Archive for giugno, 2011

Padiglione Italia. Abruzzo. Civitella del Tronto e Pescara

domenica, giugno 26th, 2011

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Aurum.

Le architetture pensate per certe funzioni, come l’ex fabbrica Aurum di Pescara progettata da Giovanni Michelucci nel 1940, e “restituita” con restauri ad altra vita, destano sorprese, persino nell’acustica.

Il concerto all’aperto dentro il vasto “cilindro” vuoto, a conclusione dell’inaugurazione di questa prima tappa del “Padiglione Italia” abruzzese della Biennale veneziana diffusa in forma spray centocinquantenaria, è stato a prova di orecchio, per quanto stanco di gossip e polemiche circa gli inclusi e gli esclusi. L'”Eroica”. Coppie di pensionati e fidanzati tra il pubblico. È la musica gratuita, popolare, servizio di quartiere, godimento normale e “urbano”, “civitas”, insomma ditelo come volete ma i palati fini possono stare comodamente seduti sulle altezze musicali, a volte piuttosto puntute, continuando a dormire mentre la gente cosiddetta “comune” (io ad esempio) desidera la musica nei luoghi meno deputati. “Eroica” pescarese con la solita grandeur manhattiana che rende la città una “marmellata”, come recentemente è stata definita la città.

A dimostrazione che Pescara ha vocazione di laboratorio avanzato il direttore d’orchestra era una donna.

Gli artisti abruzzesi: Franco Summa tutto bianco, come un Gandalf, poco più basso ma senza cavallo e bastone, ma con lavori indiscutibili. L’ho trovato al meglio, affettuoso e sincero, anche se so che è il palcoscenico a rendere tutto illusorio e passeggero. Il glamour oggi è l’altra metà del bello di Baudelaire. L’altra metà purtroppo non è il vero bensì l’effimero, il consumo in giornata-serata.

Sandro Visca aveva lavori eleganti e raffinati, è sempre una bella lezione d’arte la sua.

Visca è uomo di grande sensibilità e civiltà, parole antiche…

Tra la generazione di mezzo (ma oggi, quei dieci, quindici anni di differenza non sono come allora; oggi ci riavvicinano paradossalmente) c’è l’assenza di Giuseppe Fiducia, presente sì con un suo lavoro, ma morto in un incidente d’auto qualche giorno prima dell’inaugurazione di questa biennale regionale. L’artista era fermo nella corsia d’emergenza del raccordo autostradale pescarese vicino all’ aereoporto ed è stato travolto, e schiacciato tra le lamiere, da un’auto che viaggiava a forte velocità. Morte immobile, dentro la velocità.

Poi i giovani, impegnati a districarsi tra differenza e ripetizione ma con alcune punte di qualità.

Tra i 40 artisti selezionati per l’Abruzzo qui all’Aurum erano presenti solo una parte. Altri luoghi e città ne ospiteranno altri: Civitella del Tronto nella fortezza borbonica, Lanciano, L’Aquila e infine Santo Stefano di Sessanio di cui abbiamo scritto tempo fa in questo Journal.

Alcuni sono i luoghi del terremoto e questo omaggio si spera riattivi l’attenzione a ciò “che s’ha da fare”.

Lo spazio dell’ex fabbrica dell’Aurum è un luogo da visitare, immerso nella pineta dannunziana, oggi ben riqualificata e curata. Ho trovato una Pescara migliore, forse perchè le persone incontrate in questa serata inaugurale sono una Pescara migliore, che tuttavia non ha potuto, o voluto, essere al governo della polis e mettere in campo le proprie idee, le proprie utopie. Quell’essere “contro”, a difesa di un fortilizio (o quell’essere contro se stessi), ha lasciato ad altri, più cinici e ginnici, la gestione di questa città “dolce”. Ma questo, forse, riguarda tutta una generazione italiana di talenti e intelligenze sprecate, o tolte di mezzo.

Regista appassionato di questa Biennale abruzzese è Umberto Palestini che ci ha dato una lezione: la dignità consiste nel saper negoziare per una posta più alta dell’evidente contingenza: frammenti di utopia e isole di bellezza sono possibili nei miasmi quotidiani. I distruttori sono sempre alle porte, gli sconfitti lavorano con i mantici sul fuoco mentre gli esclusi sono prigionieri del conflitto mimetico. È la ruota dell’arte, come Fortuna, da sempre. Chi ha elaborato l’esclusione come dato interiore, la marginalità come quotidiano esistenziale e ormai personalmente storico, può gioire con disincanto in questo “esserci”, sapendo che la ruota  rovescia e cambia continuamente le posizioni. Ma quali sono le posizioni poi?

Giancarlo Politi ha definito le scelte di questo Padiglione Italia una “Schindler’s List”, con un senso dell’umorismo agghiacciante e francamente fuori luogo.

Spazi come quelli dell’Aurum, con il “sottotitolo” Fabbrica delle Idee, forse meriterebbero direttori migliori, all’altezza della bellezza degli spazi che “occupano”. Dovrebbero invece “abitarli”. Zoccolo duro italianissimo.

L’Aurum era la fabbrica di un liquore con il sapore di arancio. Il poeta Vate, al solito,  c’è sempre e  lo chiama oro di lieve peso.

