Archive for the ‘Ascolta il mio cuore città’ Category

Quel che resta di una mostra

lunedì, gennaio 2nd, 2012

antonio marchetti gambalunga

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Si è conclusa il 31 dicembre dell’anno vecchio la mostra “Come ho dipinto alcuni miei libri” nelle sale antiche della civica biblioteca Gambalunga di Rimini.

Una mostra “difficile”, per qualcuno.

Ad ascoltare le considerazioni delle signore impiegate che si alternavano nella “reception” della biblioteca, da me (e non solo) sottoposte ad interrogatorio svagato, pare che le persone che uscivano dalla mostra fossero felici e rilassate.

Cosa rimane di una mostra, al di là di un catalogo-archivio?

Forse la memoria di questa piccola felicità in alcune persone, e non è certo poco. Ho sempre pensato che scopo dell’arte è quello di “dilettare”, e,  prendendo a prestito le parole di Alberto Savinio, “saper intrattenere”. Se si sfiora anche la felicità, allora, è una grande conquista. Son parole queste che solo una distorta ed equivoca concezione estetica può ritenere superficiali o desuete. Sono invece parole di verità dell’arte. Chi non pratica l’arte, o chi non fa lo sforzo di immedesimarsi con chi crea, o chi è afflitto da rivalità mimetiche (scomodiamo Girard qualche volta!), non capisce questa semplice offerta di diletto e piacere che l’artista cucina nel suo laboratorio formale.

Cosa rimane di una mostra?

Il quaderno delle firme, ad esempio, che ho qui tra le mani. In passato non avevo prestato troppa attenzione a quest’oggetto; forse snobisticamente lo consideravo un rituale inutile. Invece in questo Quaderno delle visite non ci sono solo le firme dei visitatori (o di coloro che hanno avuto la pazienza di lasciare un loro segno) ma anche brevi fraseggi, commenti, testimonianze personali. A colpirmi è la scrittura di bambini, bambine e adolescenti: “mi sono piaciute molto le farfalline” (quelle di Franco Pozzi nell’ultima sala), o il disegno di una faccia con il sorriso che affianca una firma  ben composta come in una verifica scolastica. Sono rammaricato di non aver aggiunto, nella mia sala dal titolo Il libro circolare, un quaderno da affiancare a Truffaut, quello di Jean Itard: “L’enfant sauvage”. E pensare che lo avevo preparato ma poi all’ultimo momento vi avevo rinunciato, per paura di “ridondanza”. Peccato, sarà per altra volta. Se vogliamo ricostruire qualcosa di nuovo forse oggi dobbiamo partire proprio da lì, da “Victor”.

Cosa rimane di una mostra? Stefano Bisulli ed il suo assistente Andrea Righetti, hanno realizzato un documento video molto suggestivo, “abitando” con le loro attrezzature per qualche giorno le sale dell’esposizione. Questo breve film, il cui scopo, riuscito, è stato quello di restituire la “magia” (termine usato spesso  nel quaderno delle visite) della mostra, verrà presto presentato alla città e agli amatori d’arte.

La memoria impressa nei visitatori, il quaderno delle visite, il film di Bisulli, la scatola-archivio-catalogo… in definitiva di questa mostra rimane molto, pare… Questo mio primo esordio in città, in una dimensione pubblica-istituzionale, credo sia stato molto positivo, grazie agli artisti e agli scrittori che mi hanno accompagnato e arricchito e a quelle splendide persone che lavorano in questa storica biblioteca riminese.

