Archivi per la categoria ‘Generale’

Inattualità riminesi.

sabato, 7 agosto 2010

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antonio marchetti foto in città.

Tracciare solchi, ripartire la terra in campi, costruire recinti. Il contadino ha trasferito al mare la sua cultura ed ha costruito gli stabilimenti balneari come se coltivasse la terra. Il bagnino, come il contadino, è all’erta per il tempo metereologico e parla sempre di perdite, di annate buone o cattive, del raccolto turistico, di fatturato. Altri contadini hanno iniziato con la piadina, divenuto poi ristorante, o con la pensioncina, poi albergo, hotel, e così via. Recentemente è stata Rosita Lappi a risegnalarmi quell’intermezzo del famoso “Rimini” di Tondelli: Pensione Kelly Hotel Kelly.

Coltivazione intensiva in spiaggia dunque, campo dentro un campo, recinti dentro recinti con il mare lontano che sfugge allo sguardo.

In fondo, se il mare sparisse, ci sarebbe questa coltivazione a sostituirlo e si potrebbe sempre provvedere con una scenografia felliniana.

Ma, visto che abbiamo evocato Tondelli, e i problematici (ma anche felici) anni Ottanta, ripenso anche a Pazienza.

Andrea Pazienza e Pier Vittorio Tondelli mi si accostano nella memoria insieme. Sono morti giovani, sono i “caduti” del secolo scorso, ma sono anche, e lo saranno sempre più,  i nuovi eroi del terzo millennio, e come gli antichi eroi saranno ricordati da giovani, saranno eterni.

I sopravvissuti invece sono condannati alla durata, e anche se vivono intensamente il presente non saranno mai eroi; forse, per il semplice fatto di esistere, sono un ingombro in quanto vivi; salvo la retorica stucchevole dei “testimoni”, che spuntano come funghi, e si inventano un “esserci” nel passato a risarcimento di un discutibile presente.

Ci sono testimoni silenziosi?…

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In effetti i primi bagnini erano davvero contadini, venivano dai paesini dell’entroterra a “investire nella sabbia e nel mattone”. Le spiagge con magnifiche dune lavorate dal vento erano territori selvaggi piene di sterpaglie, rovi, ligustri. Il nuovo bagnino sapiente contadino dovette sarchiare, estirpare, spianare, rastrellare, delimitare, palafittare, pedonalizzare, cabinare, dipingere e ombreggiare il suo campo…. Ma ancora nessuno sapeva nuotare!!

Rosita Lappi

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essere testimone non silenzioso, superstite declamatore, serve a non essere solo spettatore.

Questo suggerisce Beppe Sebaste.

v. http://www.beppesebaste.com/articoli/tutti_testimoni.html

a presto

Leonardo Sonnoli

Il pericolo ci raduna?

sabato, 3 luglio 2010

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antonio marchetti città 01

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Nel giugno del 1935 si tiene a Parigi un Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura.

A presiederlo due grandi André,  Malraux e Gide.

Lo sfondo storico è martellato dall’emergenza. Patto franco sovietico, riarmo della Germania hitleriana, Mussolini in Etiopia.

Così apre il Congresso Gide. “Di fronte al pericolo che tutti avvertiamo, quel pericolo che ci raduna oggi…”. Gli intellettuali meno politicizzati, i distaccati e i più “individualisti” (e “narcisisti”) aderiscono all’appello. È il pericolo che li raduna.

Con i dovuti ricalcoli storici, nella temperie attuale, tutta italiana, cosa accade?

Sul web vedo uno spot, ripetuto con cambio di figura che, per paradosso, o per viltà, utilizza lo stesso linguaggio che oggi mina la nostra libertà: pensare che siamo tutti cretini.

Il messaggio dell’intelletuale-rapper è questo: “Lo sapete che l’approvazione della legge bavaglio sulle intercettazioni vi toglierà il diritto di essere informati? Ora lo sapete”.

Sì, lo sapevamo, non avevamo bisogno di voi, che arrivate anche in ritardo.

Forse pensate ai lettori come ai tempi di Hemingway che divideva gli italiani in una metà che scrive e un’altra metà analfabeta.

Ci aspettiamo da voi qualcosa di meglio di noi stessi, già informati e già mobilitati nel quotidiano.

