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La scuola di carta

venerdì, 22 gennaio 2010

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antonio marchetti città dipinta

Carta, montagne di carta; circolari, milioni di circolari; avvisi, miliardi di avvisi. La scuola dell’autonomia negli ultimi anni produce carta, quale forma di comunicazione tra la Dirigenza ed il basso. Per poter leggere tutte le circolari di una sola settimana occorre un orario pari a quello di cattedra. Leggerle quando arrivano in aula significa sospendere la formazione, ma forse la formazione va intesa proprio così: leggere e commentare circolari in classe interrotte dalla lezione. Il crepuscolo dell’Impero austro-ungarico non arrivava a tanto.

Emanata una circolare tutto è a posto, lì, sulla carta; la realtà va in malora ma nel mondo di carta tutto sembra plasticamente perfetto. I termini sono lavorati al tornio dell’inutile ma nello stesso tempo ambiscono con patologica ambizione ad una forma di agire che circolarmente (appunto) riconducono sempre ad una forma di rigor mortis del sempre uguale. Le parole nuove e di tendenza, come l’uso dell’inglese, sono le nuove maschere della morte (morte della nostra lingua italiana soprattutto). L’impotenza trova nel linguaggio tecnico della circolare (una neolingua mai apparsa prima d’ora nella storia dell’occidente) un agire mortifero, un movimento cristallizzato autoappagante ove sono scomparsi gli attori autodesideranti. Il teatro della crudeltà è stato completamente evacuato.

Non sappiamo dire chi sia il soggetto scrivente della circolare. Soggetto plurale? Non diciamo sciocchezze; dopo tramonti senza colori di soggetti e pluralità meglio lasciar perdere. La circolare scrive noi, nessuno la scrive. Noi siamo la circolare, ogni mattina. Nel mondo borgesiano ove la carta geografica aveva sostituito il mondo è la circolare a sostituire non solo la realtà nel microcosmo scolastico, ma ci scrive. Che siano poi esseri umani con millenni di civilizzazione alle spalle a produrre tutto ciò, in “autonomia”, ci spinge ad un senso di serenità e di benessere in un paradiso senza più problemi.

Che cos’è un Professore?

domenica, 17 gennaio 2010

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Che cos’è un professore?

Un professore è alunno e insegnante insieme.

In che modo è alunno?

E’ alunno in quanto è in perenne ascolto dei suoi allievi e ne cattura i complessi loro codici di comunicazione.

In che modo è insegnante?

Lo è quando traduce i loro codici in forma forse inattuale ma alta, offrendo loro una possibilità di grandezza, spaesandoli dallo loro fissa e ripetitiva immanenza ipnotica, prospettandogli un “è possibile”.

Quali mezzi può usare un professore per attuare ciò che lei dice?

Tutti i mezzi dell’umano civilizzato ma devono anche comprendere tempesta e rimescolamento delle carte, forse anche durezza. Ma gli attuali modelli educativi delle famiglie italiane in questo momento difettano, o non hanno modelli alcuno. Le famiglie si autorisarciscono, attualmente, rovesciando all’esterno la propria impotenza.

Ci sono scuole in Italia ove si amministra l’esistente, ma non si forma. Cosa ne pensa? Ci sono italie diverse?

Rispondo subito sull’ultima domanda; sì, ci sono italie diverse. Un insegnante di Rosarno o di Napoli è diverso dall’altro di Parma o di Milano. Il contesto lo rende diverso. Essendoci grande mobilità geografica i professori (vorrei chiamarli ancora così) fluttuano, negli anni, in realtà diverse. Di conseguenza in alcuni casi viene meno quello che io avevo detto in risposta alla sua prima domanda. Bisogna saper ascoltare per agire, il professore ascolta il contesto.

Se si trovasse ad operare in un contesto difficile, in luoghi pericolosi ove la legalità è assente come potrebbe operare un professore se non mettendosi a rischio trovandosi, magari, davanti il figlio di un vip camorrista?

Questa domanda non ha senso. Il leit motiv della legalità e della trasmissione della cultura nelle scuole viene suonato dal Ministero, in modo particolare con le risorse economiche che esso mette in gioco. Tutte le iniziative del governo si irradiano, soprattutto attraverso le tv ed il web, nella forma di icone comportamentali che contraddicono quotidianamente ciò che un formatore dovrebbe fare: riferirsi ad un quadro condiviso.

