Archive for maggio, 2007

Figli

lunedì, maggio 28th, 2007

obeso

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Ecco, è il momento del distacco, comincia a camminare con le tue gambe, scopri l’arte di arrangiarsi, comincia a costruire qualcosa per te.
Diciotto anni? Venti? Trenta? Trentacinque? Forse mai? Figli per sempre? Si cambia quando ci si sposa e si forma una nuova famiglia?
E se ciò non accade o viene differito oltre i quarant’anni cosa succede? Rimane sempre valida la famiglia originaria e i genitori dovranno versare ai figli anche la loro pensione? Quando, quando, qualcuno me lo dica, quando si diventa persone autosufficienti?
Con gli attuali modelli educativi forse mai. Con l’attuale idea di famiglia, chiusa in un fortilizio e che si sente minacciata da altre ipotesi affettive, c’è poco da sperare circa l’emancipazione dei figli.
Sembra quasi paradossale che in Italia ci sia il divorzio.

Torniamo in cucina

giovedì, maggio 24th, 2007

morning

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Cosa c’è di più bello di una cucina? Non la cucina quando vi lavoriamo ai fornelli o vi mangiamo, intendo la cucina espropriata dalla sua funzione.
Concedetemi qualche retorica melanconia. Voglio dire la cucina al pomeriggio, tutta pulita e profumata, con le persiane socchiuse ed il silenzio attaccato alle pareti nell’assenza degli altri. Questa cucina, per chi non ha un luogo proprio, una stanza tutta sua, è un mondo conquistato e da abitare. Nella cucina il silenzio conserva nel suo grembo imploso il suono delle posate e dei piatti, con le tracce di quei rompiscatole che poc’anzi vi mangiava e litigava. La cucina è stata la prima esperienza di riuso dello spazio: studio, tavolo da disegno, campo di gioco, sala lettura, palestra erotica contrapposta al funereo letto matrimoniale tirato e liscio alla perfezione come una tomba di marmo sulla cui gelida superficie si consuma il rito coniugale, poveri noi, fare l’amore dove moriremo.

L’angelo della casa

sabato, maggio 19th, 2007

casa economia domestica

“Casa è una breve parola; eppure, è un piccolo mondo dentro il vasto mondo; è difesa e rifugio, consolazione ed oblio. Forse non si apprezza mai abbastanza quel nido che ci ripara dalle intemperie materiali e morali, che è sempre disposto ad accoglierci dopo la lotta quotidiana, a ristorarci e a sorriderci, luminosamente, fra tante stanchezze e fra tante ombre.”

Con queste parole si annunciava il libro di economia domestica su cui le ragazze studiavano.
Materia che dava loro non pochi problemi, più del latino e dell’algebra, con gli esercizi da svolgere a casa come il cucito il disegno della disposizione della tavola perfetta la ricerca sulle piante d’arredamento le ricette e l’igiene personale. Aggiungiamoci l’Enciclopedia della Donna che faceva pendant con l’Enciclopedia dei Ragazzi per i maschietti.
Dall’Enciclopedia si imparava come ci si comporta a teatro e quali abiti indossare la sera o come si organizza un Capodanno come vivevano le dive e di pittura si vedevano i ritratti femminili che facevano sognare, dimenticando i pittori, ma almeno si stimolava il loro immaginario di adolescenti e future donne.
Molte persone sono rimaste, purtroppo, ancora lì o vogliono farci restare gli altri.

“Come l’abitazione sana, luminosa, pulita, ridente solleva lo spirito, anima la mente, suscita il sorriso ed il canto, invita la donna alle faccende domestiche, attrae l’uomo dopo il lavoro o l’oppressione degli affari per trovarvi sollievo, ristoro e nuova forza nella pace familiare, così invece l’abitazione malsana, oscura, sudicia abbrutisce le persone che sono costrette a passarvi la maggior parte del giorno, le rende tristi, svogliate, irritabili, tentate di fuggire dal luogo di sofferenza ove da tutte le cose emanano nausea e disgusto.”

“Una casa può essere paradiso e può essere inferno per l’essere umano. Quanto influisce sulla nostra formazione spirituale, sull’andamento della nostra vita fisica e intellettuale, sulla riuscita più o meno felice, più o meno apprezzabile, dei nostri piani, sulla realizzazione dei nostri sogni, una casa!”