Noi, lettori, più avanti di voi…

Ci aspettiamo l’”agire”, il senso di responsabilità, il mettersi in gioco invece di un collettivismo ecumenico di basso profilo, in un Jingle da telefonia mobile.

Meglio allora l’ordine sparso, le prese di posizioni individuali.

Meglio “Il pericolo che ci separa”.

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(Doveroso ricordare che nel lontano 1985, cinquantenario di quel Congresso, il Centre Culturel Français di Roma organizzò un convegno curato da Anne-Marie Sazeau Boetti. Gli atti sono da rileggere…)

Il mio aforisma per oggi

venerdì, 11 giugno 2010

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“L’italiano medio è stato sostituito dall’italiano mignolo.”

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antonio marchetti-particolare

Madri italiane

giovedì, 6 maggio 2010

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marchetti aereoplanino.

In un reportage di “Annozero” del 22 aprile viene rappresentata una specie di assemblea di genitori della città di Adro, in provincia di Brescia, relativa alla mensa scolastica e in cui venivano segnalate alcune famiglie che non pagavano le “rette” e che hanno visto i bambini esclusi dalla mensa. Un imprenditore si è offerto di pagare per i morosi e ciò ha creato una polemica ormai nazionale. Tralasciamo i cavilli istituzionali in cui la Lega oggi (”rivoluzionaria” ieri, ma si fa per dire) maschera la sua brutalità , e allontaniamoci anche dalla rappresentazione-montaggio del reportage che, ammettiamolo, aveva già pre-confezionato il messaggio, attitudine che Michele Santoro pratica abilmente da anni, da ottimo semiologo, che tuttavia non dispiace nel deserto dei Tartari. In quella “assemblea”, e nei servizi esterni, in lotta erano donne, erano madri. Brandivano con determinazione bandiere ideologiche in nome dei figli. Offrivano generosamente modelli educativi per gli adulti di domani in una assunzione, quasi mistica, di verità intoccabili. Facciamola finita allora una volta per tutte con la favoletta della solidarietà tra donne e del “sentire comune” del femminile, e soprattutto con l’annuncio del nuovo. Le madri italiane sono conservatrici, com’è nella tradizione.

Collezionismo. Ossessione riminese?

lunedì, 19 aprile 2010

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antonio marchetti archive

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Tra i vari parametri, diciamo “estetici”, con cui il collezionista americano Joseph Herman Hirshhorn sceglieva le opere d’arte uno ci colpisce inaspettatamente: “scelgo il quadro che mi fa sentire debole”.

Dopo una rapida ricognizione da un mercante d’arte Hirshhorn sceglieva le opere e diceva semplicemente “me li incarti”.

Qui il potere d’acquisto sta in posizione frontale rispetto al potere dell’arte, ben oltre le considerazioni affascinanti di Simon Shama.

Sentirsi deboli può voler dire tante cose.

Ad esempio il collezionista non ha molto tempo, tuttavia diffida degli intermediari, mentre oggi gli Art Advisors proliferano e interfacciano il sistema dell’arte. Hirshhorn non ha tempo, segue dunque un “istinto” e messo di fronte  a ciò che lo “indebolisce” decide di acquistare.

Naturalmente il principio di debolezza di un uomo forte e potente come J. H. Hirshhorn deve fare i conti con il principio di autorevolezza di un artista e del suo lavoro. Autorevolezza spesso non ancora “sancita” dal Mercato e dal Sistema, o dalla Società dell’arte, un’autorevolezza ancora debole.

Siamo in un periodo storico americano ove collezionare l’arte significava anche affrancarsi una storia ed una cultura che veniva avvertita ancora deficitaria. Il nuovo mondo (ove la parola “mondo” sta anche per “mondare”, rinascere) vuole farla finita una volta per tutte con il vecchio complesso di colpa nei confronti dell’Europa (rileggersi, magari, “L’americano” di Henry James). Tuttavia si tratta di un istinto che previene, poi dispone, inevitabilmente, il Mercato. Hirshhorn era attento agli artisti giovani (chi acquista muove dei pezzi nello scacchiere allo stesso modo di chi vende, o rivende) e giocava sulla quantità, per non sbagliare. Questa quantità, il più delle volte, apre al principio di dépense, del puro dispendio che ha smarrito lo scopo. Ma nel caso di Hirshhorn il dispendio e l’accumulo si arrestano nella “debolezza”. La quantità è come frenata di tanto in tanto dallo scemare delle forze di fronte a “qualcosa”, che viene avvertito come unico, esemplare.

