Archive for Febbraio, 2007

Fellinia 4.

Lunedì, Febbraio 12th, 2007

mare

Le attività espositive d’arte nella città, quelle che si svolgono negli spazi pubblici, come la Galleria dell’Immagine in via Gambalunga, un tempo prestigiosa, o negli spazi che si collocano nella visibilità del nucleo storico, nella “piazza”, lasciano trasparire un’idea dell’arte molto “democratica”, impostata su un’idea sociologica e populista piuttosto discutibile che mescola confusamente, o furbamente, un concetto di creatività a cui tutti avrebbero diritto, con quello dell’esponibilità, che riguarderebbe invece il “mostrarsi”, l”esserci”, attività pulsionali anch’esse rattrappite dentro il buco psico-sociologico, oggi diffusissimo, che in definitiva si traduce più o meno nell’imperativo dal rifuggire dall’anonimato e nel desiderio di apparire: emergere dal fondo anonimo della città di provincia, del quartiere, persino del condominio, contro ogni pudore, quindi “spudoratamente”. Distonìe esistenziali che molto spesso con l’arte non hanno nulla a che vedere.
Il motivo rap è: io esisto, ci sono, io valgo, io ho diritto ad esserci, se lo fai tu lo faccio anch’io, spostati stronzo/a che ci sono anch’io.
Tutti vogliono essere qualcuno come profetizzava il grande ”idiota” del XX secolo Andy Warhol. Solo che quella manciata di minuti profetizzati dal maestro pop si allungano sconsideratamente.
La città iperrealista per eccellenza, Fellinia, per suo destino, deve soddisfare questo imperativo democratico-mediatico fatto di comparse e caratteristi d’occasione: tutti devono apparire prima o poi. Basta mettersi in fila.
Il vero Monumento a Fellini è la città stessa, che ha preso per vere le città fantastiche del “Maestro”.
Per paradosso, se tutti appaiono, alla fine sono tutti anonimi. Todos caballeros.
Non so bene come funzioni la lista dell’apparire, immagino domande in carta semplice ad un ufficio preposto ove un impiegato comunale, in assenza di scelte sulla qualità, si arrangia come può e cerca di districarsi, magari sopravvalutandosi assumendo, suo malgrado, un ruolo che non gli compete.
La presenza da alcuni anni dell’Accademia di Belle Arti in città, istituzione privata, non ha aggiunto nulla di nuovo, anzi, ha acuito e accelerato tale implosione estetico-mediatica. Le mostre degli studenti dell’Accademia invadono gli spazi pubblici più per forme pubblicitarie che per esibizione di percorsi didattici, attraverso ginnastiche prodotte da studenti post-artisti che già dopo il giorno dell’inaugurazione ripiombano nell’afasia avendo già goduto del loro esser-ci autorappresentativo.
Anche per loro una mostra, dentro spazi pur prestigiosi della città che vanno tuttavia degradandosi per la qualità espositiva – offendendo l’anima che gli edifici storici silenziosamente custodiscono non potendo reagire – hanno la durata dell’apparire. Hanno capito tutto. Studenti del primo o secondo anno espongono libere creatività e installazioni tirate su alla meglio nelle vetrine più visibili della città e hanno già consumato, virtualmente, annoiandosi, una carriera, ove tutto appare facile e gestito. Eppure così si fa loro solo del male.
O forse le carriere si costruiscono oggi proprio così, sbadigliando e operando sul vuoto, avvoltolandoci sensualmente nella sicurezza e nel benessere consumistico del “tutto ci è dato” e del “non ne ho voglia più”. Ben vengano allora i “nuovi” italiani stranieri che ci danno la sveglia.
Quest’idea socio-politica che vede l’uomo creativo rotolarsi per terra tra pennarelli e colori, invaso da un delirio espressivo che non si capisce ove venga attinto, che si è insinuata nella testa di alcuni amministratori che hanno tardivamente scoperto l’arte senza mai averla attraversata, è pienamente visualizzata nei manifesti che di anno in anno rappresentano Rimini, alcuni brutti ma che piacciono al mondo “facile” e di bocca buona.
In genere si chiede, in accanimento terapeutico, di realizzare queste opere grafiche a persone che non sono in grado di realizzarle perché svolgono altro mestiere pur essendo vip, marginalizzando così i professionisti. Per fortuna, mi pare, che per il 2006 si è scelto un artista, riminese; molto meglio così.
In mezzo a questa esplosione di creatività pubblica ci sono i privati, le gallerie, qualcuna giustamente si “ritira” nelle sue vetrine minimaliste, tuttavia stimolo di desiderio per amatori e collezionisti. Isola giusta, che ristabilisce le regole. Quelle del mercato. Naturalmente qui le velleità culturali non mancano, invitandoci a dibattiti sull’arte di Picasso e altre “novità contemporanee” dell’ultima ora.
Evidentemente tra sociologismo populista pubblico e alterità del mercato privato sembra ci sia un rapporto reciproco e funzionale, come tra il vuoto e il pieno, e le carriere percorrono strade impensate, pur di abbeverare qualche Narciso frustrato e il portafoglio di qualche finto invisibile.