(“Il governo della casa”, manuale di economia domestica, 20 edizioni dal 1946 al 1961)

Nomi tragici

mercoledì, maggio 16th, 2007

vetrata

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I nomi si fanno importanti e surreali quando c’è una deprivazione della vita.
Il mito e l’altrove sono presenti nelle vite disturbate, forse povere, mentre la semplicità e l’essenziale lo sono nell’opulenza e nella sicurezza. Il meno è della ricchezza mentre il più è della povertà.
Il precario lancia con il nome di persona un proiettile verso un destino ed un futuro migliori, di risarcimento: Vanja, Heros, Tatiana, Joanna, Paloma, Henry, Susy, David, Gioele, la Bibbia insieme a un cantante che rivive nei figli, un personaggio di una telenovela che si riattualizzerà per sempre, un nome che vuole essere nomos, un gesto battesimale poco impegnativo ma utile a circoscrivere la propria individualità o il proprio territorio, che spesso sappiamo inesistente e mancato, per reagire all’indifferenziato e all’anonimato a cui tutti oggi sembrano opporsi; un segno augurale che, non so che farci, mi deprime, perché si va a pescare proprio nell’assenza e nel suo clone sostitutivo disperato.
Giovani madri proiettano ombre di vite mancate nelle loro figlie; ancor giovani padri prolungano altrettante esistenze irrisolte in una genìa che dovrà rendere conto del proprio nome, troppo forte, troppo impegnativo, e che in qualche caso li marcherà nella loro anonima vita.
Nomi di figli grotteschi e tragici insieme, perché incolpevoli rispetto all’onomastico azzardato con il quale vengono designati sin dal loro mattino. E se sapessero, questi spericolati e creativi inventori di futuro e di formule magiche, cosa nascondono i labirinti etimologici di quel nome così sfacciatamente e felicemente comunicato all’anagrafe, forse ne sarebbero agghiacciati.
Quando le cronache sciorinano i loro funerei bollettini di morte, io vengo trafitto da questi nomi di ragazzi condannati dall’azzardo di un nome, al quale non potevano corrispondere.
Da un genuino nome di un nonno contadino si passa ai nipoti che si chiamano inverosimilmente Dionne, Ingrid, Didier; deflorati dalla lingua, che li proietta in un mondo nuovo, indefinito, volubile e precario.

Dentro il “Cuore”

domenica, maggio 13th, 2007

cuore

Il 15 ottobre del 1887, data di apertura delle scuole, l’Italia fu inondata di “Cuori”.
Nel 1923 il libro Cuore di Edmondo De Amicis raggiunse la milionesima copia e 18 traduzioni.
Agli albori degli anni Sessanta era ancora lì, sui nostri banchi, a commuovere sempre meno scolari mentre la consunta bandiera tricolore si tormentava sul tetto della nostra scuola pascoliana.
Bisogna accontentarsi.
Anche noi abbiamo avuto, ma piccolo piccolo, il mito del sangue e del suolo.
Il racconto mensile Sangue romagnolo entrava nell’aula e nella cucina estiva della nonna che mi imponeva gli esercizi di lettura delle vacanze, portandosi dietro le dense nebbie romagnole e le distese buie e piatte della campagna. Il Muratorino era un nome e non un mestiere.
Sul racconto Sangue romagnolo io ho sempre coltivato un dubbio che non ho mai voluto comunicare al maestro Rosa per vergogna e per paura di apparire stupido ed essere deriso dai compagni. Nel racconto deamicisiano la nonna paralitica di Ferruccio, lo scapestrato ragazzo di tredici anni protagonista della storia, è sola in casa. Quest’abitazione “non aveva accanto che una casa disabitata, rovinata due mesi prima da un incendio, sulla quale si vedeva ancora l’insegna d’un’osteria. Dietro la casetta c’era un piccolo orto circondato da una siepe, sul quale dava una porticina rustica; la porta della bottega, che serviva anche da porta di casa, s’apriva sullo stradone. Tutt’intorno si stendeva la campagna solitaria, vasti campi lavorati, piantati di gelsi”. Come avrebbe potuto Ferruccio in mezzo a questa campagna deserta aver fatto a sassate con i compagni – ma dove mai abitavano questi compagni? – per poi tornare a casa sporco e infangato a tarda notte io non l’ho mai capito. Quando si scrive per i ragazzi non li si può prendere in giro così, bisogna essere precisi.
In realtà Ferruccio se ne stava tutto solo, solo come un cane, in quella terra dei morti nella “bassa” semipaludosa tra Ravenna e Forlì e le sassate forse era costretto a darsele da solo, non aveva compagni con cui giocare ed aveva una nonna che non era minimamente confrontabile con la mia.
Cosa mai aveva fatto di tanto male Ferruccio per meritarsi una pugnalata mortale?

