-visuale assoggettato alla nuova razionalità, mentre il suo lavoro si nutre di agganci appigli e rampini nel sociale, quasi volesse sprofondare in esso, il suo gesto, contrariamente, è di purissimo individualismo, con vaghi e lontani echi futuristi. Devo confessare che questa contraddizione, ammesso che me la si lasci passare, è ciò che apprezzo di più di questo artista e che me lo rende affascinante. Ognuno è quello che è; non tutti oggi hanno il coraggio di essere qualcosa. Con persone così limpide, chiare nella loro complessità e contraddittorietà e persino nei loro tratti più, diciamo, antipatici, è molto più facile stabilire le coordinate terrestri dentro le quali con-vivere o sopra-vivere. Aderire od opporsi è il gioco di una comunità che comunque partecipa. Forse era questo il sogno della polis di Franco Summa. Sogno infranto e perdente. Vincono oggi l’indifferenza e l’indifferenziato. Ma i suoi quadri, pensati al di sopra della pittura, ormai lavorati dal tempo, possono apparire al di sotto della narrazione ideologica, e guadagnarci. Ecco perché il suo lavoro può, alternativamente, essere al di sopra o al di sotto delle proprie intenzioni. Pittori così, capaci di salire su uno sgabello in un giorno qualsiasi per farsi ascoltare, facendosi scultura parlante su di un piedistallo, dubito ce ne saranno ancora.

sabato, 13 gennaio 2007

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Da C. P:
Il senso delle vita (storia zen)

Cercando di capire qualcosa sull’essenza della vita, un monaco lasciò il
suo monastero in giovane età e cominciò a viaggiare per le strade della
Cina. Dopo tanti anni, al suo ritorno, il suo vecchio maestro gli chiese:
“Dimmi dunque cosa hai capito dell’essenza della vita?”. Il monaco rispose:
“Quando non ci sono nuvole sulle cime delle montagne, la luce della luna
penetra nelle increspature delle acque del lago”. Il maestro guardò il suo
migliore discepolo di un tempo con ira “Hai percorso tutte le strade della
Cina, stai diventando vecchio, i tuoi capelli sono ormai tutti bianchi,
hai ormai pochi denti ed ancora non hai capito l’essenza della vita?”. Il
monaco abbassò tristemente gli occhi, mentre le lacrime rigavano il suo
viso ormai rugoso. Dopo alcuni minuti di silenzio, sommessamente egli chiese
“Per favore, maestro, dimmi quale è l’essenza della vita?”. “Quando non
ci sono nuvole sulle cime delle montagne – rispose sorridendo il maestro
- la luce della luna penetra nelle increspature delle acque del lago”.

Vuoto-Tao

sabato, 13 gennaio 2007

Si ha un bel riunire trenta raggi in un mozzo,

l’utilità della vettura dipende da ciò che non c’è.

Si ha un bel lavorare l’argilla per fare vasellame,

l’utilità del vasellame dipende da ciò che non c’è

Si ha un bell’aprire porte e finestre per fare una casa

l’utilità della casa dipende da ciò che non c’é.

Così, traendo partito da ciò che è, si utilizza quello che non c’è.

