Archive for marzo, 2007

Ricordando Genova

sabato, marzo 31st, 2007

carri

Qualcosa era accaduto, una sveglia era suonata per quei ragazzi che “ingenuamente” felici e fiduciosi – nei limiti dell’orizzonte che un giovanissimo può guardare – hanno comunque mostrato se stessi, con le loro idee, sicuramente nuove, forse labili, ma che non meritavano di essere buttate nel tritacarne ideologico di ciò che non tornerà più.
Come potrebbe, in fondo, Ingenuità non coniugarsi con Felicità?
Qui un patto generazionale fu disatteso: a Genova per molti dei nostri ragazzi l’altro con cui misurarsi aveva i connotati bellici di un cartoon giapponese fuoriuscitio dal video e che ti fa lacrimare gli occhi per il gas e per il dolore e per il sangue e per la violenza sul corpo, VERO questa volta, che si lacera sotto le botte davvero cattive.
Allora credo che quella labilità, quell’ evidente “eccesso”, quella gioia “contro”, classica direi, per tanti giovani, ha trovato nella durezza urbana genovese quel mito e quella motivazione che all’inizio essi non avevano, se non romanticamente (termine che uso con fedeltà storica e non in maniera edulcorata), ingenuamente, intelligentemente, da nuovi autentici giovani europei.
Il nuovo, come un mattino che si rinnova per tutti – come chi, annunciando il proprio esordio nella scena della vita lo fa goffamente e contradditoriamente – è nella verità di ciò che si è.
Oggi invece la verità di Europa è solo contabilità di cassa.
Ecco che allora quei grandi temi no-global trovavano nell’esperienza personale, quotidiana, di un evento, quel restringimento necessario che apre alla coscienza critica di ciò che è vicino perchè ciò che è vicino è anche il lontano e viceversa. Questa forse è la macchina globalizzante.
Per molti quell’ esperienza dura, è stato un trauma da concretezza.. Quasi un rito di passaggio… antropologico… con la sua vittima, purtroppo, il giovane Giuliani…
Quel governo era DESTRA, era AFFARE, ma era anche stupidità e incompetenza. Compito dell’intelligenza è di non cadere nelle sue trappole e lucidamende cuocerlo con gli stessi nefasti ingredienti che autoproduce. Parlo naturalmente dell’intelligenza delle parole e delle idee, armi micidiali.
La violenza è in chi è irrisolto, patologicamente stupido e geneticamente coglione, di chi cerca la scorciatoia che aggira il pensiero andando a congiungersi a coloro che soffiano sul fuoco, campioni della strumentalizzazione. La minoranza violenta, infatti, ha cancellato la maggioranza con delle idee in testa, allo stesso modo come oggi il “bullismo” scolastico giustifica l’emergenza. Chi evoca lo stato di emergenza in genere è un debole, incapace di governare la complessità, aggiungiamoci anche l’ignoranza camuffata dall’arroganza, l’idiota carrierista di turno moralista e ipocrita, il cretino specializzato e tutta la spazzatura quotidiana.
Violenza e bassezza istituzionale hanno frequentato lo stesso bar.
A questo si aggiunge quel grande orfanotrofio della sinistra, ma questo è BENE, perchè solo dalle ROVINE del vecchio possiamo costruire qualcosa di nuovo, di piacevole, per tutti noi. A volte accellerare le crisi può essere positivo anche se non vediamo sulla scena attori all’altezza del compito, ma solo ciniche controfigure e bambini immaturi troppo avanti con l’età.
Perchè sia ben chiaro, l’obiettivo che può unire età e generazioni, classi ed etnie è semplice nel suo cristallino teorema: vivere meglio, soddisfare le proprie aspirazioni individuali in concerto con gli altri, sentire intorno a sé la piacevolezza dell’accoglienza e non la durezza del muro e il dolore della spina.
Ma tutto ciò non è all’ordine del giorno.