Occorre invece ben selezionare i docenti, non più per titoli di studio e per allucinanti percorsi, ma sul campo.

Il campo vuol dire essere professori, essere accettati dagli studenti ed ottenere buoni risultati circa le capacità seduttive, attrattive, e di “intrattenimento” della performance formativa; per intrattenere bisogna essere particolarmente colti.

Questo presuppone uno smantellamento del vecchio e aprire ad un ringiovanimento del grande esercito degli insegnanti?

Al contrario. Quando andranno via i vecchi sarà l’incertezza totale. Sono già oggi i giovani insegnanti a far tornare indietro l’orologio dei diritti e della libertà. Loro, sotto la mannaia della deprivazione d’immagine e di sostanza del professore, accellereranno il processo di decomposizione. Sono giovani, sì, ma non apportano quasi nulla circa il rinnovamento e si presentano, già nell’esordio, davanti agli alunni come già vecchi perchè a loro volta ripetono, nell’assenza di pensiero. Sono precari ma la loro precarietà è anche interiore.

Se io devo insegnare solo un anno da precario non necessariamente il mio insegnamento sarà precario. Non essendoci riferimenti forti la precarietà diventa uno stato dell’essere.

La scuola e la cultura per lei sono ancora fondamentali?

Dalle pagine di De Amicis ad oggi la conformazione spaziale delle aule di una scuola è praticamente la stessa (a parte i laboratori e le pratiche trasversali). Cattedra, banchi con conseguente disposizione geometrica, naturalmente la lavagna e, ancora, le interrogazioni in piedi vicino la cattedra del professore. Questo rituale cattura vecchio e nuovo e nessuno studente ha mai contestato il dispositivo spaziale della scuola. Tutti partecipano senza avere la percezione di ciò a cui partecipano. La cultura è fondamentale per gettare tempesta su questo ordigno geometrico- formativo desolante.

Un buon professore deve fare questo, per essere ascoltato.

Non importa se non viene ascoltato oggi.

Dopo, ognuno di noi, con l’età, andrà a ricercare le poche luci che restano ferme del pur breve passato.

Il nostro futuro

lunedì, 22 ottobre 2007

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Il Professor Minghetti osserva melanconicamente il prototipo, il paradigma vivente, l’assioma fattasi persona: lui/lei, che se ne sta pigramente in attesa di entrare nella seconda ora, nella terza.
Più cinico del solito il Professore guarda quella carne impassibile e inerte, aggrappata al cellulare, immaginando che un giorno uno scultore ubriaco abbia iniziato ad appallottolare della carne macinata per tentare di abbozzare un essere umano, cascante da tutte le parti e piegato sotto il peso di uno zaino pieno di sassi e mattoni.
Il/la giovane non ce la fa ad arrivare puntuale a scuola, è più forte di lui/lei. Fa molte assenze, non studia e ha già il debito in tre materie. Ma meno c’è, meno studia, e più si parla di lui/lei nei consigli di classe, l’assente è il più presente nei discorsi. Lui/lei fa lavorare di più tutta la scuola. Per lui/lei sono attivati corsi di recupero, sportelli didattici e persino consigli di classe straordinari. Lui/lei è un caso difficile sul quale bisogna investire tempo e denaro, migliaia di euri per i corsi e gli sportellini e poi allestire gli esami-test a settembre. Per lui/lei abbiamo sottoscritto i livelli minimi di apprendimento per consentirgli di farcela, di andare avanti, in una specie di accanimento terapeutico.
Nella maggior parte dei casi i debiti non vengono pagati e i soldi spesi non verranno restituiti, in qualche forma, alla collettività. Investiamo su di lui/lei perché è il nostro futuro, migliorerà il nostro livello culturale, darà un contributo futuro alla ricerca scientifica, parteciperà alla nostra crescita economica, ci farà sentire orgogliosi di essere italiani. Per questo investiamo le risorse economiche della scuola su di lui e non certo per eventuali borse di studio o per finanziare ricerca.

