Archive for the ‘Scrittura’ Category

Luoghi

lunedì, luglio 23rd, 2007

toscana

C’è una parte della Toscana meno nota, una campagna che sino a trent’anni fa era molto depressa e povera, andandosi a spopolare spingendo contadini e artigiani a trovare lavoro al Nord e oltr’alpe, lasciando disabitati caseggiati di pietra oggi ancora in buono stato e restaurate con semplicità, lasciandovi l’impronta trecentesca e quattrocentesca. Ci sono piccole mandrie ordinate che pascolano beatamente, magre e sane, puoi andare a cavallo se vuoi e se ti va di nuotare c’è la piscina, boschi fitti per passeggiare, lunghi sentieri tra i campi di foraggio per correre, querce e faggi secolari per riposarti all’ombra; a due chilometri c’è il paese e la sera, se ne hai voglia, puoi andare a berti qualcosa in un bar-pizzeria sotto i faggi, un posto tranquillo frequentato dai locali e con pochi turisti, qui puoi chiedere un Jack Daniel’s liscio e te lo porteranno sempre con ghiaccio e non puoi farci niente; ci puoi venire a piedi o in bicicletta se ti piacciono le salite; se non ti va di mangiar sempre fuori la cucina è grande e attrezzata, con un bel tavolo al centro con le sue sei sedie impagliate, una credenza del Cinquanta con dentro tutto quello che ti serve per cucinare.
Puoi farti una pasta crudaiola con i pomodori freschi tagliati a pezzettini insieme alla mozzarella, un po’ d’olio d’oliva e qualche foglia di basilico.
Puoi mettere lì sul tavolo, coperto con un tovagliolo, un bel pezzo di formaggio di fossa che ti vai a tagliare quando ti viene voglia e lo mandi giù con qualche sorsata di rosso ma, niente di speciale, niente di fenomenale, un vino normale, non siamo nel patinato e americano Chianti.
Qui tutto è più antico ma nessuno te lo fa pesare.
Se non vuoi far nulla questo posto è l’ideale per non far nulla, cominci a oziare ma poi raccogli qualche mela e pera caduti dall’albero e li ordini sul ripiano di pietra sotto l’ulivo davanti la casa, poi decidi di dare un poco di acqua alle rose assetate che si appoggiano sul muro di pietra dell’ingresso o scardini il vecchio portellone della legnaia decidendo di dargli una riassettata, vai in Paese a comprare stucco, vernice, carta smeriglia, spatola, ti metti a lavorare; l’ozio diventa lavoro senza che tu te ne accorga e ti ritrovi a ripetere i gesti di qualche tuo antenato.
La tua camera da letto e la stanza all’ingresso con il grande camino sono esposte ad ovest; puoi svegliarti e lavorare al fresco. Al mattino, guardando verso Firenze, puoi capire come andrà la giornata, se il brutto non viene da lì la pioggia gira sui paesi vicini lasciandoti all’asciutto.
Quando passeggerai nel bosco, con il caldo che ogni anno aumenta incredibilmente, sarai attaccato dagli insetti, guardati dal tafano, la mosca cavallina, che potrebbe rovinare la tua pelle e sicuramente resterai affascinato dagli incredibili progetti di ragnatele che velano il bosco chiedendoti anche tu se per caso questa bava cristallina dei ragni non sia eccessiva, sproporzionata allo scopo, come se questi animaletti fossero impazziti cercando di segnalarci qualcosa.
La notte, le stelle ed i grilli sono tutti per te e c’è tanto fresco che potresti sentire persino freddo in agosto mentre altrove si frigge.
La casa si trova su di un magnifico poggeto che si scopre da un vialetto che, almeno inizialmente, pare introdurti nella densa boscaglia.
Ad un’ora di auto puoi visitare luoghi sacri, ove sassi e pietre sono animate da energie positive, puoi toccare o sdraiarti sul giaciglio di pietra di Francesco, ti ci puoi strofinare se vuoi, assimilando nel corpo tutto il buono di questo grande Santo.
La pietra per Lui si è fatta casa corporea salvandolo dagli attacchi forsennati del Demonio che lo spingeva nel precipizio. La dura pietra si è come aperta, come svuotata, modellandosi al corpo di Francesco, sigillandolo e salvandolo dal male aggressivo del demoniaco.
Potresti accorgerti che l’inanimato ha anima e discernimento.

