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Milano. Primavera in città

giovedì, 29 aprile 2010

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marchetti  case.

È stato allestito un deposito al Palazzo della Triennale a Milano, una raccolta di oggetti di un tempo che abbiamo alle spalle (o sulle spalle), raccolti e amorevolmente spolverati e lucidati da Alessandro Mendini. Ci sono anche “nuove cose”, da scoprire. Questi oggetti sono: “quali cose siamo”.

In questo venticello della malinconia ci viene tuttavia incontro, nella sapiente mescolanza del Mendini, un quadro di Alberto Savinio del 1930, “L’isola dei giocattoli”. Inevitabilmente, in questo piano sequenza (senza montaggio), quasi circolare della mostra ove gli oggetti sono mescolati lasciando a noi la “storia”, affaticandoci pur piacevolmente in una respirazione bocca a bocca oggetto per oggetto, “inevitabilmente”, ripetiamo, l’”Isola dei giocattoli” finisce per essere il paradigma, o la sineddoche, del deposito- dispositivo.

Una mostra che avrebbe potuto allestire Michel Houellebecq, perchè no. Almeno sarebbe stata più crudele, scorretta, e meno “sospesa”.

Mendini e la cura del suo allestimento mi hanno ricordato Cino, il personaggio del film di Marco Ferreri “Il seme dell’uomo”, che collezionava-salvava piccole cose prodotte dall’uomo.

Attraversiamo Parco Sempione tra cani e sportivi di ogni età avvicinandoci a via Dante, in orario di “pausa”, e già tutto brulica di “uomini statistici” o “uomini timbro”, come intitolava le sue figure il pittore Renato Mambor nei primi anni dei Sessanta italiani; funzionari, managers, stagisti, tutti in blu o nero, antracite o qualche grigio chiaro primaverile. Meno numerosi di appena uno o due anni fa, ed i completi sono meno eleganti. Si riciclano quelli dell’anno passato. A tutto ciò si accompagna prudenza (psicologica, metereologica, economica?) e si indossano sopra i completi i gilet antivento separati dal soprabito o dai cappotti ma, essendo più corti della giacca spesso a due spacchi, gli uomini appaiono figure in gonnellino. Questa prudenza è fatta moda, e gli uomini timbrici hanno qualcosa di femminile, pur non sculettando.

Si cerca di far diventare trendy sostituire il pasto con un gelato (mantenersi in forma?) da soli o in compagnia camminando dinoccolati seguendo un modello mimetico originario, ma non sappiamo quale, o consumare un panino mangiato in piedi vicino al cassonetto dei rifiuti per far sembrare che si era lì lì per gettare ecologicamente un cartoccio.

Insomma un pochino ci si vergogna della crisi e si tira avanti. C’è poco da scherzare, qui è nuda vita.

Ma ci pensano i negozi di via Dante: due abiti, due camicie, due cravatte a 389 euro. Per il necessario ricambio delle camicie il negozio di fronte ne offre quattro a 99 euro. Se prendi due abiti li puoi spezzare in modo che ne hai quattro, ed hai sei camicie. Con meno di 500 euro sei elegante e variabile se ci sai fare.

Per la festa del primo maggio c’è stato dibattito. I commercianti (via Montenapoleone docet) terrebbero, con una liberatoria del comune, i negozi aperti che catturerebbero i turisti (i soliti giapponesi?).

I commercianti sono “resistenti” anche circa il progetto di Abbado e Piano di “forestare” tra il Castello-via Dante-Cordusio, perché gli alberi oscurerebbero le loro insegne.

Ma il mio amico Marco Rindi, gestore della storica “Taberna di San Tommaso” (andateci quando potete, la sera soprattutto, a due centimetri dal “Piccolo”) taglia corto sulla questione: “detassare le insegne, così son tutti contenti”.

Semplice, pragmatico, intelligente. Tre termini che in queste latitudini difettano sempre di più.

