
Archivi per la categoria ‘Scrittura’
Sproloquio
giovedì, 19 aprile 2007
Alberto Savinio e il formaggio.
mercoledì, 4 aprile 2007
«Il Parmigiano è un formaggio base. È nella famiglia dei formaggi ciò che il contrabasso è nella famiglia degli strumenti a corda. Ai bassi profondi, fondamentali, paterni del Parmigiano, si appoggiano gl’individui più leggeri del quartetto caseario: i Taleggi e le Crescenze, viole e contralti della famiglia, la schiera delle Robiole e degli Stracchini (Stracchino: formaggio “stanco” che, come fanciulla sullo sviluppo, sviene nel piatto) al che si aggiunge la minutaglia degli acuti, i colleghi sottili dei flauti e degli ottavini, quei formaggini bianchi di Montevecchia, piccoli e tracagnotti, che macerano, occhiuti di pepe, in un verde lago d’olio.
Stella Alpina è un formaggio virginale, in abito di prima comunicanda. Quanto al Mascarpone, questo compromesso tra il burro e la panna, esso è il cappone dei formaggi: un grasso eunuco che, per voluttà, ha rinunciato alla voluttà.
S’intende che la parte del violoncello nel quartetto dell’orchestra casearia, la fa la Groviera. A Siena la Groviera la chiamano Emmenthal, e ignorano che Emmenthal e Groviera sono la medesima cosa. Gino il famoso trattore di via Calzoleria[Milano], alla mia richiesta di un pezzo di Groviera a fin di pasto, mi rispose che in fede di galantuomo la sua Groviera preferiva non darmela, “essendo la stagione della Groviera già passata”; in compenso mi consigliava un Emmenthal di gran classe. Quanti conflitti nascono dal modo diverso d’intendere la stessa parola…
Il Parmigiano è grave, robusto, fidato. La sua forma a ruota di camion attesta la solidità del suo sapore. È il Morgante Maggiore dei formaggi.
Il Parmigiano non è figlio unico. Ha due fratelli: il Reggiano e il Lodigiano, tre giganti della casearia. Si ammiri la ieratica disposizione di questa trinità caceresca. Tre gravi fratelli collocati a breve distanza uno dall’altro sulla stessa via consolare, schierati da Settentrione a Mezzogiorno, “appoggiati” ciascuno a una forte città, come l’armata alla sua base: a Lodi il Lodigiano, a Reggio Emilia il Reggiano, a Parma il Parmigiano.
Presto però questi tre fratelli rimarranno in due: il Lodigiano va scomparendo. Se spacchi con la coltella corta e triangolare la buccia di uno degli ultimi esemplari di questo formaggio illustre e predestinato, scoprirai nel suo poroso e cavernoso viscere un odoroso paesaggio di stalattiti: umide boccuzze di quei suoi alveoli onde a questo patriarca della casearia viene il detto che “il Lodigiano ha dentro la goccia”.
Ma puossi chiamare buccia il rivestimento esterno di questo formaggio querciaiolo, e non sarebbe più giusto chiamarlo corteccia?…»
Alberto Savinio, Ascolto il tuo cuore città
(editore Adelphi)
.
(Non c’è scrittore italiano per gli italiani più “straniero” di Savinio, scriveva Leonardo Sciascia. In effetti, per sentirmi italiano, io Savinio lo leggo e lo rileggo, seguendo il consiglio di Flaiano, e scopro sempre cose nuove mentre l’attualità italiana mi sospinge al vecchio. Certo, per leggere Savinio è necessario provare prima l’accordo, e decidersi nella tonalità dell’ascolto. dopo però tutto fila liscio, con divertimento e delizia. Dopo Leopardi, per i formaggi italiani, viene Savinio, credo )
Interrogativi
domenica, 25 marzo 2007
Che ci facevano tre civette sul comò nella casa del Dottore? Quale dottore poi?