La morsa del pessimismo lasciatela a me, l’umore e il brutto carattere son tutti miei, errori ed intemperanze li assumo tutti ma, come a conclusione del filmato di Bisulli, lascio a Leon Battista Alberti l’ultima parola:

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Aiutare quel che s’ha da fare

e non guastar quel che è fatto

ringrazio:

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Paola Delbianco

Franco Pozzi

Maurizio Giuseppucci

Maurizio Fantini

Giampaolo Solitro

Daniele Casadio

Leonardo Sonnoli

Irene Bacchi

Valentina Boschetti

Piero Meldini

Annamartia Bernucci

Massimo Cacciari

Stefano Bisulli

Andrea Righetti

A scatola chiusa: Giuseppucci, Marchetti, Pozzi

lunedì, novembre 21st, 2011

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antonio marchetti catalogo sonnoli con bacchi

In una delle nostre conversazioni mentre preparavamo la mostra riminese per le celebrazioni dell’anno galileiano (2009), Antonio Marchetti lanciò l’idea di un’altra mostra, da allestire nelle sale antiche della Biblioteca Gambalunga, intitolata “Come ho dipinto alcuni miei libri”. Col titolo intendeva richiamare, con minimo adattamento, lo scritterello di Raymond Roussel Comment j’ai écrit certains de mes livres, dove l’autore svelava post mortem la natura artificiale e combinatoria di certe sue opere. Marchetti e gli amici Maurizio Giuseppucci e Franco Pozzi avrebbero esposto le loro creazioni artistiche intorno a opere e autori risultati importanti nella formazione loro e della loro generazione.

Il progetto, discusso con la Direzione, è subito piaciuto ed è stato accolto tra le iniziative del nostro Istituto. Era infatti in linea con l’attività di promozione del libro e della lettura che la Gambalunga è andata sviluppando e diversificando negli ultimi anni. Come pure costituiva un’ulteriore incursione nel mondo delle arti visive ambientata nel cuore antico della Biblioteca, dopo le felici esperienze della mostra fotografica sulla colonia Novarese dell’artista tedesca Andrea Frank (2001) e dell’esposizione delle tele di Miria Malandri dedicate all’immagine delle biblioteche e dei bibliotecari nei film (2001).

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Franco Pozzi da Antonio Marchetti. Photo G. Solitro.

In seguito la compagnia si è allargata con l’ingresso di Leonardo Sonnoli, autore del progetto grafico del catalogo della mostra, e di Annamaria Bernucci, critica d’arte. E a poco a poco, in una sorta di operazione maieutica collettiva sotto la regia di Marchetti, si sono precisati i temi su cui gli artisti avrebbero lavorato, sono stati assegnati gli spazi espositivi distinguendone uno comune (sala del ‘700) e uno personale (sale del ‘600), e si è deciso di accostare alle loro opere materiali della Gambalunga in base a relazioni di tipo formale o concettuale. Si è venuta così definendo una mostra che non trovasse nelle sale antiche solo uno sfondo di particolare suggestione, ma riuscisse a far dialogare, in una messa in scena ben orchestrata, le creazioni degli artisti intorno a libri e talora in forma di libri con i volumi circostanti, colti nella loro duplice natura di oggetti materiali e prodotti intellettuali. Questo rimbalzare tra epoche diverse avrebbe anche suggerito il senso di continuità – sia pure una continuità tutt’altro che lineare – della nostra cultura, quasi a significare che in fondo nulla è più antico del moderno, inteso come momento di confluenza e sedimentazione di elaborazioni, riflessioni, teorizzazioni, negazioni e riabilitazioni operate dall’uomo nel corso del tempo, e quindi come punto di approdo di una lunga tradizione.

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antonio marchetti C.

Così le nove scatole dello scompleto alfabeto di Marchetti, ciascuna depositaria di un gioco linguistico e figurato ricco di suggestioni e significati, sono state accostate a tre raffinate raccoltine di iniziali figurate e ornate, grottesche e monogrammi attribuite al bolognese Rodomonte Giordi, maestro “d’abaco” a Faenza, a suo tempo utilizzate per la riproduzione a spolvero (Sc-Ms. 1153-1155, inizi XVII secolo). Ai taccuini dedicati dal medesimo artista agli autori prediletti del ‘900 e posti a girotondo intorno all’imponente badalone nella terza sala seicentesca, sono stati accompagnati volumi che toccano alcuni dei temi suggeriti dai suoi autori: dalla Relazione del contagio stato in Firenze L’Anno 1630. e 1633. Coll’aggiunta del Catalogo di tutte le pestilenze più celebri … (Firenze 1714) alle Opera minora anatomica di Albrecht von Haller (Losanna 1763-1768), e a I discorsi ne i sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo della materia medicinale di Pietro Andrea Mattioli (Venezia 1559).