Ci sono opere d’arte troppo “forti”  e “potenti”, verso le quali non è consigliato opporre troppa resistenza? Cos’è dunque questo qualcosa?

Sale alla memoria quel nazista pazzo, sadico e criminale del generale Tanz, serial killer di prostitute, nel vecchio film di Anatole Litvak “La notte dei generali”. Tanz di fronte ad un autoritratto di Van Gogh guarda allo specchio la sua tabe, perde le forze; il suo potere pare dissolversi nelle vertiginose spire pittoriche dell’artista olandese.

Anche questo è un modo per sentirsi deboli.

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vedi iniziativa su:

http://www.percorsiestravaganti.it/PerCorsi%20EstraVaganti,%20galleria,%20attività.html


Antonio Marchetti a Cansano (AQ)

lunedì, 21 dicembre 2009

 

Il paradigma dell’emigrazione ispira questa installazione di Antonio Marchetti espressamente realizzata per Cansano. Un paradigma del moderno e della contemporaneità raccolto in una pittura tridimensionale fatta di abiti, stracci e oggetti “narrativi” sulla quale si sovrappone una videoproiezione archeologica- antropologica; mentre il sonoro comprime lo spazio pressurizzandolo, in ossessivo e ripetitivo leit-motiv acustico che martella la mente e le memorie. Non si pensa solo alle emigrazioni di almeno due terzi del secolo XIX, gli italiani del ceto medio alfabetizzato, degli esuli, dei patrioti e  degli aristocratici che in America o in Inghilterra fondarono riviste e imprese. Qui ci si riferisce soprattutto ai quattro milioni di emigranti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, spesso analfabeti, sino a quelli intervistati da Mario Soldati nelle banchine dei porti negli anni Cinquanta a cui chiedeva: cosa vi siete portati da leggere?

La storia si svolge per specularità rovesciate. Noi da diversi anni conosciamo l’immigrazione, siamo l’America per centinaia di migliaia di persone. Lampedusa, o le rive fatali, i centri di prima accoglienza sono la Ellis Island nostrana. I nostri comportamenti sono il riflesso nello specchio scuro di una memoria che rimesta nel corpo della nostra identità. Senza esprimere giudizi o valutazioni “morali”, più semplicemente, l’intenzione  di Antonio Marchetti è quella dell’arte: invitarvi nelle proprie stanze offrendovi una narrazione contemporanea.

In fondo anch’io – scriveva Ennio Flaiano di se stesso – sono un emigrante, un emigrante intellettuale.

 

variosondamestesso  ® riproduzione riservata

 

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Memorial Cansano

giovedì, 3 dicembre 2009

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CENTRO DI DOCUMENTAZIONE DI OCRITICUM

MUSEO DELL’EMIGRAZIONE

 

A cura dell’associazione Culturalmente

 

Nello spazio del centro di Ocriticum l’artista Antonio Marchetti realizzerà una installazione inedita, appositamente progettata per Cansano.

Il progetto installativo accoglie sicuramente le suggestioni del Museo dell’emigrazione – nelle immagini e negli oggetti in esso raccolti in maniera per certi versi struggente –  ma soprattutto le memorie stratificate nei luoghi stessi –  se non nel luogo stesso, Cansano –  in cui si è deciso di realizzarlo.

Ma questo grumo di memoria, che Marchetti traduce in una disseminazione teatrale e scenonografica di vite e di mondi, è esplicitamente coniugato al presente, al nostro giorno dopo giorno ove il nostro sguardo tende sempre di più a non vedere e a distrarsi. L’intenzione di Antonio Marchetti è quella dell’arte: invitarvi nelle proprie stanze offrendovi una propria narrazione contemporanea.

Il politico

venerdì, 4 settembre 2009

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Oggi il politico dice la verità, tutta la verità che la tradizione politica italiana ha accumulato.

Dice la verità della politica nella sua messa in vendita nel mercato dei media. La verità oggi è nuda, ed è esibita nella sua terribile potenzialità autodistruttiva, dal politico sotto contratto, senza più le vecchie maschere barocche.