Per concludere malinconia sparita, o vissuta nelle forme “saviniane”, davanti i quadri di Egon Schiele a Palazzo Reale.

A Milano ci sono ancora, a quanto pare, “Isole dei giocattoli”.

Ma dobbiamo costruircele tutte da soli.

Laboratorio Roma

giovedì, 24 dicembre 2009

antonio-marchetti-zaha-hadid.jpgL’immagine che vedete qui sopra è l’immagine “plastica” di un muro contemporaneo. Di fronte c’è una diga edilizia che ricorda i giochi postumi di Aldo Rossi. È il nuovo museo romano progettato dall’architetto anglo-iraniano Zaha Hadid, il MAXXI, nuovo acronimo che sta per museo nazionale delle arti del XXI secolo, in via Guido Reni, che dopo dieci anni dal bando di concorso è stato ultimato. È stato già inaugurato, ma è chiuso. La “vera” inaugurazione ci sarà nella tarda primavera. Nel bar di via Flaminia il barista lo considera bello e dice che lo hanno inaugurato già quattro volte mentre una studentessa dichiara che è un vomito di cemento che deturpa il paesaggio (sic!). La vista è quasi occlusa, il museo è avvolto da recinti zincati alla moda, quei grigliati che ricordano le calze erotiche femminili che oggi “smaterializzano” l’architettura ma stimolano l’immaginario. Fotografare questo manufatto è stato per noi difficile. Ma così come i mega oggetti (arredamento?) della Hadid non potevano essere toccati alla Biennale di architettura veneziana (nonostante il tema indugiava sull’antica parola “fruizione”) allo stesso modo è arduo e difficile fotografare questo museo che, vogliamo sperare, si ritiri in splendidi interni. Le dichiarazioni dell’architetto circa i suoi innumerevoli viaggi a Roma e sulle sue ricerche di impatto urbano rimangono, appunto, pure dichiarazioni. Forse la Hadid è architetto di interni. E gli interni vanno bene in qualsiasi luogo del globo terrestre. Ma innalzare ancora “muri” a Roma, per quanto si possa rendere fluido il cemento e “cristallizzare” la matematica, ci lascia perplessi. Ci penseranno gli architetti globali  a depistare le nostre impressioni pessimistiche nella nuda vita italiana, e romana, in questo fine decennio del XXI.

Tornare a Ravenna

domenica, 1 novembre 2009

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Il giudizio sulla città in cui si vive deve sempre tener conto di quello distaccato e straniero di chi è di passaggio, o di chi torni nei luoghi dove si è vissuto dopo un certo tempo. Il sapore di una città risiede  anche nel dettaglio minimo dello sguardo straniero e condisce con una sua propria pietanza il piatto collettivo che, molto spesso, risulta autoreferenziale.

Lo sguardo del distacco spesso lo si cerca nelle figure alte e consacrate dal successo, spingendo tutto nella forma di un medaglione, di una icona mediatica. Invece, quello sguardo straniero, si trova nell’imprevedibiltà della vita di ogni giorno, che ci riporta nei luoghi in cui abbiamo vissuto o che ci pone di fronte una città mai vista prima. Ciò che conta è che in entrambe le esperienze del luogo, noi siamo in grado di assaporare qualcosa di essenziale e immediato e per nulla superficiale. Andiamo in profondità osservando le forme. Questo è accaduto pochi giorni fa quando siamo tornati dopo alcuni anni a Ravenna. In questa città lo sguardo deve arrendersi a seguire due grandi forme. Una città intrusa ed una estrusa. Queste due forme non abitano in luoghi separati ma sono presenti contemporaneamente in una specie di forma sublime che aspira all’unità.

Bella Ravenna, si apre solo con password, il centro è stupendo e nella forma intrusa c’è il suo magmatico e popoloso, ma geometrico, territorio arcaico-globale altamente produttivo (a parte questo particolare periodo).

