Archivi per la categoria ‘Scuola’

Walter Benjamin a Gerhard Scholem

venerdì, 3 dicembre 2010

.

studio antonio marchetti.

Lettera a Gerhard Scholem

6 settembre 1917

Ho ricevuto il Suo saggio e La ringrazio. È ottimo. Per un’ulteriore elaborazione vorrei attirare la Sua attenzione sulle seguenti idee. Lei scrive: «Ogni lavoro è assurdo, se non mira all’esempio», «Se vogliamo fare sul serio: … oggi come sempre dobbiamo proporci di influenzare nel modo più profondo le anime degli uomini di domani – e nel solo modo possibile: con l’esempio». Il concetto di esempio (per tacere di quello di «influenza») deve essere completamente escluso dalla pedagogia. Da un lato implica il momento empirico, e, d’altro lato, una fede nel semplice potere (per suggestione o simili). Esempio significherebbe: mostrare come si fa una cosa, per convincere che essa è empiricamente possibile, ed esortare all’imitazione. Ma la vita dell’educatore non opera immediatamente, con l’esibizione di un esempio. Poiché devo essere molto sintetico, cercherò di spiegare che cosa intendo considerando la lezione. Lezione significa educazione attraverso la dottrina in senso proprio, e quindi deve stare al centro di tutti i pensieri sull’educazione. Il divorzio dell’educazione dalla lezione è segno della completa confusione che caratterizza tutte le scuole esistenti. La lezione è simbolica per tutti gli altri campi dell’educazione, poiché anche in tutti gli altri l’educatore è il docente. Ora l’insegnare può essere sì definito come un «imparare esemplare», ma subito si constata che il concetto di esempio è usato in un senso interamente metaforico. In verità il docente non insegna in quanto «fa vedere come si impara» [vor-lernt], non impara esemplarmente, ma il suo imparare si è in parte trasformato, gradualmente e interamente da sé, nell’insegnare. Dunque, se si dice che il docente dà l’«esempio» dell’apprendimento, si nasconde, con il concetto di esempio, la peculiarità e autonomia insita nel concetto di questo imparare: il momento dell’insegnamento. In una certa fase nell’uomo giusto tutte le cose diventano esemplari, ma in tal modo si trasformano internamente e diventano nuove. La visione di questo momento nuovo e creatore che si dispiega nelle forme di vita dell’uomo, permette di capire l’educazione. Ora vorrei che nella ulteriore elaborazione del Suo saggio Lei eliminasse il concetto di esempio, e anzi, che lo risolvesse in quello di tradìzione. Sono convìnto di questo: la tradizione è l’elemento in cui il discente si trasforma continuamente nel docente, e questo per tutta l’estensione dell’educazione. Nella tradizione tutti sono educatori ed educandi e tutto è educazione. Questi rapporti sono simboleggiati e sintetizzati dallo sviluppo della dottrina. / Chi non ha imparato non può educare, poiché non vede in quale punto è solo, e dunque comprende a sua maniera la tradizione e insegnando la rende comunicabile. Il sapere diventa tramandabile solo in colui che lo ha concepito come tramandato – e che diventa libero in una maniera incredibile. A questo proposito penso all’origine metafisica della barzelletta del Talmud. La dottrina è un mare ondoso, ma per l’onda (se la prendiamo come immagine dell’uomo) tutto sta nell’abbandonarsi al suo movimento, cosi da salire e rovesciarsi spumeggiando. Questa inaudita libertà del rovesciarsi è l’educazione, in senso stretto: della lezione, dove la tradizione diventa visibile e libera, si rovescia sotto l’impulso della sua pienezza di vita. Se è cosi difficile parlare di educazione, è perché il suo ordine coincide interamente con l’ordine religioso della tradizione. Educare è solo arricchire (nello spirito) la dottrina; solo chi ha imparato ne è capace: e quindi è impossibile, per coloro che verranno, vivere altrimenti che imparando. I posteri nascono dallo spirito di Dio (dell’uomo), salgono dal movimento dello spirito, come onde. La lezione è l’unico punto dove la generazione più vecchia si congiunge liberamente con quella nuova, allo stesso modo che le onde trapassando l’una nell’altra lanciano la cresta di schiuma.

Ogni errore in educazione è dovuto al fatto che si pensa che in ultimo i nostri discendenti dipendano in qualche modo da noi. Ora essi non dipendono da noi altrimenti che da Dio e dal linguaggio, in cui quindi dobbiamo immergerci, se vogliamo giungere a una comunione con i nostri figli. Gli adolescenti possono educare solo i loro simili, non i bambini. Gli uomini educano gli adolescenti.

Spero che questa lettera non impieghi troppo tempo per arrivare. Concludo con i saluti cordiali da parte di mia moglie e mia, ed esprimendo la speranza di sentire presto Sue notizie.

Suo Walter Benjamin

La scuola di carta

venerdì, 22 gennaio 2010

.

antonio marchetti città dipinta

Carta, montagne di carta; circolari, milioni di circolari; avvisi, miliardi di avvisi. La scuola dell’autonomia negli ultimi anni produce carta, quale forma di comunicazione tra la Dirigenza ed il basso. Per poter leggere tutte le circolari di una sola settimana occorre un orario pari a quello di cattedra. Leggerle quando arrivano in aula significa sospendere la formazione, ma forse la formazione va intesa proprio così: leggere e commentare circolari in classe interrotte dalla lezione. Il crepuscolo dell’Impero austro-ungarico non arrivava a tanto.

Emanata una circolare tutto è a posto, lì, sulla carta; la realtà va in malora ma nel mondo di carta tutto sembra plasticamente perfetto. I termini sono lavorati al tornio dell’inutile ma nello stesso tempo ambiscono con patologica ambizione ad una forma di agire che circolarmente (appunto) riconducono sempre ad una forma di rigor mortis del sempre uguale. Le parole nuove e di tendenza, come l’uso dell’inglese, sono le nuove maschere della morte (morte della nostra lingua italiana soprattutto). L’impotenza trova nel linguaggio tecnico della circolare (una neolingua mai apparsa prima d’ora nella storia dell’occidente) un agire mortifero, un movimento cristallizzato autoappagante ove sono scomparsi gli attori autodesideranti. Il teatro della crudeltà è stato completamente evacuato.

Non sappiamo dire chi sia il soggetto scrivente della circolare. Soggetto plurale? Non diciamo sciocchezze; dopo tramonti senza colori di soggetti e pluralità meglio lasciar perdere. La circolare scrive noi, nessuno la scrive. Noi siamo la circolare, ogni mattina. Nel mondo borgesiano ove la carta geografica aveva sostituito il mondo è la circolare a sostituire non solo la realtà nel microcosmo scolastico, ma ci scrive. Che siano poi esseri umani con millenni di civilizzazione alle spalle a produrre tutto ciò, in “autonomia”, ci spinge ad un senso di serenità e di benessere in un paradiso senza più problemi.

