Archive for febbraio, 2007

“Vario son da me stesso”

sabato, febbraio 17th, 2007

giocattolo e me

“Vario son da me stesso”, Journal di arte, cultura, umanità varia, vite vissute e nuda vita; termometro della vita attiva e contemplativa, osservatorio mobile, libero e indipendente del piccolo e del grande mondo.
Diario dello sguardo inattuale. Quotidiano del malessere, della ricerca della felicità e del bello.
“Vario son da me stesso” è il piacere della scrittura, è “il piacere del resto”, dei resti.
“Vario son da me stesso” era il senso compositivo dei quadri dell’Arcimboldi.
“Vario son da me stesso” è il tentativo di uscire da se stessi per essere e riconoscere tutti gli altri possibili dentro di noi, per autopacificarsi.
“Vario son da me stesso” significa negoziare con se stessi, per automigliorarsi, prendere cura di sé.
“Vario son da me stesso” è come la malattia della pelle. È la malattia della superficie.
“Vario son da me stesso” è la psoriasi della contemporaneità, è, come dicevano gli antichi greci, la “malattia dei sani”.

Vario son da me stesso,

E pur, sì vario, un solo

Sono, e di varie cose

Col mio vario sembiante

Le sembianze ritraggo

(Gregorio Comanini, Trattati d’arte…)

costruzioni

Willem de Kooning

venerdì, febbraio 16th, 2007

de kooning

«Il 18 luglio del 1926 il piroscafo britannico SS Shelley salpò dal grande porto di Rotterdam. Scese lungo il Nieuwe Maas, costeggiando la fila di banchine, percorse il Niuwe Waterweg (il canale di Rotterdam), superò l’Hoek van Holland, la lingua di terra che dal bassopiano si protende nel Mare del Nord, e si trovò in mare aperto. Il viaggio fino agli Stati Uniti durava dodici giorni. Ben nascosto dentro la nave, accanto alle immense fornaci della sala motori, c’era un passeggero clandestino di ventidue anni, Willem de Kooning…»

Continuate voi la lettura, ne vale la pena.

Il Professore Carrisi ci preoccupa

giovedì, febbraio 15th, 2007

periferia

Il grosso problema di Salvatore è di credere alla realtà.
Ci si avvinghia ogni giorno, la frantuma in affascinanti dettagli che vede solo lui, se li porta a casa dal lavoro, continua ad analizzarli nel sonno, prigioniero dell’aula scolastica che ha ormai recintato tutto il suo tempo.
Deve crederci tutte le mattine davanti allo specchio.
Il corpo è andato per i fatti suoi, grasso e informe, lo lava di rado, la testa calva; dei denti rimane solo un ricordo.
Un tempo era magro, elegante, bellissimi capelli.
Dorme vestito su un letto che si è fatto caverna, giaciglio disordinato e primitivo ove affogare e fuggire dal mondo dormendo più tempo possibile.
Ogni giorno pensa alla morte e si rammarica del fatto che verrà sorpreso con i piedi sporchi e senza dentiera.
Chiunque si occuperà di lui gli farà violenza, guardandolo.
Non potrà controllare l'”espoosizione” della sua salma.
Assai frequentemente pensa di darsela la morte, di vestirsi bene e lavarsi, mettere in ordine la casa, lasciare sul tavolo una lettera e passare dal sonno alla fine.
Ma quando? E quale morte? Chi leggerà la lettera? Chi si occuperà di lui?
Nel frattempo la morte potrebbe sopraggiungere all’improvviso, forse in un raro giorno appena migliore.
Già, perché Salvatore pensa alla morte come attacco notturno, ma potrebbe schiantarsi all’improvviso e rotolare sul pavimento della scuola, magari in classe mentre legge ai suoi lobotomizzati una pagina di Landolfi o di Alvaro.
Il Dirigente scolastico in un memorabile Collegio dei Docenti ricorderà italianamente la morte sul lavoro, la morte sul “campo”, del nostro Professore Salvatore Carrisi mentre leggeva e commentava ai suoi allievi fedeli alcune pagine di Corrado Alvaro e Tommaso Landolfi.
Un silenzio commosso e contratto attraverserà il Collegio composto da precari e nuovi docenti immessi in ruolo ormai cinquantenni, tutti vergognosamente silenti non sapendo chi fossero tali Alvaro e Landolfi.
Pur non morendo, il Prof Carrisi, che crede nella realtà, legge anche di peggio mentre la carne che cammina entra ed esce dall’aula quando vuole, si presenta al mattino a gruppetti sparsi nell’orario che desidera, spesso femminucce stronze vestite da bambine troie inconsapevoli le cui madri tengono tuttavia nel cassetto all’occorrenza le foto della loro prima comunione, da esibire all’Italia, nel caso alla loro bambina succedesse qualcosa, siamo sempre pronti per la televisione.
Sono sempre angeli, all’occorrenza.
Nessun Collegio e nessun necrologio per una persona che già da alcuni anni è in disuso, un anno dalla pensione, sopportato come un dettaglio d’arredo sbagliato in attesa di una ristrutturazione.
Forse un telegramma, che non leggerà nessuno; che se ne sa di costui? Un telegramma al morto che non può leggere.
Ogni giorno i pensieri delle tipologie della morte danno un senso alla vita di Salvatore, che abbraccia la realtà non accettandone la sparizione.