Anche quest’anno la nostra splendida città propone il Festival…

venerdì, 3 luglio 2009

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Ai Festivals della Cultura, ai convegni ed alle esposizioni d’arte ci si va con qualche attrezzatura; o no?Se ci vado devo capir qualcosa su quell’evento, giusto? Chi può costruire una parte almeno di questa attrezzatura è la scuola, mi pare. Ma se la scuola smette di “costruire” con chi parlerò di quel Festival? Già, parlerò con chi ai Festivals ci va per farsi vedere, e sottoporsi ad una rapida endovena di cultura sotto le mutande. I Festivals aumentano con la diminuzione dell’intelligenza nazionale, in modo tale che tutto può coesistere nella moltidudine senza significati; ma non è ancora così. C’è chi ha studiato e studia ancora, che vive, ancora, osservando il prossimo,  e che ha un barlume di curiosità del mondo reale.

Ascolta il mio cuore città: Milano

mercoledì, 20 maggio 2009

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L’Accademia di Belle Arti e la Pinacoteca di Brera convivono ancora. È un bene? Oggi è possibile teorizzare (giustificare) tutto, tutto è rappresentazione: la merda dei piccioni e le ragnatele sui gessi dell’Accademia e la bellissima donazione di Emilio e Maria Jesi nella cui collezione in Pinacoteca si apre il varco prepotente di Mario Sironi ma, questa mattina, vedo che l’attenzione dei bambini, che passano veloci e distratti davanti a Severini Mafai Scipione e persino Picasso, si aggancia a “La cité des promesses” di Alberto Savinio: OHHHH!!! Che bello, in coro. Già, il mondo incantato, la rovina-costruzione dell’infanzia, la magia dei colori. Le lezioni che fanno con le maestre e professoresse qui ostruiscono il passaggio e la vista; sono tutti seduti a terra come gli indiani. Le schede sono preparate e loro devono “interagire”, secondo l’intimidazione contemporanea. Quali stagioni si riconoscono nel quadro, quante specie di verdure sono rappresentate, quali sono le cose dipinte che possono avere in casa e così via.
Ma quel precipitarsi spontaneo verso Savinio ci dice qual’è il vero potere dell’arte, quello tutto suo, naturale e difficile, spontaneo e stratificato. Finchè sono piccoli non possono sbagliare, poi prestissimo impareranno a mentire. Anche sull’arte.

Il declino di Montepagano

venerdì, 26 dicembre 2008

Nel luglio del 2007 avevamo scritto di Montepagano e della manifestazione Trasalimenti.Sul quotidiano il Centro di qualche giorno fa vengono riportate pessime notizie su questo antico borgo: negozi bar e botteghe chiudono. Il paese si spopola.Il fenomeno è perfettamentte inscritto negli sconnesi rapporti di scala che la maggior parte degli abruzzesi – paradigma italiano oltre che locale – hanno con i luoghi ed il concetto di “progresso”.La grandiosità e l’illimitato animano la furia futurista di questa regione. La città commerciale, il grande museo all’aria aperta di arte contemporanea, l’infaticabile riscatto da un innato senso di inferiorità e fatalismo che si materializza nel linguaggio dell’iperbole, della maestosità, dell’onnipotenza, della retorica megalomane (megalò è il nome di una famosa città commerciale) appartenente all’ordine gigante lasciano dietro di sé le microstorie, le miniature di vita quotidiana, spazzano via le innumerevoli isole di Lilliput che costituiscono la ricchezza dell’Abruzzo, i veri monumenti all’aria aperta che, se valorizzati come ready-made, con pochi investimenti, sono già contemporanei, costituiscono già un museo, europeo, se svincolati da quei deliri “europeisti” marinettiani da villan rifatto. Bisognerebbe ripartire dai mattoncini Lego, un mattoncino alla volta, pensare non al futuro ma alla durata, non alla contemporaneità (o simultaneità) ma al presente.Conosciamo il ricatto: sei contro lo sviluppo, sei conservatore, sei nostalgico, non comprendi le sfide globali, sei marginale, sei minoritario, sei “perdente”, sei “rompiscatole”, sei inutile e inattuale.Gli artisti possono fare molto in questo senso, non tanto inaugurando fontane e sculture nel grande festival dell’arte abruzzese, ma inaugurando una stagione del silenzio. Un silenzio dialogante. Un giorno vuoto. Un lungo shabbat. Inerpicarsi a Rocca Calascio o a Santo Stefano o a Montepagano e stare zitti, non fare nulla, astenersi. Astenersi con passione.Antonio Marchetti ©