Che cos’è un Professore?

domenica, 17 gennaio 2010

antonio-marchetti-bibiena.jpg

Che cos’è un professore?

Un professore è alunno e insegnante insieme.

In che modo è alunno?

E’ alunno in quanto è in perenne ascolto dei suoi allievi e ne cattura i complessi loro codici di comunicazione.

In che modo è insegnante?

Lo è quando traduce i loro codici in forma forse inattuale ma alta, offrendo loro una possibilità di grandezza, spaesandoli dallo loro fissa e ripetitiva immanenza ipnotica, prospettandogli un “è possibile”.

Quali mezzi può usare un professore per attuare ciò che lei dice?

Tutti i mezzi dell’umano civilizzato ma devono anche comprendere tempesta e rimescolamento delle carte, forse anche durezza. Ma gli attuali modelli educativi delle famiglie italiane in questo momento difettano, o non hanno modelli alcuno. Le famiglie si autorisarciscono, attualmente, rovesciando all’esterno la propria impotenza.

Ci sono scuole in Italia ove si amministra l’esistente, ma non si forma. Cosa ne pensa? Ci sono italie diverse?

Rispondo subito sull’ultima domanda; sì, ci sono italie diverse. Un insegnante di Rosarno o di Napoli è diverso dall’altro di Parma o di Milano. Il contesto lo rende diverso. Essendoci grande mobilità geografica i professori (vorrei chiamarli ancora così) fluttuano, negli anni, in realtà diverse. Di conseguenza in alcuni casi viene meno quello che io avevo detto in risposta alla sua prima domanda. Bisogna saper ascoltare per agire, il professore ascolta il contesto.

Se si trovasse ad operare in un contesto difficile, in luoghi pericolosi ove la legalità è assente come potrebbe operare un professore se non mettendosi a rischio trovandosi, magari, davanti il figlio di un vip camorrista?

Questa domanda non ha senso. Il leit motiv della legalità e della trasmissione della cultura nelle scuole viene suonato dal Ministero, in modo particolare con le risorse economiche che esso mette in gioco. Tutte le iniziative del governo si irradiano, soprattutto attraverso le tv ed il web, nella forma di icone comportamentali che contraddicono quotidianamente ciò che un formatore dovrebbe fare: riferirsi ad un quadro condiviso.

Occorre invece ben selezionare i docenti, non più per titoli di studio e per allucinanti percorsi, ma sul campo.

Il campo vuol dire essere professori, essere accettati dagli studenti ed ottenere buoni risultati circa le capacità seduttive, attrattive, e di “intrattenimento” della performance formativa; per intrattenere bisogna essere particolarmente colti.

Questo presuppone uno smantellamento del vecchio e aprire ad un ringiovanimento del grande esercito degli insegnanti?

Al contrario. Quando andranno via i vecchi sarà l’incertezza totale. Sono già oggi i giovani insegnanti a far tornare indietro l’orologio dei diritti e della libertà. Loro, sotto la mannaia della deprivazione d’immagine e di sostanza del professore, accellereranno il processo di decomposizione. Sono giovani, sì, ma non apportano quasi nulla circa il rinnovamento e si presentano, già nell’esordio, davanti agli alunni come già vecchi perchè a loro volta ripetono, nell’assenza di pensiero. Sono precari ma la loro precarietà è anche interiore.

Se io devo insegnare solo un anno da precario non necessariamente il mio insegnamento sarà precario. Non essendoci riferimenti forti la precarietà diventa uno stato dell’essere.

La scuola e la cultura per lei sono ancora fondamentali?

Dalle pagine di De Amicis ad oggi la conformazione spaziale delle aule di una scuola è praticamente la stessa (a parte i laboratori e le pratiche trasversali). Cattedra, banchi con conseguente disposizione geometrica, naturalmente la lavagna e, ancora, le interrogazioni in piedi vicino la cattedra del professore. Questo rituale cattura vecchio e nuovo e nessuno studente ha mai contestato il dispositivo spaziale della scuola. Tutti partecipano senza avere la percezione di ciò a cui partecipano. La cultura è fondamentale per gettare tempesta su questo ordigno geometrico- formativo desolante.

Un buon professore deve fare questo, per essere ascoltato.

Non importa se non viene ascoltato oggi.

Dopo, ognuno di noi, con l’età, andrà a ricercare le poche luci che restano ferme del pur breve passato.

Il nostro futuro

lunedì, 22 ottobre 2007

marchetti-finestra-treno.jpg

.

Il Professor Minghetti osserva melanconicamente il prototipo, il paradigma vivente, l’assioma fattasi persona: lui/lei, che se ne sta pigramente in attesa di entrare nella seconda ora, nella terza.
Più cinico del solito il Professore guarda quella carne impassibile e inerte, aggrappata al cellulare, immaginando che un giorno uno scultore ubriaco abbia iniziato ad appallottolare della carne macinata per tentare di abbozzare un essere umano, cascante da tutte le parti e piegato sotto il peso di uno zaino pieno di sassi e mattoni.
Il/la giovane non ce la fa ad arrivare puntuale a scuola, è più forte di lui/lei. Fa molte assenze, non studia e ha già il debito in tre materie. Ma meno c’è, meno studia, e più si parla di lui/lei nei consigli di classe, l’assente è il più presente nei discorsi. Lui/lei fa lavorare di più tutta la scuola. Per lui/lei sono attivati corsi di recupero, sportelli didattici e persino consigli di classe straordinari. Lui/lei è un caso difficile sul quale bisogna investire tempo e denaro, migliaia di euri per i corsi e gli sportellini e poi allestire gli esami-test a settembre. Per lui/lei abbiamo sottoscritto i livelli minimi di apprendimento per consentirgli di farcela, di andare avanti, in una specie di accanimento terapeutico.
Nella maggior parte dei casi i debiti non vengono pagati e i soldi spesi non verranno restituiti, in qualche forma, alla collettività. Investiamo su di lui/lei perché è il nostro futuro, migliorerà il nostro livello culturale, darà un contributo futuro alla ricerca scientifica, parteciperà alla nostra crescita economica, ci farà sentire orgogliosi di essere italiani. Per questo investiamo le risorse economiche della scuola su di lui e non certo per eventuali borse di studio o per finanziare ricerca.

Libri scolastici

martedì, 18 settembre 2007

sincronicity-web.jpg

.

