Archive for the ‘Ombre grigie’ Category

Sangue nella Fontana di Trevi

mercoledì, novembre 21st, 2007

marchetti-kafka.jpgSappiamo chi è l’autore che ha colorato di rosso l’acqua della Fontana di Trevi a Roma. Al di là del secessionismo futurista tale nome risulta anonimo e marginale nella scena dell’arte e, sicuramente, non vi appartiene.Forse, proprio perché non vi appartiene, risulta spiazzante.Ho immaginato la Roma cinematografica di Ben Hur, o i Dieci Comandamenti con Yul Brynner esterrefatto di fronte alla trasformazione dell’acqua in sangue.Roma per un attimo è tornata ai Cecile De Mille e ai William Wiler e alla Dolce vita di Fellini-Flaiano. Ma a Roma ora c’è Veltroni, sindaco-intellettuale-scrittore-critico cinematografico-doppiatore, e certe citazioni non si fanno senza il suo permesso.I turisti, ed i fotografi accorsi, avevano nella testa un immaginario vastissimo e si sono buttati a capofitto.In questo caso abbiamo l’opera, il gesto, la performance con il suo sigillo di illegalità; abbiamo il data base del moderno e del contemporaneo, abbiamo la disponibilità dei media, dei collezionisti, dei musei, delle riviste d’arte, dei nuovi parvenus, abbiamo il mercato pronto ad inglobare tutto l’apparato alimentare-digestivo dell’arte trasformando polluzioni e scorie organiche in oro.Ma, siamo spiacenti, in questo caso non abbiamo l’artista.Abbiamo l’opera, ma non abbiamo un autore all’altezza.Peccato.Possiamo tuttavia pescarlo mentre mangia un bucatino alla matriciana chiedendogli di Piero Manzoni e ci risponderà che i Promessi Sposi non l’ha mai letto.L’invidia per questo gesto colorato, leggero, diluente, non inquinante, non danneggiante il “Monumento”, rivela il suo contrario: ci sono molti artisti affermati, oggi, senza opera d’arte.Tra opere senza artista e artisti senza opera si gioca molta ambiguità dell’arte contemporanea.

Al bar e in libreria

domenica, novembre 18th, 2007

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Al bar, di primo mattino, ora usa dire “caffettino”. Mi chiedono: “caffettino?”.
No, rispondo, vorrei un caffè. Caffettino, casina, cameretta, lettino, copertina, pigiamino (o pigiamone che è peggio), bacino, messaggino, scopatina, tutto minutino e piccolino che apre al tragico del nostro quotidiano. Se scorre del sangue, oggi, è per colpa di questa miniaturizzazione rassicurante ed autocolsolatoria che mi fa orrore.
Un nuovo mattino, una nuova barista, usa il termine “cafferino”. Ho dovuto correggerla, riportarla a “caffettino”, e poi dirle che preferivo un “caffè”. Costa un euro, vorrei la parola intera. L’omo è omo!

In libreria cambio di personale. Ti senti dire da una commessa dopata se si è sicuri dell’autore solo perché lei è in difficoltà a digitare il suo nome. I giovani spinellati si danno delle arie professionali e, presuntuosi, attribuiscono a te l’errore.
Anche se sei vecchio ti danno del tu mentre tu continui con il lei.
Tu sei un “tu” anonimo che dà disturbo – ma che vuole questo con tutti i best sellers che ci sono in vetrina!
La sbarellata presuntuosa, bocciata a scuola o con un cumulo di debiti scolastici mostruosi e con alle spalle un corsino accelerato nel buco di culo di una confcommercio, ora ha cambiato pelle, si sente intelligente e mostrandoti il “fondoschiena”, e dandoti del tu, ti tratta da cretino. Dopo anni in cui eri cliente in libreria basta una precarietta per farti sentire un marziano. Non vai più. Si perdono i clienti e la libreria perde colpi. Chiude. Al suo posto si apre un negozio di scarpe.
La cretina dopata è ancora lì, riciclata, flessibile-precaria-presuntuosa, e sempre più stronza.

En passant

mercoledì, novembre 14th, 2007

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Sfasciano e bruciano automobili e motorini, incendiano camionette della polizia ed assaltano caserme, ammazzano poliziotti, esibiscono striscioni razzisti, antisemiti e nazisti, accoltellano quando ne hanno l’occasione, mettono in scacco intere città. Vengono ancora chiamati tifosi ed il contesto viene definito come “gioco del calcio”.