neve rimini

Sabato, Febbraio 10th, 2007
madonna

Ultimamente, nei giardinetti e nei cortiletti, le statue della madonna non piangono più.
Ma perché?

Minorenni

Giovedì, Febbraio 8th, 2007

bambino1

La parola “minorenne” riverbera una tonalità da aula di tribunale, da codice penale. Una tonalità che ha sapore giudiziario, prescrittivo; evoca procedure, dispositivi che attengono al diritto. Il debordamento comportamentale pare vi sia già inscritto.
È una brutta parola.
La parola esprime anche un limite, un confine, una specie di zona franca, un cono d’ombra che circola nella vita attiva ma che nello stesso tempo si sottrae, si mantiene sospeso.
“Minore”, in una dolcificazione giuridica, è oggetto di “tutela”, di contesa, se non di conflitto, nelle eterne lotte delle separazioni e dei divorzi.
Il “minore” sembra occupare una zona grigia alla quale, di volta in volta, viene attribuita una liquida e mutevole identità.
Al “minore” manca qualcosa, mancherà sempre qualcosa, è una non persona.
Ma il “minore” oggi si dilata, diventa “maggiore”.
Da un lato il “minorenne” è delimitato da un forte cerchio protettivo e tutelato dal “campo” che l’adulto ha disegnato intorno a lui, ma dall’altro la sua azione è pressocché illimitata, senza regole, e senza sanzioni qualora l’uscita dal “campo” dovesse renderle necessarie.
Forte delimitazione ed illimitatezza regolano lo spazio del minorenne.
Bel paradosso.
Il piccolo bambino ti guarda con occhio incredulo mentre tu gli parli con voce da paperino, con quella voce gallinacea-regressiva dove tu ti fai piccolo/a per comunicare.
Lui ha capito già che sei tu “minore”, che sei idiota, e si chiede perché mai una persona adulta deve rivolgergli la parola con quel tono falsato e cretino.
Hai tarpato l’evoluzione della specie con quella voce insopportabile da immaturo/a che sei.
Per quel bambino, che non sente mai una bella voce adulta maschia o femminile, si è già costruito il destino di un eterno, pericoloso, minore - minorenne.
Dopo può fare tutto.
Esentato da tutto.

Philip Roth. Le parole di “Everyman”

Mercoledì, Febbraio 7th, 2007

everyman

Ernia, infarto, coronarie, by-pass, fistola, cannula, defibrillatore, bisturi, chirurgo, stent, arterie, cassa toracica, cardiologo, urologo, vascolare, antidolorifici, pillole, medicine, oppiaceo, pasticca, sedativo, morfina, suicidio, spina dorsale, sala operatoria, sangue, vomito, carotide, cervello, infermiera, renale, depressione, angioplastica, catetere, arteria femorale, ictus, pronto soccorso, risonanza magnetica, emicranie, farmaco, riabilitazione, cancro, miocardico, globuli rossi, ospedale psichiatrico, aorta, ECG, angiogramma, tubi, ossigeno, monitoraggio, flebo, lettiga, operazione, trapianto, paziente, degenza, moribondo, anestetista, camice, ossa, capezzale, decomposizione, necrologio, becchino, tomba, lapide, defunti, cadavere, cimitero.