Distruggere l’altro è abbastanza un modo per distruggere alla fine anche se stessi.

Dopo la morte dell’Imperatore sarà peggio, ci sarà la ferocia cannibale dei senza contratto, delle verità senza più il padre padrone. Le verità senza più ascolto.

Dopoguerra

martedì, 30 giugno 2009

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Le guerre possono essere brevi, i dopoguerra lunghissimi.
Quando finisce un dopoguerra?
Il Muro venne eretto nel 1961, 16 anni dopo la fine della seconda guerra.
Viene demolito 28 anni dopo, dieci anni fa.
Il dopoguerra, nella sua insolubilità, agisce ancora nei miti contemporanei italiani, nelle forme tecnologiche e mediatiche (era il fascismo a far vibrare gli animi dei giovani con canzoni e seduzione mediatica).
Il dopoguerra non finisce mai e “dopo” assume un significato fittizio e atemporale.
Forse, per noi, quella guerra, ha solo “sospeso” caratteri e peculiarità che il “dopo” ha rimanifestato in forme più organizzate e decise, senza più alibi etici, ormai crollati definitivamente, siano essi laici che cristiani.
Il dopoguerra, per molti italiani, è un po’ come gli esami eduardiani che non finiscono mai o, per fedeltà all’autore, una nottata infinita.
Eppure, tra stragi attentati guerra mafiosa depistaggi corruzione sembrava apparire nei primi anni Novanta una certa aria nuova. Ma ci eravamo dimenticati del vintage neo fascista e del marketing, eravamo distratti, qualcuno guardava solo i tribunali.
La figa ci piaceva ma l’uso mediatico del consenso politico attraverso la figa dev’essere sfuggito (dopo quasi vent’anni sfugge ancora ad alcune vecchie trombone della sinistra).
Eliogabalo in ascesa ha ampliato la figa televisiva nella vita reale.
Vince, con la figa si vince.
I moralisti attuali che condannano la presenza parlamentare di donne, o di ministri al governo, che provengono dal mondo di Eliogabalo dimenticano la famosa battuta di una onorevole pornostar: quando entro nel parlamento tutti i membri si “alzano”.
Wladimir Luxuria non aveva certo esperienze “politiche”…
Chi ha iniziato a immaginare il Parlamento come una estensione della “Dolce vita”?
Non importa più. Questo è il dopoguerra infinito italiano.

Aforisma estivo

giovedì, 18 giugno 2009

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Il successo può dare dei problemi.

Mai come l’insuccesso.

A.M.

Caro ministro Gelmini

martedì, 16 giugno 2009

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Ministro Gelmini, lei è giovane. I giovani per loro natura ascoltano poco, sono intemperanti e non accettano tanto facilmente le critiche. Lei è ministro dell’istruzione dello stato italiano e, come ministro, vedo, non ha la temperanza, la saggezza, la capacità di ascolto, l’accettazione della critica.
Colpa della sua gioventù? No.
Alla sua condizione biologica si aggiunge la terribile definizione, ne sono consapevole, di “gregaria”, passiva esecutrice di un governo pop a cui lei aderisce con “la capa fresca”.
Lei non ascolta perchè ha paura di ascoltare se stessa, rifugge dalla verità che è davanti ai suoi occhi perchè lei, tra l’altro, rifugge dalla “sua” verità, di donna “realizzata” ma  non realizzativa, emancipata ma non emancipatoria, pragmatica ma senza idee, formalmente definita nel look ma inconsistente nell’essere.
Lei non ha nessuna esperienza per gestire la complessità della cosa di cui si occupa, glielo garantisco. Lasci perdere. Faccia l’attrice.

Abruzzo.

mercoledì, 8 aprile 2009

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Promemoria 1

giovedì, 26 aprile 2007

promemoria
Willem De Kooning

Maurizio Cattelan

Chittelan

Liberalismo

Leopardi

Savinio

Alighiero Boetti e il cucito

Fellinia

Uomini pescaresi

Veltronismo

Educatori

Famiglia

Genova

Ravenna

Minorenni

Scuola

Aldo Rossi

Comunista

Amare

Giovanni Pico della Mirandola

Renault

La 500

Philip Roth

Calcio

Libro

Via Mazzini

Milano casa di donne

Montepagano

Pasolini e Pescara