Archive for gennaio, 2010

Che cos’è un padre?

giovedì, gennaio 28th, 2010

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antonio marchetti patrimonio

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Che cos’è un padre?

È colui che viene dopo.

In che senso?

Nel senso che non può competere con la fase nutritiva e  protettiva della madre e di conseguenza il padre “dovrebbe” intervenire quando si ha un progressivo distacco del figlio da tale rapporto di dipendenza simbiotica.

Quando si ha il distacco dalla madre?

A volte mai, spesso ad età molto adulta. Nei casi di separazione dei genitori il rapporto con la madre si è materializzato in forme poco naturali e spontanee, direi distorte.

Perchè?

Perchè sulla donna campeggia l’aura sacrale della maternità che spesso viene giocata fuori tempo massimo. È un ruolo che a volte la donna assume andando contro se stessa e le proprie libertà, ne è come risucchiata. Oggi questa contraddizione raggiunge livelli massimi. Chiederei invece: cos’è una madre?

Le ripeto allora  la domanda, cos’è un padre?

Un padre è anche colui che accudisce i figli, ma in forme diverse.

Diverse in che senso?

Nel senso temporale e funzionale. Il segno paterno spesso si rivela nei tempi lunghi mentre nella cura filiale vengono soddisfatti da parte paterna dei bisogni che non potranno mai competere con il femminile.

Quali bisogni ad esempio?

Quelli della “differenza” per esempio o dell’autonomia. Può sembrare un paradosso che un pensiero della “differenza” (un “agire” della differenza), il cui spazio teorico è stato per decenni occupato dal genere femminile, possa  oggi abitare la mente e il comportamento degli uomini, dei padri. Purtroppo tali caratteristiche di genere vengono come annebbiate nel rapporto di coppia, consumate dal sempreuguale o nella rincorsa affannosa di una “tenuta”. Dico purtroppo perchè, altro paradosso, è nella rottura del rapporto dei due che il terzo, il figlio, si staglia e avanza con forza.

Il rapporto filiale sembra chiarirsi, nelle reciproche identità, quando due genitori si separano? Cosa accade a questo punto?

Accade che le verità di ciò che siamo vengono smascherate davanti ai figli. Non conta la cultura o il grado di sofisticata civiltà che esprimiamo nella vita activa. Conta invece quanto siamo resistenti al retaggio regressivo e istintuale che irrompe nell’emergenza che la nostra intellettualità, in tempo di pace, distribuiva in eleganti propositi verbali.

Come agiscono allora le differenze nella formazione dei figli in questo caso?

Formazione, bella parola. L’ho sempre preferita alla parola educatore. Formatore era una parola che usava Pasolini. Parola che ricorda le mani e l’argilla. Parole che vestono la nostalgia ed il perduto. Ogni genitore, oggi, deve fare i conti con il perduto, con quel qualcosa che perdiamo ogni giorno ormai. Mi riferisco a genitori pensanti e maturi, evidentemente non ad una maggioranza.

Il femminile oggi oscilla tra appropriazione e rancore che a volte si trasformano in vendetta e manipolazione. Ripeto, è quello che eravamo prima del rapporto di coppia a riapparire; se qualcosa prima non era ben registrato e chiarito l’attrazione del caos aumenta.

Il figlio diventa in questo punto critico il piano geometrico ove proiettare le proprie identità. L’identità femminile agìta sulla “formazione” dei figli,  in questa fase storica italiana, è frantumata in tante porzioni di specchio che si allontanano dall’unità. Oggi una grave responsabilità spetta alle madri.

Quale?

Quella di saper scomparire. Di praticare il distacco, cosa che riesce più naturale all’uomo, è evidente. Il figlio viene fuori dal corpo, l’uomo ne è originariamente spettatore, distaccato. Ma se l’uomo in qualche modo ha recuperato il distacco accostandosi in forme affettive e “corporali” la donna sembra vivere una frantumazione identitaria che al momento della relazione con il figlio potrebbe andare a pescare in scenari pre-culturali e tribali che si vanno molto spesso  ad aggiungere al rancore verso il maschio poco dominante o deludente.

Questa sua analisi potrebbe risultare pericolosa addossando alla donna un carico pesante e quasi un destino. Una riedizione di Otto Weininger con il venticello del politicamente corretto.