Per il Prof. Minghetti i libri di testo scolastici non servono a nulla, tranne che agli insegnanti.
Gli zaini si fanno sempre più pesanti e spaccano la schiena ai bambini che procedono piegati in due come gli schiavi.
Per le famiglie sono una spesa intollerante, con la stessa cifra si può comprare una discreta biblioteca di letteratura in edizione economica (classici e contemporanei).
Se hai due figli ci puoi comprare un computer portatile con cui fare molto.
Per Minghetti bisognerebbe abolire il libro di testo e sostituirlo con i libri. Per il resto fa tutto l’insegnante.
La storia? Bisogna saperla narrare. La Filosofia? Bisogna filosofeggiare in classe citando le fonti così si fa storia con leggerezza. La Geografia? Sarebbe da matti farla con Google Earth? Per Minghetti no, però bisogna conoscerla (oltre a saper usare un computer). La letteratura? Tornare alla lettura ad alta voce e riproporre un sano medioevo con la lectio, quaestio et disputatio. La scrittura? Se leggi scrivi. La Storia dell’arte? Saperla raccontare, poi diapo, video e letture di testi con commenti collettivi, poi si viaggia ma basta con le uscite didattiche: i ragazzi prendono il treno la domenica e si vanno a vedere le mostre, si organizzano come per pubs e discoteche; non portarli più da nessuna parte così gli viene loro un po’ di fame e alzano il culo, e se la fame non gli viene vuol dire che non dovevano mangiare, basta con l’accanimento terapeutico scolastico.
Per le materie scientifiche Minghetti lascerebbe qualche libro purchè vengano ristampati in nuove edizioni ogni cinque anni.
Perché mai ogni anno si deve cambiare libro di testo? Quali rivoluzioni epocali non sono scritte in quei libri che non si possono trovare altrove? Perché gli insegnanti sono accaniti innovatori nella scelta dei libri scolastici e ripetitivi nel metodo? Cosa cercano di trovare in quel libro se non una personale salvezza che rifugge da se stessi?
Il vero libro di testo, secondo Minghetti, è custodito nell’insegnante. È lui il libro di testo, vivente, parlante, narrante. È, persino, il libro a venire.

V-day e il primo giorno del cinico Minghetti

venerdì, 7 settembre 2007

 noto.jpg .  Il Professor Minghetti, che aderisce al V-day, ed il suo collega di Educazione Fisica, Mariani, tra i pochi uomini rimasti nel gineceo formativo, guardano pigramente l’accalcarsi furioso delle colleghe intorno al tavolo ove sono ammonticchiati i nuovi registri personali, quest’anno rossi, nuovissimi, vergini. Si avvicina il professor Grazia, di Religione, sportivo, dinamico, col solito borsone anche quando non c’è niente da fare, tipico ciellino; comunque sia, è il “terzo uomo”.«Avete visto che scena?»«Quale scena?»«L’assalto ai registri.»«Veramente noi qui stavamo valutando i fondoschiena dal punto di vista sociologico, se vuoi unisciti a noi, potresti dare valutazioni antropologico-religiose.»«Quest’anno vedo fondoschiena nuovi, più giovani.»«Sì, ma sono “culi” – permetti Grazia – precari.»«Preferisci culi in ruolo?»«Preferisco quelli delle supplenti.»«Perché?»«Perché mi fanno regredire.»«Senti Grazia, ma il tuo è nome d’arte o è proprio così?»«Dai patacca, dì, piuttosto, che classi hai quest’anno?»«Tutte prime, ho fatto domanda per avere la scorta.»«E della nuova Preside cosa ne pensi?»«Mi pare sia un brav’uomo.».

Pablo

domenica, 2 settembre 2007

pablo.jpg

.

Pablo è un ragazzo di 13 anni, enorme. In altre epoche avrebbe goduto dell’appellativo di gigante, venerato e temuto.
L’avvicinarsi dell’inizio della scuola lo terrorizza e per pacificarsi mangia ancora di più.
I compagni lo tormentano, lo chiamano Cicciogay, mentre le compagne sono sottilmente più feroci chiamandolo Pisellin.
Fortunatamente nelle scuole non si insegna più nulla ma in compenso si stanno trasformando in cliniche e Pablo ha a disposizione la psicologa, la grafologa, la dietologa, la riflessologa e la sessuologa.
Quando Pablo è in ansia mangia; se potesse mangerebbe anche i compagni.
Ha grandi capacità di calcolo, a volte sembra che dia i numeri ma in realtà è capace in due secondi a fare la somma della targa di un’auto appena intravista; in matematica è troppo veloce e lo prendono in giro perché in classe pensano sia anche demente.
Quando disegna è delicato e sensibile ma non finisce mai il lavoro perché si mangia tutte le matite. Scrive poesie per le sue compagne che regolarmente gli vengono rubate e lette la mattina dopo davanti a tutti, in uno sbellicarsi di risate.
Pablo veste da sportivo americano anni Sessanta, indumenti confezionati dalla madre che, si dice, sia una sciroccata.
La psicologa un giorno gli ha chiesto se per caso si drogasse e Pablo ha scorreggiato per l’ansia provocatagli dalla domanda. La psicologa svenne. La sessuologa invece gli aveva chiesto una volta se si masturbasse e lui le ha timidamente proposto una mangiata di pizza con lui. La sessuologa rispose che la seduta era finita. Quella sera Pablo mangiò sette pizze, ma non si masturbò.
Il futuro di Pablo noi forse non lo conosceremo mai, ma di certo migliorerà quando lascerà la scuola e potrà realizzare il suo sogno di matematico.

Signor Presidente!

sabato, 23 giugno 2007

presidente.jpg

.

I Presidenti delle commissioni per gli esami di stato sono intelligenti? Questa la domanda che il Minghetti si pone. Non che la questione occupi più di tanto i suoi pensieri, già svagatamente feriali e dirottati a ben altro, ma la domanda non è tanto stravagante. Dunque, i Presidenti, sono intelligenti? Qualche volta, anzi raramente. Nei tanti anni trascorsi presso varie commissioni e in svariate italiche città il Prof. Minghetti di stupidità ne ha vista molta e di episodi ne ricorda tantissimi.
Una volta, in una scuola, gli esami si svolgevano su due piani ed il Signor Presidente si rifiutava di fare le fotocopie delle traccie d’esame («non è legale!») facendole trascrivere nelle varie lavagne sparse per le aule e nei vari piani. La prova iniziò dopo circa un’ora.
Laddove non vengono prescritte norme e regolamenti, e si chiede l’ esercizio del buon senso o l’applicazione della fatidica intelligenza, ci pensa il Signor Presidente ad inventarli per l’occasione; stupido, sì, ma creativo. La parola che gli trapana il cervello e che abita le sue notti insonni è RICORSO.
Quando il Signor Presidente si insedia fa sempre il suo bel predicozzo, che la sera prima ha provato sotto lo sguardo di approvazione della moglie, del marito o della mamma.
Le professoresse lo chiamano tutte Signor Presidente («certamente Signor Presidente, come vuole lei Signor Presidente, sono in sintonia con lei Signor Presidente»); per queste donne lui sarà sempre il Signor Presidente («però, l’è proprio un bell’omo sto Presidente, che ne dici Gina»), lo sarà anche ad esami finiti, anche per strada, in autunno.
La specialità del Signor Presidente consiste – ogni mattina dopo le prove finite – nella chiusura ermetica delle aule e degli armadi, avvoltolati da diverse metrature di nastro adesivo e cosparsi di timbri e firme, prestando maniacale attenzione affinchè la firma risulti eseguita per metà sul nastro e per l’altra metà sulla porta, o sull’anta dell’armadio, in modo da verificare che, nottetempo, non accadano indesiderate manomissioni. Da piccolino il Signor Presidente voleva fare il commissario di polizia o il funzionario della Stasi.
Perchè si fa il Presidente di commissione? Forse per farsi chiamare, almeno una volta nella vita, Signor Presidente. Mentre dei corsi e ricorsi della storia non conosce che i soli ricorsi.