Libri scolastici

martedì, 18 settembre 2007

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Per il Prof. Minghetti i libri di testo scolastici non servono a nulla, tranne che agli insegnanti.
Gli zaini si fanno sempre più pesanti e spaccano la schiena ai bambini che procedono piegati in due come gli schiavi.
Per le famiglie sono una spesa intollerante, con la stessa cifra si può comprare una discreta biblioteca di letteratura in edizione economica (classici e contemporanei).
Se hai due figli ci puoi comprare un computer portatile con cui fare molto.
Per Minghetti bisognerebbe abolire il libro di testo e sostituirlo con i libri. Per il resto fa tutto l’insegnante.
La storia? Bisogna saperla narrare. La Filosofia? Bisogna filosofeggiare in classe citando le fonti così si fa storia con leggerezza. La Geografia? Sarebbe da matti farla con Google Earth? Per Minghetti no, però bisogna conoscerla (oltre a saper usare un computer). La letteratura? Tornare alla lettura ad alta voce e riproporre un sano medioevo con la lectio, quaestio et disputatio. La scrittura? Se leggi scrivi. La Storia dell’arte? Saperla raccontare, poi diapo, video e letture di testi con commenti collettivi, poi si viaggia ma basta con le uscite didattiche: i ragazzi prendono il treno la domenica e si vanno a vedere le mostre, si organizzano come per pubs e discoteche; non portarli più da nessuna parte così gli viene loro un po’ di fame e alzano il culo, e se la fame non gli viene vuol dire che non dovevano mangiare, basta con l’accanimento terapeutico scolastico.
Per le materie scientifiche Minghetti lascerebbe qualche libro purchè vengano ristampati in nuove edizioni ogni cinque anni.
Perché mai ogni anno si deve cambiare libro di testo? Quali rivoluzioni epocali non sono scritte in quei libri che non si possono trovare altrove? Perché gli insegnanti sono accaniti innovatori nella scelta dei libri scolastici e ripetitivi nel metodo? Cosa cercano di trovare in quel libro se non una personale salvezza che rifugge da se stessi?
Il vero libro di testo, secondo Minghetti, è custodito nell’insegnante. È lui il libro di testo, vivente, parlante, narrante. È, persino, il libro a venire.

V-day e il primo giorno del cinico Minghetti

venerdì, 7 settembre 2007

 noto.jpg .  Il Professor Minghetti, che aderisce al V-day, ed il suo collega di Educazione Fisica, Mariani, tra i pochi uomini rimasti nel gineceo formativo, guardano pigramente l’accalcarsi furioso delle colleghe intorno al tavolo ove sono ammonticchiati i nuovi registri personali, quest’anno rossi, nuovissimi, vergini. Si avvicina il professor Grazia, di Religione, sportivo, dinamico, col solito borsone anche quando non c’è niente da fare, tipico ciellino; comunque sia, è il “terzo uomo”.«Avete visto che scena?»«Quale scena?»«L’assalto ai registri.»«Veramente noi qui stavamo valutando i fondoschiena dal punto di vista sociologico, se vuoi unisciti a noi, potresti dare valutazioni antropologico-religiose.»«Quest’anno vedo fondoschiena nuovi, più giovani.»«Sì, ma sono “culi” – permetti Grazia – precari.»«Preferisci culi in ruolo?»«Preferisco quelli delle supplenti.»«Perché?»«Perché mi fanno regredire.»«Senti Grazia, ma il tuo è nome d’arte o è proprio così?»«Dai patacca, dì, piuttosto, che classi hai quest’anno?»«Tutte prime, ho fatto domanda per avere la scorta.»«E della nuova Preside cosa ne pensi?»«Mi pare sia un brav’uomo.».