Cosa mai voleva dire amaramacicìcocò che Marla ripeteva in continuazione facendo roteare con la testa la sua nerissima coda di cavallo? Erano tre civette o tre sciimmiette? Tre civette. Tre civette sul comò che facevano l’amore con la figlia del Dottore, il Dottore si ammalò amaramacicìcocò. Indecifrabile. Le civette facevano l’amore! Lunga è la storia stretta è la via dite la vostra che ho detto la mia, dannazione, cosa vuol dire? Qualcuno me lo spieghi per favore. No, non lo voglio sapere.
E quell’un due tre stella delle femminuccie, te bambina appoggiata al muro che ti voltavi di scatto e se notavi il minimo spostamento dell’amichetta la rimandavavi indietro di un passo; vinceva chi riusciva a toccare il tuo muro urlando: Stellaaa!!! Cosa si era conquistato mai! Un muro. Un muro chiamato stella che immusonita e triste tu cedevi alla nuova sculettante vincitrice neanche avessi perso un principato o una guerra punica.
E quei due antipatici di Gigino e Gigetto? Incollavi con lo sputo un pezzettino di carta sulle unghie dell’indice della mano destra e sinistra e ritmicamente li facevi apparire e sparire sul tavolo sostituendoli a sorpresa con il dito medio. Il leit motiv ossessivo era:
Gigino e Gigetto stanno sul tetto
Vola Gigino vola Gigetto
Torna Gigino torna Gigetto.
Gigino e Gigetto, insopportabili gemelli con la giacchettina stretta a due spacchi che si sollevava sui due culoni da viziati con la boccuccia rossa da cui colavano tonnellate di Nipiol e Nutella, erano un tormento.
Ma chi credevano di essere? Gilbert & George? E poi tutti quei amblemblò e amblemblà, le cucuzze e il cucuzzaro e le belle statuine e tutte quelle assurde penitenze!
Eravamo deficienti? Avevamo un quoziente intellettivo che all’epoca era più basso di quello odierno? Inevoluti beoni beoti che venivano presi per il culo dalla mattina alla sera?
Artisti. Lettera ritrovata
lunedì, 19 marzo 2007
Caro A. B.
Da diversi anni mi ritrovo ad emozionarmi sempre meno di fronte ad opere d’arte. Mi accorgo di rannicchiarmi nella riscoperta (o forse di vera autentica scoperta) di Goya, Rembrandt, Boetti, Kounellis, alcuni americani degli anni Quaranta e Cinquanta dell’altro secolo; ma ti risparmio la lista completa ed alcune stravaganze. Il contemporaneo e l’”istante” si stanno allontanando da me ma il movimento è reciproco, io stesso mi allontano dal presente, divorzio consensuale con melanconie in affidamento congiunto, e pur rammaricandomene mi chiedo se forse oggi di sbagliato non ci sia null’altro che il mio accostarmi alle cose: forse non mi si chiede più un’emozione, o relazione sognante e aperta, un invito a nuovi viaggi. Mi si vuole inchiodare qui, nel banale, nell’orrore quotidiano molto trendy. L’arte riproduce il repulsivo e avendone già abbastanza di mio, non ho bisogno di propedeutiche estetiche. Ho già visto. Ho già dato.
Insomma le cose sono andate così. Aggiungiamoci anche la noia, la ripetitività di stanchi rituali, di teatri già visti, vernissages ed eventi in prima assoluta nel secessionismo del mondano e del glamour, globalizzati e rintracciabili oramai anche nei luoghi in culo al mondo.
Sarà anche l’età, avendo doppiato più volte la linea d’ombra per entrare nella luce cruda del disincanto e del cinismo critico, pur appassionati, o la consapevolezza di aver fatto uso poco scaltro di navicule esperte nel destreggiarsi tra i flutti opachi ed insidiosi della Società dell’Arte, per cui, dovendo scegliere tra la brevità della brace di una giovane vita di talento spezzata – sono infatti artista vivente – e la nicchia dell’autocompiacimento narcisistico e spettrale alla lunga frustrante e depressiva, mi sono trovato a scegliere, dopo anni alla macchia, il distacco con margini di libertà anche se vocazionalmente mortiferi.