Pescara e Flaiano

venerdì, 19 dicembre 2008

antonio-marchetti-flaiano.jpgLa città di Pescara è per Ennio Flaiano il luogo fisico e immaginario dell’infanzia e della giovinezza, di una mitica innocenza – che Roma presto gli farà perdere –, delle dolci estati al mare, delle amicizie consumate nell’oziosa attesa della guerra. Ma è anche il luogo del dolore, quello di un figlio che si sente rifiutato dalla famiglia.Un padre speciale, “una specie di Grandet abruzzese, magnifico e avaro, sensuale e furbo, disonesto e sentimentale”, una “madre piangente” e infine la compagnia dell’inimicizia dei suoi fratelli.Negli anni del distacco e della distanza Pescara crescerà come un blob organico, anticipando incredibilmente i tratti antropologici dell’italiano nuovo: “ credono ancora che la felicità sia nel darsi da fare, sia altrove.Sono fieri delle loro conquiste tecnologiche, tutti hanno una barca a motore, tutti credono nell’arredamento”, scrive Flaiano dei pescaresi. Pescara assumerà nel tempo i tratti viventi del suo aforisma più riuscito.La città è il laboratorio avanzato per la pratica del nuovo, del moderno, dell’incessante movimento verso il futuro.La microstoria si concentra in un fazzoletto di centro storico, corso Manthoné, la strada in cui Flaiano è nato, a pochi metri dalla casa natale di Gabriele D’Annunzio. Ma la microstoria è anche occasione per restituire ad Ennio Flaiano le parole che spesso gli sono state rubate, parole marcate da una “abruzzesità” inconfondibile. Esse serpeggiano nelle sue sceneggiature più famose, da I vitelloni a Otto 1/2.Ma al di là delle parole la città originaria sarà ormai incuneata nei tratti e nei gesti dell’uomo Flaiano, “uomo dolce” e “bambino cattivo”.

Era la mia città

sabato, 18 agosto 2007

casa-di-carta.jpg                                                                                                                                                                                                                                                                 La sinéddoche urbana della città del medio Adriatico era rappresentata dalla Strada Vecchia. Questa via stava davvero per il tutto. Pur avendo un nome la si designava così, con l’aggettivazione vecchio; non storico, che pareva all’epoca termine troppo azzardato e poco praticato, neppure antico, non avendone il pedigree temporale giusto. Era piuttosto strada residuale, resistente per distrazione, vergognosamente appartata e per ora non fatta sedere alla tavola mangereggia della bella compagnia palazzinara ma lasciata in cucina, a mangiare con la servitù. Bastava superare il ponte che già l’altro argine del fiume, mureggiato da folti rovi spinosi, annunciava la povera origine urbana del tutto. Gli argini del fiume erano decisamente impraticabili, a parte per me e Quirino. Un intrico di canne e piante spinose – rovi che laceravano la pelle ma che sapevano ricompensarti con dolcissime more – si estendeva per chilometri sino ad un centinaio di metri dalla foce, ove ormeggiavano i pescherecci ed alcune sopravvissute Paranze.Prima del mare aperto una fila di caseggiati in legno per la pesca, li travucche, arroccate a metà tra gli scogli e i bordi del porto, allungavano verso il mare lunghi artigli con le reti da pesca. Quando queste macchine da pesca erano in riposo diventavano trampolini per i tuffi più audaci.Appena dieci anni prima il fiume era ancora balneabile. Tra morbide insenature venivano lanciate le nere e gonfie camere d’aria dei camion Fiat e ci si tuffava per raggiungerle. Niente eritema solare, niente creme, niente abbronzante, avevamo la pelle serica e nera, stavamo lì sul porto ad arrostire dopo estenuanti e competitivi tuffi ad aspettare il tramonto e i granchi che risalivano sugli scogli, catturati e mangiati sul posto con uno spruzzo di limone.E insieme cantavamo la canzone dei Marcelos Ferial:Cuando calienta el sol a quì en la playasiento tu cuerpo vibrar cerca de mìes tu palpitar…Tu recuerdo…Mi locura…Mi delirio…Me estremezco-o-o-ocuando calienta el sol.Cuando calienta el sol oh oh oh…Cuando calienta el sol sol sol.