Pablo

domenica, 2 settembre 2007

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Pablo è un ragazzo di 13 anni, enorme. In altre epoche avrebbe goduto dell’appellativo di gigante, venerato e temuto.
L’avvicinarsi dell’inizio della scuola lo terrorizza e per pacificarsi mangia ancora di più.
I compagni lo tormentano, lo chiamano Cicciogay, mentre le compagne sono sottilmente più feroci chiamandolo Pisellin.
Fortunatamente nelle scuole non si insegna più nulla ma in compenso si stanno trasformando in cliniche e Pablo ha a disposizione la psicologa, la grafologa, la dietologa, la riflessologa e la sessuologa.
Quando Pablo è in ansia mangia; se potesse mangerebbe anche i compagni.
Ha grandi capacità di calcolo, a volte sembra che dia i numeri ma in realtà è capace in due secondi a fare la somma della targa di un’auto appena intravista; in matematica è troppo veloce e lo prendono in giro perché in classe pensano sia anche demente.
Quando disegna è delicato e sensibile ma non finisce mai il lavoro perché si mangia tutte le matite. Scrive poesie per le sue compagne che regolarmente gli vengono rubate e lette la mattina dopo davanti a tutti, in uno sbellicarsi di risate.
Pablo veste da sportivo americano anni Sessanta, indumenti confezionati dalla madre che, si dice, sia una sciroccata.
La psicologa un giorno gli ha chiesto se per caso si drogasse e Pablo ha scorreggiato per l’ansia provocatagli dalla domanda. La psicologa svenne. La sessuologa invece gli aveva chiesto una volta se si masturbasse e lui le ha timidamente proposto una mangiata di pizza con lui. La sessuologa rispose che la seduta era finita. Quella sera Pablo mangiò sette pizze, ma non si masturbò.
Il futuro di Pablo noi forse non lo conosceremo mai, ma di certo migliorerà quando lascerà la scuola e potrà realizzare il suo sogno di matematico.

Signor Presidente!

sabato, 23 giugno 2007

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I Presidenti delle commissioni per gli esami di stato sono intelligenti? Questa la domanda che il Minghetti si pone. Non che la questione occupi più di tanto i suoi pensieri, già svagatamente feriali e dirottati a ben altro, ma la domanda non è tanto stravagante. Dunque, i Presidenti, sono intelligenti? Qualche volta, anzi raramente. Nei tanti anni trascorsi presso varie commissioni e in svariate italiche città il Prof. Minghetti di stupidità ne ha vista molta e di episodi ne ricorda tantissimi.
Una volta, in una scuola, gli esami si svolgevano su due piani ed il Signor Presidente si rifiutava di fare le fotocopie delle traccie d’esame («non è legale!») facendole trascrivere nelle varie lavagne sparse per le aule e nei vari piani. La prova iniziò dopo circa un’ora.
Laddove non vengono prescritte norme e regolamenti, e si chiede l’ esercizio del buon senso o l’applicazione della fatidica intelligenza, ci pensa il Signor Presidente ad inventarli per l’occasione; stupido, sì, ma creativo. La parola che gli trapana il cervello e che abita le sue notti insonni è RICORSO.
Quando il Signor Presidente si insedia fa sempre il suo bel predicozzo, che la sera prima ha provato sotto lo sguardo di approvazione della moglie, del marito o della mamma.
Le professoresse lo chiamano tutte Signor Presidente («certamente Signor Presidente, come vuole lei Signor Presidente, sono in sintonia con lei Signor Presidente»); per queste donne lui sarà sempre il Signor Presidente («però, l’è proprio un bell’omo sto Presidente, che ne dici Gina»), lo sarà anche ad esami finiti, anche per strada, in autunno.
La specialità del Signor Presidente consiste – ogni mattina dopo le prove finite – nella chiusura ermetica delle aule e degli armadi, avvoltolati da diverse metrature di nastro adesivo e cosparsi di timbri e firme, prestando maniacale attenzione affinchè la firma risulti eseguita per metà sul nastro e per l’altra metà sulla porta, o sull’anta dell’armadio, in modo da verificare che, nottetempo, non accadano indesiderate manomissioni. Da piccolino il Signor Presidente voleva fare il commissario di polizia o il funzionario della Stasi.
Perchè si fa il Presidente di commissione? Forse per farsi chiamare, almeno una volta nella vita, Signor Presidente. Mentre dei corsi e ricorsi della storia non conosce che i soli ricorsi.

