Archivi per la categoria ‘Generale’

Aggiornamento. Il periodo che verrà

mercoledì, 14 settembre 2011

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antonio marchetti rimini.

Il periodo del futuro Il periodo della salsedine Il periodo cioè Il periodo della foruncolosi Il periodo delle calze a rete Il periodo del bel freddo Il periodo quand’eravamo quattro gatti Il periodo dei paninari Il periodo sfigati ma belli Il periodo del non ci vado Il periodo del riflusso Il periodo delle interminabili mestruazioni Il periodo del pudore Il periodo del walkman Il periodo degli exogini Il periodo del piatto Lenco Il periodo delle spiagge libere Il periodo dei periodici Il periodo della new ave Il periodo delle pomiciate Il periodo della morte dell’arte Il periodo delle citazioni Il periodo della forza Il periodo dei dungeons & dragons Il periodo delle gonne con le frappe Il periodo del dopoguerra Il periodo di sto bene da solo Il periodo dell’anoressia Il periodo del vino e gassosa Il periodo del tirare tardi Il periodo del 1° maggio Il periodo della fellatio Il periodo della psicoanalisi Il periodo dei pattini Il periodo del moscone Il periodo dell’ideologia Il periodo di Truffaut Il periodo delle farneticazioni Il periodo muto Il periodo del riso in bianco Il periodo delle tele ad alto spessore Il periodo dell’Einaudi Il periodo del transistor Il periodo della parrocchia Il periodo degli yuppies Il periodo delle scoregge Il periodo del non te la dà Il periodo del pompelmo Il periodo delle cartoline Il periodo delle osterie Il periodo del facciamoci del male Il periodo domani parto Il periodo di Gian Maria Volonté Il periodo dei cunnilingus Il periodo di Eduardo Il periodo dei francesi Il periodo del flipper Il periodo dello zainetto Il periodo delle sveltine Il periodo della 500L Il periodo della disco music Il periodo del Moxy Bar Il periodo di Patty Pravo Il periodo delle mostre Il periodo dell’autostop Il periodo delle femministe arrapate, Il periodo delle senza mutande Il periodo del jukebox  Il periodo della bulimia Il periodo del maschio in crisi Il periodo delle femministe pure Il periodo degli scandali al sole Il periodo degli spaghetti aglio e olio Il periodo degli Inti Illimani Il periodo di Aldo Moro Il periodo dei festivals Il periodo di Carmelo Bene Il periodo dei fascisti Il periodo dei Jefferson Airplane Il periodo dell’austerity Il periodo dei freaks Il periodo di Alighiero & Boetti Il periodo delle vergini Il periodo degli aborti Il periodo dei punks Il periodo dei concerti Il periodo dei figli Il periodo dei Police Il periodo dei cretini Il periodo faccio il creativo Il periodo dei posters Il periodo dei funerali Il periodo dell’iPod Il periodo del Muro Il periodo in tenda Il periodo della semiologia Il periodo del trendy Il periodo di lisciarsi i capelli Il periodo del farsi un culo così Il periodo dell’inchiostro di china Il periodo vedo gente faccio cose Il periodo degli stronzi Il periodo dei compagni Il periodo dei ghiaccioli Il periodo dei concettuali Il periodo di Keith Jarrett Il periodo dello yogurt fatto in casa Il periodo degli agriturismo Il periodo dei terremoti Il periodo degli aperitivi Il periodo di Pertini Il periodo di Andrea Pazienza Il periodo degli assessori Il periodo del teatro Il periodo dei comunisti Il periodo degli sponsors Il periodo dell’Altra domenica Il periodo di Sergio Leone Il periodo della fame Il periodo delle salopettes Il periodo di Brian Eno Il periodo del dolore Il periodo edipico Il periodo della bruschetta Il periodo degli acrilici Il periodo dell’infradito Il periodo di Bataille Il periodo dei festival dell’Unità Il periodo degli zatteroni Il periodo dell’uovo alla coque Il periodo dell’eskimo Il periodo sempre solo Il periodo dei quaderni piacentini Il periodo dei sandali alla schiava Il periodo che palle Il periodo del carnevale Il periodo dell’identità Il periodo del venire dentro Il periodo delle Mini Minor Il periodo tei capelli rasati Il periodo dei pubs Il periodo della Protezione Civile Il periodo dello sballo cattivo Il periodo della spirale Il periodo del mio nome è Bond Il periodo della grappa Il periodo di Accattone Il periodo delle scarpe a punta Il periodo dell’accoglienza Il periodo delle moto Il periodo del portfolio Il periodo del giubbino Il periodo non mi piace più niente Il periodo del curriculum Il periodo delle gonne con lo spacco Il periodo di Charlotte Ramplin Il periodo delle discoteche Il periodo delle Timberland Il periodo della potenza Il periodo del mi manchi Il periodo che piangevo Il periodo delle vibrazioni Il periodo del dancing Il periodo di Maciste Il periodo del Martini dry Il periodo del cinema d’essai Il periodo della sorellanza Il periodo delle fidanzate Il periodo della camera oscura Il periodo persecutorio Il periodo della Nikon Il periodo della mansardina Il periodo degli scoppiati Il periodo dell’artigianato Il periodo delle espadrillas Il periodo di Van Der Rohe Il periodo in un certo modo Il periodo del viaggio in India Il periodo del tirare tardi Il periodo delle veline Il periodo dell’Aids Il periodo tuttavia Il periodo delle serigrafie Il periodo degli indiani metropolitani Il periodo della fellatio Il periodo dell’attacchinaggio Il periodo della filosofia Il periodo dello scanner Il periodo degli idioti Il periodo delle Estati Romane Il periodo del fumetto Il periodo della pizza Il periodo della quinta marcia Il periodo di Bologna Il periodo delle gallerie che aprono Il periodo del tu non entri Il periodo dei traditori Il periodo dei vip Il periodo delle gallerie che chiudono Il periodo dei leccaculo Il periodo stupido Il periodo della mafia Il periodo delle associazioni culturali Il periodo intollerante Il periodo delle enoteche Il periodo dei periodici Il periodo di Riccione Il periodo delle vacche grasse Il periodo della colla Attack Il periodo delle bombe Il periodo di Frigidaire Il periodo dello Stadio Il periodo degli anni di piombo Il periodo di Wenders Il periodo dei festivals di Santarcangelo Il periodo dei campeggi Il periodo dell’abbordaggio Il periodo di Neil Sedaka Il periodo di Flaiano Il periodo dei cattivi maestri Il periodo dei librai Il periodo degli arrosticini Il periodo dell’orticello Il periodo della carta di credito Il periodo della luce tagliata Il periodo della cabina telefonica Il periodo cerco casa Il periodo delle scopate in macchina Il periodo dei pederasti Il periodo dei maglioni fatti a mano Il periodo Artaud Il periodo dei froci Il periodo di Hermann Hesse Il periodo delle spillette sulla giacca Il periodo pericoloso Il periodo delle sciarpe lunghe Il periodo degli omosessuali Il periodo della P38 Il periodo della P2 Il periodo della pipì fuori dal vaso Il periodo della cellulite Il periodo dei floppy disk Il periodo dei gay Il periodo di Sottsass Il periodo dell’usato Il periodo delle lesbiche Il periodo dei ceramisti Il periodo delle maniche che coprono le manine Il periodo dei supermercati Il periodo Canetti Il periodo dei viaggi in treno Il periodo di Porta Portese Il periodo dove c’era solo la masturbazione Il periodo della deregulation Il periodo di Primo Levi Il periodo di Sanremo Il periodo del divorzio Il periodo dell’ascolto Il periodo della vita bassa  Il periodo del minimalismo Il periodo di Piazza del Popolo Il periodo dell’autoriduzione Il periodo di Perry Mason Il periodo di Umberto Bindi Il periodo dell’università Il periodo dei film di Bergman Il periodo di Sandro Bolchi Il periodo dell’home page Il periodo del sacco a pelo Il periodo della stufetta Il periodo dell’ottimizzare Il periodo dell’”altro” Il periodo del politicamente corretto Il periodo di via Mascarella Il periodo del vedo gente Il periodo delle guerre giuste Il periodo dell’ECM Il periodo dei kamikaze Il periodo dell’usato Il periodo degli scrittori dell’Est Il periodo del web Il periodo del come sei in forma Il periodo del Loden Il periodo delle parrucche Il periodo sempre duro Il periodo dei video Il periodo delle ciglia finte Il periodo della carta carbone Il periodo degli shorts Il periodo dei puzzles Il periodo del design Il periodo di Gino Paoli Il periodo di Alfabeta Il periodo dell’”amicale” Il periodo dei suicidi Il periodo delle bevute Il periodo delle scarpe clark Il periodo del fare legna Il periodo del jazz Il periodo dell’alba Il periodo dei processi Il periodo dei ciellini Il periodo del gioco a scacchi Il periodo del ciclostile Il periodo del piercing Il periodo delle canne Il periodo dei ladri in casa Il periodo delle cene in piedi Il periodo degli sfratti Il periodo del nostro territorio Il periodo dei condoni Il periodo delle televisioni Il periodo dei cataloghi Il periodo la coca mai Il periodo della sodomia Il periodo dell’idrolitina Il periodo delle assembleee Il periodo dell’arredo urbano Il periodo dei docenti Il periodo delle multe Il periodo dei berlusconiani Il periodo dell’attimino Il periodo delle facce da culo Il periodo dei diari Il periodo dei debiti Il periodo del monitoraggio Il periodo delle palestre Il periodo dell’autocoscenza Il periodo degli zoccoli Il periodo della brochure Il periodo del mi consenta Il periodo del profilo Il periodo delle cravatte Kenzo Il periodo dell’art advisor Il periodo chicchissimo Il periodo Dio è morto Il periodo pensa positivo Il periodo fottiti Il periodo dei comici Il periodo vintage Il periodo di Veltroni  Il periodo dei giovani Il periodo della cineteca Il periodo debole Il periodo della Lega Il periodo del Viagra Il periodo delle badanti Il periodo che non ricordo Il periodo no global Il periodo delle rondini Il periodo del mio giardino Il periodo dei vecchi libri Il periodo osservo i gatti Il periodo dei puttanieri Il periodo del sono in forma Il periodo degli stranieri Il periodo delle moschee Il periodo mi indigno Il periodo che sfugge Il periodo che aspettiamo…

