Archive for the ‘Scrittura’ Category

Ricordo di una Renault ©

Mercoledì, Febbraio 28th, 2007

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Nei primi giorni di soggiorno di dieci anni fa, in questo rifugio nella campagna toscana, Dolores attuò subito la sua tecnica di sparizione proiettandosi nella conoscenza dell’ambiente e dei vicini, come una ragazza che scappa di casa dopo averne conquistata una, come se accoglienza e fuga facessero parte dello stesso sistema spazio-esistenziale.
D’altronde, Dolores era persino capace di scomparire a casa sua, nel giardino, nelle mura di casa di sua madre e, quando mi raggiungeva nel mio monolocale al quindicesimo piano, ripeteva il solito scherzo, dopo aver suonato il campanello: trovava reconditi ed inesistenti anfratti nel pianerottolo per sparire per qualche secondo. E poi, puff! Eccola riapparire, con il sorriso beffardo e infantilmente canagliesco che annunciava quei deliziosi pomeriggi o serate in cui facevamo l’amore, con il piacere nuovo e intatto come la prima volta.
La sua presenza era sempre annunciata da un’assenza, un folletto bizzarro che ti canticchia: con i tuoi occhi rossi rossi, che faresti se non ci fossi?
Dolores, come sempre, è stata l’avanguardia anche in questo luogo. Il giorno dopo sapeva tutto degli anziani vicini, di Franca, di suo marito Alberto e di Sandro, il loro amico di sempre.
Ma della vita di Sandro catturai io qualcosa di intimo e originale che obiettivamente sfuggiva agli orizzonti antropologici di Dolores.
La sua vecchia Renault 4. La mitica R4, famosa quanto la due cavalli ma con un pensiero in più; fu la mia auto di gioventù.
Quest’auto mi ha permesso di viaggiare e assaggiare l’Europa, mi ha fatto vivere, dormire, fare l’amore, esperire la solitudine notturna nel girare a vuoto nella depressiva città in cui sono nato, è stata casa nelle sue capacità di trasformarsi e svuotarsi così come è stata compagna di traslochi allargandosi all’occorrenza accogliendo libri e mobili.
Era la macchina-segno francese quando Roland Barthes ancora balbettava, era sospesa da terra più delle altre e poteva andare ovunque, era campagnola e montanara e, tirata a lucido, non ti faceva sfigurare quando la parcheggiavi davanti ad un dancing o ad una festa nelle ville adriatiche delle mie terre.
Era bianca o rossa, di un rosso tutto suo, appena opaco, un rosso patinato dal tempo già da nuova. La mia era bianca, quella di Sandro di un beige pallido, bello anch’esso.
I sedili erano in tubolare con similpelle tirata con molle metalliche. Anatomicamente sembravano improbabili eppure si arrivava tranquillamente a Istambul senza mal di schiena.
Il cambio marcia era divertente e muscolare, la postura nella guida era altera e sciolta a seconda dello stato d’animo. Alcune persone ti capivano, o ti catalogavano, da questa macchina.
Sandro aveva condiviso le mie considerazioni e si autoassolse ormai definitivamente da tutte le critiche saccenti e consumistiche intorno alla sua vecchia Renault che i suoi amici fiorentini non gli risparmiavano; lui la curava come una bambina.
Tutto questo suggellò il rispetto reciproco facendo di noi fratelli d’auto
Ma poi, dopo questo sprazzo di moderata esaltazione, pensai che da giovani si ha meno mal di schiena e che viaggiare in cinque in una macchina così, spinellandosi qualche volta, molto probabilmente, più che la benzina ad alimentarla erano l’utopia e l’avventura.
In effetti, oggi, allo stesso modo sembrano comportarsi questi cultori superstiti dei Miti (falsi) degli anni Sessanta che dimenticano l’enunciato principale che dovrebbe fare da anticamera ai loro ricordi: eravamo giovani!
Memoria e Storia, qualche volta, andrebbero separati.
Non potevano definirsi vecchi questi desueti “fricchettoni” non sincronici con il tempo.