Lo stile del Prof. Minghetti

mercoledì, 20 giugno 2007

«Professor Minghetti c’è posta per lei! C’è una circolare da firmare! La Preside la cerca!» Al mattino c’è la voce squillante di Consuelo, la bidella (collaboratrice scolastica) più gentile e amabile dell’Istituto che lavora nella reception e che appena vede il nostro professore gli lancia le novità quasi cantandole.
Senza Consuelo qui si potrebbe chiudere. A volte Minghetti ironizza con lei e le chiede: «Ma lei dove lavora?» «Alla reception» risponde lei.» «Come si chiama il giorno in cui si ricevono tutti i genitori?» E lei, pronta, «Open day
L’ironia ci salva. Non si capisce tanta cultura angloamericana nella scuola italiana se poi un governo va in crisi per un ampliamento di una base USA. Misteri italici.
Ma su questo non oso interrogare Miss Consuelo. La reception è un banchetto con il telefono e l’open day è una situazione dove molte mamme e pochi papà (le cui figlie solo quel giorno chiamano papy) fanno la fila in piedi perchè non vengono allestite sedie. Ciò che conta sono le parole magiche, all’italiana, alla Sordi.
«Consuelo c’è il Ministro?» «Sì – risponde lei con voce di flauto – la Preside è chiusa in presidenza ma non vuole essere disturbata, sta scrivendo alcune circolari.» Duecentosettanta comunicati sino ad oggi, da leggere e firmare, una media di tre al giorno.
Il mondo reale, appena qualche metro oltre la porta dirigenziale, viene plasmato e controllato con distanza panottica attraverso questi bollettini di guerra, raccolti dai sottoposti e distribuiti alla truppa in trincea. Il fuoco amico è inevitabile. Nessuno parla il linguaggio di quelle circolari, Minghetti ormai quasi se ne vergogna, i ragazzi non ci credono e non ci crede, probabilmente, chi lo usa. È una lingua chiusa, autoappagante ed autoreferenziale, non è usata in nessun’altra parte del globo, ma solo a scuola. È una entità parallela, Second Life, una ecumenica simulazione del mondo reale. Quella miniatura di vita che è il quotidiano potrebbe guastare la bellezza astratta di quella neolingua. Ferocemente, e di nascosto, a volte Minghetti corregge qualche virgola, qualche ripetizione (disagio giovanile quattro volte, educare sei, pertanto sette, finalità sei, si auspica tre, obiettivi da raggiungere lo inserisce lui quando non c’è scritto – quando ce vò ce vò). Ma tutti ormai hanno capito che il sabotatore è lui. È nel suo stile.

Minghetti e la rivelazione

martedì, 12 giugno 2007

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“La norma non lo prevede, questo non si può fare, la Preside non vuole, la Preside adesso non c’è, si legga bene il regolamento d’istituto art. 2/b, ma non ha letto la circolare numero 394 bis? Faccia domanda, io non c’entro, la legge non l’ho fatta io, messager non porta pena (o forse era al contadin non dire quant’è buono il formaggio con le pere), l’impiegata è fuori ufficio, la magazziniera è malata, forse questa settimana c’è una epidemia e non ci sono bidelli, ”
Queste in genere le frasi che nei momenti di bisogno e nelle richieste di collaborazione il Prof Minghetti si sente dire. Soprattutto nel mese di maggio, un tempo leopardianamente odoroso ed ora scolasticamente schizoide e maleodorante.
Tuttavia, nonostante tanta passione procedurale e regolamentizia le cose vanno male, anzi malissimo. Come mai? Ed ecco che al Professore apparve semplice e cristallina la verità. Il Dirigente è donna, il vice pure, tutti i collaboratori sono donne, i colleghi donne, impiegati e bidelli pure e gli allievi quasi tutte donne. Un gineceo. Le donne evidentemente sono custodi della scuola oltre che della casa.
Yes man? Una volta! Ora son tutte Yes woman, ferinamente competitive tra loro ma sotto il tacco a spillo ( o quello Valverde) della “capa” o “capessa” se non addirittura “papessa” della “permanente”. Tutte le altre in semplice “messa in piega”, piegate pur im-piegate con diritti contrattuali: io donna mi piego ma non mi spezzo tu uomo (homme rompu dicono i francesi) non ti vuoi piegare ma ti spezzi se non non ti viene un infarto prima. Per fortuna gli spagnoli dicono hombre vertical, accontentiamoci.
L’organizzazione scolastica è una struttura fortemente sessuata ed un pensiero gestionale “diverso”, della “differenza”, un po’ più creativo ed elastico non potrebbe che essere maschile, non solo metaforicamente a questo punto.
Per questi motivi, nel Collegio dei Docenti, il Professor Minghetti ha chiesto la parola ed ha proposto l’applicazione delle quote azzurre. Ma i fiocchi appesi erano tutti rosa a parte qualche insegnante di religione che vive la punizione divina di diciotto classi diciotto consigli diciotto scrutini diciotto punizioni diocesiane che non ne può più catatonico com’è e c’è qualcuno che ancora pensa che siano stati favoriti. Mamma, nonna, maestra, professoressa, dirigente, psicologa; il mondo è nelle vostre mani. Ci sarà pure un momento in cui tutto questo femminile si guarderà allo specchio? Minghetti è “diverso”, solo perchè “uomo”, ormai.