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In carcere, i sospettati per il delitto della studentessa Meredith Kercher, non si fanno più canne (e altro, aggiungiamo noi) da diversi giorni. La lucidità dunque avanza e dovrebbe venir fuori quello che veramente sono. Ma cosa sono? Quel poco che riusciamo a sapere di una certa generazione, purtroppo, proviene dalla cronaca nera e dai reportages giornalistici più o meno seri.

Il premier ombra

giovedì, novembre 8th, 2007

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La morte della povera signora Giovanna Reggiani, uccisa da un giovane balordo rumeno a Roma, ha rovinato la perenne autopresentazione multimediale del sindaco della città, Veltroni-Capiscioni, premier ombra e leader acclamato del Partito Democratico.
Il suo PowerPoint interrotto, il suo Keynote rovinato, il suo giocattolo compromesso. Lo scrittore-sindaco-premier-ombra ha fatto pressioni sul governo circa il decreto relativo a sicurezza ed espulsioni , ha “schivato”, o cercato di “spostare” per quanto possibile un problema che, per molti versi, riguarda il governo della capitale e quindi “anche” e “soprattutto” Lui. Lui, in questi anni, impegnato tra festivals, progetti editoriali e incontri con attori intervallati da una prepostfazione qua e là, non ha mai visto nulla sotto i ponti o i cavalcavia della sua città. Era altrove.
Il Veltronismo è Altrovismo.
Ma la sfida “democratica” è proprio quella della “differenza” da chi non è democratico. Il democratico progetta, pensa, previene, non usa lo stomaco o l’emotività di fronte all’evento rimangiandosi le sue meravigliose videoproiezioni di massa (perché è invidioso di Al Gore) con i suoi santini di fondazione (di se stesso).
Lo schermo si è bucato anche per Lui (il Lui è anche critico cinematografico e doppiatore), la nuda vita, italiana, lo ha colto alle spalle e di conseguenza “schivando” mette in affanno il governo mettendo in scena, in verità, prove tecniche di un futuro (ma Lui scalpita) premier. Premier di cosa? Ma di tutto, DEL TUTTO.
Vi ricorda qualcuno?

Breve trattato sui nonni

domenica, ottobre 28th, 2007

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La nonna e il nonno, soprattutto se presi separatamente, hanno una relazione affettiva con i piccoli nipoti che si distacca molto dalla loro precedente esperienza di “genitori”.
Si può tranquillamente affermare che i nonni, nella maggior parte dei casi, sono meno manipolatori, meno ansiosi, meno nevrotici e più disponibili dei genitori.
Il loro è un rapporto di “distanza”, è quel tipo di relazione partecipativa di genere “esotico”, nel senso che rispetta e conosce l’altro (il nipote in questo caso) in quanto entità diversa (a parte proiezioni sostitutive e perverse).
Occorre un passaggio generazionale affinché ci si liberi dal meccanismo alimentare, nutrizionale, educativo, preservativo, tutelativo, colpevolizzante, giustificatorio, spossante, frustrante, narcisistico, e tutto il resto che sappiamo, per lasciare infine quello che conta: la relazione.
I nonni, alleggeriti dalle incombenze quotidiane, si muovono (o dovrebbero) in uno spazio leggero, e danno il meglio di sé.
Anche se sono stati pessimi genitori possono diventare splendidi nonni.
Lo sguardo dei nonni è uno sguardo distante.
Ciò che mette in gioco la relazione tra un nonno, o una nonna, con il bambino è il tempo, e la sua “tesaurizzazione”.
Per essere buoni genitori occorre essere nonni.
È pur vero che oggi molti nonni devono accollarsi incombenze “sostitutive” dei genitori, loro figli, ma se lo fanno sbagliano: dovrebbero rifiutarsi.
I nonni che fanno questo continuano ad essere genitori pur essendo nonni e non faranno bene né l’una né l’altra cosa. Così com’è vero che, in linea femminile, il duo mamma-nonna può produrre esiti nefasti in quanto i ruoli non sono ben definiti e spesso contengono conflitti irrisolti. Se poi il figlio-nipote è maschio si vengono ad aggiungere complicazioni varie.
Tale disegno sommario e schematico ha valore relativo in quanto deve tener conto dei caratteri, delle variabili geo-etnico-politiche, delle geometrie più o meno armoniose delle famiglie, e soprattutto delle dinamiche determinate dalle frequenti separazioni e divorzi che rimescolano continuamente le carte.
Ma anche in questo caso, i nonni, possono essere punti di riferimento “stabili” ed “equilibrati”, ammesso che abbiano raggiunto tali gradi in età ormai “molto” adulta. In definitiva in nonni andrebbero elogiati ed esaltati, ed aiutati se, come accade spesso, si ritrovano ad esserlo in condizioni psicologiche di impreparazione.
Spesso, sentirsi nonni, è uno scacco temporale relativo alla propria esistenza. Non è così. In realtà potrebbe essere una dimensione “esotica”, mai vissuta con i propri figli.
I nonni dovrebbero vivere un “doppio” distacco: quello dai propri figli, necessario, e quello dai propri nipoti, naturale.
Ma parole come necessario e naturale si allontanano sempre più dai nostri orizzonti.
Bisogna tener conto del fatto che così come le madri tendono a mimetizzarsi con le figlie e i figli, proponendosi come amiche o sorelle, anche nel look, anche le nonne e i nonni progressivamente, assaporando l’immortalità offerta dalla tecnica e dalla medicina, tenderanno a liquefarsi interiormente e a proporsi sullo stesso piano orizzontale di figli e nipoti (insomma non mollano).
In questo caso potremmo sperare nei bisnonni, e tentare di applicare questa spericolata e sgangherata teoria-trattato a loro, nel caso volessero accettarla, altrimenti non sapremmo proprio perché l’abbiamo enunciata.