I nostri morti

venerdì, luglio 13th, 2007

cervia

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I morti ci parlano? E, soprattutto, sono più buoni che da vivi?
Provatevi voi a rispondere a simili difficili domande.
Alla prima domanda io risponderei affermativamente.
Naturalmente non parlano la nostra stessa lingua e non in maniera diretta. Bisogna tener presente poi che la maggior parte dei morti sono timidi e un pò complessati e le loro strategie di avvicinamento sono sempre un pò farraginose ed infantili.
Se andiamo di fretta e siamo con altra gente non se ne parla nemmeno che essi comunichino con noi e poichè vogliono uno spazio tutto loro, ed essere al centro di molta attenzione, appunto come i bambini, se ne stanno lontano in attesa del momento buono.
Quando essi ci parlano ce ne accorgiamo immediatamente ed i segnali possono essere tra i più disparati. Ad esempio un brividino leggero dietro alla schiena, oppure l’apparizione di un oggetto dimenticato che si mette all’improvviso in evidenza, uno strano scompiglìo nella soffitta o in cantina a seconda delle preferenze ora aeree e ora viscerali di queste anime viaggiatrici.
Quando incorniciamo un loro ritratto nella nostra casa o erigiamo una lapide nella città dei morti o, per i più prestigiosi, addirittura un monumento, essi cominciano ad accasarsi e trovano in questi luoghi un ritrovo, vengono di tanto in tanto e vi aleggiano sopra, si danno appuntamento con altri loro amici defunti, vantandosi dei nostri omaggi, ricambiandoci con la loro protezione.
Volano sempre, anche sotto la pioggia, perché le anime sono fatte d’aria. Può bagnarsi l’aria?
Noi forse non lo sappiamo ma la mano che spesso ci solleva dalle nostre fosse esistenziali è la loro. Il loro aiuto, come la loro protezione, viene elargita con parsimonia.
La loro efficacia trova il vero successo quando le nostre risorse individuali ed autonome vengono meno e ci avvicianiamo a quel confine lamellare che ci separa da loro, quando siamo più vicini a loro da vivi. E’ allora che sentiamo il loro fiato, e loro il nostro. E’ il confine il punto d’incontro.
Attribuiamo spesso alla fortuna o ai miracoli simili accadimenti ma in realtà sono loro che, con grande sforzo, mettendo in atto indescrivibili energie, spostano, seppure leggermente, il percorso del nostro destino.
Dunque essi sono buoni?
Andiamoci cauti.
Prima di tutto essi devono superare la grande invidia che hanno per noi vivi, come gli dei di una volta per i mortali.
Invidiano la nostra finitezza.
Ci considerano stupidi perché dall’alto dei loro svolazzi sanno tutto, ed è facile per loro, ma nello stesso tempo sono in preda a desideri mimetici fortissimi. Per fortuna viene impedito loro che questa mimesi irriducibile si trasformi in vera e propria cattiveria e caos, a parte alcuni casi incredibili di maleficio che forse andrebbero presi in considerazione.
Se i morti erano inevoluti da vivi molto spesso vi rimangono anche da morti.
Ma molti di loro superano l’invidia per la nostra seppur stupida sostanza vitale e diventano buoni, saggi, persino più intelligenti di quanto lo fossero prima del trapasso.
Se essi sono cattivi con noi vuol dire che è la nostra accoglienza cattiva.
Se rivolgiamo loro i nostri pensieri e se nella lapide della memoria scolpiamo parole giuste, ospitali e pacificanti, essi massageranno il nostro corpo e la nostra mente con le intenzioni più bonificanti.

Il lato B

lunedì, luglio 9th, 2007

rock

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Ci fu un giorno in cui scoprii il famoso lato B.
Mettevo su continuamente gli stessi famosi 45 giri e sempre dallo stesso lato, il lato A.
Ad un certo punto provai ad ascoltare il retro, che presentava canzoni particolari e diverse, forse più sperimentali e a volte in forte contraddizione con il suo lato maggiore.
Capii che ogni disco si presentava in due facce.
Il lato minore delle cose, il suo lato B, è sempre una rivelazione e ne tenni conto anche per la vita futura, anche se devo ammettere che non sempre mi è servito.