Minghetti

domenica, 15 aprile 2007

teatro

Professor Minghetti c’è posta per lei! C’è una circolare da firmare! Il Preside la cerca! Al mattino c’è la voce squillante di Consuelo, la bidella (collaboratrice scolastica) più gentile e amabile dell’Istituto che lavora nella reception e che appena mi vede mi lancia le novità che potrebbero riguardarmi cantandole. Senza Consuelo qui si potrebbe chiudere. A volte ironizzo con lei e le chiedo: Ma lei dove lavora? Alla reception, risponde lei. Come si chiama il giorno in cui si ricevono tutti i genitori? E lei, pronta, open day! L’ironia ci salva. Non si capisce tanta cultura angloamericana nella scuola italiana se poi un governo va in crisi per un ampliamento di una base USA. Misteri italici.
Ma su questo non oso interrogare Miss Consuelo. La reception è un banchetto con il telefono e l’open day è una situazione dove mamme e papà fanno la fila in piedi perchè non vengono allestite sedie. Ciò che conta sono le parole magiche, all’italiana, alla Sordi.
Forse è colpa nostra che cinicamente non crediamo più in niente, che ci avvoltoliamo nella lamentazione perenne, che non crediamo a trenitalia all’alta velocità ala tav alla metro alle poste-boutique all’investimento del tfr all’asl usl enel tram wind telecom impdap inps ania cisis cestis cnel censis cnr enel eni eurisko eurispes ice inail inea isae isfol ismea ismu ispel istat ittig uni cciaa upi aran.

Fatto grave a scuola

lunedì, 12 marzo 2007

volti

Un fatto gravissimo si è verificato giorni fa a scuola.
Il Professore Minghetti ha valutato con un 10 un lavoro svolto da una sua allieva ed ha informato il Dirigente chiedendo un intervento istituzionale quale garanzia per il suo operato.
Il Professore ha semplicemente sollecitato la dirigenza scolastica di far pervenire all’allieva un encomio scritto, per autotutelarsi. I genitori, informati del fatto dalla ragazza, che è tornata a casa agitata ed in uno stato confusionale, si sono precipitati a scuola chiedendo spiegazioni sull’accaduto ed hanno minacciato di querelare insegnante e scuola.
L’Ufficio scolastico provinciale ha aperto un’inchiesta e lo stesso Ministro della Pubblica Istruzione, il Dott. Fioroni, intervistato da alcuni giornalisti ha dichiarato: «Su tali episodi tolleranza zero».