La Confartisti (di questo o di quel territorio)

giovedì, ottobre 18th, 2007

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Dove vanno tutti questi artisti che si propongono in forme collettive, in forme associative o sottospecie di sindacati, che girano per mostre dai titoli più assurdi mobilitandosi come un blocco sociale-sociologico?
Quali obiettivi si prefiggono in queste forme consortili che in definitiva annullano l’individualità e la soggettività dacché l’artista, per sua natura, dovrebbe aborrire il noi ed annunciare il semplice me?
Il noi, le voci del mondo, sono già inscritte nel gesto individuale dell’opera e allora che senso hanno queste consociazioni artistiche (venti, trenta, quaranta nomi per volta), la Confartisti che “occupa” piuttosto che “abitare” creativamente gli spazi?
È solo la risposta ansiosa all’angoscia dell’”esserci”, che si maschera dietro un falso concetto di “pluralità”, se non retorica “molteplicità”– ove dentro serpeggiano lunghi coltelli – o ad un desiderio da narcisismo “secondario”?
Non cova sotto-sotto quella falsa idea egualitaria del tutti insieme, del volare basso, quale minimo comun denominatore nella piattezza senza differenza od eccellenza, che caratterizza la nostra cultura?
Cretini specializzati, semianalfabeti professionali, furbetti ed “ominicchi”, raccomandati e mafiosetti si tuffano dentro questo magma numerico che spaccia in giro un’idea equivoca di arte, creando opacità in una realtà già assai affannata di suo a capire il contemporaneo.
Assessorati, pro-loco, sagre e fiere accolgono questo nulla sperperando soldi in inutili cataloghi dimenticati il giorno dopo pieni di parole annoiate ripetute da vent’anni intorno al gioco sterile dell’arte “nel nostro territorio” e di “tutti i territori” e dei borghi d’Italia. Una montagna di soldi e risorse umane per soddisfare i piccoli narcisismi della Confartisti.
Sono sommerso di inviti a mostre che nemmeno cento vite mi permetterebbero di andare a vedere. Ma se ciascuno, di quei quaranta artisti porta almeno un parente o un amico, o un solo augurale collezionista, saranno ottanta, forse cento, e all’inaugurazione, si dirà, è stato un successo. Di successo in successo… fate voi.
Forse non ci viene comunicato un invito a vedere ma solo che qualcuno c’è, che disperatamente lotta contro lo sprofondamento in quell’anonimato inaccettabile che il nostro sistema mediatico produce, inevitabilmente, nella forma di scorie.
In definitiva, molte di queste esposizioni d’arte collettive sono l’espressione di scorie del sistema (dell’arte).
Io ricordo mostre epocali e di svolta, anche in culo al mondo, ove eravamo a visitarla in venti, non vuol dire…
Immaginiamo invece una favola. In questa favola c’è un mago, un abile barman che con il suo shaker mescola: imponderabile, vite clandestine, nuda vita, talento, fortuna, luoghi, incontri, viaggi, mogli, sfiga, genialità, sesso, amanti, carattere, durata, tarocchi, storia, soldi, assenza, tentato suicidio, depressione e narcisismo primario. Tutte cose che a tavolino non potrete mai programmare.
A questo punto il mago ti serve il suo drink e tu devi essere pronto ad accoglierlo, berlo tutto di un fiato, ed è solo per te.
Ma, sei pronto?
Ti accorgerai che non sei poi tanto artista come credevi di essere.