La testa nel pallone

Martedì, Febbraio 6th, 2007

gol

Eravamo quattro amici al bar.
In verità eravamo cinque, la canzone mi ha escluso; gli amici mi hanno escluso.
Mi hanno escluso per via del calcio.
Non partecipavo a tutti quei dibattiti quotidiani, alle polemiche, alla filologia delle compravendite dei giocatori, alle sottigliezze demenziali degli esperti di arbitri, allenatori, sponsor e società calcistiche. Mi sentivo escluso dai filosofi del pallone. Poi, per ogni Mondiale, mi ritrovavo solo, senza nessuno con cui commentare un gesto atletico, una squadra emergente, una strategia calcistica innovativa. Io vedevo tutte le partite, mi interessavo di nuove scuole calcistiche (e nuove Nazioni) che si affacciavano nel mondo sportivo, ricordavo nomi e reti memorabili. Ma i quattro amici al bar mi dicevano che vedevano e seguivano solo le partite in cui giocava l’Italia. Tutto il resto non contava.
Io, ignorante e ingenuo, straniero di bar, me ne stavo mattina pomeriggio e sera a guardare i Mondiali. Loro, gli ermeneuti del gol, gli esoterici della domenica sportiva, non si sprecavano, andavano al sodo, al risultato. A me interessava il viaggio, a loro la mèta; a me il gioco, a loro il risultato.
Allora ho cominciato ad emanciparmi, ho capito che gli uomini stupidi esistono anche nel mondo del calcio; forse “soprattutto” nel mondo del calcio.
Ho cominciato a credere che gli “amici” del bar sono in qualche modo “complici” delle assurdità del calcio, le alimentano, perché sono scarsi di neuroni e non capiscono il capolavoro atletico di un gol. Forse la parola “atletico” per loro è troppo, è una parolaccia, non è “maschia” abbastanza.
Mi sono ritagliato il mio gioco del calcio, lo custodisco amorevolmente e clandestinamente, non ne parlo con nessuno perché troppo pericoloso: potrei rischiare la vita.

Abitare il libro

Lunedì, Febbraio 5th, 2007

logo mio

Ennio Flaiano aveva indicato almeno tre modi per leggere un libro. C’è l’abitudine, la disattenzione o la noia e certi libri sono abbandonati sui sedili dei treni.
Si legge per sospetto o invidia; sono i libri “meglio venduti” che, se li avessimo scritti noi e bisognava pensarci, avremmo guadagnato fama e denaro.
«Il terzo modo di leggere un libro – scrive Flaiano – è il più semplice, ma è proprio dei grandi lettori. Si acquista con l’età, l’esperienza, oppure è un dono che si scopre in se stessi, da ragazzi, con la rivelazione delle prime letture. si tratta di non abbandonare mai “quel” libro, di lasciarlo e riprenderlo, di “andarci a letto”. Ma poiché questo modo è suggerito soltanto dai grandi autori, col tempo si resta circondati soltanto da ottimi libri. E si diventa perfidi, si arriva a capire un libro nuovo ad apertura di pagina, a liberarsene subito. E se invece il libro convince, a lasciarlo per qualche tempo sempre a portata di mano, sul tavolo o sul comodino, poiché la sua sola vista procura un vero piacere, né si teme di finirlo presto: lo scopo di questi libri è infatti di essere riletti, di farsi riprendere quando tutto va male, quando ci sembra che la verità possa esserci confermata non da quello che succede intorno a noi, ma da quello che è nelle pagine di un libro.
Tutti i grandi libri sono stati letti e continuano ad essere letti così. È più esatto dire che non si tratta di leggerli, ma di abitarli, di sentirseli addosso. Facendone il conto, ognuno trova che i suoi si riducono ad un centinaio, largheggiando. E molti di essi hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza.»