È vero, c’è questo rischio. Non dimentichiamo che la “cura” per il femminile si estende spesso per più generazioni. La donna si fa carico, da figlia, dei genitori anziani. Gli uomini sono sfuggenti o aiutano nelle forme che gli sono proprie. Ma il femminile cura nel corpo del malato, del genitore anziano. La relazione con il corpo, luogo da cui si proviene e in cui precipitiamo nel dissolvimento, è una sensibilità esclusivamente femminile.

Perchè il corpo sembra essere competenza della donna, anche nelle forme di disfacimento?

Non vedo differenza tra l’esibizione erotica del corpo femminile, nella sua vendita mediatica, e l’accudire una madre malata senza più dignità di persona. Da un certo punto di vista la vita “corporea” della donna spinge verso comportamenti diversi dall’uomo, visto che questo universo è a lui estraneo. Ma quando l’uomo tenta di accorciare il distacco pare essere rigettato nel dominio antropologico del femminile materno.

Ripeto, viviamo un periodo di grave regressione culturale ove il femminile, che prima in qualche modo aiutava l’uomo a crescere, è precipitato in una preoccupante distonia. E l’uomo dovrà crescere da solo. Per i giovani uomini, poi, vuol dire crescere senza la madre.

Può chiarire meglio questo ultimo passaggio?

Lei sentirà spesso donne e madri che si lamentano di compagni e figli che non collaborano o non aiutano nella vita domestica. Le donne che si lamentano dei loro uomini educano i loro figli maschi con modalità che riproducono le caratteristiche degli maschi futuri. Il maschio è così perchè sono anche le madri a volerlo. Se veramente nel femminile poteva risiedere un giorno il cambiamento mai come oggi ne siamo tanto lontani.

Rimini. Percorsi arte contemporanea: Materia è Memoria

mercoledì, gennaio 27th, 2010

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collezione Cardi-Fagnani

Un nuovo spazio espositivo a Rimini. Uno spazio aperto al possibile: mostre, libri e incontri con autori, performances, musica.

Siamo in via Serpieri, al numero civico 17. Inaugurazione davvero gremita di gente; c’era la parte migliore della città, o almeno quella sensibile alle imprese culturali originali e nuove che hanno il coraggio di mettere tenda in un deserto che, dicono in molti, sembra crescere in città.

“Materia è memoria” è il titolo della mostra inaugurale ove, evidentemente, si è voluto trasformare la congiunzione bergsoniana in un “essere” contemporaneo, perentorio, immanente.

Tre gli artisti in mostra, uniti dal tema, ma in qualche modo catturati dalla curatrice nella rete delle suggestioni e dalle tecniche con le quali hanno tradotto quell'”è” tra materia e memoria.

Due piccole tele mi hanno colpito.

Erano confezionate in quello stile irresistibile del fané e sgarbato ma posteriore all’autentico (ma dove trovare oggi l’autentico?), tendente ad una sapiente eleganza tecnico-teorica. Esibivano due immagini primarie. Nella prima un bosco, l’altra blocchi di materia geometrica,  pietre,  o forse menhir realizzati da archistars in psicoanalisi.

Penso che questo artista, e l’ho pensato subito, viva le suggestioni del Nord, nelle nuances culturali e geografiche che lascio ai vostri giochi delle “nuove ” perle di vetro.

Quel bosco, certo, rimandava ad Anselm Kiefer ma lo scapolavo per arrivare ad un libro, che conteneva l’immagine di un bosco molto importante, “tedesco”, di Kiefer. Il libro ha per titolo “Paesaggio e memoria”, l’autore si chiama Simon Shama.

Siamo, a quanto pare, in una porzione di spazio comune con il  tema di questa mostra inaugurale.

Credo che si chiami Tempo il serpente che esalta ed insidia questa mostra.

Si spera, vista la grande affluenza di pubblico, che questi artisti vendano qualche loro opera.

La “pulsione”, che la città ha esibito nel suo correre in massa all’inaugurazione, dovrà prima o poi  esprimersi – dopo naturalmente aver sgranato il rosario del bello e delle iperboli –  e decidere di mettere nelle proprie case un po’ di anima; insomma comprare qualcosa di ciò che nel rituale sembrano adorare (io consiglio i neo- menhir mentre il boschetto per un buon collezionista potrebbe risultare troppo trafficato) ma che il giorno dopo dimentica.

