Archive for giugno, 2007

Non stancarsi nell’arte

venerdì, giugno 29th, 2007

animali.

L’artista non dovrebbe fare sforzi.La fatica dovrebbe essere allontanata, per quanto possibile.Qui non stiamo parlando del famoso, e vecchio, sforzo della tecnica che deve scomparire per lasciare magicamente la leggerezza del gesto.Si pensa piuttosto alla fatica fisica, materiale, di facchinaggio, di esercizio installativo, di manualità varia, che va dalla carpenteria all’uso dei softwares, dalla gestione della posta elettronica alle interviste.L’artista dovrebbe starsene tranquillamente seduto, in tutto riposo, a sfumacchiare la pipa (come in certi western di John Ford), pensoso ma leggero, come un Marcel Duchamp.Proprio come lui, maledetto lui; al massimo giocare a scacchi, ma con una mossa al giorno, come nella partita con John Cage, e fare di questo un lavoro, un’opera. Oppure, in anni recenti, nel trasporto più leggero e piccolo, inviabile in una piccola busta per posta, in quel Torno subito, da bottegaio più che da artista, esposto in una galleria vuota diversi anni fa a Bologna da Maurizio Cattelan. Mettersi nella tasca della giacca una mostra, rispetto alle scatole duchampiane, dimostra che si sono fatti dei passi avanti, passando naturalmente attraverso le “interminabili” domeniche di Mario Merz. Geniale!In Torno subito mi sono sentito schiaffeggiato nella verità, in un periodo della mia vita molto faticoso, in cui mi ero impantanato nella “fatica” installativa, nell'”ordine gigante” dell’arte dello spazio, ma senza uno spazio, soprattutto di uno spazio espositivo adeguato e di condivisione ma, soprattutto, senza uno specifico sistema, quello della comunità dell’arte, che prima o poi alleggerisce la tua fatica e disegna la tua esistenza.Il gesto di Cattelan mi ricorda quel famoso incontro tra Robert Rauschenberg e Willem de Kooning. Rauschenberg chiese di avere un disegno dell’olandese per farne un’opera di cancellazione: Erased de Kooning Drawing, del 1953.Cattelan invece ha cancellato la fatica dell’artista.Basta con il lavoro.Forse anche de Kooning voleva riposarsi, nonostante la sua demenza senile; gli mettevano i pennelli in mano e addirittura conducevano la sua mano scema, ma piena di dollari, sulla tela.Il rischio, per gli artisti di tutto riposo, e di successo, consiste forse nel fatto che tra mogli anomale, ex mogli, amanti, figli sparsi, in fila tra avvocati e notai, forse non avranno una vecchiaia tranquilla. Possono tuttavia sperare, ne siamo certi, nel riposo eterno.In tal modo potranno smettere finalmente di lavorare per gli altri, sotto ricatto, e ricongiungersi finalmente con un io celeste, e riabbracciare quel grande ozio dell’arte che essi avevano praticato e teorizzato in questa terra.Questo non mi conforta affatto, anche se può apparire credibile, e mi appresto a raggiungere il folto gruppo degli affaticati, con pochi dollari e molta speranza.

La ragazza del Piper in Viale dei pini

giovedì, giugno 28th, 2007

piper

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Non dimenticherò mai Viale dei pini.
In questo viale io vidi una sera camminare la ragazza perfetta, raggiunta da altri amici, anch’essi belli, che scendevano dalle case vicine e insieme formavano un gruppo armonioso, vestiti in modo da essere sempre un po’ avanti rispetto a noi, come se si fossero dati la voce.
Nella semioscurità del viale si vedeva solo il lampeggiare delle sigarette e i riflessi dei capelli mentre dall’altra parte del marciapiede in cui mi trovavo sentivo quasi il loro odore. Cosa si dicevano quella sera che a me era precluso?
Quando la vidi, pensai che fosse la vera ragazza del Piper.
La ragazza perfetta abitava in Viale dei Pini, ed io avrei voluto essere quel ragazzo triste.
Ragazzo triste sono uguale a te,
a volte piango e non so perché
tanti son soli come me e te ma un giorno spero
cambierà
nessuno può star solo,
non deve stare solo quando si è giovani così…