Il comodino

venerdì, giugno 15th, 2007

tavoli

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In un giorno nuovo ebbi finalmente un comodino.
Venne svuotato dalle vecchie cianfrusaglie del nonno, pace all’anima sua, rivestito all’interno con carta Firenze e messo a fianco del mio letto-divano di vilpelle nero. Il libro di economia domestica di mia sorella diceva che accanto al letto niente più comodini da notte, ma un tavolino basso con un ripiano per libri e riviste e con un grazioso lume. Felice di contraddire quello stupido libro io avevo invece un comodino ottocentesco tutto mio, quello che hanno sempre avuto le persone grandi, con il piano di marmo verde, un cassetto e lo sportello. Il mio altare, la mia banca, il mio magazzino e, nel cassetto, il mare: stelle marine, sassi, conchiglie e biglie colorate.
Certo non poteva competere con lo spazietto sacro dedicato a Balzac dal giovane Antoine Doinel ma, se siete di bocca buona, capirete che non potevo certo lamentarmi. Insieme al mare c’erano i miei 45 giri che prendevo da mia madre; nello sportello ove una volta veniva riposto il vaso da notte avevo sistemato il mio mangiadischi arancione insieme a Capitan Miki e al Grande Blek.
Da giovanissimi e da vecchi si raccoglie e si miniaturizza il mondo possedendone una parte troppo vasta per poi trattenerlo insieme ai ricordi.
Nel mezzo, pare, solo dispendio e insensatezza, impegnati come siamo a viverlo il mondo.

Un giorno

domenica, giugno 3rd, 2007

cielo

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Un giorno si udì come un suono di campanellino o un colpetto con le dita dato ad un bicchiere di cristallo, tin, insomma un suono magico che annunciava un cambio di scena o di regia… Tutti all’improvviso erano diventati tristi. Nelle feste da ballo, ove accompagnavo mia sorella più grande di me, i dischi che avevo il compito di mettere su erano diventati tristissimi; sui quartieri popolari era scesa una coperta funerea e melanconica che riscaldava i suoi giovani, infreddoliti all’improvviso. Qualcuno se ne stava nell’angolo lontano del soggiorno con le spalle rattrappite a fumare Gaulois ritmando con lenti movimenti della testa la canzone di Tenco:
Un giorno dopo l’altro la vita se ne va un giorno dopo l’altro la stessa vita…
Alcuni maschi si alternavano alla finestra volgendo le spalle agli altri scrutando attraverso i vetri chissà quali orizzonti lontani in attesa che una Dalida o una Jiuliette Greco si avvicinasse gli mettesse una mano sulla spalla sussurrandogli: «parliamone, non fare così», ma anche le ragazze recitavano una loro tristezza personale. Il gioco della incomunicabilità, che esse praticavano meglio, non prevedeva l’accettazione dellle nuove reti seduttive dei ragazzi così ognuno se ne stava per i fatti suoi in attesa che succedesse qualcosa senza quasi ballare più. Io mettevo i dischi e guardavo stupefatto questo strano teatro fatto di lenti movimenti e continui cambiamenti nella disposizione dei corpi tra il divano le sedie e la finestra e non capivo. Indossavano quasi tutti dei grossi maglioni, la brillantina era sparita e i capelli sembravano incolti, non ci si faceva più la barba tutti i giorni e la maggior parte di loro aveva le sopracciglia aggrottate e tristi, come se avessero perso i genitori il giorno prima o non mangiassero più da settimane con i frigoriferi svuotati di colpo, forse una carestia, il ritorno alla povertà e alle famose pezze al culo, forse la terza guerra mondiale, un’altra Hiroshima. Non si capiva.
Mentre tornavamo a casa chiesi a mia sorella perché dovevo mettere sempre quei dischi tristi e perché non si ballava più. «Non puoi capire, ci sono dei problemi, ci sono crisi esistenziali» – mi rispose aggrottando la fronte come facevano gli altri.

