Archive for agosto, 2011

Pensioni, riposo, nuda vita.

martedì, agosto 23rd, 2011

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Marchetti anker.

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Sino a qualche anno fa, la parola “pensione” per me rappresentava qualcosa di lontano, e persino disdicevole. Devo ammettere che a questa mia avversione generazionale sul termine “pensionato”  contrapponevo, quasi ideologicamente, illusori campi di battaglia e bandiere etiche da piantare nella terra di nessuno. L’ideologia, come la fede, crolla di fronte alla verità. Da anni non ho più nulla da dire in proposito.

Colleghi, ancor giovani, anno dopo anno, recitavano il mantra: “Non vedo l’ora di andare in pensione”. Non mi piacevano.

Potete immaginare, con questa quotidiana contabilità, quale apporto positivo potevano dare al lavoro ed alla comunità (cose in cui ancora credevo), con tale attegiamento dimissionario, simili persone. Erano vincenti, furbi, opportunisti. Da destra e sinistra uniti per fottere lo Stato, uniti anche ideologicamente contro lo Stato.

Era appena ieri, cari moralisti etico-fighettini di sinistra Fotti & Magna!

Così, con 16-18 anni contributivi prendono ora  una pensione da oltre vent’anni, e tra dieci il loro mensile supererà oltre tre volte ciò che hanno versato. Se si parla oggi di aspettativa di vita per loro sarà di anno in anno una magnificenza. Per altri, per una generazione di mezzo (tolta di mezzo?), che si è data da fare a vent’anni, colpita da riforme ansiogene, ci sono aspettative di morte.

In questo Paese sconnesso e paradossale ci sono persone che con la sola distanza anagrafica di 5 anni vivono mondi diversi. Un cinquantenne pensionato siede comodamente al bar insieme ad un sessantenne che andrà in pensione tra cinque anni. La pensione del primo è stata rivalutata; l’altro, quando ci andrà, vedrà la sospensione di un passaggio contrattuale ed il congelamento degli scatti di anzianità. Questa è l’Italia, un Paese affetto da sconnesione psichica, un Paese crudele ove le diseguaglianze convivono nello stesso bar. Questo governo rappresenta in pieno, raggrumandone le malattie storiche, questa patologia genetica dell’iniquità.

Ma l’idea di pensione non può essere ridotta al solo esercizio di contabilità.

Al termine “pensione” preferirei “messa a riposo”. Riposo inteso come merito di una vita attiva, che con il riposo certo non si interromperebbe ma potrebbe indirizzarsi ad altre cose vitali (e contributive). Una vita, degna di essere vissuta, dovrebbe essere così ripartita: un quarto tra infanzia ed adolescenza, due quarti di lavoro, un quarto di vuoto. Un vuoto libero e pagato.

Gli ideologi dell’aspettativa di vita, angeli della morte, becchini (che al contempo tagliano sulla sanità e servizi per spingerti a morire e risparmiare), fanno calcoli come potrebbe farli un demente. Si potrebbe aggiungere ( e la cosiddetta opposizione non arriverà mai a questo…) qualche salvaguardia sulla qualità della vita della persona, sul tempo-vita che non ha prezzo; su quel tempo “liberato” dal lavoro che annuncia una vita ripensata.

Ma la “vita activa” o la “nuda vita”, qui non sono contemplate.

Di conseguenza ci ritroviamo in una trappola paradossale che ci siamo costruiti.

Da un lato la disoccupazione e l’enorme difficoltà di entrare nel mercato del lavoro (ma anche coloro che non “vogliono” lavorare), dall’altro  il Gulag del lavoro, il lavoro imposto, i “prigionieri” del lavoro, che non possono lasciarlo, pur avendone maturato i diritti.

L’Italia è questa:  lavoro coatto per una generazione, porte chiuse per la nuova. Ma se la nuova intende comportarsi ancora così, “bamboccioni” nella via di Damasco, non piangerò domani per la loro povertà.

Pare che la vita non abbia valore: non la vita dell’uomo distribuita in anni faticosi, non la vita vissuta. Il demone dell’ideologia cattolica  protegge un embrione, ma non l’uomo fatto…

Occorrono oggi disubbidienze personali, individuali; microribellioni e destabilizzazioni in piccoli ambiti, spostamenti minimi. Oltre lo sciopero, obsoleto. È il tempo dell’individualità, del soggetto. Tanti piccoli “no”, a costi zero.