Filo d’arte. Ricordando Alighiero Boetti

Martedì, Febbraio 20th, 2007

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L’Enciclopedia dei lavori femminili di Thérese De Dilmont, in unico volume, rilegatura inglese, al prezzo di lire cinque, forse è ancora reperibile in qualche bancarella o mercatino di vecchi libri e nostalgiche inutilità o forse nei bauli di alcune vecchie soffitte tutte da esplorare, ove il passato non passa, come è capitato a chi scrive. Il libro non era solitario; insieme cartigli arrotolati, bozzetti per arazzi, decorazioni colorate per tessuti, campionari, un diploma di onorificenza del Comune di Faenza rilasciato ad Anita Sangiorgi, riminese, fondatrice di una delle prime scuole di arte applicata in Romagna nei primi anni del secolo scorso.
Stilemi classicheggianti nelle carte disegnate o dipinte ma anche soluzioni moderniste e moderatamente geometriche ma ancora al di qua della civiltà delle macchine e della “benjaminiana” riproducibilità tecnica. «La maggior parte delle persone che apriranno l’Enciclopedia dei lavori femminili diranno fra sé che questi particolari sul cucito sono davvero superflui, al giorno d’oggi soprattutto, che la macchina sostituisce così spesso il lavoro a mano», scrive la Dilmont. La sacralità delle mani sarà imperitura: Come la fotografia non ha cancellato la pittura, la macchina da scrivere la scrittura manuale (oggi si aprono scuole e corsi di calligrafia con venticello new-age), il computer ed internet il libro, il nylon un buon paio di mutante di puro lino, le mani sembrano ancora rappresentare l’utensile primario, non c’è dubbio. L’arte contemporanea protegge le mani dentro un fortilizio innalzandole quale vessillo di autenticità. I grandi dibattiti conflittuali sul rapporto tra l’innovazione della tecnica e l’ambito estetico appaiono nel lungo periodo sterili ed inutili riproponendosi periodicamente in modo stanco e noioso.
Il futuro forse è già stato, ed è stato troppo veloce.

cucito 2
Libro per signore dunque, oggi per competenti artigiane del cucito e del ricamo che tornano tanto di moda insieme alla diffusa e superficiale “nostalgia del fondamento” o più banalmente del tempo che fu. La scansione temporale del lavoro delle “signore” applicato al ricamo su tela o all’uncinetto (oltre all’applicazione diligente al pianoforte con sonate squisitamente femminili) è lenta e paziente. I giorni erano più lunghi, c’era tempo, tempo da perdere e non tempo perso. Lavoro e socializzazione perché il cucito si fa volentieri in compagnia, in umbratili salottini, linde cucine o riposanti bow-window, in pomeridiane conversazioni metereologiche, sui figli e la moda o chissà su quali incoffessabili pettegolezzi o modeste perversioni definitivamente piombate nel segreto femminino di un punto croce.
Chiacchierino si chiama un lavoro per merletto.
Libro per signore sufficientemente colte, abili con le mani ed esperte negli stili, creative nel mescolare modi e disegni con risultati originali e sempre nuovi , vere operette d’arte se non ci fosse lo stereotipo del maggiore e del minore.
Gli arazzi e i ricami proposti da un grande artista indimenticato, Alighiero Boetti, ci segnalano che sono le arti “minori” a rimescolare le carte nel gioco dell’arte, e del mercato dell’arte. «È sempre il piccolo che diventa grande», scriveva il filosofo Gilles Deleuze.
Eppure le incisioni che illustrano puntigliosamente il trattato (perché di un vero trattato si tratta, un trattato della “frivolezza”, alla francese) appaiono al nostro sguardo, martirizzato e saturo da immagini in movimento perpetuo, stranianti e spaesate; persino autonome rispetto alla didascalia ed alla loro funzionalità illustrativa ed esemplare. All’occhio estetico, un po’ démodé e stupidamente all’erta sulle marginalità, può accadere di trovare Lucio Fontana in una bordatura, Paul Klee in una rosetta ad uncinetto, Burri in un sopraggitto, e così via.
Per il resto la considerazione è tra le più ovvie: oggi non ci si sa cucire neppure un bottone. Con filo d’arte, s’intende.