Giuseppucci ha legato il suo album, elegante e inquietante raccolta di immagini di mosche carnarie e brani da Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal, a una tavola con gigantesca pulce (essa pure succhiatrice di sangue) del sesto volume delle Planches (Lucca 1770) di quel compendio universale dello scibile umano che è l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, per molti versi manifesto dell’Illuminismo. Associa invece la piccola foto incorniciata raffigurante una massa di libri su esile tavolino con gomma a forma di teschio sovrapposta, a una citazione da Il libro della sovversione non sospetta di Edmond Jabès, a un Indice dei libri proibiti (Roma 1596) e a un testo espurgato del De institutione oratoria di Quintiliano con commento (Venezia 1567). Con mirabile sintesi, Giuseppucci spalanca un universo di significati ben presenti a chi pratica i “mestieri del libro”: la cultura occidentale ha nel libro la forma privilegiata di espressione e trasmissione; i libri sono conservati in quei grandi depositi organizzati che sono le biblioteche, che ne assicurano la fruizione pubblica e la sopravvivenza nel tempo; la biblioteca è quindi il luogo della memoria, passata e presente, memoria da trasmettere oppure da occultare e distruggere. A un sentire comune che considera libro e biblioteca presìdi di civiltà si oppone infatti ogni forma di integralismo, sia laico sia religioso, che punta sempre e comunque al rigido controllo della produzione editoriale, cedendo talora – come insegna la storia anche recente – alla tentazione dei roghi di libri: il libro, come simbolo della libertà di opinione e di espressione, va annientato. Ma il libro può anche essere più banalmente ma altrettanto efficacemente insidiato dall’azione silenziosa e inesorabile di insetti e microrganismi, qui rappresentati dal lepisma saccharina, meglio noto come pesciolino d’argento, che si muove febbrilmente su un minuscolo video dentro un cassettino con schede della libreria seicentesca.

Franco Pozzi propone una delle sue suggestive installazione di farfalle in chiave di discreto omaggio a Piero Meldini, già bibliotecario della Gambalunga, che nel suo romanzo L’antidoto della malinconia racconta il prodigio di un immane sciame di farfalle che compare sulla facciata della cattedrale, lasciando dietro di sé una pozza di sangue. L’intenzione dell’artista è suggerita dall’attigua esposizione del terzo tomo dei Diari di Giacomo Antonio Pedroni (Sc-Ms. 211), fonte dell’episodio avvenuto a Rimini nel giugno 1623, e dell’Antidoto de’ malinconici di Giuseppe Malatesta Garuffi, bibliotecario della Gambalunga alla fine del Seicento, fonte del titolo di Meldini. Ai suoi originali disegni a pochoir su vetro montato a cassetta, realizzati schermando la luce con la polvere sedimentata e leggibili se colpiti da fonte luminosa, Pozzi lega con accostamento quanto mai calzante l’Ars magna Lucis et Umbrae (Roma 1646) del genio enciclopedico Athanasius Kircher, un trattato sulla luce in relazione dialettica con l’oscurità.

A conclusione di questa rapida rassegna della mostra svolta dalla parte dei libri, non posso non sottolineare che Marchetti, Giuseppucci e Pozzi, in dialogo costante con la scrivente, hanno saputo trarre dalle raccolte della Gambalunga pezzi capaci di assecondare ed esaltare le loro infinite sollecitazioni.

Paola Delbianco *

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maurizio giuseppucci da antonio marchetti.

* Testo tratto dal catalogo della mostra “Come ho dipinto alcuni miei libri” – Comment j’ai écrit certaines de mes livres (Raymond Roussel) presso le sale antiche della Biblioteca Gambalunga di Rimini. 18 novembre/17 dicembre 2011.