Se volevi imparare a vestirti dovevi vagare in Viale dei pini ed aspettare, nelle variazioni del giorno e della notte, questi figli nuovi della città in movimento.
Vedevi i primi minipull che in certi movimenti del corpo lasciavano scoperti con oculata distrazione lembi di camicia rosa e celeste, i morbidi mocassini neri di pelle di vitello indossati a piede nudo o con i calzini dello stesso colore del pull, i jeans di velluto a costine, bianchi o neri, con la lupetto blu sulle spalle sopra la camicia con i bottoncini sul collo; ragazze con la gonna corta scozzese, i calzettoni sotto il ginocchio e le classiche college, gli shorts a righine su culetti da infarto persino lavorati all’uncinetto da nonne all’improvviso rastellate dall’obitorio e mandate a forza dal parrucchiere, tutte mesciate a sferruzzare in terrazza copiando i modelli pubblicati su Annabella.
Autunno in città era uno sfolgorìo di colori di bosco, di mantelline rossobrune, di gonnine verdemarcio, ragazzine ricomposte dopo l’estate sfrenata e restituite al biancore, agganciate alle eleganti e altezzose madri che imperavano nello shopping e organizzavano per le figlie, si diceva, gli aborti a Londra.

Ritrovarsi

lunedì, giugno 25th, 2007

ritrovarsi

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È sempre difficile tornare nei luoghi originari e rivedere persone con le quali abbiamo interrotto il rapporto, soprattutto quello “visivo”.
Intendo dire quella presenza comune, che non necessariamente implica un frequentarsi, ma che occasionalmente assicura una continuità: si cambia comunque insieme, si invecchia insieme, si sa l’uno dell’altro nel passaparola tra amici e conoscenti.
Ritrovarsi, dopo venti o trent’anni, oltre a sperimentare la discontinuità viene rivelata anche la propria estraneità. Sei ingrassato, ma come sei ingrassato, vedo che hai perso i capelli, in fondo sei come prima, ti trovo invecchiato, tua moglie è sempre in forma, vedo che fai palestra, sei sempre uguale, non ti riconosco, perchè non fai una dieta, mi ricordo di te che eri un pò stronzo, vivi sempre a Ravenna, a Bologna, a Rimini, ma dove vivi?
Lascerei volentieri ad Ennio Flaiano la conduzione di questo teatro del ritrovarsi. Non ci si dice nulla, non si ha nulla da dirsi.
È il corpo che racconta tutto, ma chi legge il corpo lo legge secondo un suo alfabeto elementare e grezzo e, soprattutto, si tiene alla larga dalla parte alta del corpo, la testa, la mente, il cervello. Ma anche dalla parte bassa, i piedi, di quanta strada si è percorso. Cosa è accaduto al nostro cervello, e ai nostri piedi, in questi trent’anni?
Eppure, per me, guardandoli questi corpi ritrovati, affannati nella lotta perenne con l’immortalità, mi segnalano storie e avvenimenti che, pur non conoscendo, intuisco e immagino. Ma è qualcosa di pudìco e silenzioso, non mi sognerei mai di dire come sei grasso o, ad una amica, quanta cellulite hai accumulato.
In quel loro nascondere il tempo, nella loro gloria “fisica”, io scruto tragedie silenziose, seppur piombate in sorrisi pop o iperrealistici.
Cerco di leggere, anch’io, le mutazioni che il tempo ci impone, e che nella miracolosa “tenuta” dei conoscenti ritrovati annunciano tuttavia i segni di una precipitazione quasi imminente, che tra breve forse vedrà la loro scomparsa mondana o reinserita in nuove progettualità e protesi estetiche.
Nel loro trovare me, cambiato, non concepiscono che io vedo anche loro cambiati.
Solo che loro sono cambiati insieme, si sono rassicurati insieme, si sono scambiati carinerie e cattiverie, affetti e ferocie, baci e sputi, carezze e pugnalate, tutte cose che legano molto, in un patto indissolubile radicato in quel luogo, come in ogni luogo.
Ho trovato in Manuel Vázquez Montalban, sorprendente poeta, i versi giusti:

e se tu tornassi
fuggiasco dalla memoria
troveresti soltanto avanzi
del banchetto cannibale

ti si cancellerebbero per sempre
le ombre e i sentieri
della fuga e del ritorno

La raccolta poetica di Montalban, rara e sorprendente, si intitola Ciudad, Città.

Luciano Fabro, artista senza copertina

domenica, giugno 24th, 2007

Fabro

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Quache giorno fa è scomparso Luciano Fabro, un artista notevole, complesso, “difficile” – ma non era Baudelaire a dire che il bello è difficile? – e polemico, di vecchia scuola. Ricordo una sera memorabile a Ravenna, all’inaugurazione di una sua antologica nella bellissima Loggetta Lombardesca, in cui l’artista, molto insoddisfatto di una frase stampata nel retro di copertina del suo sostanzioso e bel catalogo, custodiva l’ingresso facendo entrare solo coloro che si prestavano a staccare questa famigerata copertina conservando il tomo nudo. Nella collana che documenta le mostre di quegli anni Ottanta a Ravenna, e che ho in fila in una sezione della mia biblioteca, si distingue un “fuori collana” marrone scuro.
Fabro è l’artista senza copertina.
Alcuni anni fa lo chiamai al telefono per chiedergli dettagli più approfonditi su di una sua vecchia opera, Lo spirato, e che tra i tanti suoi lavori è quello che preferisco.
Molto gentile, piacevole; mi chiarì alcune cose e subito mi spedì una scheda ed una bella foto dell’opera alla cui realizzazione, mi pare, collaborò lo scultore Antonio Trotta (altro esperto di ciò che espongo più avanti).
Vuoto e assenze mi assillavano in quel periodo, e trovavo ne Lo spirato un paradigma perfetto.
La temperatura ideologica che avvolgeva quest’opera, realizzata alla fine degli anni sessanta, sembra ritirarsi in una permanenza estetica. Infatti, una generazione successiva la trova fresca e intatta come una giovane pianta in un giardino già fiorito. Il vuoto, qui, è rappresentato dalla parte mancante di un corpo la cui “presenza” è intuibile dal panneggio, che rivela una “presunta” sua metà, visto che nulla ci impedisce di credere che anche ciò che appare sia un vuoto, una illusione, un trucco. Ma in questo caso non è in gioco il solo vuoto fisico, quello “visibile”, il non c’è che c’è, ma anche il vuoto, piuttosto taoista, che l’artista fa dentro di sé, attraverso la rinuncia all’abilità, il sottrarsi dall’esecuzione, il distacco dalla tecnica. Nella dichiarazione che Luciano Fabro a suo tempo mi aveva spedito, a proposito di questa scultura marmorea, si rintracciano parole quali indifferenza, anonimo, neutro, rinuncia.
Vi è spiegata la delega ad altri dell’esecuzione, chiedendo ad artigiani la fattura di un panneggio tecnicamente neutro, non inquinato da sentimentalismi espressivi o particolari effetti plastici dominati da destrezza e seduzione. Forse Fabro cercava un panneggio da obitorio.
In tale contesto freddo e oggettivante il vuoto appare per quello che è: un vuoto di senso. Questa di Fabro è opera presente, trasparente ed evidente, come può essere appunto una cosa appena sparita. Proprio come lui.