venerdì, 12 gennaio 2007

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giovedì, 11 gennaio 2007

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giovedì, 11 gennaio 2007

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Milano. Casa di donne

giovedì, 11 gennaio 2007

logo città

Ciò che sto per raccontare l’ho sognato.
Si sa che il tempo reale quando dormiamo ed il tempo che scorre dentro i nostri sogni non sono la stessa cosa. In una intera notte può non accadere nulla di rilevante mentre in dieci minuti, soprattutto nel dormiveglia, può capitare di sognare un intero Dottor Zivago, o al massimo risvegliarsi, ormai persi nel deserto di neve e quasi congelati e urlare: Tonja! Tonja! Ma anche in questo caso ammetterete che siete già un pezzo avanti con la storia, in soli dieci minuti.
Un mio sogno pomeridiano, durato appena venti minuti, è stato quello di una casa.
A Milano. Corso Garibaldi. Una scala B. Abitata da sole donne. I figli nati e quelli che dovevano ancora nascere erano tutti femmine. Solo cambiando casa era possibile sfuggire al fiocco rosa. Gli uomini, in un modo o in un altro, erano spariti. O mai esistiti. Vedove, divorziate, single, studentesse, abitavano in quella scala B in Corso Garibaldi a Milano. Donne di tutte le età erano comprese, dalla signora Tosi del terzo piano, di ottantacinque anni, alla piccola Elisabetta di pochi mesi dell’ultimo piano, nata da un utero in affitto e amorevolmente amata e accudita da Settimia. Visto che ci troviamo all’ultimo piano, all’interno 36, potremmo iniziare da qui per poi riscendere.
Settimia è una bella donna di quarantacinque anni, gli anni migliori, molto femminile e appariscente. Tuttavia non bisogna lasciarsi ingannare dalla tranquillizzante normalità di questa ragazza cresciuta. La testa va tutta da un’altra parte rispetto alle vostre vecchie abitudini, o probabilmente solo mie, nel valutare le donne. Un pezzo della sua vita Settimia l’ha dedicata alla cosa che le è stata più cara, il cane. Ne ha avuti tre, un maremmano odiatissimo dai vicini perché una volta la settimana abbaiava un po’, un lupo stupendo e dolcissimo, infine un bel bastardo nero di mezza taglia, zoppo, di nome Batman, raccolto per strada. Le donne amano gli animali in modo diverso dagli uomini, è naturale. Batman era un catorcio e Settimia ne fece un principe. La scelta di questa amicizia con il cane in effetti fu dettata dalla necessità. Quando agli inizi degli anni Ottanta Settimia si trasferì da Pizzo Calabro a Milano capì ben presto che, per sopravvivere in quella città, dovevi avere un cane, non una zia, una sorella e tantomeno un uomo. Non tanto per alleviare la solitudine ma anche solo per uscire, per proiettarsi fuori dall’interno 36, immettersi nella strada e passeggiare, farsi un giro in Parco Sempione. Ma se non lavori, se non hai una meta precisa, se non fai jogging, che senso ha passeggiare, sola, a Milano? Bisognava trovare un significato, una funzione, a quest’attività oziosa e clandestina. Se all’epoca non avevi un cane era difficile scambiare parola con qualcuno. Tutti avevano il cane. Con l’animale al guinzaglio non davi mai l’impressione di essere una persona disperata di solitudine in cerca di un “Mister Goodbar”. Ti fermi qua, chiami di là, una sosta per la pisciatina, una più lunghetta per la cacchina, poi lo lasci libero, sembri sola ma hai, si capisce, il guinzaglio ed il tuo passo è libero e sicuro di chi non è solo, ma ha un amico nelle vicinanze che scorazza tra gli alberi. Quando il cane di Settimia incrociava un suo simile c’era quel rituale animale del guardarsi, annusarsi e poi, a seconda di come andava tra i quadrupedi, si imbastiva una conversazione tra i rispettivi padroni.
Ma prima bisognava attendere l’avanguardia diplomatica cagnesca e se questa già stipulava trattati di pace e amore la conversazione tra gli umani, che segue sistemi di altra natura, doveva prima affrontare le questioni dell’età del cane, dell’alimentazione, impuntarsi su metodologie veterinarie e ginecologiche, psicologiche e comportamentali. Quando il dialogo si spingeva su territori metaforici, e questo si verificava più con gli uomini, accadeva che a Settimia, indubbiamente la più preparata e competente sulle problematiche canine, nessuno gli andasse a genio, anche se i rispettivi animali parevano già languidamente bisognosi l’uno dell’altro.
La morte del buon Batman, i vent’anni di amore canino e i tre lutti alle spalle determinarono una svolta nella vita di Settimia. Decise di chiudere con gli animali e non soffrire più per la loro perdita. Pensò che grazie all’esperienza acquisita nella cura delle bestie fosse giunto il momento di avere un figlio. Sentiva di essere ormai pronta per questo.
Il suo maestro di spinning era adatto, sapeva di piacergli ed una sera gli chiese di avere un figlio da lui. Con lo sguardo appassionato disse a Billy, gigante di Viterbo: «Fai come se avessimo scopato, magari mi pensi e mi riempi una provetta con il tuo sperma. Io un figlio lo voglio solo da te. Però prima mi firmi una carta.»
L’etrusco ne fu inorgoglito e il giorno dopo le fece questo regalo.
Settimia arrivò alla conclusione che se era possibile avere figli senza l’effetto del parto, per un senso di equilibrio interiore, se ne poteva abolire anche la causa.
Al piano di sotto, all’interno 31, viveva Isabella, da poco separata, che di figli invece ne aveva tre, tutti partoriti dolorosamente e in prima persona, dopo naturali e rassegnati rapporti sessuali. Gli anni di matrimonio con coito Isabella li definiva dodici anni di stupro istituzionale. L’orgasmo lo scoprì la prima volta un pomeriggio che era da sola, in bagno, mentre si faceva il bidé. Comunque sempre meglio di Marilyn Monroe che di orgasmi non ne aveva mai avuti, nonostante plurimi mariti e amanti volenterosi. Tre figli da mandare avanti da sola; tre matrioske che purtroppo non entravano una dentro l’altra; tre pezzi unici non compattabili e piuttosto complicati. Naturalmente tre femmine, quasi adolescenti, di cui due gemelle.
Per dare l’idea della fatica quotidiana proviamo a sostare accanto a lei davanti l’ascensore.
Tre o quattro sporte di spesa poggiate a terra mentre chiama il vecchio e piccolo ascensore di legno, con le antine che si aprono una alla volta. Le due gemelle hanno altro da fare per rendersi conto del dramma che si va consumando nel pianerottolo. La primogenita, mezzo addormentata, è praticamente appesa al braccio della mamma, facendo pendant allo zainetto sull’altra spalla, che sembra scivolare mentre Isabella raccoglie alla meglio la spesa. Arriva l’ascensore, bisogna aprire gli sportelli, depositarci il peso alimentare, entrarci, salire, riaprire, poggiare la merce sul pianerottolo dell’ottavo piano, aprire la porta dopo che il mazzo delle chiavi cade a terra due volte, entrare in casa con le ragazze volatilizzate e rinchiuse nella cameretta e già incollate ai cellulari, andare in cucina, infilare la roba congelata nel frizer, quella fresca nel frigo, il resto nei pensili, sedersi un momento a prendere fiato sulla sedia davanti alla finestra che ti mostra, specularmente, lo stesso prospetto di balconcini e finestre del tuo, mentre pare di vedere dietro una tapparella un’altra te stessa che guarda le stesse cose e vorresti ora morire, buttarti di sotto. Poi fai altre fantasticherie, a causa dei sensi di colpa, decidi prima di aspettare che le figlie si sistemino e, solo dopo, ti butterai di sotto. Ma la depressione ti defluisce se pensi che prima era peggio.