Ségolène Royal

giovedì, maggio 10th, 2007

amateurs 1

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Non si è molto sicuri che il voto femminile francese sia andato all’affascinante e determinata cinquantenne Ségolène Royal. Una donna così potrebbe persino dar fastidio alle altre donne; desiderio mimetico, spirito competitivo od altri inconsci sentimenti potrebbero farsi largo tra i luoghi comuni, ormai, del voto “al femminile”. Probabilmente Ségolène Royal piace più agli uomini, forse più fiduciosi verso il nuovo scenario che una donna può rappresentare. Molte donne sono conservatrici, un po’ per natura e un po’ per desiderio di sicurezza proiettando in tal modo sull’uomo forte e carismatico il loro immaginario. Donne “femmiliste”, speculari dei “maschilisti”. Le cose potrebbero anche essere andate così. Anche qui da noi le donne accettano donne in politica se sono nel national style Bindi Del Turco Moratti. Se belle, oltre che intelligenti e abili politicamente, stile Melandri, o appena appena belle come la Mussolini, sono più gli uomini a votarle. Questa è solo una ipotesi.
Se così fosse le cosiddette “quote rosa” sarebbero un divertente paradosso attirando per conseguenza più voti maschili che femminili. Il maschio sta migliorando e si dinamizza? Potrebbe essere. Investe su donne in quanto vede in esse l’uomo che vorrebbe essere?
Perchè no. Finalmente si libera la componente femminile del maschio perchè il femminile non esiste se non in forme stereotipate e banali, conservative qualunquiste e fascistoidi? Forse esageriamo.
Insomma, le donne nella loro unicità travolgente e appassionata coinvolgono e intrigano l’uomo nuovo mentre è invidiata dalla donna.
Oddio, non avrò mica sognato stanotte Otto Weininger?

Il poeta

martedì, maggio 8th, 2007

libri

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La casa la scelsi per il giardino. Non potevo usufruirne ma, sotto i sette piani, quel miracolo di verde nel centro storico del borgo mi offriva all’alba il canto degli uccelli e la notte il concerto dei grilli. Accoglievo dopo anni di dura vita nomade con tredici traslochi sul groppone (al primo posto tra le cause di nevrosi) questo luogo silenzioso. Per un poeta, che arrischiava versi nelle fogne più rumorose delle periferie in cui ha abitato, cazzarola, venire qui e ascoltare il silenzio e il vociare quotidiano, giù sotto, dell’umano trascorrere del tempo era per me quasi impensabile (nu casine veramende). Il rumore, non era rumore, era musica conosciuta e i cinesi insediatisi qui prima di me davano, nella loro diversità, a me stesso una minore estraneità. Un gruppo di peruviani avevano aperto un locale all’angolo della strada e qualche volta la sera andavo a bere qualcosa. Sino alla mezzanotte una lieve musica saliva alla mia finestra mescolata a voci di una lingua sconosciuta, ma chi li capisce a chistaccà. Mi accorsi, la notte, che i miei versi guadagnavano qualcosa, traducevano dal rumore e scrivevano il silenzio, che scassiamento. Nel ristorante cinese andavo spesso, sti cazze de raviule ò vapore li spaghitte de soja de sorete dintrucule, bevevo una birra dai peruviani, birremmerde v’acciddeattuttequante iatevenne che c’avetescassateocazze. Poi venne una comunità di pakistani, numerosi, silenziosi, gentili, invisibili, tutti giovani maschi, afammoccheachitammurte.
Io non possiedo la grandezza di un Kavafis, né nella varietà degli uomini da portarsi a letto, preferisco le donne non fatemene una colpa, sa da chiavà dintra a fiche, né nella purezza del verso. Sono forte nella selezione delle partners e forse debole nella poesia, lo ammetto. In comune con l’alessandrino c’è che anch’io sono un’impiegato statale, stu sfigatemmerde. Sotto di me esiste una piccola Alessandria ma le miei giovani le cerco altrove. Non mi reputo un poeta da meticciato, perdonatemi.
Un mattino ci fu una retata, un trambusto sotto casa, e vidi quanti erano i pakistani: ventisette.
Come potessero vivere in quel buco di casa, vera fogna del centro storico, nu merdaie, tollerata e accettata, non lo capivo. Capivo però che alcuni proprietari con l’immigrazione facevano soldi e magari poi erano quelli più razzisti e fascisti in pubblico, nazisteducazze, o magari di sinistra in una loro naturale affaristica doppia natura ove l’ideologia è sempre buona tirata fuori dal congelatore per mascherarsi, ma li soldi sò soldi pure pe lu comuniste a no!? e, naturalmente, tutti, di mestiere facevano gli avvocati.
Dei pakistani mi dispiace, uscivano il mattino presto, con delle cartellette di loro cose da vendere, e tornavano la sera, infilandosi furtivamente nel portoncino. Lu lager, ce vò lu lager.