Signor Presidente!

sabato, giugno 23rd, 2007

presidente.jpg

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I Presidenti delle commissioni per gli esami di stato sono intelligenti? Questa la domanda che il Minghetti si pone. Non che la questione occupi più di tanto i suoi pensieri, già svagatamente feriali e dirottati a ben altro, ma la domanda non è tanto stravagante. Dunque, i Presidenti, sono intelligenti? Qualche volta, anzi raramente. Nei tanti anni trascorsi presso varie commissioni e in svariate italiche città il Prof. Minghetti di stupidità ne ha vista molta e di episodi ne ricorda tantissimi.
Una volta, in una scuola, gli esami si svolgevano su due piani ed il Signor Presidente si rifiutava di fare le fotocopie delle traccie d’esame («non è legale!») facendole trascrivere nelle varie lavagne sparse per le aule e nei vari piani. La prova iniziò dopo circa un’ora.
Laddove non vengono prescritte norme e regolamenti, e si chiede l’ esercizio del buon senso o l’applicazione della fatidica intelligenza, ci pensa il Signor Presidente ad inventarli per l’occasione; stupido, sì, ma creativo. La parola che gli trapana il cervello e che abita le sue notti insonni è RICORSO.
Quando il Signor Presidente si insedia fa sempre il suo bel predicozzo, che la sera prima ha provato sotto lo sguardo di approvazione della moglie, del marito o della mamma.
Le professoresse lo chiamano tutte Signor Presidente («certamente Signor Presidente, come vuole lei Signor Presidente, sono in sintonia con lei Signor Presidente»); per queste donne lui sarà sempre il Signor Presidente («però, l’è proprio un bell’omo sto Presidente, che ne dici Gina»), lo sarà anche ad esami finiti, anche per strada, in autunno.
La specialità del Signor Presidente consiste – ogni mattina dopo le prove finite – nella chiusura ermetica delle aule e degli armadi, avvoltolati da diverse metrature di nastro adesivo e cosparsi di timbri e firme, prestando maniacale attenzione affinchè la firma risulti eseguita per metà sul nastro e per l’altra metà sulla porta, o sull’anta dell’armadio, in modo da verificare che, nottetempo, non accadano indesiderate manomissioni. Da piccolino il Signor Presidente voleva fare il commissario di polizia o il funzionario della Stasi.
Perchè si fa il Presidente di commissione? Forse per farsi chiamare, almeno una volta nella vita, Signor Presidente. Mentre dei corsi e ricorsi della storia non conosce che i soli ricorsi.

Lo stile del Prof. Minghetti

mercoledì, giugno 20th, 2007

«Professor Minghetti c’è posta per lei! C’è una circolare da firmare! La Preside la cerca!» Al mattino c’è la voce squillante di Consuelo, la bidella (collaboratrice scolastica) più gentile e amabile dell’Istituto che lavora nella reception e che appena vede il nostro professore gli lancia le novità quasi cantandole.
Senza Consuelo qui si potrebbe chiudere. A volte Minghetti ironizza con lei e le chiede: «Ma lei dove lavora?» «Alla reception» risponde lei.» «Come si chiama il giorno in cui si ricevono tutti i genitori?» E lei, pronta, «Open day
L’ironia ci salva. Non si capisce tanta cultura angloamericana nella scuola italiana se poi un governo va in crisi per un ampliamento di una base USA. Misteri italici.
Ma su questo non oso interrogare Miss Consuelo. La reception è un banchetto con il telefono e l’open day è una situazione dove molte mamme e pochi papà (le cui figlie solo quel giorno chiamano papy) fanno la fila in piedi perchè non vengono allestite sedie. Ciò che conta sono le parole magiche, all’italiana, alla Sordi.
«Consuelo c’è il Ministro?» «Sì – risponde lei con voce di flauto – la Preside è chiusa in presidenza ma non vuole essere disturbata, sta scrivendo alcune circolari.» Duecentosettanta comunicati sino ad oggi, da leggere e firmare, una media di tre al giorno.
Il mondo reale, appena qualche metro oltre la porta dirigenziale, viene plasmato e controllato con distanza panottica attraverso questi bollettini di guerra, raccolti dai sottoposti e distribuiti alla truppa in trincea. Il fuoco amico è inevitabile. Nessuno parla il linguaggio di quelle circolari, Minghetti ormai quasi se ne vergogna, i ragazzi non ci credono e non ci crede, probabilmente, chi lo usa. È una lingua chiusa, autoappagante ed autoreferenziale, non è usata in nessun’altra parte del globo, ma solo a scuola. È una entità parallela, Second Life, una ecumenica simulazione del mondo reale. Quella miniatura di vita che è il quotidiano potrebbe guastare la bellezza astratta di quella neolingua. Ferocemente, e di nascosto, a volte Minghetti corregge qualche virgola, qualche ripetizione (disagio giovanile quattro volte, educare sei, pertanto sette, finalità sei, si auspica tre, obiettivi da raggiungere lo inserisce lui quando non c’è scritto – quando ce vò ce vò). Ma tutti ormai hanno capito che il sabotatore è lui. È nel suo stile.