Lo stile del Prof. Minghetti

mercoledì, 20 giugno 2007

«Professor Minghetti c’è posta per lei! C’è una circolare da firmare! La Preside la cerca!» Al mattino c’è la voce squillante di Consuelo, la bidella (collaboratrice scolastica) più gentile e amabile dell’Istituto che lavora nella reception e che appena vede il nostro professore gli lancia le novità quasi cantandole.
Senza Consuelo qui si potrebbe chiudere. A volte Minghetti ironizza con lei e le chiede: «Ma lei dove lavora?» «Alla reception» risponde lei.» «Come si chiama il giorno in cui si ricevono tutti i genitori?» E lei, pronta, «Open day
L’ironia ci salva. Non si capisce tanta cultura angloamericana nella scuola italiana se poi un governo va in crisi per un ampliamento di una base USA. Misteri italici.
Ma su questo non oso interrogare Miss Consuelo. La reception è un banchetto con il telefono e l’open day è una situazione dove molte mamme e pochi papà (le cui figlie solo quel giorno chiamano papy) fanno la fila in piedi perchè non vengono allestite sedie. Ciò che conta sono le parole magiche, all’italiana, alla Sordi.
«Consuelo c’è il Ministro?» «Sì – risponde lei con voce di flauto – la Preside è chiusa in presidenza ma non vuole essere disturbata, sta scrivendo alcune circolari.» Duecentosettanta comunicati sino ad oggi, da leggere e firmare, una media di tre al giorno.
Il mondo reale, appena qualche metro oltre la porta dirigenziale, viene plasmato e controllato con distanza panottica attraverso questi bollettini di guerra, raccolti dai sottoposti e distribuiti alla truppa in trincea. Il fuoco amico è inevitabile. Nessuno parla il linguaggio di quelle circolari, Minghetti ormai quasi se ne vergogna, i ragazzi non ci credono e non ci crede, probabilmente, chi lo usa. È una lingua chiusa, autoappagante ed autoreferenziale, non è usata in nessun’altra parte del globo, ma solo a scuola. È una entità parallela, Second Life, una ecumenica simulazione del mondo reale. Quella miniatura di vita che è il quotidiano potrebbe guastare la bellezza astratta di quella neolingua. Ferocemente, e di nascosto, a volte Minghetti corregge qualche virgola, qualche ripetizione (disagio giovanile quattro volte, educare sei, pertanto sette, finalità sei, si auspica tre, obiettivi da raggiungere lo inserisce lui quando non c’è scritto – quando ce vò ce vò). Ma tutti ormai hanno capito che il sabotatore è lui. È nel suo stile.

Minghetti e la rivelazione

martedì, 12 giugno 2007

scuola1

.

“La norma non lo prevede, questo non si può fare, la Preside non vuole, la Preside adesso non c’è, si legga bene il regolamento d’istituto art. 2/b, ma non ha letto la circolare numero 394 bis? Faccia domanda, io non c’entro, la legge non l’ho fatta io, messager non porta pena (o forse era al contadin non dire quant’è buono il formaggio con le pere), l’impiegata è fuori ufficio, la magazziniera è malata, forse questa settimana c’è una epidemia e non ci sono bidelli, ”
Queste in genere le frasi che nei momenti di bisogno e nelle richieste di collaborazione il Prof Minghetti si sente dire. Soprattutto nel mese di maggio, un tempo leopardianamente odoroso ed ora scolasticamente schizoide e maleodorante.
Tuttavia, nonostante tanta passione procedurale e regolamentizia le cose vanno male, anzi malissimo. Come mai? Ed ecco che al Professore apparve semplice e cristallina la verità. Il Dirigente è donna, il vice pure, tutti i collaboratori sono donne, i colleghi donne, impiegati e bidelli pure e gli allievi quasi tutte donne. Un gineceo. Le donne evidentemente sono custodi della scuola oltre che della casa.
Yes man? Una volta! Ora son tutte Yes woman, ferinamente competitive tra loro ma sotto il tacco a spillo ( o quello Valverde) della “capa” o “capessa” se non addirittura “papessa” della “permanente”. Tutte le altre in semplice “messa in piega”, piegate pur im-piegate con diritti contrattuali: io donna mi piego ma non mi spezzo tu uomo (homme rompu dicono i francesi) non ti vuoi piegare ma ti spezzi se non non ti viene un infarto prima. Per fortuna gli spagnoli dicono hombre vertical, accontentiamoci.
L’organizzazione scolastica è una struttura fortemente sessuata ed un pensiero gestionale “diverso”, della “differenza”, un po’ più creativo ed elastico non potrebbe che essere maschile, non solo metaforicamente a questo punto.
Per questi motivi, nel Collegio dei Docenti, il Professor Minghetti ha chiesto la parola ed ha proposto l’applicazione delle quote azzurre. Ma i fiocchi appesi erano tutti rosa a parte qualche insegnante di religione che vive la punizione divina di diciotto classi diciotto consigli diciotto scrutini diciotto punizioni diocesiane che non ne può più catatonico com’è e c’è qualcuno che ancora pensa che siano stati favoriti. Mamma, nonna, maestra, professoressa, dirigente, psicologa; il mondo è nelle vostre mani. Ci sarà pure un momento in cui tutto questo femminile si guarderà allo specchio? Minghetti è “diverso”, solo perchè “uomo”, ormai.

Minghetti

domenica, 15 aprile 2007

teatro

Professor Minghetti c’è posta per lei! C’è una circolare da firmare! Il Preside la cerca! Al mattino c’è la voce squillante di Consuelo, la bidella (collaboratrice scolastica) più gentile e amabile dell’Istituto che lavora nella reception e che appena mi vede mi lancia le novità che potrebbero riguardarmi cantandole. Senza Consuelo qui si potrebbe chiudere. A volte ironizzo con lei e le chiedo: Ma lei dove lavora? Alla reception, risponde lei. Come si chiama il giorno in cui si ricevono tutti i genitori? E lei, pronta, open day! L’ironia ci salva. Non si capisce tanta cultura angloamericana nella scuola italiana se poi un governo va in crisi per un ampliamento di una base USA. Misteri italici.
Ma su questo non oso interrogare Miss Consuelo. La reception è un banchetto con il telefono e l’open day è una situazione dove mamme e papà fanno la fila in piedi perchè non vengono allestite sedie. Ciò che conta sono le parole magiche, all’italiana, alla Sordi.
Forse è colpa nostra che cinicamente non crediamo più in niente, che ci avvoltoliamo nella lamentazione perenne, che non crediamo a trenitalia all’alta velocità ala tav alla metro alle poste-boutique all’investimento del tfr all’asl usl enel tram wind telecom impdap inps ania cisis cestis cnel censis cnr enel eni eurisko eurispes ice inail inea isae isfol ismea ismu ispel istat ittig uni cciaa upi aran.