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Il Professore Carrisi ci preoccupa

Giovedì, Febbraio 15th, 2007

periferia

Il grosso problema di Salvatore è di credere alla realtà.
Ci si avvinghia ogni giorno, la frantuma in affascinanti dettagli che vede solo lui, se li porta a casa dal lavoro, continua ad analizzarli nel sonno, prigioniero dell’aula scolastica che ha ormai recintato tutto il suo tempo.
Deve crederci tutte le mattine davanti allo specchio.
Il corpo è andato per i fatti suoi, grasso e informe, lo lava di rado, la testa calva; dei denti rimane solo un ricordo.
Un tempo era magro, elegante, bellissimi capelli.
Dorme vestito su un letto che si è fatto caverna, giaciglio disordinato e primitivo ove affogare e fuggire dal mondo dormendo più tempo possibile.
Ogni giorno pensa alla morte e si rammarica del fatto che verrà sorpreso con i piedi sporchi e senza dentiera.
Chiunque si occuperà di lui gli farà violenza, guardandolo.
Non potrà controllare l’”espoosizione” della sua salma.
Assai frequentemente pensa di darsela la morte, di vestirsi bene e lavarsi, mettere in ordine la casa, lasciare sul tavolo una lettera e passare dal sonno alla fine.
Ma quando? E quale morte? Chi leggerà la lettera? Chi si occuperà di lui?
Nel frattempo la morte potrebbe sopraggiungere all’improvviso, forse in un raro giorno appena migliore.
Già, perché Salvatore pensa alla morte come attacco notturno, ma potrebbe schiantarsi all’improvviso e rotolare sul pavimento della scuola, magari in classe mentre legge ai suoi lobotomizzati una pagina di Landolfi o di Alvaro.
Il Dirigente scolastico in un memorabile Collegio dei Docenti ricorderà italianamente la morte sul lavoro, la morte sul “campo”, del nostro Professore Salvatore Carrisi mentre leggeva e commentava ai suoi allievi fedeli alcune pagine di Corrado Alvaro e Tommaso Landolfi.
Un silenzio commosso e contratto attraverserà il Collegio composto da precari e nuovi docenti immessi in ruolo ormai cinquantenni, tutti vergognosamente silenti non sapendo chi fossero tali Alvaro e Landolfi.
Pur non morendo, il Prof Carrisi, che crede nella realtà, legge anche di peggio mentre la carne che cammina entra ed esce dall’aula quando vuole, si presenta al mattino a gruppetti sparsi nell’orario che desidera, spesso femminucce stronze vestite da bambine troie inconsapevoli le cui madri tengono tuttavia nel cassetto all’occorrenza le foto della loro prima comunione, da esibire all’Italia, nel caso alla loro bambina succedesse qualcosa, siamo sempre pronti per la televisione.
Sono sempre angeli, all’occorrenza.
Nessun Collegio e nessun necrologio per una persona che già da alcuni anni è in disuso, un anno dalla pensione, sopportato come un dettaglio d’arredo sbagliato in attesa di una ristrutturazione.
Forse un telegramma, che non leggerà nessuno; che se ne sa di costui? Un telegramma al morto che non può leggere.
Ogni giorno i pensieri delle tipologie della morte danno un senso alla vita di Salvatore, che abbraccia la realtà non accettandone la sparizione.