Untitled

domenica, 17 luglio 2011

the end

Giuseppucci alla Galleria Percorsi a Rimini

lunedì, 9 maggio 2011

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marchetti vuoto

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Maurizio Giuseppucci mi ha chiesto di scrivergli qualcosa per la sua mostra riminese, ora stampata nelle belle carte di presentazione pensate da Leonardo Sonnoli per la galleria di Rosita Lappi in via Serpieri. Anni fa un altro artista, amico anche lui, mi chiese più di vent’anni fa un testo sul suo lavoro, Giovanni Lombardini. A parte  costoro non ho mai presentato nulla, non sono un critico, e se scrivo di artisti molto spesso si tratta di morti. Dunque Giuseppucci e Lombardini sono gli unici “morti viventi” su cui ho scritto. Molto divertente, e piacevole, scrivere sui colleghi, amici. Il diletto sta nel dire delle verità disincantate, che alla fine valgono per tutti noi, per me.

Ma questo presuppone una idea di comunità dell’ arte che non c’è, e dubito ci sarà.

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Ecco il testo:

La bassa risoluzione di un archivio.


Il sintomo di una perdita – o di uno stato confusionale – che le “parole” di spiegazione-traduzione dell’arte contemporanea rivelano, sta nel pericoloso ritorno ad un linguaggio esoterico e autoreferenziale di cui non ne sentivamo più il bisogno, che rischia di allontanare il pubblico dal privato creativo. Oggi abbiamo bisogno di una lingua “nuda”. Il lavoro artistico di Maurizio Giuseppucci, fortunatamente, spinge alla sintesi, all’immanenza, alla logica del grande gioco dell’arte.

Internazionale, globale, costantemente connesso col mondo, cibernauta, ma  autenticamente “italiano”, artista del trauma, del naufragio e dello shock. Se poi il trauma ed il naufragio paiono alle nostre spalle le sue opere provvedono ad accorciare le distanze. Lo shock è dentro il suo linguaggio, levigato e “superficiale”, elegante e di confortevole “design”, visivamente appagante ed estetizzante, sintetico e prosciugato dalla circolazione sanguigna, shock anemico, congelato. I vampiri della Storia (e dell’Arte) sono già passati. Ma non bisogna abbandonarsi troppo all’inganno: il depistaggio è la “forma”, e viceversa. Successivamente, accettato il suo seducente invito ad entrare – che potrebbe condurre all’inferno della Storia – il pensiero ti assale e le memorie vengono in superficie, drenate in modalità incontrollate; da qui lo shock, anzi l’elettroshock che Maurizio Giuseppucci ci somministra con leggere scariche elettroconpulsivanti (attraverso la distanza formale dei pixel e di una voluta “bassa” risoluzione digitale) che agiscono nella profondità delle nostre storie rimosse, e mai ricomposte. Le sue opere richiedono una tua particolare partecipazione; sei preso al laccio, attraverso uno shock dolce;  poi sei lasciato  a dibattere con te stesso. L’opera scompare e restiamo soli, a pensare. Come soli lo siamo sempre, dietro le maschere socializzanti, autoconsolatorie, consumistiche.