Non mi aspetto nulla dal mondo, mi aspetto tutto dal mondo; tutto è possibile. Io e il mondo in comune abbiamo l’incomprensibilità reciproca.
Volevo anche dirti che mia moglie Federica ( te la ricordi?) è morta quattro mesi fa. Aggiungiamoci anche questo.
.
Caro T. M.
Ho letto la tua mail di fretta, mi ha fatto piacere risentirti.
Sono in partenza per New York, ci rimango qualche mese, sono in trattativa per prendere un grande studio che divido con un tedesco, il mio lavoro va alla grande, sono incasinato e non so come fare a soddisfare le richieste, mi è scoppiata una bomba, cazzo ce l’ho fatta.
A cinquant’anni cazzo! Voglio vedere quelle merde milanesi adesso! Gli sputo in faccia! Dai che cazzo fai lì, vieni a New York. Tu non hai idea come si vive qui.
Non ho capito molto di quello che hai scritto, magari perchè ero di fretta.
Salutami tua moglie Elisa, come sta?
Ciao stammi bene
A. B.
Ricordo di una Cinquecento ©
domenica, 4 marzo 2007
Ho finalmente la Cinquecento, il futuro e quarantotto rate davanti. La Cinquecento L, blu come il mio golf da sera, marce sincronizzate niente più doppietta, manubrio nero e sportivo, sedili ribaltabili, tettuccio apribile, deflettori, radio, tappetini rosso scuro comprati a parte e tremila lire dentro il serbatoio che ti spedisce dove vuoi e poi hai la barba, tutta la barba che sognavi, una barba che devi farti ogni giorno se non vuoi raspare le ragazze uomo fatto che sorgi al mattino sempre con una bella erezione. Sai cosa vuol dire avere una Cinquecento così? Che sei appena un gradino sotto Sua Divinità Renault Quattro, dunque in un bel posto per ora.
Le Mini Minor non mi sono mai piaciute sapevano di magnaccia e donne da Night.
Avere i sedili ribaltabili vuol dire avere un progetto, una possibilità, una risorsa, una sicurezza che ti è affidata affinché venga usata con accortezza tempismo e velocità accompagnati da sensibilità e morbidezza dissimulando con scioltezza il gesto tecnico, scegliendo l’attimo, quell’attimo risolutore che raggruma successo e fallimento insieme, ricordatelo.
Sai infine cosa vuol dire la lettera L dopo il magico numero 500? Vuol dire “Lusso”, vuol dire che la paghi il dieci per cento in più del modello normale e dunque sei nella lussuria.
Vent’anni. Con un’età così puoi anche accostare sul Corso e startene dentro quel blu lucente ad ascoltare la radio con il finestrino aperto ed il braccio di fuori a fumarti una Malboro perché se hai deciso di lasciare puoi permetterti una sosta fredda e distaccata dove guardi il mondo dal tuo abitacolo per trattenerlo nella memoria o per lasciarlo in anticipo dentro gli occhi già da ora. Ti va di mettere in moto perché ti piace il rumore ma anche solo per vedere il lunottino illuminarsi che svolge sempre bene la sua magia da abitacolo notturno, parti in prima e riparcheggi qualche metro avanti, più vicino al mare e alla piazza gioiosa ora deserta.
Ma cosa lasci alla fine? Quasi nulla. Devi persino costruirti la sceneggiatura di una partenza ove nessuno ti trattiene né lo farà mai, ciò che ancora tiene il motore non ancora rodato fermo al confine tra la città e il mare è proprio il nulla che lasci perché tu sei e sei stato nulla per le persone che lasci. Valigia, dischi, libri, l’inseparabile Nikon, panini col tonno e il piatto Lenco stipati dentro la tua nuova casa mobile, la prima che hai avuto, ma cosa aspetti!
Vai via!