Leopardi e il formaggio

giovedì, marzo 29th, 2007

bel paese

«Carissimo signor padre, Ricevo la cara sua del 31 gennaio. Già fin dal primo di questo mese il freddo qui, grazie a Dio, è molto scemato, anzi abbiamo avuto qualche giorno quasi di primavera: io ho ripreso le mie passeggiate campestri, e mi pare di essere rinato. Non ho ancora veduto Fusello. Il dono che ella mi manda mi sarà carissimo, e mi servirà per farmi onore con questi miei amici, presso i quali trovo che l’olio e i fichi della Marca sono già famosi, come anche i nostri formaggi, che qui si stimano più del parmigiano, il quale non ardisce di comparire in una tavola signorile: bensì vi comparisce una forma di formaggio della Marca, quando se ne può avere, ed è cosa rara…»

Bologna, 8 febbraio 1826

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«Carissimo signor padre, Quando mi giunse la sua del 12, io aveva già poco prima riscossa finalmente la roba portata da Fusello. I fichi e l’olio sono qui applauditissimi e graditissimi; e quantunque in casa io non fossi solito di mangiar de’ fichi, adesso, non so come, trovo che sono pure una cosa di un sapore eccellente, e ho pensato di salvarne un poco anche per me, giacchè ella me ne ha favorito così liberalmente che ve n’è abbastanza per me e per gli altri. È ben giusta la sua meraviglia che costà non si pensi punto a far commercio di formaggi con queste parti, dove non si fa formaggio se non pochissimo, e cattivo. Veramente non si può scusare l’indolenza della nostra provincia nel mettere a profitto i tanti generi squisiti che essa possiede, e che eccedono il consumo dell’interno: giacchè li formaggi non sono il solo capo che manca in altre parti d’Italia, e che sarebbe ben accolto; ma noi abbiamo molti e molti altri capi che da noi non si stimano e non si trovano a vendere perchè sovrabbondano, e altrove sarebbero ricercatissimi…»

Bologna, 20 febbraio 1826

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«Cara Paolina, Ho ricevuto il pacco, la scatola e la tua lettera della buona Bosi ch’è stata da me due volte. Ringrazia tanto e poi tanto mamma e babbo dei formaggi, e babbo poi in particolare delle bella scatola, che ho messa subito in uso…»

Bologna, 1 maggio 1826

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«Carissimo signor padre, Ho ricevute le sue del 23 aprile e degli 8 del corrente, e dalla sig. Bosi ebbi puntualmente il formaggio e la bella scatola. Non ho scritto per la posta dopo la mia del 24 aprile, perchè fin dal primo di maggio scrissi a Paolina una lettera che consegnai alla sig. Bosi. Incaricai Paolina di ringraziarla caramente dei formaggi e della scatola…»

Bologna, 10 maggio 1826

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«Paolina mia, Ieri ricevetti la lettera del papà in data dei 12, e l’altro ieri avevo ricevuta quella degli 11, insieme col baule e coi formaggi; tutto recapitatomi puntualmente a casa…»

Bologna, 20 settembre 1826

Fellinia 7. Un Museo

martedì, marzo 27th, 2007

uomini

Mi sono spesso chiesto ultimamante se sia utile e fattibile un Museo d’Arte moderna e contemporanea per la città accompagnandomi a retropensieri, dopo qualche dibattito della primavera passata – sociointeressante, spesso mal posto, vocazionalmente autodistruttivo, intimidatorio – scivolati sulle colonne di alcuni quotidiani molto local.
Inevitabilmente il mio ricordo è andato alla Grande Madre delle questioni, il Teatro Galli, a quel non c’è che c’è, che tanto ci ha appassionato come tutti ricordano.
Vi chiederete cosa c’entra il Teatro con un Museo d’arte contemporanea ma l’accostamento è meno peregrino di quel che sembra.
Dopo sfibranti bizantinismi sul dove e come, ove il mio nobile macellaio si è scoperto ingegnere acustico ed il mio medico un restauratore filologico, il rudere è ancora là e sarebbe ora di trasformarlo in monumento alla pace come la rovina della Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche a Berlino.
Ora, per volere un teatro, occorre un pubblico e una sensibilità cittadina per la musica e la scena, musica di ieri e di oggi, occorre cioè che ci sia il “desiderio” di un luogo che, vissuto come “mancante”, si vuole costruire.
La mia impressione, vista l’annosa questione cittadina afflitta dal perenne garbino, è che probabilmente i fellinesi non sentono la mancanza di un teatro, inconsciamente forse non lo vogliono ma amano parlarne; allo stesso modo non sentono la mancanza di una passata borghesia, irricostruibile, che volle quel teatro, soprattutto quel “tipo” di teatro e che ben gli si adattava.
Il fellinese ha più dimestichezza con la nostalgia che con la malinconia, sentimento quest’ultimo più pensoso e laborioso.
Per il Museo la questione è affine e rischia anch’essa di essere implosiva perché il luogo non può essere l’espressione solo di pochi singoli volenterosi o di eroiche, appassionate consorterie ma, volando alto, farsi magnete, unendo le ragioni di mercato (ormai globalizzato) e spirito di ricerca e sperimentazione, concertare locale e globale. In una parolaccia: glocal.
Il cocktail composto da Sistema, narcisismo degli artisti, interessi di galleristi e collezionisti, vari “parvenues”, qualità e professionalità, successo di pubblico, servizio culturale, ricerca, storia, è sicuramente per stomaci forti e occorrono barman di scuola. In queste latitudini non ne vedo.
L’arte è sempre anticipatrice, anche di conflitti d’interesse e di protezionismo economico nonchè di questioni e scontri “religiosi”: è la religione dell’arte, con la casta sacerdotale dei suoi adepti, una setta secessionista che, molto spesso, recita l’avanguardia.
Staremo a vedere, si spera, se i fellinesi vogliono e “desiderano” davvero un Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, a risarcimento del teatro che ancora non c’è.
Da cittadino fellinese, per ora dimissionario, mi piacerebbe così:
1 – Un Museo ove non ruotano i “furbetti del quartierino”.
2 – Un Museo alle cui inaugurazioni vadano molti giovani e meno autorità.
3 – Un Museo che mi faccia pensare e sognare non obbligandomi al dibattito, per quello c’è già la tivù, andate a Ballarò benedettoiddio.
4 – Un Museo che non ricicli roba di seconda e terza mano pensando che noi siamo tutti idioti che tanto l’arte non la capisce nessuno.
5 – Un Museo che piaccia ai bambini.
6 – Un Museo con una collezione permanente e in continua evoluzione che, acquisita in parte con i nostri soldi, non ci faccia vergognare di noi stessi.
7 – Un Museo da cui si viene e non solo si va.
8 – Un Museo progettato da un semplice bravo architetto, e non necessariamente da un’archistar.
9 – Un Museo ove si possa fotografare tutto.
10 – Un Museo dove non si paga il biglietto ma si fanno libere offerte.