«Corriere della Sera», 27 gennaio 1972

firma flaiano

Domenica, Febbraio 4th, 2007

La mia è una indifferenza appassionata.

Veltronismo

Domenica, Febbraio 4th, 2007

Su Micromega anni fa Lui venne definito “epuratore omeopatico”, perché quando era direttore del grande quotidiano comunista ti licenziava o ti faceva fuori con stile e bontà.
Il veltroniano è totalitario e totalizzante, è agito da una pulsione panottica. Macchina desiderante in atto deve esperire tutto e tutto gli riesce, con facilità, leggerezza. Il suo narcisismo patologico è mascherato da equilibrio e modi gentili e si risolve nel dare sempre l’impressione che lui non faccia nulla; le cose accadono e basta, come per caso.
Il veltroniano ha capito che una volta conquistata una postazione politica ed un conseguente bagliore mediatico si può fare tutto, da Sanremo agli esercizi spirituali in monastero; quando sei opera pop in atto il mondo è materia plastica che puoi modellare come vuoi.
Fu Lui per primo ad indicarci la strada su un settimanale, ove teneva la rubrica delle recensioni dei film televisivi, e a farci capire ciò che ad una generazione era sfuggito: il fattore B, il lato B del cinema, della vita, della cultura. La sua vendetta esistenziale fu lenta ed inesorabile, lima silenziosa, psicanalisi pubblica, autorisarcimento con spettatore.
Lui, uomo afflitto sin da bambino dal fattore B, iniziava così a piegare il mondo, a rovesciarlo e a plasmarlo secondo le proprie fattezze. Il fattore B, per il veltroniano, diventerà finalmente il lato A, la canzone principale, il marginale vincente, la stupidità intelligente, Forrest Gump alla carbonara. Ci ha fatto piangere con le figurine ed ora, da performer multimediale, ci fa piangere con la sua tournè sulle lezioni di politica, appena appena plagiando Jovanotti.
Tutto questo non sarebbe possibile se non ci fosse, dentro il veltroniano, un uomo buono.
La sua bontà è come un martelletto di gomma, non fa rumore e con lentezza ed efficacia ti spezzetta le ossa e, se hai fiducia nella durata, ti impedirà pian piano di muoverti perché lo spazio è stato tutto occupato.
Lui è consigliere comunale, parlamentare, direttore di quotidiano, scrittore, sceneggiatore, doppiatore, critico cinematografico, segretario di partito, ministro, vice Presidente del Consiglio, Sindaco. E deve ancora spendersi. Nella capitale, ove governa, nelle scuole si recitano sue sceneggiature e i cittadini aspettano gli autobus in ritardo leggendo i suoi libri.
Lui ha scapolato la spuria realtà del contemporaneo, è al di là; il veltronismo è altrovismo.
Quando si saranno esauriti gli ultimi e tardivi sussulti del ventesimo secolo, e l’altro suo doppio
sarà merce scaduta, non ci sarà un partito unico ma un uomo unico: Lui; ginnicamente pronto ad accogliere il grado zero della storia; poi vivremo in un fantastico, interminabile e felice festival.

dondolo

Morte italiana

Domenica, Febbraio 4th, 2007

La massa accorre per applaudire, palloncini vengono lasciati volare nel cielo, slogan e urla da stadio e poi botti e mortaretti.
È un funerale.