Nel catalogo testi di Piero Meldini, Annamaria Bernucci, Massimo Cacciari. Photo di Solitro e Casadio.

Il ritorno del gobbo. Lorenzo Bartolini a Firenze.

domenica, giugno 5th, 2011

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bartolini.variosondamestesso

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Lorenzo Bartolini viene storicamente risarcito da una mostra nella Galleria dell’Accademia di Firenze, inaugurata il 30 maggio scorso.

Come sotto effetto di droghe il suo cimitero-gipsoteca qui custodito si rianima improvvisamente con le visite, ben studiate, di marmi e cimeli che riattivano una circolazione internazionale  che Lorenzo merita,  e che questa mostra registra.

Un voluminoso catalogo, di “ricerca”, fissa il punto sul “bello naturale” e apre congetture e strade future, se si rimane fedeli all’idea di un passato da guardare con audacia e libertà.

Spazio espositivo ridotto purtroppo, per l’occhio e il corpo,  non tanto per le sculture sulle quali ameremmo ruotarci intorno con “aria”, ma quanto per le “connessioni”, diciamo, “filologiche” (e Rimini qui si fa largo con la collezione Fagnani Pani Cardi); sempre al di sotto comunque del puro godimento di queste opere che allietano, anche in un piccolo spazio. Lorenzo ci allieta. A Firenze in questi giorni, sino a novembre, Bartolini “statuario” si ritrova con Michelangelo “scultore”.

Pubblico vasto, in fila per qualche ora all’ingresso delle sale espositive bartoliniane.

Tutto il Museo dell’Accademia è sempre tirato a lucido, accudito come una “casa” dalla direttrice ben consapevole dei grandi capolavori che la casa custodisce, dalla cucina alla sala da pranzo, dal luogo delle ricette a quello degli appetiti.

L’Accademia di Belle Arti, attigua, partecipa all’evento aprendo alcuni spazi ove si vedono alcune opere scultoree degli allievi.

Ciò conferma la mia idea che le Accademie non possono abitare più questi luoghi. Non sono più i tempi, e l’arte contemporanea abbisogna di discreti hangar o di vuoti indifferenziati per creare e fare didattica dell’arte. Lascerei nelle sedi storiche solo qualche corso di eccellenza (ma come si fa?).

Sera  in Borgo Pinti, nella casa di Bartolini, ora abitata da una piacevole coppia che per l’occasione ha organizzato una cena in giardino. Una casa, quella di Lorenzo, che ispira immediatamente un sentimento di famigliarità e intimità, di domestico e “classico” insieme. Ho visto le lucciole in alcuni angoli di questo giardino. Ci si aspettava che da un momento all’altro le  bambine di Lorenzo facessero scherzetti a noi “statuari”. In tarda notte la bella notizia delle elezioni a Milano hanno concluso una intensa giornata.

Ma la “Fiducia in Dio” del Bartolini ha lasciato Milano per essere esposta qui.

Sino a novembre, di fiducia in Dio,  Milano e il museo Poldi Pezzoli possono farne a meno per il momento, avendo dimostrato di avere fiducia in sè.

Arcimboldo Savinio e altre milanesità

mercoledì, aprile 6th, 2011

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Marchetti-Urbini- Mostra Arcimboldo

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Il dipinto di Savinio dal titolo Una strana famiglia, del 1947, contiene più di un motivo arcimboldesco.

In effetti, Giuseppe Arcimboldo e Alberto Savinio si ritrovano quasi insieme in questi giorni a Palazzo Reale.

Ad accompagnarci nella mostra del pittore greco-italianissimo c’è la voce di Toni Servillo che legge una selezione di brani tratti dalla ponderosa produzione saviniana (non c’è scrittore italiano per gli italiani più straniero di Savinio – scriveva Leonardo Sciascia).