Israele e noi

lunedì, ottobre 1st, 2007

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C’è sempre stata una sproporzione di giudizio tra le azioni militari compiute dallo Stato di Israele e quelle commesse da altri ai suoi danni, compromettendone quotidianamente sicurezza ed esistenza. Alcune responsabilità dello Stato di Israele vengono da tempo stigmatizzate utilizzando valutazioni che ruotano intorno ad un crudele processo di rovesciamento, giocando pericolosamente con la storia: azione nazista, peggio delle SS, deportazione. È evidente che dare del nazista ad un ebreo deve produrre un grande brivido di piacere a qualcuno. Israele, il paese del Medio Oriente più vicino a noi, sia sul piano istituzionale-democratico che su quello culturale e civile, è sottoposto ad un’osservazione meticolosa che non lascia passare nulla, mentre noi, qui, forse abbiamo già dimenticato nomi di luoghi come Bolzaneto ove si praticavano torture.
La sproporzione diventa eclatante quando il premier iraniano Ahmadinejad dichiara che Israele deve essere cancellata dalle carte geografiche e che l’Olocausto è “una falsa leggenda”.
Si considera Ahmadinejad come un Umberto Bossi che invita a prendere i fucili?
Si sottovaluta la minaccia perché la minaccia è rivolta a Israele e non alla Repubblica di San Marino?
La minaccia è sottovalutata perché incontra un substrato ideologico culturale preesistente che non considera Israele prossimo a noi. In un certo senso neghiamo anche noi stessi; ed in effetti lo stiamo già facendo, avendo ormai eroso una nostra identità nazionale e senso di appartenenza. Noi, forse, non siamo più un vero Stato. Eppure facciamo le pulci agli altri.
Si sottovaluta oggi Ahmadinejad come si sottovalutava all’inizio Adolf Hitler e si considerava una farsa il pusch di Monaco del 1923 e la famosa birreria e non si lesse con la dovuta attenzione il suo Mein Kampf.
Mi sono sempre sentito in minoranza ed isolato nelle discussioni, anche tra amici, quando si affrontava Israele e la questione palestinese. Parlavo con un muro, invalicabile.
Arafat, l’uomo con la pistola all’ONU e nel letto di morte, l’uomo con la moglie a Parigi che ricatta i palestinesi sull’eredità, il Premio Nobel per la pace, oggi, chi lo ricorda più? E dove sono finiti i suoi fans? Chi indossa più la kefiah?
Come mai è stata così rapida la sua rimozione, soprattutto a sinistra, quando sono venute fuori tutte le ambiguità e le furbizie squallide di quest’uomo che in momenti epocali e cruciali faceva passi indietro contro il suo stesso popolo per garantire solo il suo potere?
Il fatto è che odiare l’altro nostro simile, vicino nelle forme democratiche e parlamentari, ma lontano geograficamente, è una forma di riscatto dalle contraddizioni nostre che non vogliamo vedere (e che non abbiamo il coraggio di risolvere). La questione ebraica poi è un alibi aggravante, pesca nel torbido, negli stereotipi persecutori di ieri e di oggi.