Vanna

venerdì, giugno 1st, 2007

game

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Nel quartiere popolare della mia infanzia, dentro il famoso palazzo-treno, ci abitava anche Vanna: l’impossibile. Splendida e inarrivabile ragazza dai capelli lunghi e castani. Il suo nome era tutto nei capelli. Se mi si chiedesse qual’è la tipica ragazza dei primi anni Sessanta risponderei: Vanna.
Anche lei, come me, veniva mandata a fare la spesa e ci incontravamo – direi che io la incontravo perché lei mi ignorava – dalla fruttivendola Olimpia (che nomi cari miei!) o da Vincenzo, dall’alimentari. Entrambi bravi ragazzi con in mano la lista della spesa.
Io aspettavo il suo turno, con le fiamme in faccia, o lei il mio, astratta e lontana. Eravamo entrambi ammirati. Allora perché non ci siamo mai parlati?
Nel quartiere ci si misurava sempre con la lotta fisica, si stava sempre a fare a botte e Vanna veniva fuori da tutto questo come il paradiso irraggiungibile.
Altra razza, altra materia corporea, congiunzione perfetta e fortunosa di geometrie genetiche irripetibili ed inquietanti per eccesso di risultato. Ecco perché me ne stavo ammutolito e pietrificato.
Il Grande Fornaio del quartiere, tra le tante varietà di pane, un giorno decise di passare alla storia sfornando questa delizia profumata e perfetta mostrandomela sotto il naso quasi ogni giorno insieme al lampeggiare del neon dello Yomo: “Yomo ogni giorno”, diceva la luminosa pubblicità. Vanna era l’impossibile impastato con l’indicibile.
Non ci siamo mai parlati io e Vanna perché ero troppo un bravo ragazzo. Quando alla fine della terza media il mio amico Quirino mi disse che Vanna si era messa con quel falso bugiardo e stronzo di Ennio, mentre contemporaneamente andava a letto con quelli più grandi, non crollò solo un mito ma, contemporaneamente, si eresse la coscienza della mia stupidità. La prima suonata di sveglia.
Le divinità amano le forme spurie, l’indifferenziato, prediligono la soglia uomo-animale e il bello si accompagna spesso con la sua sprezzatura; in quella pasta meravigliosa approntata dal Grande Fornaio io cominciavo a vedervi qualcosa che assomigliava alla lordura. Con il tempo il panificio si fece sempre più malefico sotto le spoglie del meraviglioso e del viaggio afrodisiaco e dobbiamo aspettare gli anni Settanta per una immagine più dettagliata della Gòrgone: una giovane sforacchiata dagli aghi e sdentata, con radi capelli in testa, sbattuta su un marciapiede, la cui unica realizzazione è la riappropriazione completa del suo nome: Giovanna.

Un giorno

sabato, aprile 28th, 2007

donna e barca
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Ogni mattino è l’annucio del nuovo. Tutto può accadere. Ci pensa il resto della giornata a normalizzare ed ad affossare l’assurda pretesa del nuovo. Comunque, godiamoci almeno le prime ore, le migliori per lavorare e sperare.