Trovandomi in orario di apertura mi aggiro felicemente da solo tra le sale, affiancato costantemente dal custode con il quale cerco di condividere ad un certo punto qualche mio commento, fingendomi crudelmente più ignorante di quello che sono. Lui ben felice inizia a spiegarmi i quadri e a parlarmi di Dio. «Vede queste sfumature, son cose difficili, non sono casuali, è un dono di Dio e guardi le onde del mare e il cielo, l’artista non ha fatto tutto da solo, è aiutato da Dio, senza Dio non può fare niente». Il custode vedeva Dio dappertutto. Io ero affascinato e gli davo briglia ma fino ad un certo punto, sino al bozzetto di una piastrella pensata per la casa di Malaparte. Gli spiegai che la maiolica pavimentale era per la casa di Capri. «Ma veramente? Io sono di Napoli e a Capri ci andavo sempre, ma dov’è questa casa?»

«Lei si ricorderà, è una casa che sul tetto ha una gradinata». «Sì, quella lassù in alto, mi ricordo». Fine di Dio e nascita dell’uomo, in alcune autenticità. Non sarebbe dispiaciuto a Savinio questo teatrino. La mostra di Arcimboldo è ben curata e ben allestita, soprattutto è molto efficace la documentazione relativa all’ambiente milanese ed europeo della seconda metà del XVI secolo. Ho visto finalmente il famoso autoritratto di Giovanni Paolo Lomazzo, conosciuto come l’autoritratto in veste di Bacco, e le tempere di Jacopo Ligozzi per le splendide collezioni librarie.

Uscito dalle sale di Palazzo Reale, di Europa (quella saviniana e arcimboldesca ma anche di quella odierna) ne vedo sempre di meno a Milano, che meriterebbe di più, riacciuffando quella speranza che serpeggiava nelle pagine di Ascolto il tuo cuore città, lo splendido libro di Savinio su Milano scritto nel 1943 e pubblicato l’anno dopo, quando la città fu devastata dai bombardamenti. Nella bancarella di via dei Mercanti trovo, qualche ora dopo, la prima edizione mondadoriana di Infanzia di Nivasio Dolcemare a soli 30 euro. Tout se tient.

E il contemporaneo?

Mimmo Paladino ha riproposto tra il Museo del Novecento e Palazzo Reale la montagna di sale infilzata dagli anoressici cavalli. A Napoli, in Piazza del Plebiscito, c’era il vuoto che valorizzava l’opera; qui pare come rinsaccata e pure schiacciata dal Duomo; è una piccola montagnola, transennata, che non interagisce per nulla.

Il titolo è: “La città che sale”. Avete capito eh? Il gioco di parole di boccioniana memoria!? Non è il massimo questo titolo, lo so, ma che volete farci.

Nella Galleria Vittorio Emanuele Paladino è anche atterrato con un aereo dipinto da lui (in realtà è opera di alta carrozzeria e verniciatura). Titolo dell’opera : “Cacciatore di stelle”, alla Alan Sorrenti, suo corregionale. Cose così in genere attirano i giapponesi ma ora con i problemi che hanno se ne vedono molto di meno in Galleria.

Per gli scudi e i quadri ero distratto da una dirompente primavera ripulita da venticello alpino, non volevo perdermi questa metereologia fortunosa.

Recentemente di un certo interesse per l’arte contemporanea è la dichiarazione di Maurizio Cattelan di lasciare l’attività, in continuità “evolutiva” con quella mostra di diversi anni fa “Torno subito”. Galleria chiusa: fuori questo avviso all’ingresso. L’ennesima opera di Cattelan dopo l’allestimento mediatico della sua morte.

“The end”.

Titolo alla Mel Brooks.

Milano. Primavera in città

giovedì, aprile 29th, 2010

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marchetti  case.

È stato allestito un deposito al Palazzo della Triennale a Milano, una raccolta di oggetti di un tempo che abbiamo alle spalle (o sulle spalle), raccolti e amorevolmente spolverati e lucidati da Alessandro Mendini. Ci sono anche “nuove cose”, da scoprire. Questi oggetti sono: “quali cose siamo”.