Ricordo di una Renault ©
mercoledì, 28 febbraio 2007
Nei primi giorni di soggiorno di dieci anni fa, in questo rifugio nella campagna toscana, Dolores attuò subito la sua tecnica di sparizione proiettandosi nella conoscenza dell’ambiente e dei vicini, come una ragazza che scappa di casa dopo averne conquistata una, come se accoglienza e fuga facessero parte dello stesso sistema spazio-esistenziale.
D’altronde, Dolores era persino capace di scomparire a casa sua, nel giardino, nelle mura di casa di sua madre e, quando mi raggiungeva nel mio monolocale al quindicesimo piano, ripeteva il solito scherzo, dopo aver suonato il campanello: trovava reconditi ed inesistenti anfratti nel pianerottolo per sparire per qualche secondo. E poi, puff! Eccola riapparire, con il sorriso beffardo e infantilmente canagliesco che annunciava quei deliziosi pomeriggi o serate in cui facevamo l’amore, con il piacere nuovo e intatto come la prima volta.
La sua presenza era sempre annunciata da un’assenza, un folletto bizzarro che ti canticchia: con i tuoi occhi rossi rossi, che faresti se non ci fossi?
Dolores, come sempre, è stata l’avanguardia anche in questo luogo. Il giorno dopo sapeva tutto degli anziani vicini, di Franca, di suo marito Alberto e di Sandro, il loro amico di sempre.
Ma della vita di Sandro catturai io qualcosa di intimo e originale che obiettivamente sfuggiva agli orizzonti antropologici di Dolores.
La sua vecchia Renault 4. La mitica R4, famosa quanto la due cavalli ma con un pensiero in più; fu la mia auto di gioventù.
Quest’auto mi ha permesso di viaggiare e assaggiare l’Europa, mi ha fatto vivere, dormire, fare l’amore, esperire la solitudine notturna nel girare a vuoto nella depressiva città in cui sono nato, è stata casa nelle sue capacità di trasformarsi e svuotarsi così come è stata compagna di traslochi allargandosi all’occorrenza accogliendo libri e mobili.
Era la macchina-segno francese quando Roland Barthes ancora balbettava, era sospesa da terra più delle altre e poteva andare ovunque, era campagnola e montanara e, tirata a lucido, non ti faceva sfigurare quando la parcheggiavi davanti ad un dancing o ad una festa nelle ville adriatiche delle mie terre.
Era bianca o rossa, di un rosso tutto suo, appena opaco, un rosso patinato dal tempo già da nuova. La mia era bianca, quella di Sandro di un beige pallido, bello anch’esso.
I sedili erano in tubolare con similpelle tirata con molle metalliche. Anatomicamente sembravano improbabili eppure si arrivava tranquillamente a Istambul senza mal di schiena.
Il cambio marcia era divertente e muscolare, la postura nella guida era altera e sciolta a seconda dello stato d’animo. Alcune persone ti capivano, o ti catalogavano, da questa macchina.
Sandro aveva condiviso le mie considerazioni e si autoassolse ormai definitivamente da tutte le critiche saccenti e consumistiche intorno alla sua vecchia Renault che i suoi amici fiorentini non gli risparmiavano; lui la curava come una bambina.
Tutto questo suggellò il rispetto reciproco facendo di noi fratelli d’auto
Ma poi, dopo questo sprazzo di moderata esaltazione, pensai che da giovani si ha meno mal di schiena e che viaggiare in cinque in una macchina così, spinellandosi qualche volta, molto probabilmente, più che la benzina ad alimentarla erano l’utopia e l’avventura.
In effetti, oggi, allo stesso modo sembrano comportarsi questi cultori superstiti dei Miti (falsi) degli anni Sessanta che dimenticano l’enunciato principale che dovrebbe fare da anticamera ai loro ricordi: eravamo giovani!
Memoria e Storia, qualche volta, andrebbero separati.
Non potevano definirsi vecchi questi desueti “fricchettoni” non sincronici con il tempo.