Il Professore Minghetti nelle RSU

lunedì, 5 marzo 2007

kafka
Mi trovo in questo incontro-formazione delle RSU (rappresentanze sindacali unitarie) e ho avuto l’accortezza di non indossare i miei stivaletti a punta, mi sono reso il più anonimo possibile per essere al pari con gli altri.
Qui si parla di contratto e retribuzione, di personale ATA, di fondi di Istituto e di cose fondamentali e importanti, lo so, ma che mi annoiano, non posso farci nulla.
Ora ci chiamiamo lavoratori della conoscenza (FLC, saremo sepolti da acronimi!).
Illuso che sono! Stavo già attuando la conoscenza e mi chiedevo, come Bruce Chatwin, “che ci faccio qui?”. Non so se sentirmi avanti o desueto, se sono sbagliato io o loro, il mio specchio, forse hanno sbagliato quelli che mi hanno votato, volevano farmi uno scherzo. Però mi piacerebbe cambiare qualcosa, mi piacerebbe mettere becco su tante cose ma le procedure, le norme, il bizantinismo linguistico mi atterra, mi toglie le forze. Parte e controparte sono imbrigliati dallo stesso linguaggio che rende la mente prigioniera. Bisognerebbe azzerare e guardare all’essenziale. Cosa non va? Cambiamo.
Ma coloro che mi stanno vicino sono il primo ostacolo al cambiamento, si sono affezionati alle procedure ed alla burocrazia (dopo tanta fatica per conoscerle!), alleggerirle li renderebbe orfani ed io verrei scambiato per matto o incompetente. Forse mi hanno votato perchè volevano proprio un matto..
Cosa potrò raccontare stavolta al mio psicoanalista? Posso raccontargli della pausa-rinfresco delle 11, con patatine fritte noccioline coca-cola e tè con la promessa del Segretario che il giorno dopo, a fine lavori, ci saranno vino rosso e bianco e piadina Romagna mia! Perchè non finire la sera alla Cà del Liscio tutti noi cinquantenni in disuso?
Potrò dire al mio analista che in fondo questa umanità a me piace, che mi fa bene il confronto, osservo e comunico, mi ridimensiono, mi relativizzo, ma perchè Dottore dopo il mio primo intervento gli altri non comunicavano con me?
E poi perchè quando sono entrato in sala, già quasi piena in attesa dell’attesissimo “relatore regionale”, ho pronunciato un sonoro buongiorno e nessuno ha risposto?
È troppo frivolo? È poco sindacale il saluto?
Alla CGIL oggi ci si dà del lei. Forse è giusto. Siamo tutti sospettosi l’uno dell’altro, in quanto colleghi, in continua competizione sul nulla.
Lo so Dottore cosa mi dirà, che se in qualche modo ho scelto devo decidere se continuare oppure no. Ma io ho appena cominciato… e vorrei già sparire! Sì, vorrei sparire, vorrei non esserci. E se ci fosse una nuova modalità dell’esserci senza essere? No, forse tutto questo non fa per me. Mi vergogno, chiedo perdono.
Diversi anni fa ero nel CdI (Consiglio di Istituto), a volte si discuteva per ore del prezzo del panino che vendevano agli studenti, delle macchinette del caffè, delle gite e dei prezzi delle agenzie e mentre si avvicinava la sera, in quella riunione di quell”ex maggio odoroso, io osservavo quel bellissimo tramonto facendomi sempre la stessa domanda di quel grande nomade: che ci faccio qui?
Forse è con questa domanda continua che bisogna vivere? Pensare magari, tanto per consolarsi allargando le vedute, che nel Parlamento Europeo si fa lo stesso, si discute di manzi, vacche, mucche, quote latte, formaggi da sopprimere o da salvare.
Ma lei Dottore ormai comunica con me con il pensiero, assomiglia a un Dio!

Molestie

martedì, 27 febbraio 2007

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Il professore riceve una telefonata dal Dirigente che lo invita a presentarsi a scuola per comunicazioni importanti, anche se in quelle ore era libero. Ad attenderlo c’erano invece i carabinieri che lo arrestano e lo portano via. Scendono le scale insieme, vengono visti da tutti. L’accusa è grave: molestie sessuali nei confronti di una studentessa. Il professore avrebbe invitato la ragazza in un’aula deserta e qui si sarebbe tolto i pantaloni davanti a lei. Quindici giorni in cella.
Suo figlio, ancora piccolo, non vuole andare più a scuola perché si vergogna e la moglie cade in una profonda crisi depressiva. Sulla reazione dei colleghi stendiamo un velo pietoso. Dopo la galera viene appurato che la ragazza, psicolabile, in cura, si è inventata tutto e che la data in cui sarebbe avvenuto il crimine corrispondeva al  giorno libero del professore.
La procedura ha seguito un percorso diabolico. L’arresto avviene a scuola, in luogo pubblico, platealmente visibile, e non a casa. L’imputato poteva fuggire o commettere ancora lo stesso reato, magari spogliandosi nudo davanti a sua moglie. La ragazza disturbata psichicamente muove le sue accuse rivolgendosi ad adulti più disturbati di lei. Tutti alla fine pensano che ciò sia risarcibile e che si possa tornare indietro, ritornare alla normalità di prima. Non è possibile.
Il tempo si è fermato, la storia si è congelata, la vita sospesa, il danno irrisarcibile, le lesioni incurabili, il futuro lesionato.
Proviamo a cambiare alcune caselle del dispositivo che ha imprigionato il professore.
1. La ragazza non è psicolabile tuttavia vede nel professore un nemico, crede che ce l’abbia con lei e rovesciando le parti è lei che ce l’ha con lui. Forse lei è porcella e il professore, giovane e affascinante, non le dedica le attenzioni che la ragazza si aspetta.
2. Il fatto accade non nel giorno libero ma in un’ora libera tra le lezioni del giorno (quella che gli idioti chiamano l’ora “buca”, in questo caso ci si “imbuca”).
3. Il professore non si spoglia come un esibizionista dei fumetti anni Sessanta secondo l’arido immaginario della “poverina” psicolabile ma, secondo la versione della porcella, avrebbe richiesto una esplicita fellatio (in realtà ai carabinieri lei avrebbe dichiarato:”il prof mi ha chiesto di fargli un pompino”.
4. Il professore non è una persona mite e tranquilla ma un noto attivista sindacale, un cobas, notoriamente polemico nei Collegi dei Docenti e spesso in conflitto con diversi colleghi e con la dirigenza.
5. Vent’anni prima si vociferava di una relazione del professore con una studentessa, storia mai sepolta in quanto le colleghe “vecchie” la riattualizzano sempre e la raccontano agli insegnanti nuovi.
Bene, cinque punti bastano, altri li lascio alla vostra immaginazione.
A questo punto il professore sarebbe stato spacciato ma l’innocenza sarebbe stata la stessa.
Al posto di tante stronzate nella scuola agli insegnanti consiglierei la lettura della pièce teatrale di David Mamet, Oleanna. Leggerlo e commentarlo in classe, ammesso che ne abbiano le capacità. Dimenticavo! Sono appena 43 pagine.
Lo so, sarò accusato di essere saccente e presuntuoso, accusa terribile oggi rivolta ad un professore.