«Un’ottima famiglia. Ma noiosa. La prima bambina è migliore di tante altre. Educata, saluta, è comunicativa, una rarità in mezzo a questi animaletti afasici, scostumati, urlanti e insopportabili, che girano tra i tavoli al ristorante e ti guardano con gli occhi cretini e se li saluti o dici una parola carina scappano via come gatti selvatici, per poi ritornare con gli stessi occhioni vacui per poi riscappare. Ma dietro la noia c’è la tua fatica mortale, donna, che ridi e fingi naturalezza mentre a trent’anni hai la schiena a pezzi, sei stravolta la mattina dietro quel sorrisetto “tutto va bene”, arranchi per le scale anticipando la tua vecchiaia anche se il sabato risorgi seducente ma non si sa per chi. Per tuo marito? Ma guardalo, già, non puoi guardarlo negli occhi! Hai perso il distacco, o non lo hai mai avuto, non ti fermi mai a riflettere, il tempo incalza, il quotidiano donna ti divora, non c’è tempo e il tempo passa spezzandoti la schiena. Sì, ruba il tempo, vai in palestra, ucciditi con lo spinning, poi fai la spesa e cucina e preparati per il pompino serale a tuo marito stancuccio ormai anche per scopare. A trent’anni hai il quadro noioso della situazione. Lui è fuori, allo studio, al negozio, in viaggio, tu parli con le amiche (amiche?) della fatica di rifare il salotto (di già?), della recita della bambina (c’era anche il suo babbo, appena in tempo!), di ieri che hai fatto una cosa al forno e fingi di non saperla fare perchè è un gioco dove Olga, Roberta, Alessandra dicono la loro e tu invece la sai lunga, scopri dove sbagliano e te ne torni a casa soddisfatta sapendo di essere la migliore nel tuo apparire minore, retrattile, minimalista, modesta nella tua profonda onnipotenza alimentare e fallimentare di donna con un orgasmo finto. E quando Olga racconta che il marito la lega al termosifone e la scopa da dietro tu pensi alla tua bambina, cercando pulizia e purezza, innocenza, sistemando da qualche parte della tua vitaccia sorridente queste cose, arrivando alla conclusione che, comunque, si può vivere, non è detto, siamo diversi, abbiamo altre cose. Cosa? La noia della tua famiglia. Arriva il secondo parto, due femmine. Si ricomincia. Ma è diverso, abbiamo esperienza. Sorridiamo meglio, fingiamo meglio, donna. Ci siamo fatte ormai. In tutti quei mesi di anticoncezionale naturale in cui aspettavi il secondo pargolo tuo marito non ti ha mai scopato a dovere.
Sei madre, la tua figa si è ritratta, implosa, e forse te ne sei dimenticata. Una volta ti ha detto persino, al settimo mese, che aveva paura di far male al bambino. Oh! Che dolce uomo, che padre premuroso, mentre tu una sacra trombata da madre te la meritavi, ne avevi diritto. Per tutta la gravidanza hai solo spompinato, con fatica, perché il papà dava già segni di farla lunga opponendosi all’andrologo.
Ti ritrovi con tre figlie. E allora? Cosa mi dici, cosa mi racconti? Pensi che qualcuno possa stare a sentire le noiosità del tuo quotidiano? Delle cazzate che fanno i tuoi figli? Delle bugie che racconti a te stessa?
E gli amici che un tempo avevi e che non vedi più, del lavoro che svolgevi, delle splendide stronzate che facevi, della tua cameretta segreta, di tutto questo che cosa ne hai fatto? Agli amici pensi che interessi della smerdarella di tua figlia di otto mesi? Ecco perché sei sola (sì, sola, con tuo marito che non c’è mai e che si scopa una cubana), perché menti a te stessa e sei diventata insignificante, ripetitiva, noiosa, insopportabile. Non sai nulla del mondo, non leggi i giornali, stiri mentre guardi la televisione più cretina, hai guadagnato mille euro per la seconda maternità e dovresti vergognartene, perché il tuo reddito è alto, e poi non si danno soldi per procreare, sei regressiva, hai fatto ritornare indietro il mondo di cinquant’anni.
E sorridi, sorridi come una deficiente e hai, a trent’anni, buttato via te stessa.
Ma che nome hai dato ai figli! Quello delle protagoniste del film che hai rivisto dieci volte, “La casa degli spiriti”, Clara, Ferula, Blanca, riuscendo ad imporli a tuo marito-scimmia che acconsentì purché lui trovasse la sera un buco disponibile.
Un’ottima famiglia. Quando la bambina farà il Liceo andrai a parlare con i professori e toglierai loro la parola di bocca perché della “tua bambina” parlerai solo tu, sei tu la bisognosa, non ti interesserà un punto di vista esterno e se ascolterai non ci crederai, è impossibile che la bambina sia così aggressiva, così maleducata, così stronza come dicono quei prof incapaci. La primogenita, poi, non ne parliamo, non la capisci, sei in conflitto con lei, eppure fai tanto, la accudisci, sei premurosa, fai tutto il possibile e poi dirai che i figli sono tutti uguali, come se non fossero madri come te a tirarli su così come sono! Quando ti alzi dai colloqui a scuola qualcuno guarda ancora il tuo giovane culo ammirando la tua aria ancora di ragazza con figli grandi. Ma cosa ne è stata della tua giovinezza? Un’altra vita forse è ancora possibile dentro quella che stai vivendo. Fermati, ascoltati! Fidati delle tue voci interiori!
Ed ora eccoti qua, all’interno 31. Sì, prima era peggio. Facciamoci un buon caffè.»
Di fianco, al numero 30, abita Ersilia di anni settantacinque. Fino a qualche anno fa nessuno la conosceva; invisibile, la sua cassetta delle lettere quasi sempre vuota, stavano per darla ormai per morta e sepolta ma la portiera assicurava sornionamente che c’era, c’era ancora. All’improvviso la si vede uscire sempre più sovente, più elegante, a volte con il taxi ad aspettarla in strada e cominciò a non salutare più nessuno. Tanti anni di silenzio irruppero fragorosamente nel condominio, inveiva e dava calci contro l’ascensore se veniva bloccato, bestemmiava al cellulare camminando, atletica, su e giù per il cortile facendosi sentire anche dai sordi:
«Cosa? No, no! Preferisco Mondadori, e che cazzo ci faccio con quelli, io vado in televisione è sicuro, con quelli invece che faccio, la radio? No, non dire stronzate, voglio l’anticipo subito, non mi rompere i coglioni vabbene? Digli che sto già scrivendo l’autobiografia e che quando arrivo a lui lo smerdo!»
Già, Ersilia, chi lo avrebbe detto. Poi tutta quella botta di vita andò esaurendosi, sfilacciandosi in rari urlettini contro l’ascensore, un cenno con il capo a chi incrociava all’ingresso e infine ricominciò a salutare.
Ritornò alla sua sepoltura e nessuno la vide più, tranne la portiera.
Scendendo di un piano, all’interno 29, abita una coppia di donne, Alberta e Bruna.
Le chiamano A & B. Aspettano una legge che consenta loro di sposarsi e successivamente poter adottare una bambina. Queste due donne sono le colonne portanti del palazzo, anche la portiera le teme. Se le regole condominiali vengono rispettate è grazie alla ferrea vigilanza di costoro.
Non c’è rumore molesto alle 22,30 che non venga stroncato già alle 22,31. Non c’è idraulico o elettricista che non abbia saggiato la punta di fioretto di queste due lesbiche.
La signora Tosi, timida e fragile ma petulante e perforante come il trapanino del dentista, si rivolge sempre all’interno 29 per segnalare un guasto o fare qualche rimostranza sul malcapitato inquilino di turno.
«Non si preoccupi signora Tosi lo faremo presente, qui o ci sono regole condivise o niente vita comunitaria. Per quanto riguarda le donne albanesi abbiamo già segnalato il caso ai carabinieri, noi qui tutte queste diversità non le gradiamo, i bambini vanno a letto massimo alle dieci, basta con questo casino.» rispondevano in un duetto canoro A & B.