Fatto grave a scuola

lunedì, 12 marzo 2007

volti

Un fatto gravissimo si è verificato giorni fa a scuola.
Il Professore Minghetti ha valutato con un 10 un lavoro svolto da una sua allieva ed ha informato il Dirigente chiedendo un intervento istituzionale quale garanzia per il suo operato.
Il Professore ha semplicemente sollecitato la dirigenza scolastica di far pervenire all’allieva un encomio scritto, per autotutelarsi. I genitori, informati del fatto dalla ragazza, che è tornata a casa agitata ed in uno stato confusionale, si sono precipitati a scuola chiedendo spiegazioni sull’accaduto ed hanno minacciato di querelare insegnante e scuola.
L’Ufficio scolastico provinciale ha aperto un’inchiesta e lo stesso Ministro della Pubblica Istruzione, il Dott. Fioroni, intervistato da alcuni giornalisti ha dichiarato: «Su tali episodi tolleranza zero».

Il Professore Minghetti nelle RSU

lunedì, 5 marzo 2007

kafka
Mi trovo in questo incontro-formazione delle RSU (rappresentanze sindacali unitarie) e ho avuto l’accortezza di non indossare i miei stivaletti a punta, mi sono reso il più anonimo possibile per essere al pari con gli altri.
Qui si parla di contratto e retribuzione, di personale ATA, di fondi di Istituto e di cose fondamentali e importanti, lo so, ma che mi annoiano, non posso farci nulla.
Ora ci chiamiamo lavoratori della conoscenza (FLC, saremo sepolti da acronimi!).
Illuso che sono! Stavo già attuando la conoscenza e mi chiedevo, come Bruce Chatwin, “che ci faccio qui?”. Non so se sentirmi avanti o desueto, se sono sbagliato io o loro, il mio specchio, forse hanno sbagliato quelli che mi hanno votato, volevano farmi uno scherzo. Però mi piacerebbe cambiare qualcosa, mi piacerebbe mettere becco su tante cose ma le procedure, le norme, il bizantinismo linguistico mi atterra, mi toglie le forze. Parte e controparte sono imbrigliati dallo stesso linguaggio che rende la mente prigioniera. Bisognerebbe azzerare e guardare all’essenziale. Cosa non va? Cambiamo.
Ma coloro che mi stanno vicino sono il primo ostacolo al cambiamento, si sono affezionati alle procedure ed alla burocrazia (dopo tanta fatica per conoscerle!), alleggerirle li renderebbe orfani ed io verrei scambiato per matto o incompetente. Forse mi hanno votato perchè volevano proprio un matto..
Cosa potrò raccontare stavolta al mio psicoanalista? Posso raccontargli della pausa-rinfresco delle 11, con patatine fritte noccioline coca-cola e tè con la promessa del Segretario che il giorno dopo, a fine lavori, ci saranno vino rosso e bianco e piadina Romagna mia! Perchè non finire la sera alla Cà del Liscio tutti noi cinquantenni in disuso?
Potrò dire al mio analista che in fondo questa umanità a me piace, che mi fa bene il confronto, osservo e comunico, mi ridimensiono, mi relativizzo, ma perchè Dottore dopo il mio primo intervento gli altri non comunicavano con me?
E poi perchè quando sono entrato in sala, già quasi piena in attesa dell’attesissimo “relatore regionale”, ho pronunciato un sonoro buongiorno e nessuno ha risposto?
È troppo frivolo? È poco sindacale il saluto?
Alla CGIL oggi ci si dà del lei. Forse è giusto. Siamo tutti sospettosi l’uno dell’altro, in quanto colleghi, in continua competizione sul nulla.
Lo so Dottore cosa mi dirà, che se in qualche modo ho scelto devo decidere se continuare oppure no. Ma io ho appena cominciato… e vorrei già sparire! Sì, vorrei sparire, vorrei non esserci. E se ci fosse una nuova modalità dell’esserci senza essere? No, forse tutto questo non fa per me. Mi vergogno, chiedo perdono.
Diversi anni fa ero nel CdI (Consiglio di Istituto), a volte si discuteva per ore del prezzo del panino che vendevano agli studenti, delle macchinette del caffè, delle gite e dei prezzi delle agenzie e mentre si avvicinava la sera, in quella riunione di quell”ex maggio odoroso, io osservavo quel bellissimo tramonto facendomi sempre la stessa domanda di quel grande nomade: che ci faccio qui?
Forse è con questa domanda continua che bisogna vivere? Pensare magari, tanto per consolarsi allargando le vedute, che nel Parlamento Europeo si fa lo stesso, si discute di manzi, vacche, mucche, quote latte, formaggi da sopprimere o da salvare.
Ma lei Dottore ormai comunica con me con il pensiero, assomiglia a un Dio!

