Archive for aprile, 2010

Milano. Primavera in città

giovedì, aprile 29th, 2010

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marchetti  case.

È stato allestito un deposito al Palazzo della Triennale a Milano, una raccolta di oggetti di un tempo che abbiamo alle spalle (o sulle spalle), raccolti e amorevolmente spolverati e lucidati da Alessandro Mendini. Ci sono anche “nuove cose”, da scoprire. Questi oggetti sono: “quali cose siamo”.

In questo venticello della malinconia ci viene tuttavia incontro, nella sapiente mescolanza del Mendini, un quadro di Alberto Savinio del 1930, “L’isola dei giocattoli”. Inevitabilmente, in questo piano sequenza (senza montaggio), quasi circolare della mostra ove gli oggetti sono mescolati lasciando a noi la “storia”, affaticandoci pur piacevolmente in una respirazione bocca a bocca oggetto per oggetto, “inevitabilmente”, ripetiamo, l'”Isola dei giocattoli” finisce per essere il paradigma, o la sineddoche, del deposito- dispositivo.

Una mostra che avrebbe potuto allestire Michel Houellebecq, perchè no. Almeno sarebbe stata più crudele, scorretta, e meno “sospesa”.

Mendini e la cura del suo allestimento mi hanno ricordato Cino, il personaggio del film di Marco Ferreri “Il seme dell’uomo”, che collezionava-salvava piccole cose prodotte dall’uomo.

Attraversiamo Parco Sempione tra cani e sportivi di ogni età avvicinandoci a via Dante, in orario di “pausa”, e già tutto brulica di “uomini statistici” o “uomini timbro”, come intitolava le sue figure il pittore Renato Mambor nei primi anni dei Sessanta italiani; funzionari, managers, stagisti, tutti in blu o nero, antracite o qualche grigio chiaro primaverile. Meno numerosi di appena uno o due anni fa, ed i completi sono meno eleganti. Si riciclano quelli dell’anno passato. A tutto ciò si accompagna prudenza (psicologica, metereologica, economica?) e si indossano sopra i completi i gilet antivento separati dal soprabito o dai cappotti ma, essendo più corti della giacca spesso a due spacchi, gli uomini appaiono figure in gonnellino. Questa prudenza è fatta moda, e gli uomini timbrici hanno qualcosa di femminile, pur non sculettando.

Si cerca di far diventare trendy sostituire il pasto con un gelato (mantenersi in forma?) da soli o in compagnia camminando dinoccolati seguendo un modello mimetico originario, ma non sappiamo quale, o consumare un panino mangiato in piedi vicino al cassonetto dei rifiuti per far sembrare che si era lì lì per gettare ecologicamente un cartoccio.

Insomma un pochino ci si vergogna della crisi e si tira avanti. C’è poco da scherzare, qui è nuda vita.

Ma ci pensano i negozi di via Dante: due abiti, due camicie, due cravatte a 389 euro. Per il necessario ricambio delle camicie il negozio di fronte ne offre quattro a 99 euro. Se prendi due abiti li puoi spezzare in modo che ne hai quattro, ed hai sei camicie. Con meno di 500 euro sei elegante e variabile se ci sai fare.

Per la festa del primo maggio c’è stato dibattito. I commercianti (via Montenapoleone docet) terrebbero, con una liberatoria del comune, i negozi aperti che catturerebbero i turisti (i soliti giapponesi?).

I commercianti sono “resistenti” anche circa il progetto di Abbado e Piano di “forestare” tra il Castello-via Dante-Cordusio, perché gli alberi oscurerebbero le loro insegne.

Ma il mio amico Marco Rindi, gestore della storica “Taberna di San Tommaso” (andateci quando potete, la sera soprattutto, a due centimetri dal “Piccolo”) taglia corto sulla questione: “detassare le insegne, così son tutti contenti”.

Semplice, pragmatico, intelligente. Tre termini che in queste latitudini difettano sempre di più.