Tutti si rivolgevano all’agenzia A & B, che conosceva tutte le leggi, i cavilli, i regolamenti, l’urbanistica, la veterinaria, la cucina macrobiotica e la medicina omeopatica, l’idraulica, la meccanica, la carpenteria, l’illuminitecnica e l’elettronica.
L’interno 29 era anche una delle tante sedi di “Animal Liberation” e si diceva che quando i cani incrociavano le due donne si appiattivano a terra per paura di essere nottetempo liberati e perdere vitto e alloggio. Ma non era così. Alberta e Bruna controllavano solamente che gli animali venissero trattati bene mentre questi non ricambiavano con la gratitudine necessaria ma con stupide ed inconscie paure, frutto di pregiudizi.
All’interno 28 abita un’artista. Federica. In questi giorni è in stato febbrile, sta preparando un lavoro per Documenta, a Kassel. Qui ci vive soltanto, assieme alla figlia Diletta. Ha lo studio a Cusano Milanino, in una specie di hangar, anche se i suoi lavori in genere sono di formato modesto. Il caso di Federica è esemplare di come vanno le cose della vita e le cose dell’arte.
Il suo mentore, suo professorre all’Accademia di Brera e paziente consigliere, diventa suo marito. Quando lo conobbe lei aveva vent’anni e lui quarantadue, artista nel pieno della sua creatività e dell’impegno espositivo. Quando Federica si iscrisse al suo corso lui aveva appena esposto alla Biennale di Venezia e la leggerezza del successo aleggiava su di lui e sulla sua aula di Pittura. La sua generosità nei confronti degli allievi era da tutti riconosciuta e i colleghi in corridoio gli davano pacche sulle spalle:
«Bravo, ce l’hai fatta.»
«Bello il tuo lavoro a Venezia!»
«Sei l’orgoglio dell’Accademia.»
Le sue lezioni erano davvero belle, si sentiva un maestro, e nei confronti di Federica, che non aveva idee e dichiarava apertamente di essere incapace, aveva una disponibilità particolare, la incitava a fare, la difendeva dai compagni del corso che la consideravano una deficiente.
Il matrimonio avvenne nel modo più originale e artistico con una torta nuziale realizzata da suo marito e che venne poi pubblicata in una rivista d’arte milanese, con un testo critico di un suo collega di Brera.
L’anno dopo nacque Diletta, di esclusiva competenza di Federica che tuttavia presenziava alle mostre del marito, elegante, bella, di poche parole astratte, che potevano significare profondità o stronzate, a seconda dell’interlocutore. Fu questa svagata astrattezza, inguainata sempre da abiti neri e un trucco mortifero, a cominciare a destare curiosità. Girava sempre con una piccola fotocamera e scattava, ti guardava con gli occhi di Morticia Addams mentre parlavi e ti fotografava, e poi rideva, assumendo le sembianze di un teschio. Nelle tavolate dopo mostra il marito decresceva e lei, senza far nulla, lievitava come un pane nero in un forno demonico.
Con gli anni il grande suo maestro cominciava ad avere difficoltà, non si sentiva adeguatamente riconosciuto, fece una gaffe con un gay potente collezionista, si inimicò alcuni colleghi, ad un chiuso mutismo seguì il livore e l’astio accompagnati da desideri di vendetta, rinunciò ad alcune mostre per poi pentirsene, si sentì onnipotente e fallito insieme, partecipò ad alcune mostre dei docenti dell’Accademia e poi non fu più invitato nemmeno a queste perché litigava con tutti, non esponeva quasi più. Intanto la sua vita si restringeva all’insegnamento e a Diletta, che era stata scaricata tutta su di lui perché Federica, nel frattempo, con la sua macchinetta fotografica, regalo nuziale, cominciava a suscitare interesse e ad esporre.
Il tenace marito aveva messo in piedi una rivista a tiratura limitata raccogliendo vecchi artisti, che un tempo odiava e snobbava, figure minori dell’Accademia, anziane colleghe con cui aveva scopato anni addietro, qualche filosofo che stressato gli dava mezza cartella di testo, con l’intento di attaccare il sistema, di rifondare la pittura e di esaltare tutto ciò che è minore.
I colleghi lo avevano soprannominato “Spartacus”. Federica nel frattempo esponeva all’estero ed era piena d’impegni. Su “Art Forum” esplose con una intervista ove parlava della sua macchina che ricevette come dono nuziale, accompagnata da una sua foto che la riprendeva mentre scattava rivolta verso l’osservatore. L’osservatore più attento fu suo marito che si arrovellò per una notte tra il suicidio e la separazione. Per fortuna scelse la separazione, anche perché si era in inverno.
In genere a Milano ci si suicida solo in estate.
Scendendo di un piano, all’interno 26, c’è la signora Paolini, signora vera. Vedova di un direttore di banca e insegnante a riposo, percepiva due dignitose pensioni che spendeva quasi tutte in libri.
I libri erano diventati architetture d’interno, sostiuivano ormai mobili e pareti con soluzioni audaci, come l’idea di fare delle colonne di libri che lei, con meticolosa perizia, riusciva a sfilarne uno all’occorrenza senza farli crollare. Al mattino era in Galleria, alla Rizzoli, per prendere i libri prenotati e spulciare tra le novità. Li prendeva, leggeva il risvolto o una pagina a caso, li soppesava, quasi di nascosto li annusava e, forse, crediamo li accostasse anche all’orecchio. Se il personale era in difficoltà con qualche cliente si rivolgevano a lei che aveva in testa l’ultimo aggiornamento del computer. I modi di questa signora erano deliziosi. Una parola per tutti, una citazione o un aforisma per ogni situazione, una civiltà delle buone maniere piantata come una bandiera solitaria nel territorio desolato e sconciato della sua città.
Con il suo bottino giornaliero si sedeva al caffè e, insieme alla colazione, si gustava i suoi tesori. Poi a casa per il vero pasto librario. Se un libro la colpiva particolarmente scriveva all’autore, riuscendo, chissà come, a farsi dare sempre gli indirizzi o un numero di casella postale. Con Garcìa Márquez si scrivevano ormai da anni, a Guido Ceronetti aveva persino consigliato una delle sue ricette, con Giuseppe Pontiggia aveva scambiato epigrammi, a Philip Roth aveva regalato una raccolta di foto di Milano sotto i bombardamenti e lui, in cambio, le spedì le foto dei grandi campioni americani di baseball, Sebastiano Vassalli una volta le mandò da leggere un racconto prima di mandarlo in stampa, chiedendole un parere.
Le lettere della signora Paolini esigevano sempre una risposta, per lo stile ed il garbo con cui venivano scritte. Per nulla intimorita dall’altrui celebrità sapeva essere modesta, riuscendo tuttavia ad affermare se stessa, raccontando qualcosa della sua vita spiegando come, quel libro, l’avesse aiutata a dare un senso ad essa. Se un autore moriva e se ne pubblicavano opere postume lei continuava a scrivere lettere, che riponeva in un cassetto speciale in attesa di quell’altro epistolario a cui fermamente credeva. Leggeva anche per gli altri, per compensare il vuoto che la circondava, per riequilibrare un mondo per lei diventato spaventoso anche se, a quel mondo, offriva ancora il suo sguardo gentile, accogliente e paradossalmente fiducioso.
La signora Paolini era fortunata perché la sua vicina di pianerottolo era una giovane pianista che ora si sta esercitando in orario pomeridiano.
Ma, mentre ascoltavo la musica accingendomi a scendere gli altri piani, sento la voce di Dolores che mi chiama.
«Eilà, Pussi! Ti sei addormentato, stavolta hai anche un po’ russato, tieni, ti ho fatto il caffè.» Aveva intanto messo su un cd di Keith Jarret.