Molestie

martedì, 27 febbraio 2007

40

Il professore riceve una telefonata dal Dirigente che lo invita a presentarsi a scuola per comunicazioni importanti, anche se in quelle ore era libero. Ad attenderlo c’erano invece i carabinieri che lo arrestano e lo portano via. Scendono le scale insieme, vengono visti da tutti. L’accusa è grave: molestie sessuali nei confronti di una studentessa. Il professore avrebbe invitato la ragazza in un’aula deserta e qui si sarebbe tolto i pantaloni davanti a lei. Quindici giorni in cella.
Suo figlio, ancora piccolo, non vuole andare più a scuola perché si vergogna e la moglie cade in una profonda crisi depressiva. Sulla reazione dei colleghi stendiamo un velo pietoso. Dopo la galera viene appurato che la ragazza, psicolabile, in cura, si è inventata tutto e che la data in cui sarebbe avvenuto il crimine corrispondeva al  giorno libero del professore.
La procedura ha seguito un percorso diabolico. L’arresto avviene a scuola, in luogo pubblico, platealmente visibile, e non a casa. L’imputato poteva fuggire o commettere ancora lo stesso reato, magari spogliandosi nudo davanti a sua moglie. La ragazza disturbata psichicamente muove le sue accuse rivolgendosi ad adulti più disturbati di lei. Tutti alla fine pensano che ciò sia risarcibile e che si possa tornare indietro, ritornare alla normalità di prima. Non è possibile.
Il tempo si è fermato, la storia si è congelata, la vita sospesa, il danno irrisarcibile, le lesioni incurabili, il futuro lesionato.
Proviamo a cambiare alcune caselle del dispositivo che ha imprigionato il professore.
1. La ragazza non è psicolabile tuttavia vede nel professore un nemico, crede che ce l’abbia con lei e rovesciando le parti è lei che ce l’ha con lui. Forse lei è porcella e il professore, giovane e affascinante, non le dedica le attenzioni che la ragazza si aspetta.
2. Il fatto accade non nel giorno libero ma in un’ora libera tra le lezioni del giorno (quella che gli idioti chiamano l’ora “buca”, in questo caso ci si “imbuca”).
3. Il professore non si spoglia come un esibizionista dei fumetti anni Sessanta secondo l’arido immaginario della “poverina” psicolabile ma, secondo la versione della porcella, avrebbe richiesto una esplicita fellatio (in realtà ai carabinieri lei avrebbe dichiarato:”il prof mi ha chiesto di fargli un pompino”.
4. Il professore non è una persona mite e tranquilla ma un noto attivista sindacale, un cobas, notoriamente polemico nei Collegi dei Docenti e spesso in conflitto con diversi colleghi e con la dirigenza.
5. Vent’anni prima si vociferava di una relazione del professore con una studentessa, storia mai sepolta in quanto le colleghe “vecchie” la riattualizzano sempre e la raccontano agli insegnanti nuovi.
Bene, cinque punti bastano, altri li lascio alla vostra immaginazione.
A questo punto il professore sarebbe stato spacciato ma l’innocenza sarebbe stata la stessa.
Al posto di tante stronzate nella scuola agli insegnanti consiglierei la lettura della pièce teatrale di David Mamet, Oleanna. Leggerlo e commentarlo in classe, ammesso che ne abbiano le capacità. Dimenticavo! Sono appena 43 pagine.
Lo so, sarò accusato di essere saccente e presuntuoso, accusa terribile oggi rivolta ad un professore.

Hasta la victoria siempre!

venerdì, 23 febbraio 2007

ragazza

Tra le proposte e i punti in fase di costruzione che alcuni studenti hanno presentato per candidarsi al Consiglio di Istituto si legge:

Festa di fine anno aperta a tutti

Educazione sessuale

Gara di costumi di carnevale

Miss Liceo

Mister Liceo

Competizione fra gruppi musicali

Feste d’Istituto

Spaghettata di Pasqua

Gite in barca

Escursioni alpine di fine anno

Gare motociclistiche indoor

Cene di tonno

Gare culinarie

Costruzione diga per l’approvvigionamento elettrico della scuola

Té caldo ogni mattina

Servizi igienici in oro.

Quest’ultima proposta, divertente, ci fa capire che “forse” è tutto un gioco ironico. E se ci sbagliassimo?

Minorenni

giovedì, 8 febbraio 2007

bambino1

La parola “minorenne” riverbera una tonalità da aula di tribunale, da codice penale. Una tonalità che ha sapore giudiziario, prescrittivo; evoca procedure, dispositivi che attengono al diritto. Il debordamento comportamentale pare vi sia già inscritto.
È una brutta parola.
La parola esprime anche un limite, un confine, una specie di zona franca, un cono d’ombra che circola nella vita attiva ma che nello stesso tempo si sottrae, si mantiene sospeso.
“Minore”, in una dolcificazione giuridica, è oggetto di “tutela”, di contesa, se non di conflitto, nelle eterne lotte delle separazioni e dei divorzi.
Il “minore” sembra occupare una zona grigia alla quale, di volta in volta, viene attribuita una liquida e mutevole identità.
Al “minore” manca qualcosa, mancherà sempre qualcosa, è una non persona.
Ma il “minore” oggi si dilata, diventa “maggiore”.
Da un lato il “minorenne” è delimitato da un forte cerchio protettivo e tutelato dal “campo” che l’adulto ha disegnato intorno a lui, ma dall’altro la sua azione è pressocché illimitata, senza regole, e senza sanzioni qualora l’uscita dal “campo” dovesse renderle necessarie.
Forte delimitazione ed illimitatezza regolano lo spazio del minorenne.
Bel paradosso.
Il piccolo bambino ti guarda con occhio incredulo mentre tu gli parli con voce da paperino, con quella voce gallinacea-regressiva dove tu ti fai piccolo/a per comunicare.
Lui ha capito già che sei tu “minore”, che sei idiota, e si chiede perché mai una persona adulta deve rivolgergli la parola con quel tono falsato e cretino.
Hai tarpato l’evoluzione della specie con quella voce insopportabile da immaturo/a che sei.
Per quel bambino, che non sente mai una bella voce adulta maschia o femminile, si è già costruito il destino di un eterno, pericoloso, minore – minorenne.
Dopo può fare tutto.
Esentato da tutto.

La Professoressa Jacobelli va in pensione

venerdì, 2 febbraio 2007

Lo so. Quando varcherò quella porta per l’ultima volta nessuno si ricorderà più di me.
Sino a ieri indispensabile, inserita quasi a forza in commissioni e gruppi di lavoro, utilizzata come figura di riferimento oltre le mie umane forze – facendomi dimenticare persino la possibilità di potermi ammalare – e da domani irrilevante e facilmente sostituibile con leggerezza e feroce noncuranza.
Allora forse ero sostituibile anche ieri, ho pensato, e potevo forse risparmiarmi tanta fatica in questi ultimi anni in cui ho resistito eroicamente alla pensione, almeno sino a quando la legge me lo ha consentito.
Nella presenza sei divorata, nell’assenza quasi ignorata, dimenticata.
Per me l’insegnamento di Italiano e Storia ha significato Letteratura e Narrazione, perché l’Italiano è nella narrazione, la Storia nel saper narrare.
La Storia bisogna saperla raccontare e per raccontarla bisogna conoscerla, avercela dentro. Mi sedevo, guardavo gli allievi in silenzio, spostavo le inutili cose poggiate sulla cattedra creando uno spazio vuoto, e iniziavo a raccontare, a costruire la Storia.
Il mio è sempre stato un fagottello leggero, un libro, al massimo due e un quadernetto. Vedo che le mie giovanissime colleghe oggi portano a scuola borsoni e zaini, alcune addirittura le trascinano con un carrello come fossero scese dal treno o dall’aereo; pare siano scappate di casa o, se sposate, in procinto di ritornare dai loro genitori.
Anche i ragazzi hanno le schiene piegate dal peso degli zaini e non posso fare a meno di ricordare con nostalgia quegli elastici colorati che trattenevano due libri e due quaderni, e nella testa di quei ragazzi c’erano pure latino, greco e filosofia.
Vado via nel momento in cui la scuola sta compiendo la sua grottesca fine, o forse mi piace immaginarla in questo modo adattando la realtà alla fine della mia carriera.
Alcuni colleghi, anno dopo anno, dicono che tra cinque, quattro, due anni finalmente andranno in pensione. È come una meta da raggiungere, con un danno, come posso immaginare, arrecato al quotidiano lavoro perché qualcuno dovrà pur pagare questa agonica attesa.
Si è pensionati, e precari, nella testa.
I colleghi hanno fatto la colletta e mi hanno fatto il regalo di congedo: la solita spilla.
Odio le spille.
Wanda Jacobelli

lapide roma

lunedì, 15 gennaio 2007

bambini-leggono.jpg

LE PERLE DELL’ADRIATICO

martedì, 9 gennaio 2007

sportello.jpg

Il professore di filosofia chiede allo studente quali erano i voti ai quali Tommaso D’Aquino si atteneva.
Risposta: Castità, Carità e Carestia.