Per concludere malinconia sparita, o vissuta nelle forme “saviniane”, davanti i quadri di Egon Schiele a Palazzo Reale.

A Milano ci sono ancora, a quanto pare, “Isole dei giocattoli”.

Ma dobbiamo costruircele tutte da soli.

Il ragazzo selvaggio

mercoledì, aprile 28th, 2010

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Antonio Marchetti logo

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La parola “meritocrazia” è in genere contrassegnata da un segno di negatività.

Eppure essa definisce uno spazio che riguarda il merito, la qualità, l’eccellenza, l’intelligenza, le capacità, l’individualità, a volte la genialità. La diversità.
In Italia, ad esempio, in genere si sponsorizzano le banalità, per motivi parentali, politici, per convenienze di vario genere; spesso veri idioti occupano spazi che potrebbero essere gestiti da persone di valore. Ma è pur vero che persone di valore non vogliono occupare spazi, ma abitarli, magari con leggerezza.

Nelle nostre scuole vengono spese le migliori energie non per i migliori ma, seguendo un ricatto sociologico-piagnone, i meno talentosi e che si traduce in un generale “volare basso”.

Arte e “creatività” non sono esenti da questo sistema, anzi, sono diventati paradigmi della cancellazione della qualità perchè in definitiva si pesca su concetti errati di aleatorietà ed impermanenza.

Anche qui, per accontentare tutti, si “vola basso”, guai a rappresentare le differenze se non siano prederminate dal successo, dal mercato e dal glamour.

Il gioco competitivo dell'”esserci”, piuttosto che dell'”essere”, spinge molti a tarpare l’altro, visto come minaccia alla propria (infantile) territorialità che, seppur piccola ed insignificante, viene vissuta ansiosamente come ragione di un narcisismo sociale di tipo primario.

È sempre l’insicurezza di una propria identità a determinare il “campo” di un possesso e di un potere, per quanto microscopico, e che non può esporre la propria fragilità.

Aggiungerei la folta schiera degli psicolabili che attraggono irresistibilmente da qualche decennio persone pur intelligenti e colte che scivolano volentieri nella scoperta di un nuovo Victor dell’arte, fedeli, ma fuori tempo, di Jean Itard (ma senza la sua pazienza “illuminista”).

Il sistema della formazione e quello dello star system, pur partendo da ambiti diversi, sembrano condividere il medesimo appetito: azzerare e desiderare il ricominciamento, annullare le concatenazioni e, soprattutto, svolgere il gioco più facile e fascinoso che consiste nello sferrare colpi d’ascia alla cultura occidentale, sognando di volta in volta un salvifico mattino. Morettianamente: facciamoci del male.

Dimenticando però, e qui avanzano i paladini del pensiero psicolabile (postdebole), che la cultura occidentale ha pensato anche l’impesato, e che nel suo procedere ha disseminato tutti i segni del suo autoannientamento, in forme artistiche sublimi. Lo ha detto nella forma e nella lingua che le era propria.

Siamo in ascolto di altre lingue, naturalmente.

Perchè ripeterci nel vintage e nella ricerca molto trendy del solito “altrove” quando abbiamo capolavori della nostra sconfitta?

Mendini e Dorfles: Eternità

venerdì, aprile 23rd, 2010

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antonio marchetti monumenti in scatola2

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Due notizie ci colpiscono e le mettiamo in relazione. Il centesimo compleanno di Gillo Dorfles e la nomina del nuovo direttore della storica rivista “Domus”, Alessandro Mendini.

Due notizie che attivano memorie post-adolescenziali di molti di noi. In effetti in libreria e negli scaffali tiriamo fuori i numeri di “Casabella” degli anni Settanta, ove Mendini era direttore, e i vecchi libri Einaudi di Dorfles, e non possiamo non provare un senso di benessere.

Il tempo si è fermato in Italia e questo tranquillizza non poco.