Alfonsine

giovedì, 25 gennaio 2007

casa montiNella casa del prudentissimo Vincenzo Monti, immersa nella bruma impastata tra Ravenna e Ferrara, condita dalle immelanconite e vicine piattezze equoree di Comacchio, come si poteva entrare se non in possesso di piccole chiavi di vetro, un fagottello pieno di utensili leggeri e qualche omaggio – o doverosa memoria – a personali figure che si hanno non tanto “nell’orecchio”, ma piuttosto nell’”immaginazione” e, leopardianamente, “nel cuore in qualche modo”? Nella casa dei morti, anche se non ci piacciono, entriamo in letizia e con spirito di intimità come si conviene nella casa che vorremmo viva e, in qualche nostro mestiere, vivere. Anche da stranieri, soprattutto se stranieri.

Via Mazzini ©

martedì, 16 gennaio 2007

Dio, Patria, Famiglia. Questa la triade che il grande patriota, il Padre dell’Italia, Giuseppe Mazzini, ha cercato di inculcare agli italiani.Dio sempre meno, Patria pochissimo, Famiglia anche troppa.Ogni città italiana ha una strada o una piazza intitolata a Mazzini che deve però vedersela, quasi sempre, con Garibaldi e Cavour. Ma la strada in questione non ha nulla da spartire con memorie di fondazione bensì di rifondazione.Il nome vero è: “Via Mazzini (in arte Mina)”. Proprio così, Anna Mazzini, la tigre di Cremona, la voce della nostra vita, Le mille bolle blu, Tintarella di luna, Vorrei che fosse amore e La città vuota; tra i pochi viventi ad aver legato il proprio nome ad una strada.Questa del nome è stata la prima brillante iniziativa che il nuovo Assessore alla Cultura Spettacolo e Turismo, Fulvio Cretono, ha voluto firmare in prima persona.Al di là delle motivazioni contenute nella delibera c’erano ragioni più sottili.Esse correvano con la memoria ai suoi anni giovanili, particolarmente creativi, e alla sua faticosissima laurea al DAMS di Bologna. Con la sua consueta arguta ironia non aveva mancato di far partecipe la lobby dei suoi sostenitori circa il gesto performativo di questa sua scelta, la quale – e lo sosteneva con autentica e sincera passione – sintetizzava la sua futura politica culturale: «Non si può aspettare che i grandi personaggi muoiano, bisogna anticiparli, fare storia adesso», questa la filosofia futurista di Cretono. Nell’imprimere sulla targa di travertino solo il cognome – spiegava con occhio furbo – e in basso, tra parentesi e in minuscolo, “in arte Mina”, si sarebbe verificata una comunicazione spiazzante, con un effetto sorpresa rispetto al Mazzini storico, ormai relegato alla percezione distratta e convenzionale.Si attribuì anche il record del nome più lungo mai dato ad una strada: Antonio De Curtis Gagliardi Griffo Focus Commeno Principe di Bisanzio, in arte Totò.L’esame migliore che diede, negli indimenticabili anni bolognesi, fu proprio su Totò, con il Professore Ugo Volli.In qualche modo via Mazzini è un’immaginario prolungamento di quel DAMS che Cretono, anche se volesse, non riesce a dimenticare. Strada più larga che lunga, via Mazzini unisce idealmente il piccolo centro storico – al quale Fulvio Cretono ha già riservato progetti creativissimi – al resto della città spiaggereccia e vacanziera.Ma la sequenza tra la fine della strada e la parte storica appariva all’assessore piena di eccessive “superfetazioni” e dunque, in sintonia con l’assessore all’urbanistica che concordò per sfinimento, fece ricollocare un arco medievale, così da ottenere un effetto ready-made, anche questo in ricordo di un suo esame con