La famigliola

mercoledì, settembre 26th, 2007

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Qualche anno fa chiesi ad una simpatica e giovane donna, assessore di un bellissimo paese della Romagna, Bagnocavallo, ed appartenente all’allora PDS, come mai organizzasse nelle serate estive, e durante le festività natalizie, manifestazioni di basso profilo culturale giocando soprattutto su retoriche localistiche e su strategie culturali molto banali.
Provocatoriamente (era piuttosto attraente) le feci notare che in fondo non c’era molta differenza dalla cultura “leghista”, che allora cavalcava quasi le stesse idee.
Lei candidamente mi rispose che se si voleva far uscire la sera le famigliole bisognava programmare in quel modo.
La risposta mi parve accettabile e al momento persino intelligente.
Ma provai al contempo raccapriccio, come spesso mi accade, sull’uso dei termini.
La parola famigliola la trovai orripilante, tuttavia significativa di come, questa nuova sinistra moderna, intendeva muoversi nel terzo millennio.
Credere o non credere alla famiglia non è importante, era comunque un target.
In quel termine io lessi una sprezzatura, per quanto la parola indichi un concetto di famiglia allargata, e dunque apparentemente più corrispondente al contemporaneo. No, la famiglia è famiglia. Che siano due omosessuali due sorelle o due fratelli o frammenti di affettività più o meno estese, diconsi famiglie; non famigliole che fa rima con braciole braciolate piadina e sangiovese, per superficializzare, futilizzare, o autosdoganarsi dalla pesantezza ideologica della propria provenienza che si riduce poi in un comportamento psicologicamente scollato: non ci credo ma sono trendy, come si diceva allora.
Per far uscire la sera le cosiddette famigliole non era necessario un assessore ma un art-director di eventi. L’assessore, invece, si occupa di famiglie, di politica per le famiglie, di tutti noi, anche dei single che, soli ma socializzati, fanno pur una famiglia.

Il giornalista, il sociologo, il politico

sabato, settembre 15th, 2007

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Eugenio Scalfari, lucido come sempre, sul quotidiano La Repubblica del 12 settembre svolge la sua analisi sul vaffanculo day e sul “grillismo” o i “grillanti”, analisi che condividiamo. Manca però l’individuazione di quali potrebbero essere i “luoghi”, i “momenti”, per esercitare la propria partecipazione alle scelte politiche e far sentire la propria presenza, al di là delle scadenze elettorali.
Sullo stesso quotidiano, 14 settembre, Ilvo Diamanti è, come al solito, molto più attento e le conclusioni del suo articolo sono folgoranti: I leader del PD e della sinistra, per questo, oggi si muovono incerti. Fra due percorsi altrettanto insidiosi. Perché quando attaccano il V-day, quando deprecano, con parole sprezzanti, la cosiddetta “antipolitica”, se la prendono, direttamente, con la loro base. I politici che definiscono il V-day la risposta al vuoto della politica si autoritraggono, il vuoto sono proprio loro. Questa la sintesi finale di Diamanti.
Infine il ministro D’Alema. Lui ritiene che le centinaia di migliaia di firmatari del vaff-day siano l’espressione solo di un malessere, senza proposte politiche.
Ecco dunque un nuovo politico antipolitico inconsapevole, D’Alema, il più raffinato, algido, freddo e saputo dei politici.
D’Alema-Saputone, il gemello diverso di Veltroni-Capiscioni, non vuole farsi carico del “malessere” per elaborare una strategia che dia risposte politiche, come si diceva e a volte si faceva una volta ma, vacanziero, pretende che siano i cittadini ad elaborare progetti. In tal modo lui, antipolitico che ha altro da fare, può svolgere attività istituzionali di tutto riposo con compensi generosi. Ci tocca lavorare per lui.
Se io dico: D’Alema è indifferente al “malessere” perché è impegnato a “veleggiare” dico una cosa che può apparire qualunquista, di un qualunquismo probabilmente di destra, che rinfaccia una barca ad un politico; è una frase populistica, certo.
Una volta esisteva la “maggioranza silenziosa”, che pensava questo ma non lo diceva; le censure ideologiche forse non lo permettevano.
Rinfacciare un lusso ad un politico non è una “moda” ma è un modo per segnalare che non esiste più un rapporto di reciprocità tra il politico (come categoria oltre che come persona) e noi, tra te rappresentante e il resto che ti ha delegato. L’unica relazione che il politico ha con il mondo è lo specchio, che gli restituisce la sua immagine. D’Alema è un nuovo Narciso, e non tra i peggiori. Mancando la reciprocità tu hai privilegi che non ti riconosco più perché il tuo privilegio è uno schiaffo alla mia fatica e al mio mestiere di vivere (in deroga alla disciplina comune legislativa o consuetudinaria come viene definito dal dizionario De Mauro).
Dibatti di sanità pubblica ma ti curi all’estero, difendi l’istruzione delle scuole italiane ma i tuoi figli li mandi altrove, sei preoccupato per i giovani che hanno difficoltà per avere una casa, un luogo dove vivere, ma intanto compri a prezzi stracciati utilizzando tutti i privilegi danneggiando coloro che ti hanno votato, non solo lo fai per te ma anche per la tua generazione a venire, fai il bacchettone e il moralista ma vai con le puttane di lusso in alberghi di lusso e ti fai delle belle sniffate mistiche che poi non ricordi. Ai grandi si perdona tutto se hanno soddisfatto la relazione tra il sé e gli altri. Le vite private delle persone vere non interessano più di tanto se la loro dimensione pubblica è utile ed efficace. Anzi alcune biografie “scabrose”, soprattutto se postume, non scalfiscono l’immagine pubblica ma addirittura la accrescono.
Ma tu persona piccola, meschina, bugiarda, ipocrita, e soprattutto non reciproca nella relazione-opposizione politica/società, ti meriti l’antipolitica e la critica malevola che sfiora il qualunquismo, nella speranza che centinaia di migliaia di abitanti di internet ti seppelisca e ti cancelli. Qui siamo di bocca buona, siamo di mondo, non si tratta di moralismo, ma di etica comportamentale che solo un antipolitico odierno può comprendere. Tu, politico, non puoi. Per il resto a me Grillo non piace molto ma lo leggo e lo trovo interessante. Scelgo, separo, prendo il meglio, tralascio le esagerazioni spettacolari, e così via. Di te invece non mi piace proprio niente.