Che bello rivivere quegli anni senza la vertigine della contemporaneità! Che bello vedere questi vecchi ancora in trincea a ricordarci le avanguardie e la nostra gioventù!

Che bello non pensare ma solo ri-pensare!

Non so cosa provano i giovani ma il messaggio è molto chiaro: il nuovo sarà mediato dai vecchi, che non riposano mai, ed apparirà più accettabile e sedato. La fatica dei giovani troverà spazio solo nella mediazione con il vecchio, con i vecchi. Ma a cosa servirà?

Collezionismo. Ossessione riminese?

lunedì, aprile 19th, 2010

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antonio marchetti archive

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Tra i vari parametri, diciamo “estetici”, con cui il collezionista americano Joseph Herman Hirshhorn sceglieva le opere d’arte uno ci colpisce inaspettatamente: “scelgo il quadro che mi fa sentire debole”.

Dopo una rapida ricognizione da un mercante d’arte Hirshhorn sceglieva le opere e diceva semplicemente “me li incarti”.

Qui il potere d’acquisto sta in posizione frontale rispetto al potere dell’arte, ben oltre le considerazioni affascinanti di Simon Shama.

Sentirsi deboli può voler dire tante cose.

Ad esempio il collezionista non ha molto tempo, tuttavia diffida degli intermediari, mentre oggi gli Art Advisors proliferano e interfacciano il sistema dell’arte. Hirshhorn non ha tempo, segue dunque un “istinto” e messo di fronte  a ciò che lo “indebolisce” decide di acquistare.

Naturalmente il principio di debolezza di un uomo forte e potente come J. H. Hirshhorn deve fare i conti con il principio di autorevolezza di un artista e del suo lavoro. Autorevolezza spesso non ancora “sancita” dal Mercato e dal Sistema, o dalla Società dell’arte, un’autorevolezza ancora debole.

Siamo in un periodo storico americano ove collezionare l’arte significava anche affrancarsi una storia ed una cultura che veniva avvertita ancora deficitaria. Il nuovo mondo (ove la parola “mondo” sta anche per “mondare”, rinascere) vuole farla finita una volta per tutte con il vecchio complesso di colpa nei confronti dell’Europa (rileggersi, magari, “L’americano” di Henry James). Tuttavia si tratta di un istinto che previene, poi dispone, inevitabilmente, il Mercato. Hirshhorn era attento agli artisti giovani (chi acquista muove dei pezzi nello scacchiere allo stesso modo di chi vende, o rivende) e giocava sulla quantità, per non sbagliare. Questa quantità, il più delle volte, apre al principio di dépense, del puro dispendio che ha smarrito lo scopo. Ma nel caso di Hirshhorn il dispendio e l’accumulo si arrestano nella “debolezza”. La quantità è come frenata di tanto in tanto dallo scemare delle forze di fronte a “qualcosa”, che viene avvertito come unico, esemplare.

Ci sono opere d’arte troppo “forti”  e “potenti”, verso le quali non è consigliato opporre troppa resistenza? Cos’è dunque questo qualcosa?

Sale alla memoria quel nazista pazzo, sadico e criminale del generale Tanz, serial killer di prostitute, nel vecchio film di Anatole Litvak “La notte dei generali”. Tanz di fronte ad un autoritratto di Van Gogh guarda allo specchio la sua tabe, perde le forze; il suo potere pare dissolversi nelle vertiginose spire pittoriche dell’artista olandese.

Anche questo è un modo per sentirsi deboli.

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vedi iniziativa su:

http://www.percorsiestravaganti.it/PerCorsi%20EstraVaganti,%20galleria,%20attività.html


Aforismi di primavera 2010

lunedì, aprile 12th, 2010

antonio marchetti double

Si spera che chi guida a folle velocità sia donatore di organi.


Gli artisti sono una razza in via di distinzione.


I Musei, per nascere, hanno bisogno dell’orrore.