Artista “italiano”. Nel suo video omaggio-congedo alla macchina da scrivere “lettera 32″ dell’Olivetti, la concettualità asettica è in verità una partecipazione appassionata alla filosofia aziendale di Adriano Olivetti, una storia italiana straordinaria che Giuseppucci innalza come vessillo contro la corruzione  contemporanea. Poi, finito di scrivere le sue cifre, si ritrae, chiude la custodia e si propone per qualche “frame” con un profilo tagliato a metà. Quanto basta. Un ritrarsi con passione.

Nell’opera “Il piatto piange”, ove immagine e funzione coincidono, rivediamo fotogrammi (frame) del film di De Sica, “Umberto D”. La distanza storica corre parallela al distacco stilistico: le immagini sono fotografate dallo schermo del computer, come se ad una bassa risoluzione potesse corrispondere un’accentuazione del sentimento patetico-archivistico. In “Dittatura Dettatura” viene riscritta una pagina di un dettato scolastico in epoca fascista e le immagini sono riprese da un cinegiornale sulla gioventù fascista. Inevitabile la declinazione, nonostante i rapporti di scala storici, ove la vocale di slittamento si fa carico del punctum: dettatura-dittatura politico-mediatica di questa stagione contemporanea.  Una questione che non riguarda solo la Storia. Per Maurizio è una questione di stile, e di tavolozza. Il rosso sarà quello leninista e maoista, l’oro quello dei memoriali, il nero il lutto della democrazia, il frammento l’improbabile museo, mentre l’ingannevole trasparenza delle sue barre in plexiglas sono la delicata piombatura-sepoltura irreversibile che l’artista imprime al suo lavoro. Piccole tombe, con ineffabili lapidi.

© Antonio Marchetti


Damien Hirst e la “Vanitas”

lunedì, 10 gennaio 2011

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marchetti ligozzi.

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Tra le più belle vanitas sceglierei quella di Jacopo Ligozzi della collezione Lord Aberconway.

Questo Memento mori è rappresentato in maniera sublime e raccapricciante.

C’è, naturalmente, l’immancabile specchio. L’ultima vanitas, che ha fatto tanto scalpore, probabilmente è quella di Damien Hirst. L’opera ha trovato in Palazzo Vecchio a Firenze una collocazione più convincente e legata alla tradizione dell’arte, si presume. Ma anche più rischiosa.

Si tratta, come molti sanno, di un teschio rivestito da 8.601 diamanti per 1.106 carati.

Un Memento mori costosissimo, aggiornato alla contemporanea caducità della vita e al mercato artistico che la riscatta. Eppure, come per Cattelan, anche per Hirst non si parla di tradizione, ma di novità, o di tutte quelle noiose varianti trasgressive sempre in affanno che alimentano il sistema. Quest’opera, spesso, non viene annoverata nel genere delle vanitas, probabilmente per “spezzare” una continuità dell’arte, immaginando terremoti molto virtuali ed economicamente redditizi; al momento. Ma questo è altro discorso.

Damien vi contribuisce, forse fingendo inconsapevolezza: “Per molto tempo ho letto solo libri scientifici, volevo fatti. Non mi interessava la letteratura”, ha dichiarato in una recente intervista di Cloe Piccoli. Questo vale anche per la letteratura dell’arte, si presume.

Lo dimostra il titolo di quest’ opera: For the Love of God, che risulta alquanto banale rispetto all’impatto che l’opera dovrebbe provocare. Un  titolo molto global, buono per tutte le stagioni e geopolitiche connesse.

In queste incursioni Hirst sarà costretto prima o poi a studiare un pochino, ed interessarsi di letteratura (dell’arte), o affidarsi a consulenti più colti.

Hirst dà un valore autentico alla sua opera, vuole “fatti”. In Ligozzi la ricchezza è puntigliosamente dipinta ed un esperto potrebbe farne conto. Nel suo passaggio storico Hirst è costretto ad esibire ed usare “fatti”, il valore vero dei diamanti. Con un valore aggiunto: l’opera.

Forse Giancarlo Politi (enigmatico, ondivago ed intelligente direttore di Flash Art) scegliendo quale icona di augurio, per le feste e per l”anno nuovo, il teschio diamantato di Hirst, vuole indicare l’effimero dell’arte come nella vita. Chissà se è vero. Ci credo poco.. Siamo in un doppio gioco. Quello dell’arte.

Quella profondità nella storia europea, che aveva prodotto quel genere pittorico, oggi si dispone nella superficialità pubblicitaria. Un genere “mascherato” dall’ignoranza, con l’artista che ne sancisce la “casualità”. Non è un caso che Damien dichiari il suo “amore” per Warhol. Lo sapevamo.

Quello che non si accetta è il rattrappimento o il silenzio autocastratorio dei nostri saperi e delle nostre complessità critiche di fronte ad un’opera e ad un genere  che nel Seicento europeo era molto frequentato.

Che si collochi, almeno, il nuovo nella continuità-discontinuità, con qualche pensiero intelligente!

Ma, purtroppo, i “curatori” si sono sostituiti ai critici di qualche anno fa. All’intelligenza di un potere oggi abbiamo il servilismo stupido ad un potere, fondamentalmente analfabeta sull’arte.

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Hirst-Politi.

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Un commento di Rosita Lappi.


Il teschio di Hirst. Concordo sulla smemoratezza che aleggia sull’arte contemporanea, che si priva, per quello che sembra una snobistica estemporaneità concettuale, del sedimento storico e antropologico e quindi dello spessore concettuale delle opere. Quante si reggerebbero senza la superficiale e glamourosa girandola mondana del sistema dell’arte, a cui preme solo esporre il potere e fare girare dei soldi?

Qualcosa si, molto altro no.

Mi sarei fermata qui, persuasa che il tentativo di suggerire una vanitas oggi non ha più forza dichiarativa nè rituale, banalizzata dal frullatore mondano.

Ma ieri sera ho visto sul sito di La Repubblica un’altra opera diamantifera di Hirst, lavorata sul cranio di un neonato, con puntuale valutazione in soldoni. Dopo lo sgomento iniziale ho visto altro, qualcosa di ancestrale e primitivo rivestito di un abito luccicante e abbagliante, che quasi ne mascherava il senso. Ho pensato ai teschi Maya con gemme incastonate, ma prima ancora ai teschi primitivi su cui i sopravvissuti intervenivano con procedure di impronta per ricreare un volto, impastandoli di terra, dipingendoli, rivestendoli di nuova pelle come i crani sovramodellati di Gerico.