Renato Barilli su Marcel Duchamp.I numeri 1, 3, 5 di via Mazzini sono occupati da un grande negozio di scarpe per donna il cui arredamento è ispirato ad un obitorio. Pochissimi pezzi esposti nelle vetrine mentre su basamenti di marmo nero africano sono poggiate a coppia le calzature migliori, come sculture o reperti archeologici. All’interno non si vedono scatole e sembra mancare un magazzino.Il nuovo trend inaugurato dal negozio, che si chiama “Il ritorno di Cleopatra”, consiste nel fatto che non è la cliente a scegliere ma due magrissime signorine, con il culo a punta, che decidono per lei la calzatura adatta. Uno scanner tridimensionale accoglie il piede nudo della cliente che nel frattempo digita su una tastiera alcuni suoi dati sensibili mentre il computer, aiutato dal segno zodiacale e dall’ascendente, visualizzerà la scarpa perfetta. «Le scarpe sono poche – amano ripetere le signorine – perché rare sono le persone giuste.»Al numero 2 c’è la la Digiuneria. Il locale è piuttosto elegante e ben frequentato, soprattutto nella pausa pranzo, nel tardo pomeriggio e alla sera. Il design interno è risolto quasi tutto con acciaio e cristallo sabbiato. Sui tavolini, o direttamente sul sinuoso piano di servizio, puoi ordinare tanti tipi di acqua e consumare sino a trenta grammi di pane non salato.Le ragazze che vi lavorano, non lasciatevi ingannare, sono sempre molto impegnate e nelle ore di punta bisogna aspettare un pezzo, perché l’una o l’altra è indaffarata al computer, al telefono o a raccontare una storia complicatissima della sera prima.In questo caso vi conviene aspettare, armarvi di robusta pazienza perché costoro passano in una frazione di secondo dal sorriso ad una incazzatura che ve la ricorderete. È questa mancanza di mediazione e di filtro tra le emozioni che fanno delle ragazze che gestiscono la Digiuneria persone speciali.Il nome di questo algido ritrovo è “Il Morso allo Stomaco”.La filosofia che queste giovanissime imprenditrici sono riuscite ad affermare consiste nel fatto che proprio nell’attesa, nel differimento, nell’indifferenza, nel prolungamento della fame, nel mettere duramente alla prova l’ospite, che una vera Digiuneria può avere successo. Infatti, altre se ne vanno aprendo in spiaggia.Al numero 7 c’è una piccola ed elegantissima boutique del pane. Si chiama “Pane al Pane niente vino”.Il proprietario è consigliere comunale dei Verdi ed ha impostato una strategia di vendita sulla sobrietà e sulla qualità. Alle dieci del mattino il poco pane, carissimo, è già esaurito e alle undici il negozio è già chiuso. Sulla vetrina campeggia enorme l’indirizzo web: www.panealpanenientevino.com.Al numero 4 c’è l’internet point con tutte le schiene piegate sui computer che si mostrano dalla vetrina. In genere è frequentato da studenti che vengono per intortare. Chattano immaginando tra i presenti chi possa essere quello o quella che confessa tante porcate.Al 5 c’è una copisteria dove i proprietari, marito e moglie, lavorano come pazzi e non riescono mai a parlarsi. Qui gli studenti vengono a prendere le fotocopie e le dispense predisposte per gli esami all’università. Prima in questo locale c’era una libreria ed il vecchio proprietario, avendo notizia che si stavano attivando dei corsi di laurea nella sua città, ristrutturò il negozio e tutto speranzoso fallì.Gli studenti ora arrivano in copisteria con un numero di codice, nome di un corso, nome di un docente, ritirano le fotocopie, vanno a casa a studiare