In questo venticello della malinconia ci viene tuttavia incontro, nella sapiente mescolanza del Mendini, un quadro di Alberto Savinio del 1930, “L’isola dei giocattoli”. Inevitabilmente, in questo piano sequenza (senza montaggio), quasi circolare della mostra ove gli oggetti sono mescolati lasciando a noi la “storia”, affaticandoci pur piacevolmente in una respirazione bocca a bocca oggetto per oggetto, “inevitabilmente”, ripetiamo, l'”Isola dei giocattoli” finisce per essere il paradigma, o la sineddoche, del deposito- dispositivo.

Una mostra che avrebbe potuto allestire Michel Houellebecq, perchè no. Almeno sarebbe stata più crudele, scorretta, e meno “sospesa”.

Mendini e la cura del suo allestimento mi hanno ricordato Cino, il personaggio del film di Marco Ferreri “Il seme dell’uomo”, che collezionava-salvava piccole cose prodotte dall’uomo.

Attraversiamo Parco Sempione tra cani e sportivi di ogni età avvicinandoci a via Dante, in orario di “pausa”, e già tutto brulica di “uomini statistici” o “uomini timbro”, come intitolava le sue figure il pittore Renato Mambor nei primi anni dei Sessanta italiani; funzionari, managers, stagisti, tutti in blu o nero, antracite o qualche grigio chiaro primaverile. Meno numerosi di appena uno o due anni fa, ed i completi sono meno eleganti. Si riciclano quelli dell’anno passato. A tutto ciò si accompagna prudenza (psicologica, metereologica, economica?) e si indossano sopra i completi i gilet antivento separati dal soprabito o dai cappotti ma, essendo più corti della giacca spesso a due spacchi, gli uomini appaiono figure in gonnellino. Questa prudenza è fatta moda, e gli uomini timbrici hanno qualcosa di femminile, pur non sculettando.

Si cerca di far diventare trendy sostituire il pasto con un gelato (mantenersi in forma?) da soli o in compagnia camminando dinoccolati seguendo un modello mimetico originario, ma non sappiamo quale, o consumare un panino mangiato in piedi vicino al cassonetto dei rifiuti per far sembrare che si era lì lì per gettare ecologicamente un cartoccio.

Insomma un pochino ci si vergogna della crisi e si tira avanti. C’è poco da scherzare, qui è nuda vita.

Ma ci pensano i negozi di via Dante: due abiti, due camicie, due cravatte a 389 euro. Per il necessario ricambio delle camicie il negozio di fronte ne offre quattro a 99 euro. Se prendi due abiti li puoi spezzare in modo che ne hai quattro, ed hai sei camicie. Con meno di 500 euro sei elegante e variabile se ci sai fare.

Per la festa del primo maggio c’è stato dibattito. I commercianti (via Montenapoleone docet) terrebbero, con una liberatoria del comune, i negozi aperti che catturerebbero i turisti (i soliti giapponesi?).

I commercianti sono “resistenti” anche circa il progetto di Abbado e Piano di “forestare” tra il Castello-via Dante-Cordusio, perché gli alberi oscurerebbero le loro insegne.

Ma il mio amico Marco Rindi, gestore della storica “Taberna di San Tommaso” (andateci quando potete, la sera soprattutto, a due centimetri dal “Piccolo”) taglia corto sulla questione: “detassare le insegne, così son tutti contenti”.

Semplice, pragmatico, intelligente. Tre termini che in queste latitudini difettano sempre di più.

Per concludere malinconia sparita, o vissuta nelle forme “saviniane”, davanti i quadri di Egon Schiele a Palazzo Reale.

A Milano ci sono ancora, a quanto pare, “Isole dei giocattoli”.

Ma dobbiamo costruircele tutte da soli.

Laboratorio Roma

giovedì, dicembre 24th, 2009

antonio-marchetti-zaha-hadid.jpg.