Abitare il libro

Lunedì, Febbraio 5th, 2007

logo mio

Ennio Flaiano aveva indicato almeno tre modi per leggere un libro. C’è l’abitudine, la disattenzione o la noia e certi libri sono abbandonati sui sedili dei treni.
Si legge per sospetto o invidia; sono i libri “meglio venduti” che, se li avessimo scritti noi e bisognava pensarci, avremmo guadagnato fama e denaro.
«Il terzo modo di leggere un libro – scrive Flaiano – è il più semplice, ma è proprio dei grandi lettori. Si acquista con l’età, l’esperienza, oppure è un dono che si scopre in se stessi, da ragazzi, con la rivelazione delle prime letture. si tratta di non abbandonare mai “quel” libro, di lasciarlo e riprenderlo, di “andarci a letto”. Ma poiché questo modo è suggerito soltanto dai grandi autori, col tempo si resta circondati soltanto da ottimi libri. E si diventa perfidi, si arriva a capire un libro nuovo ad apertura di pagina, a liberarsene subito. E se invece il libro convince, a lasciarlo per qualche tempo sempre a portata di mano, sul tavolo o sul comodino, poiché la sua sola vista procura un vero piacere, né si teme di finirlo presto: lo scopo di questi libri è infatti di essere riletti, di farsi riprendere quando tutto va male, quando ci sembra che la verità possa esserci confermata non da quello che succede intorno a noi, ma da quello che è nelle pagine di un libro.
Tutti i grandi libri sono stati letti e continuano ad essere letti così. È più esatto dire che non si tratta di leggerli, ma di abitarli, di sentirseli addosso. Facendone il conto, ognuno trova che i suoi si riducono ad un centinaio, largheggiando. E molti di essi hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza.»

«Corriere della Sera», 27 gennaio 1972

firma flaiano

Tolleranza e liberalismo

Giovedì, Febbraio 1st, 2007

La parola “tolleranza” non piaceva, e forse non piace ancora, ai radical-rivoluzionari in quanto alla parzialità dell’accettazione di una differenza preferiscono la totalità dell’indifferenziato. Salvo poi essere intolleranti con il tollerante.
La tolleranza è come la buona educazione; un buon sistema per iniziare qualsiasi tipo di comunicazione, o relazione.
Se fossimo quotidianamente più tolleranti avremmo risolto gran parte dei problemi conflittuali che ci affliggono.
Lo stesso vale per la parola “riformismo”.
Per il “totalitario”, che vuole cambiamenti e rovesciamenti radicali e rapidi per non cambiare alla fine un bel nulla, “riformare” è sinonimo di cambiamento di superficie, opposto alla profondità delle vere trasformazioni.
Eppure, almeno in Italia, è proprio quando si toccano le superfici che la società ribolle furiosamente, mentre sulle profondità siamo pronti a svendere tutto, tanto si tratta solo di parole e non è in gioco nulla.
Evidentemente c’è ancora qualcuno che non riesce a comportarsi da adulto, non vuole crescere perchè è molto più conveniente sfruttare la rendita di posizione dell’immaturità.
Tolleranza e buone maniere appartengono al sentimento e ai modi liberali, e nelle nostre latitudini il liberalismo è mancato, o se ne vede poco.

Scriveva Alberto Savinio nel 1951:
Il sentimento liberale è sentimento da adulti. È sentimento da gente matura, illuminata, saggia. E il mondo, oggi, non è né adulto, né maturo, né illuminato, né saggio. Il mondo oggi è ragazzino. E ha la sventatezza, la crudeltà, l’assenza di pietas dell’infanzia. Bisogna aspettare che questa nuova infanzia si compia e diventi adolescenza. Bisognerà aspettare che l’adolescenza a sua volta diventi età matura. E allora, forse, negli adulti di domani, rifiorirà, addolcito dalla pietas, il sentimento universale chiamato liberalismo.
Amen

(Alberto Savinio, Scritti dispersi. Milano 2004)

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Ministri dell’altro mondo

Lunedì, Gennaio 29th, 2007

marte

Per il Ministro D’Alema andare in pensione dopo trentacinque anni di lavoro è agghiacciante, con variante: aberrante.