e fanno l’esame. Poi, con l’alloro in testa e il codazzo dei parenti, dopo aver buttato uova sulle belle facciate seicentesche delle case, si va tutti insieme a far festa in Digiuneria, al “Morso allo Stomaco”, preparandosi così alla dura vita che li attende.Al numero 6 c’è il signor Lenz, proprietario di questa gastronomia per felini domestici (gatti). Ha anche un minimalista retrobottega ove, su appuntamento, spazzola gatti usando frizioni e tonici da lui brevettati.Dal numero 9 sino al 17 lo spazio è occupato dalla Banca.I vetri specchianti impediscono di vedere all’interno, contrariamente all’open space e al plein air. Uomini e donne di passaggio si soffermano a rimirarsi, per controllare l’andatura, il capello, la pancia, il trucco, sotto lo sguardo obliquo dei funzionari e impiegati della banca che in questo modo non hanno bisogno di guardare i monitor collegati alle telecamere esterne. In questa banca non entra e non esce quasi mai nessuno. Solo i funzionari, nella pausa-colazione, rimangono per quarantacinque minuti in Digiuneria a mangiare e a bere. Gli impiegati restano dentro, avendo allestito una loro digiuneria clandestina ridacchiando delle loro trasgressioni, come mettere gocce di limone nell’acqua o mangiare pizza bianca al rosmarino.Alle 14,15 questi anarchici sono già al lavoro, con un complice sorrisetto residuale post-trasgressivo.La rive gauche della breve via Mazzini si conclude con il design del capello, “Prestami la testa”, il negozio di Alfredo junior che fu di suo padre, Alfredo anche lui, il senior, che all’epoca si chiamava il coiffeur. La prima volta qui devi venire con una foto da bambina, una da adolescente e via via seguendo l’età e le tappe significative della tua vita, documentate da foto ove, naturalmente, siano ben visibili i tuoi capelli. Attraverso un’analisi preliminare delle trasformazioni delle acconciature, e del rapporto che avevi con queste, devi seguire un corso di una settimana con un tutor, la Professoressa Evian, e dopo un breve colloquio con l’esperta psico-fashion ti verrà consegnata una card e da quel momento potrai incontrare per la prima volta – emozionata vero? – Alfredo Jr., che saprà metterti la testa a posto.Di fronte, a concludere la rive droite, c’è un centro Unicef, diviso in due ingressi, l’8 e il 10.In una vetrina sono esposti gadget e prodotti artigianali che puoi comprare per contribuire a debellare la fame delle popolazioni di alcune regioni dell’Africa, nell’altra sono esposte fotografie, piccole e grandi, di bambini affamati.Una parte laterale di questa vetrina è data in concessione ad alcune associazioni umanitarie che alternano settimanalmente l’immagine di un ragazzo o una ragazza del Mozambico, accompagnata dai dati anagrafici e il paese o città ove vive, con la richiesta di aiuto a distanza per l’alimentazione o gli studi.Questo fronte stradale però si conclude, per usare le parole di Cretono, “in malo modo”.Un buco nero resiste in via Mazzini, uno spazio vuoto occluso da una struttura di ferro sgangherata che lascia intravedere segni di una vecchia combustione, con residui di fuliggine ancora depositati sulle solette di travertino. Pare che tutto sia rimasto così da tempo immemore, o almeno quello che gli abitanti futuristi considerano tale.Le congetture e i pettegolezzi su questo numero civico quasi inesistente sono tanti.La tumefazione di via Mazzini, il dente cariato della bella strada, non si sa perché, sta ancora lì.tiberio e neve