cofano

La Professoressa Jacobelli va in pensione

Venerdì, Febbraio 2nd, 2007

Lo so. Quando varcherò quella porta per l’ultima volta nessuno si ricorderà più di me.
Sino a ieri indispensabile, inserita quasi a forza in commissioni e gruppi di lavoro, utilizzata come figura di riferimento oltre le mie umane forze – facendomi dimenticare persino la possibilità di potermi ammalare – e da domani irrilevante e facilmente sostituibile con leggerezza e feroce noncuranza.
Allora forse ero sostituibile anche ieri, ho pensato, e potevo forse risparmiarmi tanta fatica in questi ultimi anni in cui ho resistito eroicamente alla pensione, almeno sino a quando la legge me lo ha consentito.
Nella presenza sei divorata, nell’assenza quasi ignorata, dimenticata.
Per me l’insegnamento di Italiano e Storia ha significato Letteratura e Narrazione, perché l’Italiano è nella narrazione, la Storia nel saper narrare.
La Storia bisogna saperla raccontare e per raccontarla bisogna conoscerla, avercela dentro. Mi sedevo, guardavo gli allievi in silenzio, spostavo le inutili cose poggiate sulla cattedra creando uno spazio vuoto, e iniziavo a raccontare, a costruire la Storia.
Il mio è sempre stato un fagottello leggero, un libro, al massimo due e un quadernetto. Vedo che le mie giovanissime colleghe oggi portano a scuola borsoni e zaini, alcune addirittura le trascinano con un carrello come fossero scese dal treno o dall’aereo; pare siano scappate di casa o, se sposate, in procinto di ritornare dai loro genitori.
Anche i ragazzi hanno le schiene piegate dal peso degli zaini e non posso fare a meno di ricordare con nostalgia quegli elastici colorati che trattenevano due libri e due quaderni, e nella testa di quei ragazzi c’erano pure latino, greco e filosofia.
Vado via nel momento in cui la scuola sta compiendo la sua grottesca fine, o forse mi piace immaginarla in questo modo adattando la realtà alla fine della mia carriera.
Alcuni colleghi, anno dopo anno, dicono che tra cinque, quattro, due anni finalmente andranno in pensione. È come una meta da raggiungere, con un danno, come posso immaginare, arrecato al quotidiano lavoro perché qualcuno dovrà pur pagare questa agonica attesa.
Si è pensionati, e precari, nella testa.
I colleghi hanno fatto la colletta e mi hanno fatto il regalo di congedo: la solita spilla.
Odio le spille.
Wanda Jacobelli

lapide roma

Venerdì, Febbraio 2nd, 2007

gerusalemme

Gerusalemme

Tolleranza e liberalismo

Giovedì, Febbraio 1st, 2007

La parola “tolleranza” non piaceva, e forse non piace ancora, ai radical-rivoluzionari in quanto alla parzialità dell’accettazione di una differenza preferiscono la totalità dell’indifferenziato. Salvo poi essere intolleranti con il tollerante.
La tolleranza è come la buona educazione; un buon sistema per iniziare qualsiasi tipo di comunicazione, o relazione.
Se fossimo quotidianamente più tolleranti avremmo risolto gran parte dei problemi conflittuali che ci affliggono.
Lo stesso vale per la parola “riformismo”.
Per il “totalitario”, che vuole cambiamenti e rovesciamenti radicali e rapidi per non cambiare alla fine un bel nulla, “riformare” è sinonimo di cambiamento di superficie, opposto alla profondità delle vere trasformazioni.
Eppure, almeno in Italia, è proprio quando si toccano le superfici che la società ribolle furiosamente, mentre sulle profondità siamo pronti a svendere tutto, tanto si tratta solo di parole e non è in gioco nulla.
Evidentemente c’è ancora qualcuno che non riesce a comportarsi da adulto, non vuole crescere perchè è molto più conveniente sfruttare la rendita di posizione dell’immaturità.
Tolleranza e buone maniere appartengono al sentimento e ai modi liberali, e nelle nostre latitudini il liberalismo è mancato, o se ne vede poco.

Scriveva Alberto Savinio nel 1951:
Il sentimento liberale è sentimento da adulti. È sentimento da gente matura, illuminata, saggia. E il mondo, oggi, non è né adulto, né maturo, né illuminato, né saggio. Il mondo oggi è ragazzino. E ha la sventatezza, la crudeltà, l’assenza di pietas dell’infanzia. Bisogna aspettare che questa nuova infanzia si compia e diventi adolescenza. Bisognerà aspettare che l’adolescenza a sua volta diventi età matura. E allora, forse, negli adulti di domani, rifiorirà, addolcito dalla pietas, il sentimento universale chiamato liberalismo.
Amen

(Alberto Savinio, Scritti dispersi. Milano 2004)

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