Filo d’arte. Ricordando Alighiero Boetti
martedì, 20 febbraio 2007
L’Enciclopedia dei lavori femminili di Thérese De Dilmont, in unico volume, rilegatura inglese, al prezzo di lire cinque, forse è ancora reperibile in qualche bancarella o mercatino di vecchi libri e nostalgiche inutilità o forse nei bauli di alcune vecchie soffitte tutte da esplorare, ove il passato non passa, come è capitato a chi scrive. Il libro non era solitario; insieme cartigli arrotolati, bozzetti per arazzi, decorazioni colorate per tessuti, campionari, un diploma di onorificenza del Comune di Faenza rilasciato ad Anita Sangiorgi, riminese, fondatrice di una delle prime scuole di arte applicata in Romagna nei primi anni del secolo scorso.
Stilemi classicheggianti nelle carte disegnate o dipinte ma anche soluzioni moderniste e moderatamente geometriche ma ancora al di qua della civiltà delle macchine e della “benjaminiana” riproducibilità tecnica. «La maggior parte delle persone che apriranno l’Enciclopedia dei lavori femminili diranno fra sé che questi particolari sul cucito sono davvero superflui, al giorno d’oggi soprattutto, che la macchina sostituisce così spesso il lavoro a mano», scrive la Dilmont. La sacralità delle mani sarà imperitura: Come la fotografia non ha cancellato la pittura, la macchina da scrivere la scrittura manuale (oggi si aprono scuole e corsi di calligrafia con venticello new-age), il computer ed internet il libro, il nylon un buon paio di mutante di puro lino, le mani sembrano ancora rappresentare l’utensile primario, non c’è dubbio. L’arte contemporanea protegge le mani dentro un fortilizio innalzandole quale vessillo di autenticità. I grandi dibattiti conflittuali sul rapporto tra l’innovazione della tecnica e l’ambito estetico appaiono nel lungo periodo sterili ed inutili riproponendosi periodicamente in modo stanco e noioso.
Il futuro forse è già stato, ed è stato troppo veloce.

Libro per signore dunque, oggi per competenti artigiane del cucito e del ricamo che tornano tanto di moda insieme alla diffusa e superficiale “nostalgia del fondamento” o più banalmente del tempo che fu. La scansione temporale del lavoro delle “signore” applicato al ricamo su tela o all’uncinetto (oltre all’applicazione diligente al pianoforte con sonate squisitamente femminili) è lenta e paziente. I giorni erano più lunghi, c’era tempo, tempo da perdere e non tempo perso. Lavoro e socializzazione perché il cucito si fa volentieri in compagnia, in umbratili salottini, linde cucine o riposanti bow-window, in pomeridiane conversazioni metereologiche, sui figli e la moda o chissà su quali incoffessabili pettegolezzi o modeste perversioni definitivamente piombate nel segreto femminino di un punto croce.
Chiacchierino si chiama un lavoro per merletto.
Libro per signore sufficientemente colte, abili con le mani ed esperte negli stili, creative nel mescolare modi e disegni con risultati originali e sempre nuovi , vere operette d’arte se non ci fosse lo stereotipo del maggiore e del minore.
Gli arazzi e i ricami proposti da un grande artista indimenticato, Alighiero Boetti, ci segnalano che sono le arti “minori” a rimescolare le carte nel gioco dell’arte, e del mercato dell’arte. «È sempre il piccolo che diventa grande», scriveva il filosofo Gilles Deleuze.
Eppure le incisioni che illustrano puntigliosamente il trattato (perché di un vero trattato si tratta, un trattato della “frivolezza”, alla francese) appaiono al nostro sguardo, martirizzato e saturo da immagini in movimento perpetuo, stranianti e spaesate; persino autonome rispetto alla didascalia ed alla loro funzionalità illustrativa ed esemplare. All’occhio estetico, un po’ démodé e stupidamente all’erta sulle marginalità, può accadere di trovare Lucio Fontana in una bordatura, Paul Klee in una rosetta ad uncinetto, Burri in un sopraggitto, e così via.