Domanda di Storia. Cos’è la Giovane Italia?
Risposta: un Beauty-Farm.

Liceo. Esame di Stato

Cosa fa Hitler agli ebrei?:
Li butta nei ghetti e
li prese come “caprio espiratorio”.
Agli ebrei furono “pignolati” tutti i beni.

Cita un artista espressionista:
Brüke, ma è pronunciato Braque. Un’altro è Munch, ma è pronunciato Manc

Van Gogh è nato in zona Bramante.

Prima prova, articolo di giornale:
“Si è svolta a Rimini una conferenza il giorno 31 febbraio 2003 sulla morte e la letteratura alla
quale hanno partecipato e preso la parola Seneca e Tolstoi.”

Prima prova: “Noi utilizziamo l’acqua più del necessario, dalla semplice operazione che facciamo per lavare l’insalata alle operazioni di igiene intima dove ogni persona utilizza circa 600 litri al giorno.”

Terza prova, architettura: La cappella di Notre – Dame di Le Corbusier si trova a Duchamp”.

Terza prova, Storia dell’Arte: Attribuzione del titolo dell’opera di Picasso “Les demoiselles d”Avignon”: “Il grande bordello”.
Dove si trova?: “Ad Amsterdam”.

Domanda di Storia: “Che cos’è un referendum? Risposta: “Non mi occupo di politica.”

Le materie artistiche che si occupano di modellato e scultura vengono raggruppate in “Discipline plastiche” più diffusamente “plastica”, sia essa ornamentale o figurativa.
Al termine del ciclo scolastico e finiti gli esami di maturità l’allievo chiede finalmente al Professore:
“Mi scusi, era da diversi anni che volevo chiederglielo, ma perché si chiama “plastica” la materia se abbiamo sempre usato l’argilla?”

La “formatura” è una pratica per produrre da un modello originale una o più copie e bisogna eseguire uno stampo che va isolato con materiali vari, vernici oleose, gomma liquida o altro, per poterlo staccare dall’originale. Una studentessa non riusciva a staccare lo stampo; dai e dai con il professore che sempre più impaziente le chiedeva: “Ma lo hai isolato, sei sicura, ma sei veramente sicura, qui non si stacca!” e alla fine la ragazza aggressivamente rispondeva: “Prof l’ho isolata la scultura, lo giuro, l’ho tenuta quindici giorni da sola nello scaffale alto, certo che l’ho isolata, perché non mi crede!”

La professoressa d’italiano durante la correzione di un compito d’esame ha detto che il ragazzo ha un modo di scrivere alquanto FERRUGINOSO.

Il pittore francese David, americanizzato, è diventato “Devid”.

L’Insegnante di Lettere chiede sulla poesia dell’Ottocento e l’allievo risponde. “Io con la poesia non mi ci intendo tanto, una mia amica sta leggendo i Fiori del male, un tomo così, io non lo so come le venga in mente, io queste cose qui non le faccio”.

virgolette

LA STORIA


Mussolini fu impicchiato nel 1945.

La parola fascismo significa per me il partito politico di estrema sinistra. I fascisti sono dei grandi nazionalisti; gli altri paesi sono esteri.

L’Italia ha combattuto con la Germania e formato con il Giappone e la Germania l’Asse del Male. Ha dichiarato guerra a paesi come la Somalia britannica e l’Etiopia.

L’Italia entra nella seconda guerra mondiale nel 1940. Cerca di allargare il suo territorio in Grecia, ma l’Inghilterra si oppone.

Il nazismo cerca di creare una razza forte e unica, mentre il fascismo cerca di creare un paese forte.Tutte le azioni sono fatte nell’interesse della popolazione del paese, senza guardare all’estero.

Il regime fascista è molto duro per le popolazioni, ma non esiste quasi più nei paesi della nostra epoca moderna.

L’Italia perse la seconda guerra mondiale perché era l’alleata del nemico germanico che era sconfitto dagli Alleati. E per di più era verso la fine in guerra con la Germania, e ha dovuto chiedere l’armistizio perché è stata sconfitta. Per di più Mussolini è stato ucciso da solo.
virgola

ELEZIONI POLITICHE 2006.


Insegno da circa 20 anni e sono stato sempre rispettato dai miei studenti.
L’altra mattina, entrando in classe, alcuni ragazzi (che ovviamente sanno come la penso) mi hanno detto “Lei è un coglione”.
Fino alla settimana scorsa li avrei mandati dal Preside
chiedendo che fossero sospesi per un giorno “con obbligo di frequenza” (sono o no un coglione?).
L’altra mattina ho risposto: “ebbene sì, e detto da certe persone è un complimento!”.
I tempi stanno cambiando ….

Prof. C. P. Docente di Filosofia

virgolette

23 Novembre 2006
 Walter Tocci: “Mi sono dimesso”
“Ho rassegnato le dimissioni da responsabile DS per ricerca e università. Chi ha letto i comunicati precedenti avrà compreso le mie riserve su tante cose che va facendo il governo e anche su quelle che non va facendo. Gli obiettivi del nostro programma elettorale erano ben diversi. Con tanti di voi, sia in pubbliche riunioni sia negli scambi di messaggi, mi ero impegnato, a nome del mio partito, a realizzarli. Non posso non prendere atto dello scarto tra le parole e i fatti. Le mie dimissioni sono un elementare strumento di chiarezza, senza il quale non sarei neppure in grado di continuare a rivolgermi a coloro che hanno creduto alle mie dichiarazioni.

In queste settimane ho lavorato intensamente alla Camera per portare correzioni profonde alla finanziaria, ma il risultato è insoddisfacente. Rimango però fiducioso, come vi ho scritto ieri, che al Senato si potranno determinare ulteriori miglioramenti, forse l’eliminazione completa dei tagli e magari anche risorse aggiuntive da distribuire secondo i risultati della valutazione. 