Sproloquio

giovedì, aprile 19th, 2007
pescara
Avevamo pochi anni quando scoprimmo l’aspetto spurio opaco e ambiguo del mondo quando il mondo erano i nostri simili della stessa età eri frocio se avevi la erre moscia simildonna se con il culo tondo vigliacco se non davi cazzotti femminuccia se non mostravi il cazzetto figlio di puttana se avevi la mamma bona perseguitato se parlavi italiano ancora frocio se indossavi il cappottino o il pantalone corto all’inglese con i calzettoni anzi frocetto tua sorella appena più grande bona anche lei crocefissa da verbose perversioni sessuali continuamente sputate in faccia a te se orfano e senza sorelle potevi anche cavartela ma se eri piagnone era finita per te il cerchio del linciaggio collettivo poteva avvolgerti da un momento all’altro se non ti costruivi alleanze forti erano cazzi amari alleanze casuali perchè eri simpatico a uno forte pure sensibile ma si vergognava e comunque tirava mazzate da far paura oppure non ne aveva bisogno perchè aveva una stazza enorme e tutti credevano che fosse tosto e magari frocio era lui mentre tu eri forte nella lotta ma coi cazzotti hai poco da fare e poi lo stupretto di gruppo con la simildonna in cambio di un ghiacciolo potevamo organizzare un suicidio di massa ma non ci arrivavamo e mi venite a dire idioti contemporanei che avete scoperto la violenza giovanile il suicidio adolescenziale la scorreggina in classe o il ruttino anime belle che avete scoperto il presente giovanile tutto buonismo veltroniano bertinottiano giovani nuovi valori disagio fragilità problemi sociali familiari genitori separati risposati traslochi psicologhe e grafologhe a scuola sportelli didattici recuperi in itinere seminari colloqui cecati in tutti e due gli occhi furboni carrieristi sulle spalle giovanili noi poi scoprimmo la sinistra il movimentismo lotta continua tutto molto immobile mobile ma creativo e con bei tipi che la sapevano lunga e belle tipe inarrivabili e i fighetti cervelloni del manifesto con belle femministe appena appena quasi separate dopo il libro di Cooper e Laing da arraffare al momento dopo naturalmente le dovute sedute psicoanalitiche strategiche dove il maschio è morto sono dolce rinuncio a me stesso rimesso in discussione sono in crisi facciamoci una canna qui sul divano meglio il lettino singolo mi sento in culo al mondo oppure quei fantasmi di avanguardia operaia chi li ha mai conosciuti ma con il nome forte si pensava ai pretoriani forti e intelligenti che arrivavano al momento opportuno tralasciamo gli scoppiati moralisti del partitomarxistaleninistaservireilpopolo Brandirale mi pare odierno ciellinomovimentopopolaremilanoassessoreformigoni fate voi ma che importa al minestrone consigliava la parità tra maschio e femmina nello scopare di fianco dunque non si cambia stesso binario e la figgiccì bravini con le famiglie a posto con giacche a spacchettini camicie tutto quadrettini con i bottoncini sul colletto tuttavia senso collettivo amicizia scambio casa certo qualche furtarello col solito tossico e poi spinello per ridere per vivere magari incontrati per caso tra diversi in qualche casa festa sbagliata ma insieme per qualcosa forse nuove amicizie e sesso interetnico interclassista insomma dal frocetto ci eravamo pur liberati non sapendo dove saremmo arrivati ma qui che si fa si ricomincia daccapo e dobbiamo diventare noi minori minoritari marginali operosi fuori moda di nuda vita ormai cattivisti alquanto cinici agenti speciali mentre chi dovrebbe pensare tutto questo se ne lava ormai le mani sognando mondi inesistenti sempre in ritardo all’appuntamento scapolando persino la propria storia?
Amen

Alberto Savinio e il formaggio.

mercoledì, aprile 4th, 2007

piano1
«Il Parmigiano è un formaggio base. È nella famiglia dei formaggi ciò che il contrabasso è nella famiglia degli strumenti a corda. Ai bassi profondi, fondamentali, paterni del Parmigiano, si appoggiano gl’individui più leggeri del quartetto caseario: i Taleggi e le Crescenze, viole e contralti della famiglia, la schiera delle Robiole e degli Stracchini (Stracchino: formaggio “stanco” che, come fanciulla sullo sviluppo, sviene nel piatto) al che si aggiunge la minutaglia degli acuti, i colleghi sottili dei flauti e degli ottavini, quei formaggini bianchi di Montevecchia, piccoli e tracagnotti, che macerano, occhiuti di pepe, in un verde lago d’olio.
Stella Alpina è un formaggio virginale, in abito di prima comunicanda. Quanto al Mascarpone, questo compromesso tra il burro e la panna, esso è il cappone dei formaggi: un grasso eunuco che, per voluttà, ha rinunciato alla voluttà.
S’intende che la parte del violoncello nel quartetto dell’orchestra casearia, la fa la Groviera. A Siena la Groviera la chiamano Emmenthal, e ignorano che Emmenthal e Groviera sono la medesima cosa. Gino il famoso trattore di via Calzoleria[Milano], alla mia richiesta di un pezzo di Groviera a fin di pasto, mi rispose che in fede di galantuomo la sua Groviera preferiva non darmela, “essendo la stagione della Groviera già passata”; in compenso mi consigliava un Emmenthal di gran classe. Quanti conflitti nascono dal modo diverso d’intendere la stessa parola…
Il Parmigiano è grave, robusto, fidato. La sua forma a ruota di camion attesta la solidità del suo sapore. È il Morgante Maggiore dei formaggi.
Il Parmigiano non è figlio unico. Ha due fratelli: il Reggiano e il Lodigiano, tre giganti della casearia. Si ammiri la ieratica disposizione di questa trinità caceresca. Tre gravi fratelli collocati a breve distanza uno dall’altro sulla stessa via consolare, schierati da Settentrione a Mezzogiorno, “appoggiati” ciascuno a una forte città, come l’armata alla sua base: a Lodi il Lodigiano, a Reggio Emilia il Reggiano, a Parma il Parmigiano.
Presto però questi tre fratelli rimarranno in due: il Lodigiano va scomparendo. Se spacchi con la coltella corta e triangolare la buccia di uno degli ultimi esemplari di questo formaggio illustre e predestinato, scoprirai nel suo poroso e cavernoso viscere un odoroso paesaggio di stalattiti: umide boccuzze di quei suoi alveoli onde a questo patriarca della casearia viene il detto che “il Lodigiano ha dentro la goccia”.
Ma puossi chiamare buccia il rivestimento esterno di questo formaggio querciaiolo, e non sarebbe più giusto chiamarlo corteccia?…»