giovedì, 11 gennaio 2007

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Parole

giovedì, 11 gennaio 2007

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mercoledì, 10 gennaio 2007

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Ravenna. Nebbia

mercoledì, 10 gennaio 2007

La città la tenevi in pugno. Impossibile perdersi.
Ma, come un pugno, era chiusa.
Leggibile e chiara, ma inespugnabile; mura reali, mura invisibili, la trattenevano in una ferrea distanza difensiva.
I palazzi, tagliati da architetti adusi a lame e coltelli, si affacciavano alle strade, senza balconi. Nulla era concesso all’esterno. Eppure ci si sentiva osservati, spiati. Si intuivano corti e giardini interni. Una città intrusa.
Il giovane padre ed il suo bambino affrontarono la piazza la loro prima domenica da nuovi residenti, andando con la memoria all’abitudine mediterranea della passeggiata domenicale nella piazza, ove il mondo e gli uomini appaiono, puoi vederli.
La piazza era vuota, i caffè chiusi, i passi risuonavano in un deserto.
Il giorno di festa sembrava giorno di lutto o forse lo scomparire, in queste latitudini, era una forma del riposo, l’immagine di una sospensione. Una città fantasma, quando l’agire si ferma.
Ma dove si svolgevano le forme dell’agire domenicale in questa città?
I colleghi di lavoro presto lo informarono delle abitudini locali.
Alcuni avevano un “capanno”, ai bordi dei canali che segmentavano la terra umida, e qui con la “famigliola”, come la chiamavano, ed altri amici, si riunivano per delle “mangiate”.
Altri avevano casa al mare, a pochi chilometri, tra agglomerati che facevano il doppio minore della città di pietra.
Altri ancora, in tuta da ginnastica – ed il giovane padre lo aveva già notato – lavoravano al loro giardino, hortus conclusus nell’inclusione occlusa, o facevano lavoretti alla loro proprietà, piccola o grande che fosse.
La città metafisica era città a maggioranza comunista.
In comune gli abitanti avevano spiccato senso della proprietà: comunismo voleva dire possesso.
Essere proprietari costituiva il socialismo realizzato. Essi avevano una loro lingua, un dialetto che li contraeva dal resto del mondo, distillandola in teatro e poesia.
Il leghismo sfacciato e razzista era ancora da venire ma qui lo si praticava al naturale, socialmente connaturato nella farsa dell’internazionalismo proletario dei proprietari.
La famiglia terrona della sposa consuma il pasto nuziale in un tavolo appartato, nessuno vi si siede; “i meridionali sono brava gente”, recita il perbenismo comunista, ma tenuti lontani, nelle banchine portuali, nelle pance umide e ferrose delle navi, a morire di caporalato nel paradiso sindacale.
Dopo molte settimane il giovane padre trovò una casa. “Voi meridionali poi fate i figli e non ve ne andate più”, gli dicevano secche e anziane donne, vite consumate a stendere la sfoglia per le taglatelle e le piade.
Avrebbe voluto rispondere: “Ché non li avete voi i figli?”. “Perchè, quando li fate voi poi ve ne andate?”.
Ma i danari del contratto del tanto desiderato affitto non erano quelli realmente elargiti.
In “nero” ci si doveva aggiustare con gli ex demolitori, ora sostenitori dello Stato, ma esperti evasori, gran risparmiatori.
Straordinarie carriere politiche erano possibili, geometrie familistiche, parentali, già disegnate con lo squadro nel loro destino sin da piccoli, grazie al Partito, Padre buono che elargiva lavoro a chi non lavora.
Il controllo del Partito era totale, stretta forse in una misterica alleanza con la Massoneria.
Ai restanti disoccupati pensavano i partiti minori.
I bar, gli studi professionali, le tipografie, i supermercati, le librerie, tutto diviso secondo appartenenze. Tutto era cooperativa, tutto era socialismo realizzato.
L’ingranaggio escludeva l’errore che veniva autorisanato grazie ad un metabolismo interno: una promozione, uno spostamento di carriera, un “non lavoro! Inventato ad personam.
La cittadinanza, i diritti, il lavoro, la carriera, erano garantiti dalla Tessera.
La critica e la diversità erano guardati con silenzioso sospetto.
Ad esse non seguiva nessuna reazione repressiva o punitiva immediata. La morale comunista riformata, paladina dei diritti della donna e dell’uomo, delle ragazze e dei ragazzi, delle lavoratrici e dei lavoratori (seguendo una partitura sessuale politicamente corretta), delle persone “in carne ed ossa”, come ripetevano ubbidienti alle nuove formule linguistiche, non consentiva atti illiberali immediati ma solo quelli omeopatici e di lunga durata.
Lentamente potevi avvertire che ti avevano tolto qualcosa, e sentirti all’improvviso emarginato.
L’illiberalità in fondo è solo questione di tecniche e di sfumature nella nostra italica patria.
“Non è opportuno”. “Scarsamente utile”. “Vedremo in un secondo tempo”. “È un momento politicamente difficile”. “Stiamo realizzando un nuovo gioco di sottili alleanze”. “Pur apprezzando il contributo di idee in questa fase…”.
Con queste frasi, omeopaticamente, si veniva fatti fuori.