Una settimana del maggio 2007

martedì, giugno 19th, 2007

Per una settimana siamo stati investiti da tragedie familiari in cui risuonavano, in un delirio metafisico, le considerazioni dei “vicini di casa” che consideravano gli “attori” di queste tragedie molto “uniti”.
Talmente uniti da farsi fuori.
Family Horror, non trovate?
Una martellata in testa, una pugnalata alla schiena, un massacro con futuro nascituro.
Uniti “sino” alla morte, recita l’adagio matrimoniale.
Uniti “per” la morte, osiamo correggere oggi.

Le malattie

domenica, giugno 17th, 2007

finestra

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In questi anni ho visto conoscenti, amici, e congiunti, ammalarsi.
A colpirmi sono sempre stati gli attacchi improvvisi, imprevedibili, che lasciano le persone ancora in vita e parzialmente abili, per periodi più o meno lunghi, a seconda dei caratteri, della volontà, delle risorse segrete e insospettabili che ciascuno mette in gioco nei momenti estremi, in quella disponibilità a vivere comunque, almeno sino a quando una vita sia degna di essere vissuta.
Ma non siamo noi a rendere una vita, questa vita, degna di essere vissuta? Anche indipendentemente dalle malattie?
Certo dipende da chi ci sta dattorno, se siamo amati o meno, accuditi o trascurati, accettati o rigettati nell’indifferenza, anche se prima della malattia eravamo “qualcuno”.
Osservando le patologie e le fulminee catastrofi fisiche, impensate e imprevedibili, che si sono abbattute su persone a me care, mi sono spesso chiesto se le malattie ci assomigliano. Voglio dire che la malattia, anche quella che irrompe nella casualità di un giorno, o di una notte, forse esprime una segreta continuità con quello che siamo.
Potrei anche vergognarmi nel dirlo ma, alcuni miei amici colti da ictus o ischemia, che oggi vedo rallentati e sospesi, avevano già una certa naturale lentezza nel conversare e nell’elaborazione del pensiero e che, pur in possesso di grande intelligenza, oscillavano in una certa atonia o improvvise zone vuote del discorso che, in genere, venivano giustificate con le consuete considerazioni sul carattere: riservato, timido, insicuro.
Non posso fare a meno di effettuare un percorso a ritroso, di fronte ad una persona disabile per cause improvvise, cercando relazioni tra il prima (il sano ) e il dopo (il malato) e concludo sempre, e pericolosamente, accettando una relazione che forse ci vede malati da sempre, e che l’imponderabile, molto probabilmente, è ciò che già ci apparteneva.
Noi siamo la malattia.