Per il resto la considerazione è tra le più ovvie: oggi non ci si sa cucire neppure un bottone. Con filo d’arte, s’intende.

Il Professore Carrisi ci preoccupa
giovedì, 15 febbraio 2007
Il grosso problema di Salvatore è di credere alla realtà.
Ci si avvinghia ogni giorno, la frantuma in affascinanti dettagli che vede solo lui, se li porta a casa dal lavoro, continua ad analizzarli nel sonno, prigioniero dell’aula scolastica che ha ormai recintato tutto il suo tempo.
Deve crederci tutte le mattine davanti allo specchio.
Il corpo è andato per i fatti suoi, grasso e informe, lo lava di rado, la testa calva; dei denti rimane solo un ricordo.
Un tempo era magro, elegante, bellissimi capelli.
Dorme vestito su un letto che si è fatto caverna, giaciglio disordinato e primitivo ove affogare e fuggire dal mondo dormendo più tempo possibile.
Ogni giorno pensa alla morte e si rammarica del fatto che verrà sorpreso con i piedi sporchi e senza dentiera.
Chiunque si occuperà di lui gli farà violenza, guardandolo.
Non potrà controllare l’”espoosizione” della sua salma.
Assai frequentemente pensa di darsela la morte, di vestirsi bene e lavarsi, mettere in ordine la casa, lasciare sul tavolo una lettera e passare dal sonno alla fine.
Ma quando? E quale morte? Chi leggerà la lettera? Chi si occuperà di lui?
Nel frattempo la morte potrebbe sopraggiungere all’improvviso, forse in un raro giorno appena migliore.
Già, perché Salvatore pensa alla morte come attacco notturno, ma potrebbe schiantarsi all’improvviso e rotolare sul pavimento della scuola, magari in classe mentre legge ai suoi lobotomizzati una pagina di Landolfi o di Alvaro.
Il Dirigente scolastico in un memorabile Collegio dei Docenti ricorderà italianamente la morte sul lavoro, la morte sul “campo”, del nostro Professore Salvatore Carrisi mentre leggeva e commentava ai suoi allievi fedeli alcune pagine di Corrado Alvaro e Tommaso Landolfi.
Un silenzio commosso e contratto attraverserà il Collegio composto da precari e nuovi docenti immessi in ruolo ormai cinquantenni, tutti vergognosamente silenti non sapendo chi fossero tali Alvaro e Landolfi.
Pur non morendo, il Prof Carrisi, che crede nella realtà, legge anche di peggio mentre la carne che cammina entra ed esce dall’aula quando vuole, si presenta al mattino a gruppetti sparsi nell’orario che desidera, spesso femminucce stronze vestite da bambine troie inconsapevoli le cui madri tengono tuttavia nel cassetto all’occorrenza le foto della loro prima comunione, da esibire all’Italia, nel caso alla loro bambina succedesse qualcosa, siamo sempre pronti per la televisione.
Sono sempre angeli, all’occorrenza.
Nessun Collegio e nessun necrologio per una persona che già da alcuni anni è in disuso, un anno dalla pensione, sopportato come un dettaglio d’arredo sbagliato in attesa di una ristrutturazione.
Forse un telegramma, che non leggerà nessuno; che se ne sa di costui? Un telegramma al morto che non può leggere.
Ogni giorno i pensieri delle tipologie della morte danno un senso alla vita di Salvatore, che abbraccia la realtà non accettandone la sparizione.
Abitare il libro
lunedì, 5 febbraio 2007
Ennio Flaiano aveva indicato almeno tre modi per leggere un libro. C’è l’abitudine, la disattenzione o la noia e certi libri sono abbandonati sui sedili dei treni.
Si legge per sospetto o invidia; sono i libri “meglio venduti” che, se li avessimo scritti noi e bisognava pensarci, avremmo guadagnato fama e denaro.