Il percorso è inverso, non un memento mori, con la morte che fa capolino nella vita, come nell’iconografia delle vanitas, ma la vita che ritorna a rivestire la morte, memento vitae, continua a vivere. Quell’idea dell’Uomo che “rumina la morte”, nella definiziaone di Paul Valery, fa pensare al bisogno di ruminare la vita, riimpastare e rivivificare la immota morte per fare della materia una sostanza viva, col ricreare un volto che colmi il vuoto della sua decomposizione e scomparsa.

Per Georges Didi Ubernann questo rilavorare il cranio implica una onnipotenza creatrice che rinnova il legame della morte con la vita, anche con funzione oracolare. Maschere funebri e reliquie devozionali, in diverse culture i crani parlavano, vaticinavano, diventavano il centro di funzioni religiose e rituali, scrigni di energia e potenza. Il rapporto tra forme artistiche e uso cultuale era preciso e dinamico. Oggi?

Oggi si è perso questo legame con il sortilegio dell’arte, tutto è reificato senza magia, senza spessore.

Cosa si può pensare del terribile autoritratto di Marc Quinn, fatto con pelle e sangue dell’artista tenuto refrigerato, e dunque potenzialmente vivente oltre la vita biologica del suo creatore, se viene disgiunto dalla angoscia ancestrale della morte come perdita irreparabile? Angoscia di perdita che millenni fa i primitivi hanno tentato di esorcizzare con la scoperta dell’arte.

Percorsi/Arte Contemporanea

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I nostri auguri

mercoledì, 22 dicembre 2010

Con l’anno nuovo questo Journal festeggia i quattro anni. Come augurare l’anno nuovo?

Con la politica. Italiana. È inevitabile. Ne siamo costretti. Ci fosse stato qualcosa di meglio, che non assomigliasse ad una fuga o ad una rimozione, avremmo parlato d’altro.

Avremmo parlato di futuro e felicità…

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marchetti italiana

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I Fascisti si sentono ringalluzziti ed il “ciarpame” è sempre all’attacco mentre  la latrina è ancora aperta.

Per 17 anni si è urlato al comunismo che non c’è per coltivare il fascismo che c’è.

E il fascismo che c’è non ha solo la faccia dell’ometto-orsetto caricato con batterie Duracel La Russa, o del’ipertiroideo Gasparri, o del razzista geneticamente ipoproteico Borghesio.

In questo fascismo, di cui deteniamo ancora i diritti, c’è la banalità del ministro Bondi la cui patografia ci indica quell’inclinazione da omosessualità irrisolta nei confronti del capo che lo acceca; un uomo vacuo ed insignificante che ci punisce con i suoi deliri.

Per le donne del governo lascio alla libertà interpretativa. Bondi (come altri) è uomo che non parla, è parlato.

La sensazione generale è che questi neo fascisti sono uomini screditati ed in bilico, loro stessi ne sono consapevoli, ma si rotolano nel fango con compiacimento contro di noi, e sono ancora lì, pur non avendo una maggioranza. Viviamo questo presente come se lo avessimo già alle spalle, ma senza un presente e, soprattutto, senza un futuro.

Riviviamo Bolzaneto di nuovo, contro i nostri ragazzi, ma all’aperto.

La risposta è sempre, e ancora, botte da orbi. L’ex fascista ora Presidente della Camera dei deputati, Fini, all’epoca dei fatti di Genova era ministro e sdoganava il manganello facile, le torture e i depistaggi, e le false prove.

La Polizia manifesta per le strade per avere più risorse ma vedi mai se facessero sciopero di manganello! E poi, come nel primo fascismo, ci sono i nomi ad indicare un destino: il capo della polizia si chiama Manganelli. Vocazione infantile?

Il centrosinistra e la sinistra si spappolano. Ci aveva lavorato a fondo Veltroni per anni, e ci è riuscito. Il nuovo Andreotti, D’Alema, sta dando  i colpi finali. C’è la speranza di un orecchino, che porterà probabilmente ad una gloriosa e romantica sconfitta, mentre la collana perde inesorabilmente le sue perle di vetro…

Ma nella sinistra la sconfitta trova una gloria compensatoria. Essa è rappresentata dalle cosiddette “primarie”. Questo tipo di votazioni “interne” ad un gruppo politico o ad una coalizione sono mutuate dagli americani e ricorda Alberto Sordi nelle fattezze intellettualistiche di Veltroni.

Si vince “intramuros” e ci si accorge che non solo non basta ma se ne ha anche paura. Come nel film “Un americano a Roma” la pappa americana non piace più e ci si ributta negli spaghetti. Veltroni, l’americano, ha affossato la sinistra democratica. Veltroni pensava di vincere con George Clooney e Bob De Niro in Italia, o grazie ai suoi romanzi e l’appartementino a Manhattan. L’americano ci ha affossato. Ha voluto gli imprenditori e l’imprenditore ci ha schiaffeggiato. L’americano dovrebbe scomparire, ma à ancora lì, come i vecchi democristiani (ma che bei tempi nel paradosso della storia!)… parla… parla… propone…

Tutto spinge verso Piazzale Loreto, nell’antropologia “italiota”, per poi ricominciare, in una coazione a ripetere.

Dov’è l’Europa?

Forse ci manca il pugilato. Sport scomparso. Ci manca l’agon. Quello vero, nella spettacolarità virtuale e catartica. Violento, ma con un suo stile e intelligenza. Ci mancano i grandi eroi del ring.

Buon anno dunque ai lettori  di questo Journal.

Simonetta Melani per Antonio Marchetti

domenica, 10 ottobre 2010

Marchetti City Paper

Simonetta Melani (il Grandevetro)

Con un aforisma a forma di bacio

Antonio Marchetti è cattivo.

Coltiva serpi in seno e sputa su dio e sui santi non dimenticando donne e bambini che sempre andrebbero salvati (e per primi).

Antonio Marchetti non ama il vicinato.

Attenti dunque ai vostri nani: li odia sia nel giardino che fuori come odia le petunie e l’uncinetto.

Ha un gran brutto carattere e ve ne sconsiglio caldamente l’amicizia.

Io l’ho preso per la coda e per ora regge, nonostante si dimeni (mai a destra, sempre a manca).

Io e lui ci assomigliamo poco, ma anche molto, e le mezze misure no, a noi non piacciono.

Un piccolo miracolo informatico ci fa ciechi e curiosi di noi. E noi ci facciamo dispetto nell’onorarlo.

Ci scriviamo e ci sorridiamo da anni (quanti?), ho letto i suoi libri e ne ho parlato, lui conosce la nostra rivista ed è un bravo collaboratore, ma mai ci siamo conosciuti di persona.

Confesso: ho diversi amici che amano scrivere aforismi ma non dirò i loro nomi.