Anche se i costi psicologici per molti, nel dire un semplice no, sono insormontabili, abituati al gregge.

“L’ambiguità”, di Simona Argentieri. E altro…

giovedì, agosto 18th, 2011

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antonio marchetti persons

Peccato, un vero peccato, che un libro così arrivi con quasi vent’anni di ritardo.

Lo avremmo preferito prima, quando si procedeva per intuizioni e sensorialità individuali, quando ci dicevano: “sei esagerato e negativo”, mentre si svolgeva la grande festa del nuovo esserci, quando  il grande giornalismo (penso al compianto Giuseppe D’avanzo) già rivelava la menzogna collettiva. Altre figure rivelavano “il narcisismo irrisolto” mentre la psicoanalisi dormiva. Il grande reportage giornalistico ha fatto molto di più. Il libro dell’Argentieri arriva in ritardo scandaloso all’appuntamento. Vi arriva splendidamente, certo, ma lo leggiamo con gli occhi conficcati dietro la schiena. Il primo capitolo del libro, “la malafede come nevrosi” annuncia un esordio di grande interesse soprattutto quando ci si riferisce ai soggetti, al “lettino, come la studiosa ancora li definisce. Successivamente, nella “diluizione” sociale e collettiva, tutto sembra via via indebolirsi andandosi ad intrecciare ad uno sguardo ombelicale ove la psicoanalisi guarda se stessa e fissa i suoi punti di ricerca, pur con una onestà sorprendente quando, a proposito della “malefede” l’Argentieri scrive: “… il problema maggiore è che purtroppo neanche gli psicoanalisti sono al riparo dal rischio della malafede, sia come singoli terapeuti, sia come membri di istituzioni. Paradossalmente, per chi conosce i ‘trucchi’ dell’inconscio è più forte la tentazione di interpretare a proprio vantaggio la realtà e i conflitti con gli altri.”

Gran parte del libro vuol fare i conti, ma non più di tanto, con la propria disciplina, e leggere anche la contemporaneità. Ma allora a chi si rivolge? Più o meno inconsapevolmente – al di là di brillanti enunciati, alcuni memorabili – elegantemente, e con riferimenti storici puntuali – inconsapevolmente e “ambiguamente” la psicoanalisi sembra ritirarsi, non essendo più in grado di proferire enunciati chiari.

Si maschera – e maschera il mondo – in un fraseggio ove il senso è come occultato. Nei momenti in cui ci aspettiamo qualcosa, una “decisione”, una “scelta”, “un affondo” (sì, affondare, entrare nelle viscere con il rischio dell’errore professionale-accademico), il libro ci lascia afflosciati nella delusione. Ma sono anni che è così. Titoli accativanti e seducenti, un capitoletto appena avventuroso ed il resto conformista e consolatorio. Un vero peccato. Quello che manca in questo libro lo scriveremo tutti noi nelle nostre esperienze quotidiane. È un libro stimolante. Ma abbiamo bisogno di ben altro. Siamo bisognosi di skandalon.