Bella serata. Perfetta organizzazione. Discreti aperitivi.

Da  domani tutto è in gioco e gli attori partecipanti di appena oggi dovranno dimostrare di “essere” la città,  nell’alba del giorno dopo.

Per durare bisogna custodire e curare.

L’isteria momentanea del bello (patologia che colpisce spesso gli stupidi) dovrà essere lavorata come “materia”, riportata all’immanenza primitiva  del quotidiano, per essere poi trasformata in “memoria”.

Tutto ciò che facciamo oggi è materia e memoria di domani. Proprio adesso.

La scuola di carta

venerdì, gennaio 22nd, 2010

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antonio marchetti città dipinta

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Carta, montagne di carta; circolari, milioni di circolari; avvisi, miliardi di avvisi. La scuola dell’autonomia negli ultimi anni produce carta, quale forma di comunicazione tra la Dirigenza ed il basso. Per poter leggere tutte le circolari di una sola settimana occorre un orario pari a quello di cattedra. Leggerle quando arrivano in aula significa sospendere la formazione, ma forse la formazione va intesa proprio così: leggere e commentare circolari in classe interrotte dalla lezione. Il crepuscolo dell’Impero austro-ungarico non arrivava a tanto.

Emanata una circolare tutto è a posto, lì, sulla carta; la realtà va in malora ma nel mondo di carta tutto sembra plasticamente perfetto. I termini sono lavorati al tornio dell’inutile ma nello stesso tempo ambiscono con patologica ambizione ad una forma di agire che circolarmente (appunto) riconducono sempre ad una forma di rigor mortis del sempre uguale. Le parole nuove e di tendenza, come l’uso dell’inglese, sono le nuove maschere della morte (morte della nostra lingua italiana soprattutto). L’impotenza trova nel linguaggio tecnico della circolare (una neolingua mai apparsa prima d’ora nella storia dell’occidente) un agire mortifero, un movimento cristallizzato autoappagante ove sono scomparsi gli attori autodesideranti. Il teatro della crudeltà è stato completamente evacuato.

Non sappiamo dire chi sia il soggetto scrivente della circolare. Soggetto plurale? Non diciamo sciocchezze; dopo tramonti senza colori di soggetti e pluralità meglio lasciar perdere. La circolare scrive noi, nessuno la scrive. Noi siamo la circolare, ogni mattina. Nel mondo borgesiano ove la carta geografica aveva sostituito il mondo è la circolare a sostituire non solo la realtà nel microcosmo scolastico, ma ci scrive. Che siano poi esseri umani con millenni di civilizzazione alle spalle a produrre tutto ciò, in “autonomia”, ci spinge ad un senso di serenità e di benessere in un paradiso senza più problemi.

Clandestini a Rimini

martedì, gennaio 19th, 2010

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Un carabiniere e due giovani dell’esercito passeggiano per Corso D’Augusto a Rimini e spalmano nel loro passeggio, mentre guardano le vetrine dei saldi, l’immagine della “sicurezza”.

Altrove, fuori dalla città-immagine, siamo invece prigionieri del labirinto, ove tutto è possibile. L’imponderabile delle periferie “produttive” e dei nuovi centri che si spengono a tarda sera lasciano deserti notturni, di cupa e dura letteratura, volendola scrivere. Rimini va esperita con il navigatore satellitare le cui mappe vanno continuamente aggiornate se vuoi accedere a servizi, consumi, tempo libero. In due decenni lo spostamento nevrotico si è sovrapposto a se stesso conquistando nuove aree;  l’obsoleto di ieri appena post nuovo coesiste con il non finito di oggi proiettato nel futuro, tutto risolto nell’ondivago tragitto automobilistico, in un cantiere a cielo aperto di una città che non comprendiamo più, una città in cui ci sentiamo stranieri. La durezza di questa città la sentiamo noi, mentre chi viene qui per lavoro la conosce meglio, si muove meglio – per necessità e per abitudine alla durezza – in questa città così ambiguamente accogliente (a parte l’accoglienza turistica “vocazionale”). Può sembrare cinica e paradossale questa considerazione che vede negli immigrati stranieri una città più a loro misura che non alla “nostra”.