C’è un principio di assolutezza nell’aforisma che lo rende scontroso e scorbutico per sua natura. Meglio evitare un incontro fra chi li crea, non credete?

Solo per insaporire gli appetiti dirò che uno sta fra pulcini, capre e cavoli, e pure non manca di un elefante; un altro sta con una gatta fra il Lungotevere e Keats come un dandy ramingo; uno – che se n’è volato via – riusciva a scrivere, pensate voi, un bouquet d’aforismi al mese, che fiorivano immancabilmente, nonostante Milano…

E’ così per questi asprigni scrittori: ognuno sceglie il luogo a suo vedere adatto per farsi il miglior cattivo sangue possibile, come ben si conviene a questo vizio.

Antonio sta fra il mare e il branco, in una striscia di cattività.

Lo vedo aggirarsi sulla spiaggia novembrina come un lupo solitario francese. Come uno di quelli che un tempo si sarebbero amati dicendoli maledetti ma che ora nessuno ama perché appunto maledetti.

È uno rimasto fregato dai tempi come molti della mia generazione (pochi sono infatti quelli che hanno conservato un’identità disdegnando il riciclo con candeggio che fa tanto figo in questi ultimi anni).

Lui è fedele alla linea che non c’è.

È un poeta della sensibilità. E la sensibilità non va più di moda. Va di moda il buon vicinato ma quanto a questo rimando sopra.

L’anima – in ragione della sua invendibilità – è salva.

Non credo di fargli piacere parlando d’anima. Ma la sua è come la mia un’anima carnale, organica, che ha bisogno di nutrirsi famelica e sta insonne a captare memorie e sogni. Guai a chi ce la tocca.

L’ho seguito. Mi son presa questa libertà.

Ama fare il flâneur sulla spiaggia deserta.

Si blocca adocchiando culi inesistenti, quelli passati già oltralpe dopo la bella estate riminese che lui a malapena grugnendo ha intravisto sfrecciare da una tapparella o attraverso il vetro di un birrino gelato al Moxie Bar.

Un sorriso dipinto fra una narice aperta e l’orecchio alato.

L’occhio va obliquo e se ne compiace.

Stiracchia le labbra.

Con l’occhio lungo disegna esatta la linea orizzontale, e così fa il cielo e dà una ragione al mare.

Dopodiché sbuffa dai denti un vapore, una nuvoletta, una di quelle che per incanto stanno su da sole fra la testa e l’azzurro.

E in questa ecco apparire per magia una serie di parole.

Ti avvicini, fai per leggere, ma lui, quasi t’avesse visto, scatta, l’acchiappa e se la mette in tasca.

E sornione, tra orme di cani e altre bestie venute ad annusare il salmastro invernale, finalmente, se ne torna a casa, gonfio come da una pesca fruttuosa.

Stende sul tavolo di cucina tutte le sue nuvole.

Se le guarda e ci ruzza come fa il gatto con la preda davanti al padrone.

Poi se le mangia.

Così nascono e muoiono i suoi aforismi.

O almeno così a me piace pensarlo.

Gli artisti si nutrono di sè, è risaputo ed è più quel che si metton dentro di quel che buttan fuori, ahinoi.

Delle nuvole resta solo l’osso. Ed è quanto ci dona.

È un dispetto nato quest’uomo.

E io lo amo così.

De gustibus.

Sarà che la carne attaccata all’osso qui in Toscana fa la bistecca, gli aforismi del Marchetti son gustosi e ci fanno gola.

Uno dietro l’altro vanno giù che è una bellezza.

Non fai a tempo di sorridere del primo che già ti acciuffa il secondo.

È un’ironia da retrobottega, riservata al buon palato.

E siamo pochi pochi.

Ma ci bastiamo.

Con questa assoluta certezza lo saluto e bevo ai suoi lavori in questa mostra, saluto i suoi amici che si fanno miei con l’augurio di star bene in compagnia di quell’acido dire che a noi tanto piace e che non si dà pace.

Baci Antonin.

Pochi. Troppi possono rimanere sullo stomaco.

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“Citycolor”, mostra nella galleria Percorsi/Arte Contemporanea. Rimini

Scrivere al mattino su Facebook

giovedì, 23 settembre 2010

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marchetti guardare con galileo.

Aprire un libro con un “torno subito”

Chiudere un libro e perdere la chiave.

I libri sostengono le pareti della casa.

Costeggio in bici l’Università. L’accumulo di sporcizia nella strada mi segnala che ieri abbiamo sfornato nuovi Dottori. La pasticceria all’angolo espone in vetrina certificati di laurea di cioccolata mentre sulle torte gli sposini sono sostituiti da “Dottore” e “Dottoressa”.

Ospedale di Rimini. Radiologia. La sala d’attesa per la mammografia ha le pareti tutte dipinte con smalto rosa, forse a ricordare che l’eventuale tumore sarebbe una lunga Notte Rosa per le donne.

Alfabeta 2.
Mi diceva con micidiale sarcasmo Gianni Scalia che la rivista Alfabeta nacque dall’incontro di un intellettuale ed un analfabeta. Dovrei pensare che la sua rinascita sia dovuta dall’incontro tra un intellettuale e due analfabeti. Il contrario?

“Ma il sale di una civiltà sono i vagabondi. Quando essi godono il rispetto che si deve al più debole è segno che il rispetto per le altre libertà funziona”.
Ennio Flaiano, Diario degli errori.

I poliziotti manifestano e scioperano. Facessero lo sciopero del manganello.

Sapevamo che gli anni Ottanta erano effimeri, questi sono efferati.

Leggere un best seller dieci anni dopo, o non leggerlo affatto.

Prima c’erano state già due sberle, quasi una dietro l’altra: il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.
Con il 2 agosto fine dei giochi, maturità forzata.

2 agosto, Erano quasi le 11, abitavo a Fermo, scendo al bar per bere qualcosa di fresco ma alla radio c’è qualcosa che mi congela. L’angoscia sembrava non finire mai…

Traumi di gioventù. Per troppi anni la scuola mi tenne nascosta la morte di Leopardi, dovuta ad una indigestione di gelati.

Siamo nella merda sino al collo? Non ancora; diciamo le spalle?

Una richiesta al ministro della cultura Bondi: mi presti la sua testa che riposo qualche ora.

Le donne sono un mistero solo per uomini banali.

Le stagioni sono cinque. La quinta è quella in cui restiamo soli.

E il bavaglio? È in tintoria.

Una signora dal fruttivendolo:«Sono buone queste pesche?»
«Lei le mangi, se poi non le piacciono me le riporti».

Essere fuori logo.

Artisti internazionali, artisti nazionali, artisti regionali, artisti cantonali, artisti provinciali, artisti cittadini, artisti di quartiere, artisti condominiali, artisti da camera.