Se così fosse torneremmo al punto di partenza e quindi dovremmo poi deciderci a svolgere in positivo il nostro programma. I nostri propositi erano e devono rimanere ambiziosi. In pochi anni enti e università dovrebbero diventare le migliori istituzioni del paese e collocarsi nei punti alti del confronto internazionale. E’ una delle poche carte che l’Italia può giocare per la crescita civile ed economica. Essa comporta però un grande coraggio riformatore. Non è il tempo dei pannicelli caldi. E’ necessaria una trasformazione profonda delle regole, delle strutture e della mentalità consolidata negli enti e nelle università. Avevamo individuato nella valutazione la leva capace di spezzare l’alleanza perversa tra i vizi e le virtù della nostra accademia, in modo da liberare le migliori energie che oggi sono ingabbiate e favorire un ricambio generazionale basato sul merito. Si tratta di un nuovo approccio che non può convivere con la vecchia logica burocratica ed implica dunque non tanto l’approvazione di nuove leggi quanto la cancellazione di quelle inutili. Se non vuole rimanere un vezzo retorico il primato della valutazione deve comportare una rivoluzione copernicana nel governo del sistema: si tratta di eliminare l’apparato di controllo normativo e passare alla verifica dei risultati. Solo per questa via la sacrosanta Autonomia potrà finalmente conciliarsi con la sorella smarrita che si chiama Responsabilità.

Continuerò a impegnarmi per questa prospettiva come deputato e come militante del mio partito. E soprattutto, se lo vorrete, continuerò il dialogo con tutti voi, informandovi sull’attività parlamentare ed ascoltando le vostre osservazioni e proposte che mi hanno aiutato in questi anni a capire tante cose del nostro mondo. 

La mia non è affatto una scelta di rinuncia e anzi chiedo a tutti coloro che sono impegnati a vario titolo per la politica della conoscenza di continuare a farlo perché il governo ha tanto bisogno di essere aiutato a realizzare ciò che è nelle sue intenzioni. 

Ho fiducia nel centrosinistra, nel mio partito e nelle persone che lo dirigono, innanzitutto nel nostro segretario Piero Fassino, che è forse uno dei leader politici del paese più attento alla priorità della ricerca, e poi nella nostra squadra di governo che ha le competenze e il mandato per fare una buona politica della conoscenza. Continuerò a collaborare con il dipartimento Sapere diretto da Andrea Ranieri, con il quale ho lavorato in piena sintonia in questi anni.

Nonostante il valore dei singoli non siamo ancora riusciti dirigerci verso la strada che noi stessi avevamo tracciato. Perché accada questo paradosso è complesso da capire a ancor più da spiegare. C’è qualcosa che non funziona nella politica del centrosinistra, che rende difficile il dispiegamento di una proposta chiara al paese, come ci ha ricordato il presidente Ciampi. E’ aperto un dibattito, proprio in queste settimane, sui modi migliori per superare tale difficoltà Ma di questo problema più generale avremo modo di parlare in altre occasioni.

Intanto, vi saluto e vi ringrazio per l’attenzione che avete prestato al mio lavoro.



”

Walter Tocci
tocci_w@camera.it

Risposta al Dott. Tocci


Gent. Dott. Tocci
Credo davvero poco alla possibilità che il “merito”, le capacità individuali, la creatività, siano valori che possano essere messi in gioco.
La nostra è una società sconnessa e contraddittoria: l’eguaglianza è concepita al ribasso e la libertà del singolo, che non appartiene alla nostra cultura, viene scambiata per narcisismo e individualismo.
Il desiderio mimetico che l’individualità eccellente riesce a scatenare (detta volgarmente invidia) annulla qualsiasi possibilità di gesto originale, plastico, costruttivo, positivo, intelligente.
Strade meno faticose e facilmente ereditate si sostituiscono a quelle della “fatica del costruire”.
La storia del suo partito non ne è esente. Conosco bene.
Non mi spiegherei altrimenti certe carriere.
Un Paese sconnesso e diverso nelle latitudini geografiche culturali preferisce volare basso in una pseudo-eguaglianza, piuttosto che valorizzare le eccellenze, il talento.
Le posso assicurare che il talento esiste davvero, l’intelligenza allo stato puro (la capacità stupefacente di risolvere problemi), lo vedo abitualmente nel Liceo ove insegno.
Ma posso fare ben poco, mi si chiede un impegno ed un grande investimento di tempo ed energie per una umanità concepita orizzontalmente, guai a trasgredire il tabù ed accogliere, attuando dispositivi di alterità, il “diverso”, il talentoso, il creativo.
Lo stesso gruppo della classe, microsocietà regolata da leggi di contenimento e scambio molto chiare, infagottata dentro il cono d’ombra che l’adulto gli ha cucito addosso per comodità, lo impedirebbe.
Volare basso, questo è il patto.
Inoltre gran parte del nostro tempo lavorativo è lotta costante per non diventare stupidi, difendersi dall’attacco burocratico quotidiano; io e i miei allievi sappiamo di vivere in un mondo idiota, loro lo sanno più di me, non li sottovalutiamo.
Noi crediamo ancora che linguisticamente si possa trasformare il mondo: circolari, nuovi acronimi, progetti, l’uso dell’inglese…
Lei può immaginare quanto investiamo per il disagio e quanto poco per il normale; il normale lo diamo per scontato, lo abbandoniamo, siamo invece fanaticamente attratti dal problematico e dal destabilizzante, i nostri sensi di colpa e la cattiva coscienza ci rendono prigionieri. Piano piano mi vado liberando da tanta calcarizzazione pur essendo di sinistra e le incrostazioni, oggi, sono quasi tutte di sinistra, quindi mie.
Conosco bene il suo partito, non si sottrae a questa cultura dello spavento dell’intelligenza e della creatività.
Anche il suo partito marginalizza, non sempre, il merito. Un partito “prudente”, nei periodi storici in cui bisognava volare.
Con questa prudenza il mondo vi scavalca, sempre.
Da alcuni anni il suo partito ha trovato una via culturale facile per non sbagliare: le certezze del glamour, gli scrittori con i libri in classifica, il cinema dei festivals, i divi del cinema… troppo facile, sono capaci tutti. La sinistra progetta poco per la cultura (non intendo solo amministrarla, non si è solo ragionieri o contabili), intendo nella miniatura della vita, la nuda vita, per i ragazzi, per la formazione… quanta retorica, quante parole vengono spese; il senso di colpa è così evidente che per ogni problema c’è la soluzione: psicologi, ascolto, sostegno.
Delegare in un altrove l’incapacità di governare e decidere. Siccome non si capisce ci si affida a coloro che potrebbero capire.
Di fronte ad un problema avete la parola pronta: istituire una commissione. Siete mostri burocrati. Forse vivete in un paese straniero, siete stranieri a voi stessi.
Poi si lavora tutti in qualche modo, si mangia tutti, e si sta con la coscienza a posto.
Naturalmente niente di personale, leì è sicuramente una brava persona.