L’artista silenzioso prima o poi te la farà pagare.


Io non cerco. Tuttavia non trovo.


Se tutti gli artisti del mondo si dessero la mano avremmo un mondo peggiore.


Se un poeta è inascoltato gli fa bene.


Due poeti uccidono il terzo.


Se in una tavola di poeti non c’è niente da mangiare si mangiano tra loro.


Se per molti esiste un disegno del destino a me è stata riservata una intera pittura.


I riminesi  rispondono volentieri alle domande ma solo in presenza dei loro avvocati.


In carcere i giovani leggono il Vangelo credendo che lo abbia scritto Stephen King.

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©Antonio Marchetti

Il collezionista si è fermato a Rimini

martedì, aprile 6th, 2010

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quarto potere variosondamestesso

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Nel leggere il testo di presentazione sul ciclo di incontri sul collezionismo promosso dalla galleria Percorsi/Arte Contemporanea di Rimini – il titolo è : “Collezionismo. La magnifica ossessione” – immediatamente mi sono tornate alla memoria alcune immagini di Citizen Kane di Orson Welles:  le lunghe sequenze dei magazzini della dimora-castello di Charles Foster Kane, Xanadu. La mostruosa collezione di oggetti d’arte del magnate americano, molti dei quali ancora imballati e piombati in enormi casse di legno.

Per questa lunga, delirante, panoramica piranesiana quasi finale valgono le considerazioni di Walter Benjamin circa la liberazione dell’oggetto dall’insieme delle sue relazioni funzionali attuata dal collezionista.

Il castello Xanadu è in realtà quello di San Simeone del collezionista Hearst, e la sua patologia predatoria dimostra che la realtà supera l’immaginazione di Welles. Lo stoccaggio delle opere messo in pratica da William Randolph Hearst, negli innumerevoli suoi magazzini sparsi per il mondo, ci ricorda un cimitero. E i cimiteri hanno sempre avuto un fascino a cui è molto difficile sottrarsi.

Facciamo un piccolo esempio attraverso la miniaturizzazione di una collezione.

Ammettiamo che io decida di collezionare matite, con alcune caratteristiche che dovranno “marcare” la mia raccolta: essere matite che provengono da tutti i paesi del mondo e che rechino un segno grafico che definisca la loro provenienza (città, luogo, museo, istituzione, negozio). Terrò le mie matite appuntite in un cassetto, o in bacheca, o allineate in piedi come tante piccole lapidi che si ergono nel mio “campo” sacro, nel mio cimitero. Non mi sognerò mai di usarle per disegnare o scriverci. Ho raccolto le matite organizzandole seguendo un Rigor mortis tutto mio. Ho salvato e conservato le matite dal consumo e dalla dispersione, ma al tempo stesso ho sottratto loro la funzione. Chiunque decida di collezionare qualcosa, anche acquistando qualcosina dal giornalaio, dovrà prima o poi munirsi di “vetrinetta” o camposanto domestico. È solo questione di scala.

Che sia l’ala della morte (nelle sue infinite “nuances”) a volteggiare sulla testa di un collezionista lo scopriamo nelle forme estreme, come in quelle di Ryoei Saito che voleva essere rinchiuso nella bara insieme al suo “Gachet” di Van Gogh e con questi bruciato. Qui l’idea di sottrarre al mondo la funzione di un’opera d’arte (o almeno la sua “esponibilità”) si affastellava in epoca ancora pre-globale alla tradizione giapponese di rendere “invisibile” le collezioni, di coprire e conservare gli oggetti preservandoli dallo sguardo “pubblico”.

Fortunatamente i grandi collezionisti sognano cimiteri più grandi, fondazioni e musei aperti a tutti, progettati da archistars che garantiscono l’immortalità della loro avventura. Soprattutto l’immortalità del loro nome.

I Musei di oggi sono, e saranno, i nuovi cimiteri della contemporaneità?