Per il Ministro Mastella la situazione nei tribunali è raccapricciante.

Per il Ministro Del Turco in alcuni ospedali la situazione è scandalosa.

Qui Pianeta Terra, mi sentite?

Lunedì, Gennaio 22nd, 2007

mano scrive

Giovedì, Gennaio 11th, 2007

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Parole

Giovedì, Gennaio 11th, 2007

coffee table book
brand
must
minimal
mood
live-video
free press
new entry

Parole

Martedì, Gennaio 9th, 2007

Cover Story
performing arts
mixed media
creative city
pop culture
streaming e radio
Dj set
dance floor
vj set
backstage

Lunedì, Gennaio 8th, 2007

Lorenzo Bartolini

LO SGUARDO È SEMPRE ALTROVE.

Lunedì, Gennaio 8th, 2007

Girotondo.
La vertigine parossistica posizionale è un disturbo provocato dallo spostamento di quei minuscoli sassolini che abbiamo all’interno dell’orecchio e che regolano il nostro equilibrio. Alcune volte le donne si divertono a spostarceli.
Per rimetterli a posto ci vogliono procedure molto precise.
Il girotondo è escluso. Ti sbianchi in volto, ti roteano gli occhi, brividini freddi ti assalgono, ti viene la nausea, ti gira la testa e vorresti vomitare.
Se a questo disturbo periodico va ad aggiungersi una scotomia congenita ne viene fuori che la tragedia dell’infanzia si prolunga in quella dell’adulto: non poter partecipare al girotondo, al cerchio sacro dell’appartenenza.
Vi lascio immaginare la condizione di forzata marginalità del vertiginoso e la sua ovvia distanza da pratiche ginniche rotatorie intorno a un centro.
Sarà uomo decentrato, eccentrico, squilibrato, suo malgrado.
Per fortuna i girotondi vanno via via scemando, pare infine che si è caduti tutti giù per terra.
Si può dire che in quell’invidiabile legarsi teneramente per mano circolarmente si guarda l’altro se stesso, quello che abbiamo di fronte nell’altro punto della circonferenza.
Ci si appartiene appartandosi, pur affermando il proprio esserci nel mondo.
Ci si ri-guarda, nel senso francese; si è anche persone di riguardo, ragguardevoli, vip, importanti adulti-bambini che disegnano il cerchio della separazione-appartenenza in fuga dalla noia impotente del quotidiano.
Ci contiamo, ci riconosciamo, tautologicamente tracciamo la presenza.
Il giro intorno al mondo è il mondarsi dal mondo, pulizia radical-mondana che ci affranca dalla fatica del mattoncino giornaliero da mettere uno sull’altro, faticoso e poco spettacolare. In questo gioco lo sguardo si rivolge allo specchio, sguardo del noi che esclude voi.
Del girotondo un amico mi offre una versione della filastrocca meno consolatoria:
Giro giro tondo
Che ci faccio in questo mondo?
Ci faccio quel che posso
Con il mio groppone addosso
Quando non ne posso più
Piglio le gambe e mi butto giù.