Parole provocatorie, intelligenti, colte, aggressive, polemiche, critiche, affascinanti…  se solo le avesse detto qualcuno con altro corpo, altra voce, altro volto, altro sguardo.

Mancava la forma.

Quando si legge una poesia la si sta scrivendo.

dovevo star fermo
quando ero mobile
muovermi
quando ero immobile
con tutti i gradini alle spalle
le infinite scale consumate
una porticina mi si apre

L’arte naviga su un fortunato equivoco.

Passa il tempo, gli anni scorrono, fischia il vento urla la bufera, il sergente è sempre sulla neve, Zivago ormai congelato urla ancora Tonja Tonja… Antoine Doinel è vecchio e gira da tempo film porno e Dio non ubbidisce più come una volta, Piazzale Loreto si avvicina le fosse Ardeatine si allontanano, le gallerie sono passaggi, nei musei discreti aperitivi, Linus ha perso la copertina…

Bonjour schifesse.

Lo storico distingue, l’intellettuale si indigna, l’ostaggio fa televisione, il coscienzioso chiede il parere altrui, la scrittrice si scandalizza, il giornalista denuncia.
Tutti uniti dallo stesso editore.

Son ritornati i sandali alla schiava. O le schiave coi sandali…

Il ministro dell’istruzione università e ricerca è audioleso.

Manganello e doppiopetto (e doppiomento).

Nata una nuova scuola, Liceo don Giussani.

Disoccupazione. C’è differenza tra farsi mantenere dalla famiglia e mantenere una famiglia.

Suoni di giochi antichi… la palla Yo-Yo Ma.

Il gatto è molto permaloso, ma gli passa subito.

Era appena ieri.

Gli artisti ciellini cinguettano.

Pedro adelante con juicio

Spiacenti, vedo una sgommata sull’asfalto, andavate troppo veloci; non era questa la lentezza. Siete pregati di tornare indietro e rifare tutto il percorso, lentamente, molto lentamente…

Al museo Madre di Napoli forse mancherà l’elettricità e la luce.
Recuperare Gaston Bachelard, “La fiamma di una candela”.
Mimmo Paladino potrebbe occuparsi delle scorte.
No steariche, no paraffina, solo cera d’api;
è solo un modesto consiglio per l’artista-magazziniere.

Finito l’intreccio tra mafia e politica.
La mafia “è” la politica.

Questo è il periodo dei bei tramonti, lunghi e melanconici, con il buio però quasi improvviso in certi luoghi

Putsch fallito ad Adro. Dopo un primo momento di disorientamento le camicie verdi si riorganizzano e tentano un golpe per via istituzionale

Mi piace a volte non veder commenti a certe mie cose. Credo sia un silenzio dialogante, una vicinanza, oltre FB e persino oltre l’FBI…

Come l’arte degenerata, come i francobolli sbagliati, i manifesti ritirati della mostra di Cattelan a Milano vanno a ruba. I “guardoni” di una volta… Milano città vintage…

Basta con il luogo comune che miss Italia vuol dire testa vuota. Testasecca.

eri, mi sono dimesso per un giorno.
Mi ero dimesso da me stesso.
Non avevo scelta…

Tutti partecipi.
Tutti distratti.

Inattualità riminesi.

sabato, 7 agosto 2010

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antonio marchetti foto in città.

Tracciare solchi, ripartire la terra in campi, costruire recinti. Il contadino ha trasferito al mare la sua cultura ed ha costruito gli stabilimenti balneari come se coltivasse la terra. Il bagnino, come il contadino, è all’erta per il tempo metereologico e parla sempre di perdite, di annate buone o cattive, del raccolto turistico, di fatturato. Altri contadini hanno iniziato con la piadina, divenuto poi ristorante, o con la pensioncina, poi albergo, hotel, e così via. Recentemente è stata Rosita Lappi a risegnalarmi quell’intermezzo del famoso “Rimini” di Tondelli: Pensione Kelly Hotel Kelly.

Coltivazione intensiva in spiaggia dunque, campo dentro un campo, recinti dentro recinti con il mare lontano che sfugge allo sguardo.

In fondo, se il mare sparisse, ci sarebbe questa coltivazione a sostituirlo e si potrebbe sempre provvedere con una scenografia felliniana.

Ma, visto che abbiamo evocato Tondelli, e i problematici (ma anche felici) anni Ottanta, ripenso anche a Pazienza.

Andrea Pazienza e Pier Vittorio Tondelli mi si accostano nella memoria insieme. Sono morti giovani, sono i “caduti” del secolo scorso, ma sono anche, e lo saranno sempre più,  i nuovi eroi del terzo millennio, e come gli antichi eroi saranno ricordati da giovani, saranno eterni.

I sopravvissuti invece sono condannati alla durata, e anche se vivono intensamente il presente non saranno mai eroi; forse, per il semplice fatto di esistere, sono un ingombro in quanto vivi; salvo la retorica stucchevole dei “testimoni”, che spuntano come funghi, e si inventano un “esserci” nel passato a risarcimento di un discutibile presente.

Ci sono testimoni silenziosi?…

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In effetti i primi bagnini erano davvero contadini, venivano dai paesini dell’entroterra a “investire nella sabbia e nel mattone”. Le spiagge con magnifiche dune lavorate dal vento erano territori selvaggi piene di sterpaglie, rovi, ligustri. Il nuovo bagnino sapiente contadino dovette sarchiare, estirpare, spianare, rastrellare, delimitare, palafittare, pedonalizzare, cabinare, dipingere e ombreggiare il suo campo…. Ma ancora nessuno sapeva nuotare!!

Rosita Lappi

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essere testimone non silenzioso, superstite declamatore, serve a non essere solo spettatore.

Questo suggerisce Beppe Sebaste.

v. http://www.beppesebaste.com/articoli/tutti_testimoni.html

a presto

Leonardo Sonnoli

Il pericolo ci raduna?

sabato, 3 luglio 2010

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antonio marchetti città 01

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Nel giugno del 1935 si tiene a Parigi un Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura.

A presiederlo due grandi André,  Malraux e Gide.

Lo sfondo storico è martellato dall’emergenza. Patto franco sovietico, riarmo della Germania hitleriana, Mussolini in Etiopia.

Così apre il Congresso Gide. “Di fronte al pericolo che tutti avvertiamo, quel pericolo che ci raduna oggi…”. Gli intellettuali meno politicizzati, i distaccati e i più “individualisti” (e “narcisisti”) aderiscono all’appello. È il pericolo che li raduna.

Con i dovuti ricalcoli storici, nella temperie attuale, tutta italiana, cosa accade?