Guerra

martedì, febbraio 13th, 2007

guerra.jpg

“La sopravvivenza è l’unica gloria in guerra.”

Samuel Fuller, Il grande uno rosso.

Orologio italiano

martedì, febbraio 13th, 2007

orologio-italiano.jpg

Comunicato

martedì, febbraio 13th, 2007

bambino 2

Si rende noto che per noi la frase decisiva nel film “Via col vento” non è Domani è un altro giorno, come comunemente si crede, ma Francamente me ne infischio.

Fellinia 4.

lunedì, febbraio 12th, 2007

mare

Le attività espositive d’arte nella città, quelle che si svolgono negli spazi pubblici, come la Galleria dell’Immagine in via Gambalunga, un tempo prestigiosa, o negli spazi che si collocano nella visibilità del nucleo storico, nella “piazza”, lasciano trasparire un’idea dell’arte molto “democratica”, impostata su un’idea sociologica e populista piuttosto discutibile che mescola confusamente, o furbamente, un concetto di creatività a cui tutti avrebbero diritto, con quello dell’esponibilità, che riguarderebbe invece il “mostrarsi”, l”esserci”, attività pulsionali anch’esse rattrappite dentro il buco psico-sociologico, oggi diffusissimo, che in definitiva si traduce più o meno nell’imperativo dal rifuggire dall’anonimato e nel desiderio di apparire: emergere dal fondo anonimo della città di provincia, del quartiere, persino del condominio, contro ogni pudore, quindi “spudoratamente”. Distonìe esistenziali che molto spesso con l’arte non hanno nulla a che vedere.
Il motivo rap è: io esisto, ci sono, io valgo, io ho diritto ad esserci, se lo fai tu lo faccio anch’io, spostati stronzo/a che ci sono anch’io.
Tutti vogliono essere qualcuno come profetizzava il grande ”idiota” del XX secolo Andy Warhol. Solo che quella manciata di minuti profetizzati dal maestro pop si allungano sconsideratamente.
La città iperrealista per eccellenza, Fellinia, per suo destino, deve soddisfare questo imperativo democratico-mediatico fatto di comparse e caratteristi d’occasione: tutti devono apparire prima o poi. Basta mettersi in fila.
Il vero Monumento a Fellini è la città stessa, che ha preso per vere le città fantastiche del “Maestro”.
Per paradosso, se tutti appaiono, alla fine sono tutti anonimi. Todos caballeros.
Non so bene come funzioni la lista dell’apparire, immagino domande in carta semplice ad un ufficio preposto ove un impiegato comunale, in assenza di scelte sulla qualità, si arrangia come può e cerca di districarsi, magari sopravvalutandosi assumendo, suo malgrado, un ruolo che non gli compete.
La presenza da alcuni anni dell’Accademia di Belle Arti in città, istituzione privata, non ha aggiunto nulla di nuovo, anzi, ha acuito e accelerato tale implosione estetico-mediatica. Le mostre degli studenti dell’Accademia invadono gli spazi pubblici più per forme pubblicitarie che per esibizione di percorsi didattici, attraverso ginnastiche prodotte da studenti post-artisti che già dopo il giorno dell’inaugurazione ripiombano nell’afasia avendo già goduto del loro esser-ci autorappresentativo.
Anche per loro una mostra, dentro spazi pur prestigiosi della città che vanno tuttavia degradandosi per la qualità espositiva – offendendo l’anima che gli edifici storici silenziosamente custodiscono non potendo reagire – hanno la durata dell’apparire. Hanno capito tutto. Studenti del primo o secondo anno espongono libere creatività e installazioni tirate su alla meglio nelle vetrine più visibili della città e hanno già consumato, virtualmente, annoiandosi, una carriera, ove tutto appare facile e gestito. Eppure così si fa loro solo del male.
O forse le carriere si costruiscono oggi proprio così, sbadigliando e operando sul vuoto, avvoltolandoci sensualmente nella sicurezza e nel benessere consumistico del “tutto ci è dato” e del “non ne ho voglia più”. Ben vengano allora i “nuovi” italiani stranieri che ci danno la sveglia.
Quest’idea socio-politica che vede l’uomo creativo rotolarsi per terra tra pennarelli e colori, invaso da un delirio espressivo che non si capisce ove venga attinto, che si è insinuata nella testa di alcuni amministratori che hanno tardivamente scoperto l’arte senza mai averla attraversata, è pienamente visualizzata nei manifesti che di anno in anno rappresentano Rimini, alcuni brutti ma che piacciono al mondo “facile” e di bocca buona.
In genere si chiede, in accanimento terapeutico, di realizzare queste opere grafiche a persone che non sono in grado di realizzarle perché svolgono altro mestiere pur essendo vip, marginalizzando così i professionisti. Per fortuna, mi pare, che per il 2006 si è scelto un artista, riminese; molto meglio così.
In mezzo a questa esplosione di creatività pubblica ci sono i privati, le gallerie, qualcuna giustamente si “ritira” nelle sue vetrine minimaliste, tuttavia stimolo di desiderio per amatori e collezionisti. Isola giusta, che ristabilisce le regole. Quelle del mercato. Naturalmente qui le velleità culturali non mancano, invitandoci a dibattiti sull’arte di Picasso e altre “novità contemporanee” dell’ultima ora.
Evidentemente tra sociologismo populista pubblico e alterità del mercato privato sembra ci sia un rapporto reciproco e funzionale, come tra il vuoto e il pieno, e le carriere percorrono strade impensate, pur di abbeverare qualche Narciso frustrato e il portafoglio di qualche finto invisibile.