rovine

Pasolini e Pescara

martedì, 9 gennaio 2007

Caro Antonio,
forse già lo conosci, ma ho trovato questo brano di Pasolini – tratto dal reportage dal titolo La lunga strada di sabbia, con fotografie di Paolo di Paolo, realizzato per il mensile «Successo» (diretto da Arturo Tofanelli), e pubblicato in Pier Paolo Pasolini, Romanzi e racconti 1946-1961, Milano, Mondadori, 1998. Ora, arricchito dagli originali (conservati dalla cugina Graziella Chiarcossi, e affidati alle cure di Philippe Séclier) che presentano brani inediti “tagliati” dalla rivista, è stato pubblicato in Pier Paolo Pasolini, La lunga strada di sabbia, fotografie di Philippe Séclier, Roma, Contrasto, 2005 (= La longue route de sable, Paris, Editions Xavier Barral, 2005).
Ti trascrivo la parte riguardante Pescara e Francavilla. Te la trascrivo direttamente dagli originali dattiloscritti da Pasolini stesso, con i lapsus della macchina da scrivere (infatti, nel testo trascritto nel volume, alle pp. 175 e 177 – curiosamente le pagine pari sono bianche – hanno fatto opera di correzione, anche se, poi, hanno scritto “abbruzzesi”!).
Un abbraccio e a presto!

Alberto Giorgio Cassani

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Pescara [cancellato: Francavilla], agosto [1959, nota mia]
Con Francavilla, cominciano le grandi spiagge adriatiche, una nuova civiltà balneare.
Come sempre esiste un modello, una forma prima, un archetipo, che si riproduce in mille varianti, restando sempre identico. Suppongo che tale “forma principe” siano Riccione o Rimini, la cui forza di riproduzione si è espanta [sic] fin qui, per volontà dei comuni interessati. C’è come un eccesso, una sproporzione, un salto improvviso tra quello ch’è stata la “spiaggia” per tutto il meridione, e queste prime spiagge abruzzesi. Io per me, sento di rientrare nel mondo delle mie abitudini, dei miei ricordi. Ma mi sento tuttavia con un piede su un livello, e con l’altro piede a un altro livello.
La notte di Francavilla – vista otticamente – ha tutti gli aspetti delle notti balneari che sappiamo: ma acostata [sic], approfondita, rivela questo doppio fondo. Sul lungomare notturno, ancira [sic] modesto, c’è un trattenimento danzante, con un Mike Buongiorno [sic] locale, che con distacco e facilità di parola che gli permettono di essere quasi offensivo, organizza al microfono non so che giuoco o gara. Intorno al locale all’aperto, si assiepano gli indigeni, in piedi, a gruppi pittoreschi, quasi tutti maschi. Le donne sono solo quelle piccole borghesi, che presto rincasano. Restano poi solo nella penombra blu-jeans, magliette, teste tosate col rasoio. Il dialetto è aspro, massiccio. Dopo l’una, l’una e mezza, restano, nella balera, solo i ricchi, i parlanti in lingua. Oziano fin tardi, poi salgono nelle automobili, col fiacco spirito del borghese quando fa il viveur. “Sono tutto bagnato!” fa un giovanotto, tutto fiero, evidentemente di essere stato preso a colpi di sifone da qualche altro viveur più allegro. “E noi no?” fanno, con fierezza più compressa, due tre ragazze rintanate già dentro la macchina e modicamente decise a andare a letto.
La dicotomia tra i due mondi è ancora forte. Nella forma archetipa di Francavilla, lassù nel Nord, questo non avviene certo.
Pescara è splendida. Credo sia l’unico caso di città, di vera e propria città, capoluogo di provincia ecc., che esiste totalmente in quanto città balneare. I pescaresi ne sono fieri. Giungo all’ora del tramonto, della grande, frenetica passeggiata prima di cena. Chiedo a un uomo anziano dov’è un albergo. Lui si fa in quattro, vuol salire sulla macchina, col figlio. per accompagnarmi. Mi dice subito: “Eh anche lei come tutti, vedrà! Quando uno viene una volta sulla spiaggia di Pescara, ci ritorna! Ecco, vede, adesso va fino in fondo a questa strada. Prima della rotonda, c’è un’aiuola, dove è segnata coi fiori la data di oggi” E’ commosso, di fronte a tanta grazia, a tanto lusso. Sì, infatti ecco lì dei fiori rossi e viola a segnare la data di oggi, uno dei grandi giorni dell’estate, della città.
Il lungomare è un fiume di gente, elegante, bella, abbronzata, massiccia. Afferro al volo, della fresi [sic], nel frastuono del passeggio. Ecco un romanetto tosato come Caligola: “…s’è fatta il padre, poi un fratello e poi gli altri tre fratelli…” E un veneto, in compagnia di amici e di ragazze: “Sapete perchè i galli quando cantano, tirano il collo?” E una signora, probabilmente milanese: “Non so, magari in America, in Australia…”
Ognuno porta la sua pietruzza alla [cancellato: gran] Torre di Babele, al grande fritto misto all’italiana.

pasolini foto

LE PERLE DELL’ADRIATICO

martedì, 9 gennaio 2007

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Il professore di filosofia chiede allo studente quali erano i voti ai quali Tommaso D’Aquino si atteneva.
Risposta: Castità, Carità e Carestia.

Domanda di Storia. Cos’è la Giovane Italia?
Risposta: un Beauty-Farm.

Liceo. Esame di Stato

Cosa fa Hitler agli ebrei?:
Li butta nei ghetti e
li prese come “caprio espiratorio”.
Agli ebrei furono “pignolati” tutti i beni.