L’immagine che vedete qui sopra è l’immagine “plastica” di un muro contemporaneo. Di fronte c’è una diga edilizia che ricorda i giochi postumi di Aldo Rossi. È il nuovo museo romano progettato dall’architetto anglo-iraniano Zaha Hadid, il MAXXI, nuovo acronimo che sta per museo nazionale delle arti del XXI secolo, in via Guido Reni, che dopo dieci anni dal bando di concorso è stato ultimato. È stato già inaugurato, ma è chiuso. La “vera” inaugurazione ci sarà nella tarda primavera. Nel bar di via Flaminia il barista lo considera bello e dice che lo hanno inaugurato già quattro volte mentre una studentessa dichiara che è un vomito di cemento che deturpa il paesaggio (sic!). La vista è quasi occlusa, il museo è avvolto da recinti zincati alla moda, quei grigliati che ricordano le calze erotiche femminili che oggi “smaterializzano” l’architettura ma stimolano l’immaginario. Fotografare questo manufatto è stato per noi difficile. Ma così come i mega oggetti (arredamento?) della Hadid non potevano essere toccati alla Biennale di architettura veneziana (nonostante il tema indugiava sull’antica parola “fruizione”) allo stesso modo è arduo e difficile fotografare questo museo che, vogliamo sperare, si ritiri in splendidi interni. Le dichiarazioni dell’architetto circa i suoi innumerevoli viaggi a Roma e sulle sue ricerche di impatto urbano rimangono, appunto, pure dichiarazioni. Forse la Hadid è architetto di interni. E gli interni vanno bene in qualsiasi luogo del globo terrestre. Ma innalzare ancora “muri” a Roma, per quanto si possa rendere fluido il cemento e “cristallizzare” la matematica, ci lascia perplessi. Ci penseranno gli architetti globali  a depistare le nostre impressioni pessimistiche nella nuda vita italiana, e romana, in questo fine decennio del XXI.

Tornare a Ravenna

domenica, novembre 1st, 2009

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Il giudizio sulla città in cui si vive deve sempre tener conto di quello distaccato e straniero di chi è di passaggio, o di chi torni nei luoghi dove si è vissuto dopo un certo tempo. Il sapore di una città risiede  anche nel dettaglio minimo dello sguardo straniero e condisce con una sua propria pietanza il piatto collettivo che, molto spesso, risulta autoreferenziale.

Lo sguardo del distacco spesso lo si cerca nelle figure alte e consacrate dal successo, spingendo tutto nella forma di un medaglione, di una icona mediatica. Invece, quello sguardo straniero, si trova nell’imprevedibiltà della vita di ogni giorno, che ci riporta nei luoghi in cui abbiamo vissuto o che ci pone di fronte una città mai vista prima. Ciò che conta è che in entrambe le esperienze del luogo, noi siamo in grado di assaporare qualcosa di essenziale e immediato e per nulla superficiale. Andiamo in profondità osservando le forme. Questo è accaduto pochi giorni fa quando siamo tornati dopo alcuni anni a Ravenna. In questa città lo sguardo deve arrendersi a seguire due grandi forme. Una città intrusa ed una estrusa. Queste due forme non abitano in luoghi separati ma sono presenti contemporaneamente in una specie di forma sublime che aspira all’unità.

Bella Ravenna, si apre solo con password, il centro è stupendo e nella forma intrusa c’è il suo magmatico e popoloso, ma geometrico, territorio arcaico-globale altamente produttivo (a parte questo particolare periodo).

Anche quest’anno la nostra splendida città propone il Festival…

venerdì, luglio 3rd, 2009

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Ai Festivals della Cultura, ai convegni ed alle esposizioni d’arte ci si va con qualche attrezzatura; o no?Se ci vado devo capir qualcosa su quell’evento, giusto? Chi può costruire una parte almeno di questa attrezzatura è la scuola, mi pare. Ma se la scuola smette di “costruire” con chi parlerò di quel Festival? Già, parlerò con chi ai Festivals ci va per farsi vedere, e sottoporsi ad una rapida endovena di cultura sotto le mutande. I Festivals aumentano con la diminuzione dell’intelligenza nazionale, in modo tale che tutto può coesistere nella moltidudine senza significati; ma non è ancora così. C’è chi ha studiato e studia ancora, che vive, ancora, osservando il prossimo,  e che ha un barlume di curiosità del mondo reale.