«Il terzo modo di leggere un libro – scrive Flaiano – è il più semplice, ma è proprio dei grandi lettori. Si acquista con l’età, l’esperienza, oppure è un dono che si scopre in se stessi, da ragazzi, con la rivelazione delle prime letture. si tratta di non abbandonare mai “quel” libro, di lasciarlo e riprenderlo, di “andarci a letto”. Ma poiché questo modo è suggerito soltanto dai grandi autori, col tempo si resta circondati soltanto da ottimi libri. E si diventa perfidi, si arriva a capire un libro nuovo ad apertura di pagina, a liberarsene subito. E se invece il libro convince, a lasciarlo per qualche tempo sempre a portata di mano, sul tavolo o sul comodino, poiché la sua sola vista procura un vero piacere, né si teme di finirlo presto: lo scopo di questi libri è infatti di essere riletti, di farsi riprendere quando tutto va male, quando ci sembra che la verità possa esserci confermata non da quello che succede intorno a noi, ma da quello che è nelle pagine di un libro.
Tutti i grandi libri sono stati letti e continuano ad essere letti così. È più esatto dire che non si tratta di leggerli, ma di abitarli, di sentirseli addosso. Facendone il conto, ognuno trova che i suoi si riducono ad un centinaio, largheggiando. E molti di essi hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza.»
«Corriere della Sera», 27 gennaio 1972

Tolleranza e liberalismo
giovedì, 1 febbraio 2007La parola “tolleranza” non piaceva, e forse non piace ancora, ai radical-rivoluzionari in quanto alla parzialità dell’accettazione di una differenza preferiscono la totalità dell’indifferenziato. Salvo poi essere intolleranti con il tollerante.
La tolleranza è come la buona educazione; un buon sistema per iniziare qualsiasi tipo di comunicazione, o relazione.
Se fossimo quotidianamente più tolleranti avremmo risolto gran parte dei problemi conflittuali che ci affliggono.
Lo stesso vale per la parola “riformismo”.
Per il “totalitario”, che vuole cambiamenti e rovesciamenti radicali e rapidi per non cambiare alla fine un bel nulla, “riformare” è sinonimo di cambiamento di superficie, opposto alla profondità delle vere trasformazioni.
Eppure, almeno in Italia, è proprio quando si toccano le superfici che la società ribolle furiosamente, mentre sulle profondità siamo pronti a svendere tutto, tanto si tratta solo di parole e non è in gioco nulla.
Evidentemente c’è ancora qualcuno che non riesce a comportarsi da adulto, non vuole crescere perchè è molto più conveniente sfruttare la rendita di posizione dell’immaturità.
Tolleranza e buone maniere appartengono al sentimento e ai modi liberali, e nelle nostre latitudini il liberalismo è mancato, o se ne vede poco.
Scriveva Alberto Savinio nel 1951:
Il sentimento liberale è sentimento da adulti. È sentimento da gente matura, illuminata, saggia. E il mondo, oggi, non è né adulto, né maturo, né illuminato, né saggio. Il mondo oggi è ragazzino. E ha la sventatezza, la crudeltà, l’assenza di pietas dell’infanzia. Bisogna aspettare che questa nuova infanzia si compia e diventi adolescenza. Bisognerà aspettare che l’adolescenza a sua volta diventi età matura. E allora, forse, negli adulti di domani, rifiorirà, addolcito dalla pietas, il sentimento universale chiamato liberalismo.
Amen
(Alberto Savinio, Scritti dispersi. Milano 2004)

Ministri dell’altro mondo
lunedì, 29 gennaio 2007
Per il Ministro D’Alema andare in pensione dopo trentacinque anni di lavoro è agghiacciante, con variante: aberrante.
Per il Ministro Mastella la situazione nei tribunali è raccapricciante.
Per il Ministro Del Turco in alcuni ospedali la situazione è scandalosa.
Qui Pianeta Terra, mi sentite?
Parole
giovedì, 11 gennaio 2007coffee table book
brand
must
minimal
mood
live-video
free press
new entry
Parole
martedì, 9 gennaio 2007Cover Story
performing arts
mixed media
creative city
pop culture
streaming e radio
Dj set
dance floor
vj set
backstage