Sono loro che usano i mezzi pubblici, loro si prestano alla mobilità urbana ed extra urbana con paziente accettazione e puntuale utenza. Loro, infine, tracciano nuove mappe di geografia urbana. Ma quando diciamo “nostra” cosa intendiamo? Intendiamo, siamo sinceri,  un senso di perdita. Tutte le nostre pulsioni appropiative sono perdenti. La voce grossa neo razzista o leghista è voce irrilevante rispetto al moto epocale. Le voci razziste, insieme al perbenismo ipocrita, servono a far dimenticare che le difficoltà, ormai, saranno per tutti noi. Il problema della sicurezza in Italia sta diventando un problema di paranoia, di distonia mentale, di servilismo mediatico, di ipocrisia nazionale.

Rimini è il paradigma della trappola. Qui si è trovata una formula nuova: si pubblicizza un “bon vivre” che verrà prima o poi sanzionato. Si fa cassa. Qui puoi fare tutto, basta pagare e avere buoni avvocati. Rimini è la città degli avvocati. Chi ci vive è preso nella morsa. La nostra vita “normale” ne è stravolta, siamo irrigimentati, e cominceremo a vivere da clandestini a casa nostra.

Siamo tutti clandestini. Rimini vende tutto, contro di noi che ci viviamo, vende l’oggettistica vintage di Mussolini in tutti i negozietti di Marina Centro, per i turisti, ma contro di noi; come se commercio e fatturato fossero valori così alti da rendere i residenti inutili e desueti.

Che cos’è un Professore?

domenica, gennaio 17th, 2010

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Che cos’è un professore?

Un professore è alunno e insegnante insieme.

In che modo è alunno?

E’ alunno in quanto è in perenne ascolto dei suoi allievi e ne cattura i complessi loro codici di comunicazione.

In che modo è insegnante?

Lo è quando traduce i loro codici in forma forse inattuale ma alta, offrendo loro una possibilità di grandezza, spaesandoli dallo loro fissa e ripetitiva immanenza ipnotica, prospettandogli un “è possibile”.

Quali mezzi può usare un professore per attuare ciò che lei dice?

Tutti i mezzi dell’umano civilizzato ma devono anche comprendere tempesta e rimescolamento delle carte, forse anche durezza. Ma gli attuali modelli educativi delle famiglie italiane in questo momento difettano, o non hanno modelli alcuno. Le famiglie si autorisarciscono, attualmente, rovesciando all’esterno la propria impotenza.

Ci sono scuole in Italia ove si amministra l’esistente, ma non si forma. Cosa ne pensa? Ci sono italie diverse?

Rispondo subito sull’ultima domanda; sì, ci sono italie diverse. Un insegnante di Rosarno o di Napoli è diverso dall’altro di Parma o di Milano. Il contesto lo rende diverso. Essendoci grande mobilità geografica i professori (vorrei chiamarli ancora così) fluttuano, negli anni, in realtà diverse. Di conseguenza in alcuni casi viene meno quello che io avevo detto in risposta alla sua prima domanda. Bisogna saper ascoltare per agire, il professore ascolta il contesto.

Se si trovasse ad operare in un contesto difficile, in luoghi pericolosi ove la legalità è assente come potrebbe operare un professore se non mettendosi a rischio trovandosi, magari, davanti il figlio di un vip camorrista?

Questa domanda non ha senso. Il leit motiv della legalità e della trasmissione della cultura nelle scuole viene suonato dal Ministero, in modo particolare con le risorse economiche che esso mette in gioco. Tutte le iniziative del governo si irradiano, soprattutto attraverso le tv ed il web, nella forma di icone comportamentali che contraddicono quotidianamente ciò che un formatore dovrebbe fare: riferirsi ad un quadro condiviso.

Occorre invece ben selezionare i docenti, non più per titoli di studio e per allucinanti percorsi, ma sul campo.

Il campo vuol dire essere professori, essere accettati dagli studenti ed ottenere buoni risultati circa le capacità seduttive, attrattive, e di “intrattenimento” della performance formativa; per intrattenere bisogna essere particolarmente colti.

Questo presuppone uno smantellamento del vecchio e aprire ad un ringiovanimento del grande esercito degli insegnanti?