Ascolta il mio cuore città: Milano

mercoledì, maggio 20th, 2009

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L’Accademia di Belle Arti e la Pinacoteca di Brera convivono ancora. È un bene? Oggi è possibile teorizzare (giustificare) tutto, tutto è rappresentazione: la merda dei piccioni e le ragnatele sui gessi dell’Accademia e la bellissima donazione di Emilio e Maria Jesi nella cui collezione in Pinacoteca si apre il varco prepotente di Mario Sironi ma, questa mattina, vedo che l’attenzione dei bambini, che passano veloci e distratti davanti a Severini Mafai Scipione e persino Picasso, si aggancia a “La cité des promesses” di Alberto Savinio: OHHHH!!! Che bello, in coro. Già, il mondo incantato, la rovina-costruzione dell’infanzia, la magia dei colori. Le lezioni che fanno con le maestre e professoresse qui ostruiscono il passaggio e la vista; sono tutti seduti a terra come gli indiani. Le schede sono preparate e loro devono “interagire”, secondo l’intimidazione contemporanea. Quali stagioni si riconoscono nel quadro, quante specie di verdure sono rappresentate, quali sono le cose dipinte che possono avere in casa e così via.
Ma quel precipitarsi spontaneo verso Savinio ci dice qual’è il vero potere dell’arte, quello tutto suo, naturale e difficile, spontaneo e stratificato. Finchè sono piccoli non possono sbagliare, poi prestissimo impareranno a mentire. Anche sull’arte.

Il declino di Montepagano

venerdì, dicembre 26th, 2008

Nel luglio del 2007 avevamo scritto di Montepagano e della manifestazione Trasalimenti.Sul quotidiano il Centro di qualche giorno fa vengono riportate pessime notizie su questo antico borgo: negozi bar e botteghe chiudono. Il paese si spopola.Il fenomeno è perfettamentte inscritto negli sconnesi rapporti di scala che la maggior parte degli abruzzesi – paradigma italiano oltre che locale – hanno con i luoghi ed il concetto di “progresso”.La grandiosità e l’illimitato animano la furia futurista di questa regione. La città commerciale, il grande museo all’aria aperta di arte contemporanea, l’infaticabile riscatto da un innato senso di inferiorità e fatalismo che si materializza nel linguaggio dell’iperbole, della maestosità, dell’onnipotenza, della retorica megalomane (megalò è il nome di una famosa città commerciale) appartenente all’ordine gigante lasciano dietro di sé le microstorie, le miniature di vita quotidiana, spazzano via le innumerevoli isole di Lilliput che costituiscono la ricchezza dell’Abruzzo, i veri monumenti all’aria aperta che, se valorizzati come ready-made, con pochi investimenti, sono già contemporanei, costituiscono già un museo, europeo, se svincolati da quei deliri “europeisti” marinettiani da villan rifatto. Bisognerebbe ripartire dai mattoncini Lego, un mattoncino alla volta, pensare non al futuro ma alla durata, non alla contemporaneità (o simultaneità) ma al presente.Conosciamo il ricatto: sei contro lo sviluppo, sei conservatore, sei nostalgico, non comprendi le sfide globali, sei marginale, sei minoritario, sei “perdente”, sei “rompiscatole”, sei inutile e inattuale.Gli artisti possono fare molto in questo senso, non tanto inaugurando fontane e sculture nel grande festival dell’arte abruzzese, ma inaugurando una stagione del silenzio. Un silenzio dialogante. Un giorno vuoto. Un lungo shabbat. Inerpicarsi a Rocca Calascio o a Santo Stefano o a Montepagano e stare zitti, non fare nulla, astenersi. Astenersi con passione.Antonio Marchetti ©