Sul web vedo uno spot, ripetuto con cambio di figura che, per paradosso, o per viltà, utilizza lo stesso linguaggio che oggi mina la nostra libertà: pensare che siamo tutti cretini.

Il messaggio dell’intelletuale-rapper è questo: “Lo sapete che l’approvazione della legge bavaglio sulle intercettazioni vi toglierà il diritto di essere informati? Ora lo sapete”.

Sì, lo sapevamo, non avevamo bisogno di voi, che arrivate anche in ritardo.

Forse pensate ai lettori come ai tempi di Hemingway che divideva gli italiani in una metà che scrive e un’altra metà analfabeta.

Ci aspettiamo da voi qualcosa di meglio di noi stessi, già informati e già mobilitati nel quotidiano.

Noi, lettori, più avanti di voi…

Ci aspettiamo l’”agire”, il senso di responsabilità, il mettersi in gioco invece di un collettivismo ecumenico di basso profilo, in un Jingle da telefonia mobile.

Meglio allora l’ordine sparso, le prese di posizioni individuali.

Meglio “Il pericolo che ci separa”.

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(Doveroso ricordare che nel lontano 1985, cinquantenario di quel Congresso, il Centre Culturel Français di Roma organizzò un convegno curato da Anne-Marie Sazeau Boetti. Gli atti sono da rileggere…)

Il mio aforisma per oggi

venerdì, 11 giugno 2010

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“L’italiano medio è stato sostituito dall’italiano mignolo.”

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antonio marchetti-particolare

Madri italiane

giovedì, 6 maggio 2010

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marchetti aereoplanino.

In un reportage di “Annozero” del 22 aprile viene rappresentata una specie di assemblea di genitori della città di Adro, in provincia di Brescia, relativa alla mensa scolastica e in cui venivano segnalate alcune famiglie che non pagavano le “rette” e che hanno visto i bambini esclusi dalla mensa. Un imprenditore si è offerto di pagare per i morosi e ciò ha creato una polemica ormai nazionale. Tralasciamo i cavilli istituzionali in cui la Lega oggi (”rivoluzionaria” ieri, ma si fa per dire) maschera la sua brutalità , e allontaniamoci anche dalla rappresentazione-montaggio del reportage che, ammettiamolo, aveva già pre-confezionato il messaggio, attitudine che Michele Santoro pratica abilmente da anni, da ottimo semiologo, che tuttavia non dispiace nel deserto dei Tartari. In quella “assemblea”, e nei servizi esterni, in lotta erano donne, erano madri. Brandivano con determinazione bandiere ideologiche in nome dei figli. Offrivano generosamente modelli educativi per gli adulti di domani in una assunzione, quasi mistica, di verità intoccabili. Facciamola finita allora una volta per tutte con la favoletta della solidarietà tra donne e del “sentire comune” del femminile, e soprattutto con l’annuncio del nuovo. Le madri italiane sono conservatrici, com’è nella tradizione.

Collezionismo. Ossessione riminese?

lunedì, 19 aprile 2010

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antonio marchetti archive

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Tra i vari parametri, diciamo “estetici”, con cui il collezionista americano Joseph Herman Hirshhorn sceglieva le opere d’arte uno ci colpisce inaspettatamente: “scelgo il quadro che mi fa sentire debole”.

Dopo una rapida ricognizione da un mercante d’arte Hirshhorn sceglieva le opere e diceva semplicemente “me li incarti”.

Qui il potere d’acquisto sta in posizione frontale rispetto al potere dell’arte, ben oltre le considerazioni affascinanti di Simon Shama.

Sentirsi deboli può voler dire tante cose.

Ad esempio il collezionista non ha molto tempo, tuttavia diffida degli intermediari, mentre oggi gli Art Advisors proliferano e interfacciano il sistema dell’arte. Hirshhorn non ha tempo, segue dunque un “istinto” e messo di fronte  a ciò che lo “indebolisce” decide di acquistare.

Naturalmente il principio di debolezza di un uomo forte e potente come J. H. Hirshhorn deve fare i conti con il principio di autorevolezza di un artista e del suo lavoro. Autorevolezza spesso non ancora “sancita” dal Mercato e dal Sistema, o dalla Società dell’arte, un’autorevolezza ancora debole.

Siamo in un periodo storico americano ove collezionare l’arte significava anche affrancarsi una storia ed una cultura che veniva avvertita ancora deficitaria. Il nuovo mondo (ove la parola “mondo” sta anche per “mondare”, rinascere) vuole farla finita una volta per tutte con il vecchio complesso di colpa nei confronti dell’Europa (rileggersi, magari, “L’americano” di Henry James). Tuttavia si tratta di un istinto che previene, poi dispone, inevitabilmente, il Mercato. Hirshhorn era attento agli artisti giovani (chi acquista muove dei pezzi nello scacchiere allo stesso modo di chi vende, o rivende) e giocava sulla quantità, per non sbagliare. Questa quantità, il più delle volte, apre al principio di dépense, del puro dispendio che ha smarrito lo scopo. Ma nel caso di Hirshhorn il dispendio e l’accumulo si arrestano nella “debolezza”. La quantità è come frenata di tanto in tanto dallo scemare delle forze di fronte a “qualcosa”, che viene avvertito come unico, esemplare.

Ci sono opere d’arte troppo “forti”  e “potenti”, verso le quali non è consigliato opporre troppa resistenza? Cos’è dunque questo qualcosa?

Sale alla memoria quel nazista pazzo, sadico e criminale del generale Tanz, serial killer di prostitute, nel vecchio film di Anatole Litvak “La notte dei generali”. Tanz di fronte ad un autoritratto di Van Gogh guarda allo specchio la sua tabe, perde le forze; il suo potere pare dissolversi nelle vertiginose spire pittoriche dell’artista olandese.

Anche questo è un modo per sentirsi deboli.

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vedi iniziativa su:

http://www.percorsiestravaganti.it/PerCorsi%20EstraVaganti,%20galleria,%20attività.html


Antonio Marchetti a Cansano (AQ)

lunedì, 21 dicembre 2009

 

Il paradigma dell’emigrazione ispira questa installazione di Antonio Marchetti espressamente realizzata per Cansano. Un paradigma del moderno e della contemporaneità raccolto in una pittura tridimensionale fatta di abiti, stracci e oggetti “narrativi” sulla quale si sovrappone una videoproiezione archeologica- antropologica; mentre il sonoro comprime lo spazio pressurizzandolo, in ossessivo e ripetitivo leit-motiv acustico che martella la mente e le memorie. Non si pensa solo alle emigrazioni di almeno due terzi del secolo XIX, gli italiani del ceto medio alfabetizzato, degli esuli, dei patrioti e  degli aristocratici che in America o in Inghilterra fondarono riviste e imprese. Qui ci si riferisce soprattutto ai quattro milioni di emigranti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, spesso analfabeti, sino a quelli intervistati da Mario Soldati nelle banchine dei porti negli anni Cinquanta a cui chiedeva: cosa vi siete portati da leggere?

