Archive for febbraio, 2011

Locus solus

lunedì, febbraio 28th, 2011

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marchetti-gambalunga

Una felicità semplice, fatta di un lavoro dignitoso, della possibilità dell’individuo di provare quanto vale. Di ricevere quanto merita. Non è il sogno di un paradiso inesistente ma di un luogo un po’ diverso, dove l’ingiustizia, il favore, la raccomandazione del potente di turno o addirittura un posto in consiglio regionale o in parlamento, non esistano più.

Roberto Saviano

Saremo costretti a mangiarci anche noi i maestri, gli eroi, i portavoce della legalità; già si comincia. Un cannibalismo inevitabile, contenuto nei media e determinato dall’esposizione stessa degli eroi, soprattutto se gli eroi si incamminano verso il  mito, con la loro funzione riparatrice, di ricomposizione sociale e di attivazione di coscienze; miti necessari. Sarò sempre dalla parte di Roberto Saviano. Già questo mio enunciato lo trovo stupido ed impoverente. È la gabbia in cui sono costretto a scegliere, una limitazione della mente, una condizione tutta italiana ove sono libero, ma in uno spazio pressurizzato. Nelle grandi opzioni (Bene/Male, Mafia/Legalità, Giudici/Imperatore porno-pop, Saviano/Presidente della Mondadori e così via) c’è poco da discutere, stiamo dove siamo sempre stati, già da adolescenti: nel giusto e nella verità, anche con quegli antichi paraocchi ideologici. Non si può ignorare il fatto che in questo modo ci si impoverisce; subiamo perenni bicromie a stesura piatta, non per scelta stilistica, ma per imposizione del negozio di colori. Mi impoverisco nel compulsivo bisogno di informazione; più sono informato è più mi inaridisco mentre nei talk-show mi si invita a prendere coscienza acquistando un libro che viene pubblicizzato, o per andare a vedere quel film, quel teatro. È alquanto raro che un ospite televisivo non sia legato ad un business editoriale o mediatico, in senso buono, come sono buoni il successo ed il glamour. In queste barricate mediatiche tra grandi semplificazioni oppositive, dopo che sono scomparsi i partiti e le ideologie che ci chiamavano a prendere posizione, in questa immediata richiesta di una scelta sembra contenuta una forma di dominio di massa, la creazione di menti prigioniere. D’altra parte ad impoverirsi è la letteratura stessa, che deve soccombere a quella “eroica”, di “indignazione”, mobilitante, che si vende di più.