L’agosto nazionale a scuola del rancore

giovedì, agosto 18th, 2011

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marchetti-cattelan

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Gli psicolabili ministri di Eliogabalo-puttaniere (lavoro e pubblica amministrazione) devono ancora smaltire il loro rancore storico e portare a termine il progetto contro l’Italia. Uno di loro ricorda vagamente Joseph Paul Goebbels, per via di menomazioni fisiche che dobbiamo scontare al suo posto, e per la risoluta aggressività verbale. Il lavoro da fare è smantellare la maggiore rappresentanza sindacale (altre si sono già vendute) e la componente sociale dei dipendenti statali (elettoralmente poco significativa per il pornodivo al potere), oltre ad insultare e disprezzare il precariato nel lavoro (quasi 4 milioni di italiani). La sicurezza di questi uomini di Stato, piccoli quanto pericolosi – forse pericolosi proprio in quanto piccoli e banali – è dovuta alla loro fedele appartenenza alla cupola di Eliogabalo-puttaniere che considerava la crisi economica sino all’altro ieri una percezione psicologica, un disturbo ottico. Il prezzo che oggi si chiede di pagare per la credibilità dell’Italia in Europa prevede lo smantellamento di progetti esistenziali di una generazione che ha lavorato per i due terzi della propria vita mentre consegna i giovani ad un futuro oscuro senza prospettive. L’Italia che lavora, che ha lavorato, che vorrebbe lavorare è consegnata nel tritacarne della “credibilità” accellerata. L’altra Italia, ma che è mescolata ambiguamente a questa, ha partecipato all’illusorio festino ingozzandosi di falsità e pulsioni predatotorie alle spalle degli altri. In generale si rimane chiusi nel recinto blindato della famiglia, che va dai genitori ai nonni, proiettando (ancora!) nei figli progetti al di sopra di ciò di cui oggi avremmo bisogno, prolungandone l’adolescenza sino ai trent’anni. Cosa mai avrebbe detto di così scandaloso la buon’anima di Padoa-Schioppa appena qualche anno fa? Il bertinottismo ieri ed il grillismo oggi, insieme ai “puri” di facebook con doppia vita, aiutano nella demolizione di ciò che eravamo e avremmo potuto essere. Qui ormai si aggredisce la nuda vita, la nostra individualità, spaesata e muta, orfana di riferimenti. Come le tragedie familiari e le morti dei nostri anziani tutto avviene sotto il sole satanico di ferragosto, nell’Italia in ferie (per chi può), in un momento in cui siamo deboli. Quando una risposta ci sarà forse sarà troppo tardi. Il buon Vendola prevede un festival di scioperi, che per un dipendente della scuola significa una perdita giornaliera tra i 70-90 euro; altre forme più incisive e meno penalizzanti il poeta salentino non ne propone. Nel sito della FLC- CGIL questo annuncio: “Aspettando l’autunno, il punto della situazione. Sospeso nella settimana di Ferragosto l’aggiornamento quotidiano del sito. Sempre online la rassegna stampa”.

FLC sta per “federazione lavoratori per la conoscenza”. Mi vergogno ormai di questa denominazione, non tanto per la “conoscenza”, quanto per la “coscienza”, che è sparita. A Roma, gli insegnanti trovatisi indietro nelle graduatorie scavalcati da quelli del sud si sono rivolti al Partito della Lega. Of course…

I primi giorni di scuola saranno uguali: le professoresse entreranno nella hall con i loro trolley pieni di libri di testo (utili a loro e non agli studenti); li hanno già cambiati per l’anno in corso ammazzando le famiglie. Si lanceranno istericamente nei tavoli ove sono poggiati i loro nuovi registri personali. Non faranno mai sciopero, se sono cielline tutto va sempre bene, c’è sempre un “ma” ed un “però”; sono macchine, mai stanche anche se stravolte, devono dimostrare la tenuta; mai una pausa di riflessione, una sosta critica… Accettano tutto, non sanno della sospensione del contratto perchè non conoscono un contratto. Sono anche madri, e gli allievi sono figli virtuali. Il distacco pedagogico manca, sono “coinvolte”. I loro allievi con sospensione di giudizio seguono i corsi estivi da loro gestiti e se a settembre la valutazione è minore di quella di giugno vengono comunque e paradossalmente promossi. Centinaia di migliaia di euro vengono spesi nei licei per questi corsi di recupero inutili. Per l’eccellenza, per gli sfigati bravi, non si investe nulla.

I giovani precari partecipano poco alle scelte didattiche perchè dichiarano che forse l’anno prossimo non ci saranno. Quando il loro contratto viene trasformato a tempo determinato, dopo un anno di “prova”, si sentono tranquilli e a riposo, acquistando subito il trolley per la scuola. I giovani docenti a scuola raramente portano il “nuovo”. Sono plasticamente aderenti alle convenzioni ed ai conformismi, dicono sempre “sì” nel luogo di lavoro ed hanno una sudditanza nei confronti dei dirigenti; nei collegi dei docenti non prendono mai la parola – salvo poi sfogarsi teatralmente e narcisisticamente nelle manifestazioni o sui social network – sembrano più vecchi della generazione che è andata in pensione qualche anno fa. È questo che intendo per doppia vita, o se volete: “sconnessione psichica”.

La catastrofe della formazione è anche questa!

Nel retrobottega del macellaio il finanziamento pubblico alle scuole private e le agevolazioni fiscali alle attività economiche della chiesa cattolica non vengono toccate.