Hasta la victoria siempre!

venerdì, 23 febbraio 2007

ragazza

Tra le proposte e i punti in fase di costruzione che alcuni studenti hanno presentato per candidarsi al Consiglio di Istituto si legge:

Festa di fine anno aperta a tutti

Educazione sessuale

Gara di costumi di carnevale

Miss Liceo

Mister Liceo

Competizione fra gruppi musicali

Feste d’Istituto

Spaghettata di Pasqua

Gite in barca

Escursioni alpine di fine anno

Gare motociclistiche indoor

Cene di tonno

Gare culinarie

Costruzione diga per l’approvvigionamento elettrico della scuola

Té caldo ogni mattina

Servizi igienici in oro.

Quest’ultima proposta, divertente, ci fa capire che “forse” è tutto un gioco ironico. E se ci sbagliassimo?

Minorenni

giovedì, 8 febbraio 2007

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La parola “minorenne” riverbera una tonalità da aula di tribunale, da codice penale. Una tonalità che ha sapore giudiziario, prescrittivo; evoca procedure, dispositivi che attengono al diritto. Il debordamento comportamentale pare vi sia già inscritto.
È una brutta parola.
La parola esprime anche un limite, un confine, una specie di zona franca, un cono d’ombra che circola nella vita attiva ma che nello stesso tempo si sottrae, si mantiene sospeso.
“Minore”, in una dolcificazione giuridica, è oggetto di “tutela”, di contesa, se non di conflitto, nelle eterne lotte delle separazioni e dei divorzi.
Il “minore” sembra occupare una zona grigia alla quale, di volta in volta, viene attribuita una liquida e mutevole identità.
Al “minore” manca qualcosa, mancherà sempre qualcosa, è una non persona.
Ma il “minore” oggi si dilata, diventa “maggiore”.
Da un lato il “minorenne” è delimitato da un forte cerchio protettivo e tutelato dal “campo” che l’adulto ha disegnato intorno a lui, ma dall’altro la sua azione è pressocché illimitata, senza regole, e senza sanzioni qualora l’uscita dal “campo” dovesse renderle necessarie.
Forte delimitazione ed illimitatezza regolano lo spazio del minorenne.
Bel paradosso.
Il piccolo bambino ti guarda con occhio incredulo mentre tu gli parli con voce da paperino, con quella voce gallinacea-regressiva dove tu ti fai piccolo/a per comunicare.
Lui ha capito già che sei tu “minore”, che sei idiota, e si chiede perché mai una persona adulta deve rivolgergli la parola con quel tono falsato e cretino.
Hai tarpato l’evoluzione della specie con quella voce insopportabile da immaturo/a che sei.
Per quel bambino, che non sente mai una bella voce adulta maschia o femminile, si è già costruito il destino di un eterno, pericoloso, minore – minorenne.
Dopo può fare tutto.
Esentato da tutto.