Schivare.
Elias Canetti inizia il suo Potere e sopravvivenza con questa parola: “schivare”.
“Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia dello spirito umano”, esordisce il premio Nobel bulgaro.
E prosegue: “Non di rado si tratta semplicemente di evitare quanto ci sta dappresso, poiché non siamo all’altezza di affrontarlo. Ne avvertiamo la pericolosità e preferiamo aver a che fare con altri pericoli di ignota entità. Anche quando ci imbattiamo in questi ultimi, e accade puntualmente, essi posseggono pur sempre il brillìo delle cose improvvise e uniche.”
Ma lo sguardo dello schivatore non è quello dell’indifferenza o della passività.
Al contrario, i protagonisti dell’altrove sono agìti da passione e attivismo ed irradiano il “brillìo” delle cose lontane, che dobbiamo condividere con loro, schivando così anche noi l’obsoleta vita quotidiana.
Bastano poche settimane di frequentazioni di quell’altrove a noi sconosciuto che, con sicurezza e competenza, ci viene proposto un libro scritto alla velocità della luce .
La matassa complicata del qui, ormai fuori moda, è sbrogliata e semplificata nella narrazione dell’altrove, che ha sempre il “brillìo” del nuovo, con un azzeramento alle spalle.
Lo sguardo dei compaesani rivolto alle case perdute che scivolano giù con la frana è troppo prossimo a noi, son fatti troppo vicini, come i morti ammazzati a Napoli o le limitazioni della nostra libertà di cinque minuti fa. Ed è pur sempre intorno al mostro quotidiano che si erigono i nuovi templi della bellezza e dell’arte.
“C’è una netta tendenza a buttarsi verso le cose più lontane, subito, e a trascurare così tutto ciò contro cui si va continuamente a sbattere”, scrive Canetti.

Farsi guardare.
Il ritornello sociologico lo conosciamo tutti.
C’è oggi un’angoscia che attraversa le persone rappresentata dal rifuggire dall’anonimato. Tutti vogliono apparire, non c’è più nessuno seduto in platea.
L’”idiota” del XX secolo, Andy Warhol, lo aveva predetto. Ben prima di lui lo aveva capito l’europeo Duchamp, riscattando il banale e l’ovvio sbattendocelo davanti agli occhi.
È del tutto evidente che se tutti appaiono e vogliono farsi vedere e ascoltare c’è una inevitabile deprivazione dell’intelligenza. Diventeremo tutti stupidi ma senza passare prima dall’ufficio di Bartleby.

Amore.
Anche nell’amore si tende a schivare. Non avevamo dato troppa importanza, o avevamo rimosso, quel dettaglio irritante, quella frase rivelativa, quella inopportuna invasione del nostro spazio, quando avevamo uno spazio. Così, schivando e rivolgendo lo sguardo al futuro che aggiusta sempre tutto, ci ritroviamo a pagare il presente. Separazioni, divorzi, avvocati per aver schivato l’insignificante dettaglio dell’esordio e non essersi fidati di se stessi e dei propri occhi.

Posta elettronica.
Mai mandarsi una foto quando si scambiano e-mail. Rimanere così, sconosciuti allo sguardo, dirsi cose intime e segrete ma salvarsi dallo sguardo.
Dopo, se ci si è guardati solo una volta, ci si scriverà solo banalità giustificatorie, per nascondere la delusione degli occhi che dicono tutto e subito.

Libri.
Al leggere si preferisce rileggere, ognuno si difende come può. Lo scrittore Alberto Boatto oltre ad essersi occupato di Duchamp, Pop Art e di ghigliottine si è interessato anche di sguardi. Il suo libro nei lontani e primi anni Ottanta, Lo sguardo dal di fuori è da rileggere.

Scuola.
Gli unici che possono sottrarsi dallo sguardo panottico sono gli studenti, proprio perché si parla molto di loro. Documenti, relazioni, acronimi surrealisti, griglie valutative, percorsi formativi, obiettivi prefissati e raggiunti, sportelli didattici, sostegni psicologici e grafologici, recuperi in itinere, corsi di sostegno, progetti di accoglienza, orientamento pre-post-diploma, corsi extrascolastici, educazione sessuale, non fanno altro che privilegiare gli studenti che possono permettersi vite clandestine e segrete e salvarsi dalla perlustrazione incessante del totalitarismo educativo. Essi sono già scomparsi, la macchina scolastica può continuare a funzionare da sola, virtuale com’è.
La scuola è una simulazione, laboratorio avanzato ove si allestisce il nulla ecumenico in atto, mentre gli studenti sono i nuovi eroi dell’invisibilità.