Francia

lunedì, maggio 7th, 2007

Allora, come va?
Insomma, Sarkozy-kozy.

Montepagano

mercoledì, maggio 2nd, 2007

montepagano google

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«Mia madre era fiera del paese di sua madre, Montepagano, che io ho visto una sola volta di sfuggita in automobile, come facciamo noi, poveri viaggiatori d’oggi.»

Ennio Flaiano

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Flaiano non era il solo ad avere una nonna di Montepagano. C’era una parola nella mia infanzia, legata a questo paese, incuneata nelle interminabili narrazioni familiari della seconda guerra.
La parola che sembrava riaprire resuscitati scenari celesti dormienti era sfollamento. Si sfollava a Montepagano.
Da bambino, quando dalla bocca di mia nonna udivo, anzi vedevo, uscire questa parola mi figuravo masse di uomini donne e bambini con carri carretti e camion carichi sino all’inverosimile che marciavano verso le alte colline della terra adriatica. Una storia di pezzi di vita perduta, case non ritrovate polverizzate dalle bombe o saccheggiate dai monatti, una continuità abbastanza accettabile e felice sconciata all’improvviso; sfollamento, buco nero ove il non detto debordava sul racconto, sfollamento, parametro di giudizio sulla suburra umana e sulla cristiana solidarietà. Ma sfollamento, venti, trent’anni dopo, era parola che non sfiorava mai la vera storia, quella che consideriamo intreccio tra cause effetti e responsabilità, tantomeno veniva mai pronunciata la parola “politica” che nel gineceo soprattutto era autocensurata. Sfollamento era grumo di dettagli e microstorie, di fatiche sofferenze e sacrifici dentro il recinto quadrangolare della famiglia o in quella allargata che la nonna si era messa in groppa abitata dalle nipotine Ninuccia e Veruccia, dalla suocera Adele, poi zia Evira che recitava la vecchia già a cinquant’anni, i figli il marito distratto e suo fratello. Tutti nella casa della nonna a Montepagano, tutti a mangiare la pasta e il ragù di Rosina Priore come in Sabato, Domenica e Lunedì di Eduardo.

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Quest’estate a Montepagano, Comune di Roseto degli Abruzzi (Teramo), verrà esposto il Guerriero di Capestrano, lieve spostamento geografico (da Chieti) mentre quello temporale è enorme, millenario. Intorno a questo portento si svolge la manifestazione Castellarte & Trasalimenti che vede un omaggio a Fabio Mauri, quasi una retrospettiva, un ricordo di Tullio Catalano, una presenza di due “venerandi” artisti abruzzesi ed un gruppo di artisti eterogenei di varia nazionalità riuniti sotto il motto Tutti i settori. Idea e cura di Gabriele Di Pietro, viaggiatore abruzzese di Giulianova Lido.

Su Montepagano questo Journal ci tornerà volentieri. Saremo virtualmente a tavola; dovremo nutrire con le delizie culinarie del teramano quello spazio che, si spera, l’arte ci avrà lasciato in quell’angolino fondamentale della nostra anima terrestre materiale altrimenti, savinianamente, arte non sarebbe.

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muro mauri e montepagano