Saviano, la fine di agosto, il nostro ritardo

martedì, settembre 4th, 2007

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Dittatori

«È consentito un caffè?»
«No, no, prima andiamo a comprare lo zainetto.»
«Va bene, dopo però ci fermiamo così io prendo un caffè.»
Eccolo il nuovo padrone di casa, di fronte al quale la madre deve piegarsi.
La madre, la donna, chiede il permesso ma non le viene concesso.
Dopo la crisi della famiglia patriarcale, dopo il padre padrone, attraverso gli steps della “rivoluzione femminile”, dell’emancipazione, della parità, della libertà, eccolo là il nuovo despota a cui tutto è consentito.
È scappato fuori da quell’apparente caos, liberatorio, ma ti inchioda ad un punto di partenza paradossalmente più arretrato di tua madre e persino di tua nonna.
Però, te la sei voluta.

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Capiscioni

Veltroni capisce tutto. È Capiscioni. Veltroni-Capiscioni propone in dieci punti come armonizzare il pianeta tasse. Dieci, come i comandamenti, qui non si scherza. Questo decalogo viene presentato come se si desse dello stupido a Prodi e al Governo. Perché Capiscioni scavalca tutti e, potendo, oscura la già debole luce di questo inesecutivo, impelagato tra le altre cose in dibattiti sui lavavetri. Torna alla mente D’Alema e la bicamerale, che offuscava il primo governo Prodi, anche se il premio più prestigioso lo ha avuto Bertinotti che lo fece cadere, ora Presidente della Camera.
In queste latitudini il presente non esiste. Ci sono però le inarrestabili ascese dei narcisisti Capiscioni.

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Gomorra

Hanno fatto tutto da soli ho hanno ingaggiato qualche consulente, qualche professore o critico letterario? Se lo fanno spiegare o i nuovi emergenti sono anche buoni lettori? Sarà perché si parla di loro o perché i ragazzi potrebbero sottrarsi dalla manovalanza criminale?
Come avranno valutato i camorristi questo?:

Quando tutto ciò che è possibile è stato fatto, quando talento, bravura, maestria, impegno, vengono fusi in un’azione, in una prassi, quando tutto questo non serve a mutare nulla, allora viene voglia di stendersi a pancia sotto sul nulla, nel nulla. Sparire lentamente, farsi passare i minuti sopra, affondarci dentro come fossero sabbie mobili. Smettere di fare qualsiasi cosa. E tirare, tirare a respirare. Nient’altro…

Roberto Saviano è scrittore. Accostarsi a lui vuol dire accostarsi alla letteratura. In Saviano c’è una bella scrittura (la bellezza sta nello stile con il quale si descrive l’orrore). Ma anche buone letture. Ci ritorneremo, ma intanto cominciamo col dire che oltre a tutelare una persona minacciata per le cose che scrive è “dovere” tutelare ed accudire la nostra buona letteratura e di conseguenza i nostri scrittori. In fondo, tutte le ambiguità sul “caso” Saviano sono le stesse ambiguità e ipocrisie che aleggiano sulla letteratura, con la differenza che Saviano ha una colpa inespiabile nei nostri quartieri intellettuali: il successo.