neve rimini

sabato, febbraio 10th, 2007
madonna

Ultimamente, nei giardinetti e nei cortiletti, le statue della madonna non piangono più.
Ma perché?

Minorenni

giovedì, febbraio 8th, 2007

bambino1

La parola “minorenne” riverbera una tonalità da aula di tribunale, da codice penale. Una tonalità che ha sapore giudiziario, prescrittivo; evoca procedure, dispositivi che attengono al diritto. Il debordamento comportamentale pare vi sia già inscritto.
È una brutta parola.
La parola esprime anche un limite, un confine, una specie di zona franca, un cono d’ombra che circola nella vita attiva ma che nello stesso tempo si sottrae, si mantiene sospeso.
“Minore”, in una dolcificazione giuridica, è oggetto di “tutela”, di contesa, se non di conflitto, nelle eterne lotte delle separazioni e dei divorzi.
Il “minore” sembra occupare una zona grigia alla quale, di volta in volta, viene attribuita una liquida e mutevole identità.
Al “minore” manca qualcosa, mancherà sempre qualcosa, è una non persona.
Ma il “minore” oggi si dilata, diventa “maggiore”.
Da un lato il “minorenne” è delimitato da un forte cerchio protettivo e tutelato dal “campo” che l’adulto ha disegnato intorno a lui, ma dall’altro la sua azione è pressocché illimitata, senza regole, e senza sanzioni qualora l’uscita dal “campo” dovesse renderle necessarie.
Forte delimitazione ed illimitatezza regolano lo spazio del minorenne.
Bel paradosso.
Il piccolo bambino ti guarda con occhio incredulo mentre tu gli parli con voce da paperino, con quella voce gallinacea-regressiva dove tu ti fai piccolo/a per comunicare.
Lui ha capito già che sei tu “minore”, che sei idiota, e si chiede perché mai una persona adulta deve rivolgergli la parola con quel tono falsato e cretino.
Hai tarpato l’evoluzione della specie con quella voce insopportabile da immaturo/a che sei.
Per quel bambino, che non sente mai una bella voce adulta maschia o femminile, si è già costruito il destino di un eterno, pericoloso, minore – minorenne.
Dopo può fare tutto.
Esentato da tutto.

La testa nel pallone

martedì, febbraio 6th, 2007

gol

Eravamo quattro amici al bar.
In verità eravamo cinque, la canzone mi ha escluso; gli amici mi hanno escluso.
Mi hanno escluso per via del calcio.
Non partecipavo a tutti quei dibattiti quotidiani, alle polemiche, alla filologia delle compravendite dei giocatori, alle sottigliezze demenziali degli esperti di arbitri, allenatori, sponsor e società calcistiche. Mi sentivo escluso dai filosofi del pallone. Poi, per ogni Mondiale, mi ritrovavo solo, senza nessuno con cui commentare un gesto atletico, una squadra emergente, una strategia calcistica innovativa. Io vedevo tutte le partite, mi interessavo di nuove scuole calcistiche (e nuove Nazioni) che si affacciavano nel mondo sportivo, ricordavo nomi e reti memorabili. Ma i quattro amici al bar mi dicevano che vedevano e seguivano solo le partite in cui giocava l’Italia. Tutto il resto non contava.
Io, ignorante e ingenuo, straniero di bar, me ne stavo mattina pomeriggio e sera a guardare i Mondiali. Loro, gli ermeneuti del gol, gli esoterici della domenica sportiva, non si sprecavano, andavano al sodo, al risultato. A me interessava il viaggio, a loro la mèta; a me il gioco, a loro il risultato.
Allora ho cominciato ad emanciparmi, ho capito che gli uomini stupidi esistono anche nel mondo del calcio; forse “soprattutto” nel mondo del calcio.
Ho cominciato a credere che gli “amici” del bar sono in qualche modo “complici” delle assurdità del calcio, le alimentano, perché sono scarsi di neuroni e non capiscono il capolavoro atletico di un gol. Forse la parola “atletico” per loro è troppo, è una parolaccia, non è “maschia” abbastanza.
Mi sono ritagliato il mio gioco del calcio, lo custodisco amorevolmente e clandestinamente, non ne parlo con nessuno perché troppo pericoloso: potrei rischiare la vita.