Interrogativi

domenica, marzo 25th, 2007

ciminiere

Che ci facevano tre civette sul comò nella casa del Dottore? Quale dottore poi?
Cosa mai voleva dire amaramacicìcocò che Marla ripeteva in continuazione facendo roteare con la testa la sua nerissima coda di cavallo? Erano tre civette o tre sciimmiette? Tre civette. Tre civette sul comò che facevano l’amore con la figlia del Dottore, il Dottore si ammalò amaramacicìcocò. Indecifrabile. Le civette facevano l’amore! Lunga è la storia stretta è la via dite la vostra che ho detto la mia, dannazione, cosa vuol dire? Qualcuno me lo spieghi per favore. No, non lo voglio sapere.
E quell’un due tre stella delle femminuccie, te bambina appoggiata al muro che ti voltavi di scatto e se notavi il minimo spostamento dell’amichetta la rimandavavi indietro di un passo; vinceva chi riusciva a toccare il tuo muro urlando: Stellaaa!!! Cosa si era conquistato mai! Un muro. Un muro chiamato stella che immusonita e triste tu cedevi alla nuova sculettante vincitrice neanche avessi perso un principato o una guerra punica.
E quei due antipatici di Gigino e Gigetto? Incollavi con lo sputo un pezzettino di carta sulle unghie dell’indice della mano destra e sinistra e ritmicamente li facevi apparire e sparire sul tavolo sostituendoli a sorpresa con il dito medio. Il leit motiv ossessivo era:
Gigino e Gigetto stanno sul tetto
Vola Gigino vola Gigetto
Torna Gigino torna Gigetto.

Gigino e Gigetto, insopportabili gemelli con la giacchettina stretta a due spacchi che si sollevava sui due culoni da viziati con la boccuccia rossa da cui colavano tonnellate di Nipiol e Nutella, erano un tormento.
Ma chi credevano di essere? Gilbert & George? E poi tutti quei amblemblò e amblemblà, le cucuzze e il cucuzzaro e le belle statuine e tutte quelle assurde penitenze!
Eravamo deficienti? Avevamo un quoziente intellettivo che all’epoca era più basso di quello odierno? Inevoluti beoni beoti che venivano presi per il culo dalla mattina alla sera?

Aldo Rossi. Dieci anni dalla morte

venerdì, marzo 23rd, 2007

roma

Ogni architettura è anche un’architettura dell’interno, o meglio, dall’interno; le persiane che filtrano la luce del sole o la linea dell’acqua costituiscono dall’interno un’altra facciata, insieme al colore e alla forma dei corpi che dietro la persiana vivono, dormono, si amano. Anche questi corpi hanno un loro colore e una loro luce per così dire propria e una riflessa, questa luce è come una specie di stanchezza o spossatezza fisica dell’estate, di un bianco abbagliante nei toni invernali.