È impressionante la mole di energia economica, pubblicitaria, editoriale  e mediatica, che il declino italiano mette in campo. Per non parlare delle grandi manifestazioni di massa, sempre più originali e già confezionate per il  messaggio-massaggio dei media. Allo stupore della stampa internazionale circa l’accettazione passiva degli italiani dello stato esistente, corrisponde il mio stupore circa il grande business della “vergogna” e dell’”indignazione”, con le alte percentuali di share televisivo ove sono protagonisti gli eroi, con imponenti investimenti pubblicitari. L’accellerazione antropologica degli italiani, distorta e drammaticamente devastante, è stata determinata dalla televisione; tale rimane. Gli anni ideologici ci spingevano sino al conflitto interiore, sconciavano identità. Le grandi narrazioni televisive oggi semplificano i conflitti e ricompongono identità falsamente semplici. Identità spendibili nel mercato. Non eravamo così. Eravamo complessi. L’Italia è un disastro anche per questo: il sistema democratico collassa, ma sul collasso si fanno affari. Abbiamo firmato di tutto sul web, tutte le petizioni possibili. Non scendo in piazza da anni, per me la piazza è il caffè la domenica, o il mercato del sabato e a volte quello dell’antiquariato una volta al mese. Basta, la piazza delle nostre città è fatta per la vita e non per la controvita. Vorrei  una felicità semplice, alla Saviano. Desidero essere normale, quasi un qualunquista, un qualunquista informato, un qualunquista responsabile. Con un’etica, parola magica. Le grandi opposizioni valgono ora, ma domani, quando questo laboratorio italiano della latrina eliogabalesca forse verrà smantellato, nella speranza di un ricominciamento di cui dubito, chi mi garantirà la libertà, la sfumatura, la voce fuori dei due cori, l’autonomia di pensiero, l’audacia di essere contro per dire finalmente a qualcosa? Chi, chi lo garantirà? Coloro che oggi si professano i “conservatori” della legalità? Quale lingua parleremo? Quella piana ed equilibrata, moralmente depurata ed eticamente corretta (corretta dall’editor, anche), quella che oggi è lingua oppositiva e che contiene una prefigurazione di futuro e di nuovo ma che forse è solo movimentazione resistenziale e conservativa di norme costituzionali, a cui sino a ieri prestavamo una distratta attenzione? Nondimeno, la facilità con la quale viene sconciata ed attaccata da virus letali la regolamentazione istituzionale, dimostra non solo la nostra consueta distrazione storica concernente la “cittadinanza”, ma anche la debolezza degli anticorpi, oggi sfibrati in una estenuante e sorprendente “testimonianza”, spesso perdente ma che tuttavia deve farsi carico di carenze fondative. Gustavo Zagrebelsky ci mette in guardia circa l’uniformità della lingua, spia di una degenerazione della vita pubblica, e di quella politica. Ma la lingua che si contrappone alla degenerazione ed alla corruzione della vita pubblica è anch’essa spia di qualcosa: debolezza e monotonia, slogans e ripetitività, nuovi ricatti ideologico-consumistici, riduzione del cittadino a spettatore-consumatore, riduzione della tavolozza cromatica della lingua.

Una vera decostruzione della lingua del tempo presente la si fa con una lingua “altra”, che non abbiamo.

Fellini e Flaiano

domenica, febbraio 13th, 2011

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il bidone

Copertina originale de ‘Il bidone’ con schizzi e disegni di Flaiano e di Fellini. Fondo Flaiano, Lugano (dal numero monografico di “Cartevive” – catalogo della mostra di Lugano in omaggio al centenario della nascita di E. Flaiano – n.45, novembre 2010, p.66)

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A cosa serve una Fondazione? Ad indebitarsi. Ennio Flaiano in questo caso direbbe che Fellini non riposa in pace, almeno a Fellinia, con le cambiali da pagare. Tuttavia anche lui, a Pescara, con l’Associazione  ed il Premio a lui intitolato, non se la passa tanto bene. La Fondazione Fellini lavora, non c’è dubbio; il maestro cerimoniere Dott. Boarini, mi ricordo, si dava un gran da fare. Con il nuovo Direttore vedremo; ma con i Professori e i Dottori bisogna andarci cauti. Il mio disamore per questa Fondazione nacque diversi anni fa all’anfiteatro romano di Rimini, in una proiezione estiva del Il Bidone restaurato. La “chiacchiera”, per usare una parola alta e filosofica, si esercitava sulle dicerie del tasso alcolico del grande attore Broderick Crawford sul set; non venne mai citato Flaiano che aveva lavorato alla sceneggiatura con Tullio Pinelli. Una serata provinciale: parlava chi doveva tacere, chi doveva parlare non c’era. Già allora mi accorsi che si lavorava poco, con il consueto delirio di grandeur, e maluccio. Riportiamo non a caso la copertina originale de Il Bidone con schizzi e disegni di Flaiano e Fellini, conservata nel Fondo Flaiano di Lugano. Si tratta di una sintesi narrativa a quattro mani molto preziosa, che parla da sola.