Dipende dall’uso che se ne fa. Son sempre 40°!

Uomini pescaresi: Paolo Di Pietro

giovedì, giugno 16th, 2011

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Parlare di Paolo Di Pietro vuol dire parlare di una famiglia, di tanti fratelli, accomunati da un fondo comune di intelligenza, acutezza, e grande spirito critico, estesi in zone persino eccessive di lucidità; “dispendio”, spreco analitico che va a costituire quella Pescara parallela e umbratile poco visibile, ma molto profonda e fondativa.

Anche se, attualmente, i Di Pietro rappresentano una diaspora geografica, sempre pescaresi restano.

I Di Pietro sono accomunati anche da una “r”, “moscia”, che arrota le parole, affila i pensieri, stilizza la dialettica.

Sono forse memorie francesi, o italianamente mediate da antichi itinerari parmensi, non mi è dato per ora sapere ma mi cullo nell’immaginazione e mi piace pensarla così.

Paolo Di Pietro non ha solo rappresentato la condivisione dell’architettura e del design, dell’arte e della critica d’arte e architettonica, delle battaglie sindacali e politiche nella sinistra, ma anche della psicoanalisi, della psichiatria e dell’antipsichiatria, cercando insieme in queste discipline una qualche risposta a tutta una serie di complessità del vivere quotidiano.

Laing, Cooper (l’ex sfascia-famiglie), Basaglia, Schatzman, Bettelheim, Foucault, erano gli autori in quei lontani anni Settanta di cui parlavamo a cena o sul tavolo da disegno.

Il mondo relazionale intorno a Di Pietro riesce ad armonizzarsi anche nelle inevitabili ed epocali crisi familiari, ove vengono predisposte nuove ricomposizioni; equilibrio e civiltà hanno sempre la meglio, mentre la circolazione delle eventuali caselle vuote si sostanziano in nuove mappe esistenziali, rimesse continuamente in gioco sotto il segno dell’autenticità.

Professione e vita, deontologia professionale ed etica dell’esistenza, in Paolo Di Pietro, sono inscindibili.

Per questo la sua migliore opera risiede nella sua dimora.

Un architetto che si fa un autoritratto architettonico (come un odierno e reincarnato Adolf Loos). Come farebbe un pittore, imprimendo nella tela il proprio volto.

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Antonio Marchetti

Il ritorno del gobbo. Lorenzo Bartolini a Firenze.

domenica, giugno 5th, 2011

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Lorenzo Bartolini viene storicamente risarcito da una mostra nella Galleria dell’Accademia di Firenze, inaugurata il 30 maggio scorso.

Come sotto effetto di droghe il suo cimitero-gipsoteca qui custodito si rianima improvvisamente con le visite, ben studiate, di marmi e cimeli che riattivano una circolazione internazionale  che Lorenzo merita,  e che questa mostra registra.

Un voluminoso catalogo, di “ricerca”, fissa il punto sul “bello naturale” e apre congetture e strade future, se si rimane fedeli all’idea di un passato da guardare con audacia e libertà.

Spazio espositivo ridotto purtroppo, per l’occhio e il corpo,  non tanto per le sculture sulle quali ameremmo ruotarci intorno con “aria”, ma quanto per le “connessioni”, diciamo, “filologiche” (e Rimini qui si fa largo con la collezione Fagnani Pani Cardi); sempre al di sotto comunque del puro godimento di queste opere che allietano, anche in un piccolo spazio. Lorenzo ci allieta. A Firenze in questi giorni, sino a novembre, Bartolini “statuario” si ritrova con Michelangelo “scultore”.

Pubblico vasto, in fila per qualche ora all’ingresso delle sale espositive bartoliniane.

Tutto il Museo dell’Accademia è sempre tirato a lucido, accudito come una “casa” dalla direttrice ben consapevole dei grandi capolavori che la casa custodisce, dalla cucina alla sala da pranzo, dal luogo delle ricette a quello degli appetiti.

L’Accademia di Belle Arti, attigua, partecipa all’evento aprendo alcuni spazi ove si vedono alcune opere scultoree degli allievi.

Ciò conferma la mia idea che le Accademie non possono abitare più questi luoghi. Non sono più i tempi, e l’arte contemporanea abbisogna di discreti hangar o di vuoti indifferenziati per creare e fare didattica dell’arte. Lascerei nelle sedi storiche solo qualche corso di eccellenza (ma come si fa?).

Sera  in Borgo Pinti, nella casa di Bartolini, ora abitata da una piacevole coppia che per l’occasione ha organizzato una cena in giardino. Una casa, quella di Lorenzo, che ispira immediatamente un sentimento di famigliarità e intimità, di domestico e “classico” insieme. Ho visto le lucciole in alcuni angoli di questo giardino. Ci si aspettava che da un momento all’altro le  bambine di Lorenzo facessero scherzetti a noi “statuari”. In tarda notte la bella notizia delle elezioni a Milano hanno concluso una intensa giornata.

Ma la “Fiducia in Dio” del Bartolini ha lasciato Milano per essere esposta qui.

Sino a novembre, di fiducia in Dio,  Milano e il museo Poldi Pezzoli possono farne a meno per il momento, avendo dimostrato di avere fiducia in sè.