Al contrario. Quando andranno via i vecchi sarà l’incertezza totale. Sono già oggi i giovani insegnanti a far tornare indietro l’orologio dei diritti e della libertà. Loro, sotto la mannaia della deprivazione d’immagine e di sostanza del professore, accellereranno il processo di decomposizione. Sono giovani, sì, ma non apportano quasi nulla circa il rinnovamento e si presentano, già nell’esordio, davanti agli alunni come già vecchi perchè a loro volta ripetono, nell’assenza di pensiero. Sono precari ma la loro precarietà è anche interiore.

Se io devo insegnare solo un anno da precario non necessariamente il mio insegnamento sarà precario. Non essendoci riferimenti forti la precarietà diventa uno stato dell’essere.

La scuola e la cultura per lei sono ancora fondamentali?

Dalle pagine di De Amicis ad oggi la conformazione spaziale delle aule di una scuola è praticamente la stessa (a parte i laboratori e le pratiche trasversali). Cattedra, banchi con conseguente disposizione geometrica, naturalmente la lavagna e, ancora, le interrogazioni in piedi vicino la cattedra del professore. Questo rituale cattura vecchio e nuovo e nessuno studente ha mai contestato il dispositivo spaziale della scuola. Sinora nessun giovane “genio”, per quel che mi risulta, ha contestato mai la “forma”, che contiene l’essenza dello stare insieme. Tutti partecipano, ma senza avere la percezione della forma “plastica” della partecipazione. La cultura qui è fondamentale, per gettare tempesta su questo ordigno geometrico- formativo arcaico.

Un buon professore deve fare questo, anche rovesciare i tavoli per far vedere come sono fatti sotto, e per essere ascoltato.

Non importa se non viene ascoltato oggi.

Dopo, qualcuno di loro, con l’età, andrà a ricercare le poche luci fisse di quel breve passato, e saremo ricordati e utili.

Alberto Giorgio Cassani:«architectum elegantem omnis malitiæ»

martedì, gennaio 12th, 2010

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«Architectum elegantem omnis malitiæ». Che lo si traduca con “malizia” o con “cattiveria”, la frase pronunciata da Momo nell’omonimo, straordinario libello di Leon Battista Alberti, nasconde senz’altro «l’autoironia con la quale Alberti rappresenta il proprio ruolo di esperto e di divulgatore di architettura» (Massimo Bulgarelli). Ma non solo. La proposizione racchiude anche la consapevolezza di Battista di essere l’unico, fra gli architetti dell’epoca, a poter coniugare conoscenza dell’antico e nuova progettualità (come dirà nei Profugiorum ad ærumna libri III, quella «faccenda da niuno de’ buoni antiqui prima attinta»).

In questo esercizio progettuale, l’Alberti utilizza due diversi linguaggi – così come fa quando scrive i suoi testi –: il sermo latino, colto, all’antica, ed il sermo volgare, legato al genius locidella città in cui deve realizzare le sue architetture “sperimentali”.

Che presentano diversi livelli di comprensione a seconda del pubblico che le guarderà. E se tutti sono dotati della capacità di cogliere cosa è bello e cosa non lo è, pochi però sono in grado di comprendere in pieno il significato profondo delle sue architetture. L’architettura albertiana, inoltre, è “artificio”, se confrontata con la natura – grande tema albertiano, quello del rapporto tra le due –, ma artificio necessario, perché anche in natura, spesso, non si ritrova la perfezione. Ma per ottenere questa venustas occorre usare dei “trucchi” (gli “ornamenti”), che rendono l’architettura una “maschera” indispensabile all’uomo, finché è in vita. Ogni maschera, infatti, cadrà, soltanto una volta giunti alle rive d’Acheronte (come afferma Caronte nel Momus). Tutto ciò sarà mostrato attraverso l’esemplificazione di tre opere dell’Alberti: il tempio Malatestiano, palazzo Rucellai e Santa Maria Novella.(Alberto Giorgio Cassani)

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Il distacco ben temperato.

sabato, gennaio 9th, 2010

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Certo è dura la scuola per i nostri (perchè mai “nostri”?) giovani.

Fanno fatica per quelle cose che per noi dell’altro ieri era quasi relax.

Pensieri della possibilità occupano i cervelli dei (vostri?) ragazzi.