(Aldo Rossi, Autobiografia scientifica. Milano 1999)

«Virgolette»

giovedì, marzo 22nd, 2007

Vi è capitato? Vi è capitato di ascoltare un discorso ed improvvisamente vedere la gestualità dei Simpson, quella breve pausa trattenuta in cui l’interlocutore solleva le mani e con le coppie di indice e medio sembra salutarvi ma in realtà vuole dirvi che la parola fatidica è posta tra virgolette? Atroce. Ecco, su questo io avrei da raccontare un sogno: quelle due ditette le ho tagliate, volentieri, rapidamente, con il mio coltellino svizzero; dopo niente più virgolette.

Artisti. Lettera ritrovata

lunedì, marzo 19th, 2007

fotografo1.jpg

Caro A. B.
Da diversi anni mi ritrovo ad emozionarmi sempre meno di fronte ad opere d’arte. Mi accorgo di rannicchiarmi nella riscoperta (o forse di vera autentica scoperta) di Goya, Rembrandt, Boetti, Kounellis, alcuni americani degli anni Quaranta e Cinquanta dell’altro secolo; ma ti risparmio la lista completa ed alcune stravaganze. Il contemporaneo e l'”istante” si stanno allontanando da me ma il movimento è reciproco, io stesso mi allontano dal presente, divorzio consensuale con melanconie in affidamento congiunto, e pur rammaricandomene mi chiedo se forse oggi di sbagliato non ci sia null’altro che il mio accostarmi alle cose: forse non mi si chiede più un’emozione, o relazione sognante e aperta, un invito a nuovi viaggi. Mi si vuole inchiodare qui, nel banale, nell’orrore quotidiano molto
trendy. L’arte riproduce il repulsivo e avendone già abbastanza di mio, non ho bisogno di propedeutiche estetiche. Ho già visto. Ho già dato.
Insomma le cose sono andate così. Aggiungiamoci anche la noia, la ripetitività di stanchi rituali, di teatri già visti,
vernissages ed eventi in prima assoluta nel secessionismo del mondano e del glamour, globalizzati e rintracciabili oramai anche nei luoghi in culo al mondo.
Sarà anche l’età, avendo doppiato più volte la linea d’ombra per entrare nella luce cruda del disincanto e del cinismo critico, pur appassionati, o la consapevolezza di aver fatto uso poco scaltro di
navicule esperte nel destreggiarsi tra i flutti opachi ed insidiosi della Società dell’Arte, per cui, dovendo scegliere tra la brevità della brace di una giovane vita di talento spezzata – sono infatti artista vivente – e la nicchia dell’autocompiacimento narcisistico e spettrale alla lunga frustrante e depressiva, mi sono trovato a scegliere, dopo anni alla macchia, il distacco con margini di libertà anche se vocazionalmente mortiferi.
Non mi aspetto nulla dal mondo, mi aspetto tutto dal mondo; tutto è possibile. Io e il mondo in comune abbiamo l’incomprensibilità reciproca.
Volevo anche dirti che mia moglie Federica ( te la ricordi?) è morta quattro mesi fa. Aggiungiamoci anche questo.

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Caro T. M.
Ho letto la tua
mail di fretta, mi ha fatto piacere risentirti.
Sono in partenza per New York, ci rimango qualche mese, sono in trattativa per prendere un grande studio che divido con un tedesco, il mio lavoro va alla grande, sono incasinato e non so come fare a soddisfare le richieste, mi è scoppiata una bomba, cazzo ce l’ho fatta.
A cinquant’anni cazzo! Voglio vedere quelle merde milanesi adesso! Gli sputo in faccia! Dai che cazzo fai lì, vieni a New York. Tu non hai idea come si vive qui.
Non ho capito molto di quello che hai scritto, magari perchè ero di fretta.
Salutami tua moglie Elisa, come sta?
Ciao stammi bene

A. B.

Maschera

lunedì, marzo 19th, 2007

Trovata finalmente la maschera per il Deputato Comunista: Mezzettino.

maschera

Insegnanti

sabato, marzo 17th, 2007

Bei tempi quando gli insegnanti se ne stavano in cattedra a leggere il giornale!
Oggi il giornale non lo leggono più.

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Armonica (Charles Bronson): “E così hai scoperto che non sei un uomo d’affari”.

Frank (Henry Fonda): “Solo un professore”.

Armonica: “Razza vecchia”.

Artista

venerdì, marzo 16th, 2007

uovo

«Devi cambiare per rimanere uguale»

Willem de Kooning