Probabilmente la responsabilità, per una “piccola” parte  –  dipende dai punti di vista – ce l’ha il Morto da vivo. La prima edizione delle sceneggiature dei films di Fellini, nelle edizioni Cappelli del 1963, conteneva i nomi degli sceneggiatori; in quella einaudiana del 1974 gli sceneggiatori spariscono. Perchè? Flaiano era morto (1972). Più recentemente la Fondazione Fellini ha organizzato un convegno dal titolo “Pinelli e gli altri”, ove Flaiano evidentemente stava dentro “altri”. Flaiano, intimamente,   considerava Fellini un uomo futile. Forse in forma inconscia Rimini-Fellinia non può permetterlo, per quanto della futilità questa città con vocazione turistica ne è diventata  la capitale. La Fondazione riminese e l’Associazione pescarese hanno in comune, per i reciproci morti, i premi e il mare Adriatico anche se, per ironia della sorte, i nostri Maestri si sono ritrovati vicini nel Tirreno, bagnandosi spesso insieme in un mare opposto.

Il Premio Fellini e il Premio Flaiano, come tanti altri in Italia, hanno l’obiettivo di raggiungere massimi risultati con il minimo sforzo intellettuale. Con sforzo economico notevole. Si punta al glamour, con le prospettate “ricadute” “turistiche” ed economiche per la città. Le “ricadute”, per i residenti e le cosiddette nuove generazioni di riminesi, sono dubbie. Sul piano formativo scarse.  La Fondazione Fellini ha lavorato poco con le scuole. Saccenteria e snobismo animano la ricerca del glamour, ove intelligenti e cretini operano insieme. I nostri ragazzi poco sanno dei films o delle colonne sonore di Nino Rota. I Premi puntano a qualcosa di grande, mirano all’evento, e credo che la parola “Evento” abbia origine nell’antico postmoderno proprio a Riminum. Ancora oggi è oggetto di convegni, tipo “L’evento che verrà”. Stanchi post damsisti fanno ancora giochini di enunciati anni Ottanta del secolo scorso: “Eventi del futuro e futuro degli eventi”. Ma chi le pensa queste cose? Il presente? Cancellato, obsoleto, scapolato; si punta al futuro. La “macchina” del futuro indebolisce noi desueti viventi, che si tenta di costruire qualcosina, così poco glamour, per l’oggi. Ecco perchè ci si indebita e si rischia il fallimento; perchè si pensa in grande. Quando si pensa in grande si sciala, si sciala e ci si diverte. Ci si diverte e si dibatte con lo specchio. E si fa deserto. Incapaci nel nuovo (troppo rischioso), si preferisce triturare il corpo morto del grande innovatore del passato interrogandolo con le tecniche di Mesmer. Fellini e Flaiano hanno lavorato e prodotto le cose migliori nell’Italia del benessere. In quell’Italia si annidava il futuro che è stato; lo hanno visto, in gradazioni diverse. Nell’Italia del malessere, i Grandi Morti sono diventati merce politica, pretesti per lo sperpero, alibi per narcisismi fallimentari, Icone usate nell’autoreferenzialità intellettuale. La Fondazione Fellini forse dovrebbe sparire. In una edizione della Sagra Malatestiana vedrei volentieri le proiezioni dei films di Fellini con l’orchestra dal vivo che esegue le colonne sonore di Nino Rota. Non si tratta solo di creare un climax particolare, ma mettere in contatto due manifestazioni, che hanno in comune anche gli stessi soldi, Fondazione Cassa di Risparmio e Carim che, oggi, mentre scriviamo, è commissariata e sottoposta ad indagini penali e fiscali. Unire musica e cinema in omaggio a Fellini è difficile perchè “connettere” due “lobby” significa mangiare meno. Infine: costruire una memoria felliniana partendo dalle scuole.

E ancora: mi affiderei alla Biblioteca Gambalunga, e aprire qui un Fondo Fellini, gestito da personale competente ed in grado di “custodire” e “valorizzare” il patrimonio del nostro Maestro.

Restituire ad una grande biblioteca pubblica ciò che è memoria documentale di un concittadino celebre. Affidarla, insomma, a professionisti, riunendo un fondo biblioteca e cineteca Felini in un unico luogo.

I parassiti diminuirebbero, la politica ci perderebbe. Ma la città ci guadagnerebbe. Ma quale città?

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Ottimo e abbondante. Una riflessione dai pensieri lunghi. Ciao.

Massimo Palladini