La ricerca della possibilità rinuncia, o non la capisce, all’essere ora, nel presente, a dire in forme non omertose e non vili ciò che hanno da dirci, a noi, a me, a quelli di ieri l’altro.

La loro ricerca delle “possibilità” segue i sentieri dell’illimitato contemporaneo ove possibile e impossibile convivono, rendendo vana la ricerca stessa.

Questo “non sapere”, purtroppo e molto spesso, viene come “tradotto” ( e dunque tradito) dagli adulti (siamo sempre noi di appena un momento fa storico). Già, i padri e le madri. Vogliono prendere in mano il volante di quella splendida fuoriserie chiamata “possibilità”, per i figli, ma sostituendosi ai disegni di quel regno animale necessario e cruento che li chiama.

Poi, se i figli non si allontaneranno e non seguiranno più le leggi naturali del distacco, saranno i loro padri e le loro madri a punirli, rovesciando loro l’orrore di una vecchiaia (in un universo sociale ove la morte è differita ad oltranza), spandendo l’olezzo chimico della morte che circola nella casa, quella ove si torna sempre.

Le possibilità dunque possono restringersi e rattrappirsi, ancora, nell’unica e ultima casa che si chiama famiglia.

Il femminile in questo caso offre coinvolgimenti vertiginosi, confliggendo continuamente con le sponde del possibile e del non possibile.

I giovani contemporanei dovranno prima o poi stilare un contratto nei rapporti tra generazioni…  se vorranno scegliere la via del distacco.

La miniatura di Milano ha colpito il Capo

venerdì, gennaio 8th, 2010

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L’evento del ferimento del Capo si diluisce nello spazio mediatico, viene assorbito e metabolizzato troppo in fretta. Dobbiamo acciuffarne il senso, e se non si tiene stretta una qualche analisi si lascia spazio alla manipolazione storica. Come nel caso di  Bettino Craxi: esibizione di un martire, eroe, vittima sacrificale.

Se non la trascriviamo oggi la Storia, con qualche strumento freddo e distaccato, quasi chirurgico, accadrà lo stesso per colui che si è autodefinito l’Unto del Signore.

Una miniatura del simbolo di Milano ha colpito il Capo. Oggetto banale.

Poteva essere un piccolo panettone in bronzo ma si tratta di un simbolo temporale, per quanto accettabile: la sua diffusione si limita alle feste natalizie e poi scompare per tutto l’anno.

Il Duomo invece rappresenta storicamente la città di Milano.

È stata dunque una miniaturizzazione di Milano a colpire il Capo milanese.

Il signor Tartaglia è uno psicolabile pensoso, che sa maneggiare i simboli, sa che i simboli sono armi, anche se in questo caso ha pericolosamente accorciato le distanze simboliche, a suo danno e a nostro danno.

Se il gesto viene valutato come l’atto poco significativo di una persona disturbata il suo disturbo tuttavia disegna un percorso logico impressionante.

Il signor Tartaglia ha espresso il suo odio per il Capo e questi, specularmente, ha sentito il colpo, rispondendo con vaneggiamenti ideologici sull’amore in un rovesciamento mimetico immediato, quasi animale.

Il colpo non è psicologico, visto che la “vittima” sacrale che lo ha ricevuto ha risorse su questo versante pressochè illimitate.

È fisico, corporale, è uno sfregio all’equilibrio chirurgico-estetico, e soprattutto il colpo ha prodotto dolore, realtà. Forse aperitivo di un incubo di realtà che irrompe nell’irreale corpo porno-pop.

Il colpo ha prodotto anche una sospensione temporanea dell’esposizione  mediatica del Capo, al di là di quella ostensiva immediata e sanguinolenta subito dopo il ferimento di cui ha parlato Marco Belpoliti – ma anche prima ne abbiamo accennato in forma letteraria  in questo  stesso Journal –  uno spazio vuoto occupato da figure minori, orfane, non per questo meno pericolose, anzi, portatori del classico complesso da clone e dunque aggressive, in preda ad un delirio di perdita e, per quanto momentanea, precarietà.

Purtroppo il sangue del Capo rimarrà una icona che rimanda ad altre, per chi ne ha memoria.

Il ricamo, su questo, lo lasciamo libero.

Va comunque detto che al tramonto del Capo seguirà un pasto cannibale.