Cita un artista espressionista:
Brüke, ma è pronunciato Braque. Un’altro è Munch, ma è pronunciato Manc

Van Gogh è nato in zona Bramante.

Prima prova, articolo di giornale:
“Si è svolta a Rimini una conferenza il giorno 31 febbraio 2003 sulla morte e la letteratura alla
quale hanno partecipato e preso la parola Seneca e Tolstoi.”

Prima prova: “Noi utilizziamo l’acqua più del necessario, dalla semplice operazione che facciamo per lavare l’insalata alle operazioni di igiene intima dove ogni persona utilizza circa 600 litri al giorno.”

Terza prova, architettura: La cappella di Notre – Dame di Le Corbusier si trova a Duchamp”.

Terza prova, Storia dell’Arte: Attribuzione del titolo dell’opera di Picasso “Les demoiselles d”Avignon”: “Il grande bordello”.
Dove si trova?: “Ad Amsterdam”.

Domanda di Storia: “Che cos’è un referendum? Risposta: “Non mi occupo di politica.”

Le materie artistiche che si occupano di modellato e scultura vengono raggruppate in “Discipline plastiche” più diffusamente “plastica”, sia essa ornamentale o figurativa.
Al termine del ciclo scolastico e finiti gli esami di maturità l’allievo chiede finalmente al Professore:
“Mi scusi, era da diversi anni che volevo chiederglielo, ma perché si chiama “plastica” la materia se abbiamo sempre usato l’argilla?”

La “formatura” è una pratica per produrre da un modello originale una o più copie e bisogna eseguire uno stampo che va isolato con materiali vari, vernici oleose, gomma liquida o altro, per poterlo staccare dall’originale. Una studentessa non riusciva a staccare lo stampo; dai e dai con il professore che sempre più impaziente le chiedeva: “Ma lo hai isolato, sei sicura, ma sei veramente sicura, qui non si stacca!” e alla fine la ragazza aggressivamente rispondeva: “Prof l’ho isolata la scultura, lo giuro, l’ho tenuta quindici giorni da sola nello scaffale alto, certo che l’ho isolata, perché non mi crede!”

La professoressa d’italiano durante la correzione di un compito d’esame ha detto che il ragazzo ha un modo di scrivere alquanto FERRUGINOSO.

Il pittore francese David, americanizzato, è diventato “Devid”.

L’Insegnante di Lettere chiede sulla poesia dell’Ottocento e l’allievo risponde. “Io con la poesia non mi ci intendo tanto, una mia amica sta leggendo i Fiori del male, un tomo così, io non lo so come le venga in mente, io queste cose qui non le faccio”.

virgolette

LA STORIA


Mussolini fu impicchiato nel 1945.

La parola fascismo significa per me il partito politico di estrema sinistra. I fascisti sono dei grandi nazionalisti; gli altri paesi sono esteri.

L’Italia ha combattuto con la Germania e formato con il Giappone e la Germania l’Asse del Male. Ha dichiarato guerra a paesi come la Somalia britannica e l’Etiopia.

L’Italia entra nella seconda guerra mondiale nel 1940. Cerca di allargare il suo territorio in Grecia, ma l’Inghilterra si oppone.

Il nazismo cerca di creare una razza forte e unica, mentre il fascismo cerca di creare un paese forte.Tutte le azioni sono fatte nell’interesse della popolazione del paese, senza guardare all’estero.

Il regime fascista è molto duro per le popolazioni, ma non esiste quasi più nei paesi della nostra epoca moderna.

L’Italia perse la seconda guerra mondiale perché era l’alleata del nemico germanico che era sconfitto dagli Alleati. E per di più era verso la fine in guerra con la Germania, e ha dovuto chiedere l’armistizio perché è stata sconfitta. Per di più Mussolini è stato ucciso da solo.
virgola

ELEZIONI POLITICHE 2006.


Insegno da circa 20 anni e sono stato sempre rispettato dai miei studenti.
L’altra mattina, entrando in classe, alcuni ragazzi (che ovviamente sanno come la penso) mi hanno detto “Lei è un coglione”.
Fino alla settimana scorsa li avrei mandati dal Preside
chiedendo che fossero sospesi per un giorno “con obbligo di frequenza” (sono o no un coglione?).
L’altra mattina ho risposto: “ebbene sì, e detto da certe persone è un complimento!”.
I tempi stanno cambiando ….

Prof. C. P. Docente di Filosofia

virgolette

23 Novembre 2006
 Walter Tocci: “Mi sono dimesso”
“Ho rassegnato le dimissioni da responsabile DS per ricerca e università. Chi ha letto i comunicati precedenti avrà compreso le mie riserve su tante cose che va facendo il governo e anche su quelle che non va facendo. Gli obiettivi del nostro programma elettorale erano ben diversi. Con tanti di voi, sia in pubbliche riunioni sia negli scambi di messaggi, mi ero impegnato, a nome del mio partito, a realizzarli. Non posso non prendere atto dello scarto tra le parole e i fatti. Le mie dimissioni sono un elementare strumento di chiarezza, senza il quale non sarei neppure in grado di continuare a rivolgermi a coloro che hanno creduto alle mie dichiarazioni.

In queste settimane ho lavorato intensamente alla Camera per portare correzioni profonde alla finanziaria, ma il risultato è insoddisfacente. Rimango però fiducioso, come vi ho scritto ieri, che al Senato si potranno determinare ulteriori miglioramenti, forse l’eliminazione completa dei tagli e magari anche risorse aggiuntive da distribuire secondo i risultati della valutazione. 

Se così fosse torneremmo al punto di partenza e quindi dovremmo poi deciderci a svolgere in positivo il nostro programma. I nostri propositi erano e devono rimanere ambiziosi. In pochi anni enti e università dovrebbero diventare le migliori istituzioni del paese e collocarsi nei punti alti del confronto internazionale. E’ una delle poche carte che l’Italia può giocare per la crescita civile ed economica. Essa comporta però un grande coraggio riformatore. Non è il tempo dei pannicelli caldi. E’ necessaria una trasformazione profonda delle regole, delle strutture e della mentalità consolidata negli enti e nelle università. Avevamo individuato nella valutazione la leva capace di spezzare l’alleanza perversa tra i vizi e le virtù della nostra accademia, in modo da liberare le migliori energie che oggi sono ingabbiate e favorire un ricambio generazionale basato sul merito. Si tratta di un nuovo approccio che non può convivere con la vecchia logica burocratica ed implica dunque non tanto l’approvazione di nuove leggi quanto la cancellazione di quelle inutili. Se non vuole rimanere un vezzo retorico il primato della valutazione deve comportare una rivoluzione copernicana nel governo del sistema: si tratta di eliminare l’apparato di controllo normativo e passare alla verifica dei risultati. Solo per questa via la sacrosanta Autonomia potrà finalmente conciliarsi con la sorella smarrita che si chiama Responsabilità.