Alberto Savinio, Ascolto il tuo cuore città

(editore Adelphi)

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(Non c’è scrittore italiano per gli italiani più “straniero” di Savinio, scriveva Leonardo Sciascia. In effetti, per sentirmi italiano, io Savinio lo leggo e lo rileggo, seguendo il consiglio di Flaiano, e scopro sempre cose nuove mentre l’attualità italiana mi sospinge al vecchio. Certo, per leggere Savinio è necessario provare prima l’accordo, e decidersi nella tonalità dell’ascolto. dopo però tutto fila liscio, con divertimento e delizia. Dopo Leopardi, per i formaggi italiani, viene Savinio, credo )

Interrogativi

domenica, marzo 25th, 2007

ciminiere

Che ci facevano tre civette sul comò nella casa del Dottore? Quale dottore poi?
Cosa mai voleva dire amaramacicìcocò che Marla ripeteva in continuazione facendo roteare con la testa la sua nerissima coda di cavallo? Erano tre civette o tre sciimmiette? Tre civette. Tre civette sul comò che facevano l’amore con la figlia del Dottore, il Dottore si ammalò amaramacicìcocò. Indecifrabile. Le civette facevano l’amore! Lunga è la storia stretta è la via dite la vostra che ho detto la mia, dannazione, cosa vuol dire? Qualcuno me lo spieghi per favore. No, non lo voglio sapere.
E quell’un due tre stella delle femminuccie, te bambina appoggiata al muro che ti voltavi di scatto e se notavi il minimo spostamento dell’amichetta la rimandavavi indietro di un passo; vinceva chi riusciva a toccare il tuo muro urlando: Stellaaa!!! Cosa si era conquistato mai! Un muro. Un muro chiamato stella che immusonita e triste tu cedevi alla nuova sculettante vincitrice neanche avessi perso un principato o una guerra punica.
E quei due antipatici di Gigino e Gigetto? Incollavi con lo sputo un pezzettino di carta sulle unghie dell’indice della mano destra e sinistra e ritmicamente li facevi apparire e sparire sul tavolo sostituendoli a sorpresa con il dito medio. Il leit motiv ossessivo era:
Gigino e Gigetto stanno sul tetto
Vola Gigino vola Gigetto
Torna Gigino torna Gigetto.

Gigino e Gigetto, insopportabili gemelli con la giacchettina stretta a due spacchi che si sollevava sui due culoni da viziati con la boccuccia rossa da cui colavano tonnellate di Nipiol e Nutella, erano un tormento.
Ma chi credevano di essere? Gilbert & George? E poi tutti quei amblemblò e amblemblà, le cucuzze e il cucuzzaro e le belle statuine e tutte quelle assurde penitenze!
Eravamo deficienti? Avevamo un quoziente intellettivo che all’epoca era più basso di quello odierno? Inevoluti beoni beoti che venivano presi per il culo dalla mattina alla sera?