La storia si svolge per specularità rovesciate. Noi da diversi anni conosciamo l’immigrazione, siamo l’America per centinaia di migliaia di persone. Lampedusa, o le rive fatali, i centri di prima accoglienza sono la Ellis Island nostrana. I nostri comportamenti sono il riflesso nello specchio scuro di una memoria che rimesta nel corpo della nostra identità. Senza esprimere giudizi o valutazioni “morali”, più semplicemente, l’intenzione  di Antonio Marchetti è quella dell’arte: invitarvi nelle proprie stanze offrendovi una narrazione contemporanea.

In fondo anch’io – scriveva Ennio Flaiano di se stesso – sono un emigrante, un emigrante intellettuale.

 

variosondamestesso  ® riproduzione riservata

 

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Memorial Cansano

giovedì, 3 dicembre 2009

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CENTRO DI DOCUMENTAZIONE DI OCRITICUM

MUSEO DELL’EMIGRAZIONE

 

A cura dell’associazione Culturalmente

 

Nello spazio del centro di Ocriticum l’artista Antonio Marchetti realizzerà una installazione inedita, appositamente progettata per Cansano.

Il progetto installativo accoglie sicuramente le suggestioni del Museo dell’emigrazione – nelle immagini e negli oggetti in esso raccolti in maniera per certi versi struggente –  ma soprattutto le memorie stratificate nei luoghi stessi –  se non nel luogo stesso, Cansano –  in cui si è deciso di realizzarlo.

Ma questo grumo di memoria, che Marchetti traduce in una disseminazione teatrale e scenonografica di vite e di mondi, è esplicitamente coniugato al presente, al nostro giorno dopo giorno ove il nostro sguardo tende sempre di più a non vedere e a distrarsi. L’intenzione di Antonio Marchetti è quella dell’arte: invitarvi nelle proprie stanze offrendovi una propria narrazione contemporanea.

Il politico

venerdì, 4 settembre 2009

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Oggi il politico dice la verità, tutta la verità che la tradizione politica italiana ha accumulato.

Dice la verità della politica nella sua messa in vendita nel mercato dei media. La verità oggi è nuda, ed è esibita nella sua terribile potenzialità autodistruttiva, dal politico sotto contratto, senza più le vecchie maschere barocche.

Distruggere l’altro è abbastanza un modo per distruggere alla fine anche se stessi.

Dopo la morte dell’Imperatore sarà peggio, ci sarà la ferocia cannibale dei senza contratto, delle verità senza più il padre padrone. Le verità senza più ascolto.

Dopoguerra

martedì, 30 giugno 2009

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Le guerre possono essere brevi, i dopoguerra lunghissimi.
Quando finisce un dopoguerra?
Il Muro venne eretto nel 1961, 16 anni dopo la fine della seconda guerra.
Viene demolito 28 anni dopo, dieci anni fa.
Il dopoguerra, nella sua insolubilità, agisce ancora nei miti contemporanei italiani, nelle forme tecnologiche e mediatiche (era il fascismo a far vibrare gli animi dei giovani con canzoni e seduzione mediatica).
Il dopoguerra non finisce mai e “dopo” assume un significato fittizio e atemporale.
Forse, per noi, quella guerra, ha solo “sospeso” caratteri e peculiarità che il “dopo” ha rimanifestato in forme più organizzate e decise, senza più alibi etici, ormai crollati definitivamente, siano essi laici che cristiani.
Il dopoguerra, per molti italiani, è un po’ come gli esami eduardiani che non finiscono mai o, per fedeltà all’autore, una nottata infinita.
Eppure, tra stragi attentati guerra mafiosa depistaggi corruzione sembrava apparire nei primi anni Novanta una certa aria nuova. Ma ci eravamo dimenticati del vintage neo fascista e del marketing, eravamo distratti, qualcuno guardava solo i tribunali.
La figa ci piaceva ma l’uso mediatico del consenso politico attraverso la figa dev’essere sfuggito (dopo quasi vent’anni sfugge ancora ad alcune vecchie trombone della sinistra).
Eliogabalo in ascesa ha ampliato la figa televisiva nella vita reale.
Vince, con la figa si vince.
I moralisti attuali che condannano la presenza parlamentare di donne, o di ministri al governo, che provengono dal mondo di Eliogabalo dimenticano la famosa battuta di una onorevole pornostar: quando entro nel parlamento tutti i membri si “alzano”.
Wladimir Luxuria non aveva certo esperienze “politiche”…
Chi ha iniziato a immaginare il Parlamento come una estensione della “Dolce vita”?
Non importa più. Questo è il dopoguerra infinito italiano.

Aforisma estivo

giovedì, 18 giugno 2009

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Il successo può dare dei problemi.

Mai come l’insuccesso.

A.M.

Caro ministro Gelmini

martedì, 16 giugno 2009

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Ministro Gelmini, lei è giovane. I giovani per loro natura ascoltano poco, sono intemperanti e non accettano tanto facilmente le critiche. Lei è ministro dell’istruzione dello stato italiano e, come ministro, vedo, non ha la temperanza, la saggezza, la capacità di ascolto, l’accettazione della critica.
Colpa della sua gioventù? No.
Alla sua condizione biologica si aggiunge la terribile definizione, ne sono consapevole, di “gregaria”, passiva esecutrice di un governo pop a cui lei aderisce con “la capa fresca”.
Lei non ascolta perchè ha paura di ascoltare se stessa, rifugge dalla verità che è davanti ai suoi occhi perchè lei, tra l’altro, rifugge dalla “sua” verità, di donna “realizzata” ma  non realizzativa, emancipata ma non emancipatoria, pragmatica ma senza idee, formalmente definita nel look ma inconsistente nell’essere.
Lei non ha nessuna esperienza per gestire la complessità della cosa di cui si occupa, glielo garantisco. Lasci perdere. Faccia l’attrice.

Abruzzo.

mercoledì, 8 aprile 2009

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Promemoria 1

giovedì, 26 aprile 2007

promemoria
Willem De Kooning

Maurizio Cattelan

Chittelan

Liberalismo

Leopardi

Savinio

Alighiero Boetti e il cucito

Fellinia

Uomini pescaresi

Veltronismo

Educatori

Famiglia

Genova

Ravenna

Minorenni

Scuola

Aldo Rossi

Comunista

Amare

Giovanni Pico della Mirandola

Renault

La 500

Philip Roth

Calcio

Libro

Via Mazzini

Milano casa di donne

Montepagano

Pasolini e Pescara