Continuerò a impegnarmi per questa prospettiva come deputato e come militante del mio partito. E soprattutto, se lo vorrete, continuerò il dialogo con tutti voi, informandovi sull’attività parlamentare ed ascoltando le vostre osservazioni e proposte che mi hanno aiutato in questi anni a capire tante cose del nostro mondo. 

La mia non è affatto una scelta di rinuncia e anzi chiedo a tutti coloro che sono impegnati a vario titolo per la politica della conoscenza di continuare a farlo perché il governo ha tanto bisogno di essere aiutato a realizzare ciò che è nelle sue intenzioni. 

Ho fiducia nel centrosinistra, nel mio partito e nelle persone che lo dirigono, innanzitutto nel nostro segretario Piero Fassino, che è forse uno dei leader politici del paese più attento alla priorità della ricerca, e poi nella nostra squadra di governo che ha le competenze e il mandato per fare una buona politica della conoscenza. Continuerò a collaborare con il dipartimento Sapere diretto da Andrea Ranieri, con il quale ho lavorato in piena sintonia in questi anni.

Nonostante il valore dei singoli non siamo ancora riusciti dirigerci verso la strada che noi stessi avevamo tracciato. Perché accada questo paradosso è complesso da capire a ancor più da spiegare. C’è qualcosa che non funziona nella politica del centrosinistra, che rende difficile il dispiegamento di una proposta chiara al paese, come ci ha ricordato il presidente Ciampi. E’ aperto un dibattito, proprio in queste settimane, sui modi migliori per superare tale difficoltà Ma di questo problema più generale avremo modo di parlare in altre occasioni.

Intanto, vi saluto e vi ringrazio per l’attenzione che avete prestato al mio lavoro.



”

Walter Tocci
tocci_w@camera.it

Risposta al Dott. Tocci


Gent. Dott. Tocci
Credo davvero poco alla possibilità che il “merito”, le capacità individuali, la creatività, siano valori che possano essere messi in gioco.
La nostra è una società sconnessa e contraddittoria: l’eguaglianza è concepita al ribasso e la libertà del singolo, che non appartiene alla nostra cultura, viene scambiata per narcisismo e individualismo.
Il desiderio mimetico che l’individualità eccellente riesce a scatenare (detta volgarmente invidia) annulla qualsiasi possibilità di gesto originale, plastico, costruttivo, positivo, intelligente.
Strade meno faticose e facilmente ereditate si sostituiscono a quelle della “fatica del costruire”.
La storia del suo partito non ne è esente. Conosco bene.
Non mi spiegherei altrimenti certe carriere.
Un Paese sconnesso e diverso nelle latitudini geografiche culturali preferisce volare basso in una pseudo-eguaglianza, piuttosto che valorizzare le eccellenze, il talento.
Le posso assicurare che il talento esiste davvero, l’intelligenza allo stato puro (la capacità stupefacente di risolvere problemi), lo vedo abitualmente nel Liceo ove insegno.
Ma posso fare ben poco, mi si chiede un impegno ed un grande investimento di tempo ed energie per una umanità concepita orizzontalmente, guai a trasgredire il tabù ed accogliere, attuando dispositivi di alterità, il “diverso”, il talentoso, il creativo.
Lo stesso gruppo della classe, microsocietà regolata da leggi di contenimento e scambio molto chiare, infagottata dentro il cono d’ombra che l’adulto gli ha cucito addosso per comodità, lo impedirebbe.
Volare basso, questo è il patto.
Inoltre gran parte del nostro tempo lavorativo è lotta costante per non diventare stupidi, difendersi dall’attacco burocratico quotidiano; io e i miei allievi sappiamo di vivere in un mondo idiota, loro lo sanno più di me, non li sottovalutiamo.
Noi crediamo ancora che linguisticamente si possa trasformare il mondo: circolari, nuovi acronimi, progetti, l’uso dell’inglese…
Lei può immaginare quanto investiamo per il disagio e quanto poco per il normale; il normale lo diamo per scontato, lo abbandoniamo, siamo invece fanaticamente attratti dal problematico e dal destabilizzante, i nostri sensi di colpa e la cattiva coscienza ci rendono prigionieri. Piano piano mi vado liberando da tanta calcarizzazione pur essendo di sinistra e le incrostazioni, oggi, sono quasi tutte di sinistra, quindi mie.
Conosco bene il suo partito, non si sottrae a questa cultura dello spavento dell’intelligenza e della creatività.
Anche il suo partito marginalizza, non sempre, il merito. Un partito “prudente”, nei periodi storici in cui bisognava volare.
Con questa prudenza il mondo vi scavalca, sempre.
Da alcuni anni il suo partito ha trovato una via culturale facile per non sbagliare: le certezze del glamour, gli scrittori con i libri in classifica, il cinema dei festivals, i divi del cinema… troppo facile, sono capaci tutti. La sinistra progetta poco per la cultura (non intendo solo amministrarla, non si è solo ragionieri o contabili), intendo nella miniatura della vita, la nuda vita, per i ragazzi, per la formazione… quanta retorica, quante parole vengono spese; il senso di colpa è così evidente che per ogni problema c’è la soluzione: psicologi, ascolto, sostegno.
Delegare in un altrove l’incapacità di governare e decidere. Siccome non si capisce ci si affida a coloro che potrebbero capire.
Di fronte ad un problema avete la parola pronta: istituire una commissione. Siete mostri burocrati. Forse vivete in un paese straniero, siete stranieri a voi stessi.
Poi si lavora tutti in qualche modo, si mangia tutti, e si sta con la coscienza a posto.
Naturalmente niente di personale, leì è sicuramente una brava persona.