Il comodino

venerdì, giugno 15th, 2007

tavoli

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In un giorno nuovo ebbi finalmente un comodino.
Venne svuotato dalle vecchie cianfrusaglie del nonno, pace all’anima sua, rivestito all’interno con carta Firenze e messo a fianco del mio letto-divano di vilpelle nero. Il libro di economia domestica di mia sorella diceva che accanto al letto niente più comodini da notte, ma un tavolino basso con un ripiano per libri e riviste e con un grazioso lume. Felice di contraddire quello stupido libro io avevo invece un comodino ottocentesco tutto mio, quello che hanno sempre avuto le persone grandi, con il piano di marmo verde, un cassetto e lo sportello. Il mio altare, la mia banca, il mio magazzino e, nel cassetto, il mare: stelle marine, sassi, conchiglie e biglie colorate.
Certo non poteva competere con lo spazietto sacro dedicato a Balzac dal giovane Antoine Doinel ma, se siete di bocca buona, capirete che non potevo certo lamentarmi. Insieme al mare c’erano i miei 45 giri che prendevo da mia madre; nello sportello ove una volta veniva riposto il vaso da notte avevo sistemato il mio mangiadischi arancione insieme a Capitan Miki e al Grande Blek.
Da giovanissimi e da vecchi si raccoglie e si miniaturizza il mondo possedendone una parte troppo vasta per poi trattenerlo insieme ai ricordi.
Nel mezzo, pare, solo dispendio e insensatezza, impegnati come siamo a viverlo il mondo.

Minghetti e la rivelazione

martedì, giugno 12th, 2007

scuola1

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“La norma non lo prevede, questo non si può fare, la Preside non vuole, la Preside adesso non c’è, si legga bene il regolamento d’istituto art. 2/b, ma non ha letto la circolare numero 394 bis? Faccia domanda, io non c’entro, la legge non l’ho fatta io, messager non porta pena (o forse era al contadin non dire quant’è buono il formaggio con le pere), l’impiegata è fuori ufficio, la magazziniera è malata, forse questa settimana c’è una epidemia e non ci sono bidelli, ”
Queste in genere le frasi che nei momenti di bisogno e nelle richieste di collaborazione il Prof Minghetti si sente dire. Soprattutto nel mese di maggio, un tempo leopardianamente odoroso ed ora scolasticamente schizoide e maleodorante.
Tuttavia, nonostante tanta passione procedurale e regolamentizia le cose vanno male, anzi malissimo. Come mai? Ed ecco che al Professore apparve semplice e cristallina la verità. Il Dirigente è donna, il vice pure, tutti i collaboratori sono donne, i colleghi donne, impiegati e bidelli pure e gli allievi quasi tutte donne. Un gineceo. Le donne evidentemente sono custodi della scuola oltre che della casa.
Yes man? Una volta! Ora son tutte Yes woman, ferinamente competitive tra loro ma sotto il tacco a spillo ( o quello Valverde) della “capa” o “capessa” se non addirittura “papessa” della “permanente”. Tutte le altre in semplice “messa in piega”, piegate pur im-piegate con diritti contrattuali: io donna mi piego ma non mi spezzo tu uomo (homme rompu dicono i francesi) non ti vuoi piegare ma ti spezzi se non non ti viene un infarto prima. Per fortuna gli spagnoli dicono hombre vertical, accontentiamoci.
L’organizzazione scolastica è una struttura fortemente sessuata ed un pensiero gestionale “diverso”, della “differenza”, un po’ più creativo ed elastico non potrebbe che essere maschile, non solo metaforicamente a questo punto.
Per questi motivi, nel Collegio dei Docenti, il Professor Minghetti ha chiesto la parola ed ha proposto l’applicazione delle quote azzurre. Ma i fiocchi appesi erano tutti rosa a parte qualche insegnante di religione che vive la punizione divina di diciotto classi diciotto consigli diciotto scrutini diciotto punizioni diocesiane che non ne può più catatonico com’è e c’è qualcuno che ancora pensa che siano stati favoriti. Mamma, nonna, maestra, professoressa, dirigente, psicologa; il mondo è nelle vostre mani. Ci sarà pure un momento in cui tutto questo femminile si guarderà allo specchio? Minghetti è “diverso”, solo perchè “uomo”, ormai.