Archive for the ‘Rimini’ Category

Passaggio al giardino

lunedì, maggio 28th, 2012

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Il giardino riminese nasconde un piccolo cimitero di animali. Io ricordo, avendo partecipato alla sepoltura, solo gli ultimi vent’anni, da quando vivo qui. Si parla di gatti e cani, che dio li abbia in gloria. Un posto particolare è occupato dal cane di nome Nero, defunto quasi 15 anni fa, di media taglia, un “bastardo” da caccia nero come carbone che andava a rubare carne e trippa al mercato, rischiando spesso di rimanere chiuso nelle celle frigorifere dei macellai poste nel retro. Raccolto per strada, zoppo, posseduto da una fame atavica impossibile da soddisfare, tornava con pezzi di trippa enormi, che trascinava sporcandola. Gran ladro. Ci si ingozzava sino a rimanerci stecchito, con lo stomaco che poteva rovesciarsi. Il suo motto pare fosse: mangiare sino alla morte. Azzannava torte nella pasticceria sotto casa nell’attimo in cui il furgone delle consegne aveva il portello aperto. Che tempistica! Testardo, gran cacciatore di piccioni che azzannava e che portava in trofeo alla sua padrona sin dentro i negozi, questo cane ha meritato un mio haiku inciso in una targhettina di ottone poggiata su un frammento di capitello reduce dal bombardamento e dai terremoti:

Estate

Calura

Sbadiglio del cane

Intorno foglie di acanto, una pianta che è lì da sempre, come testimoniano le foto domestiche sin dagli inizi del secolo scorso.

Una pianta perfetta per piccole tombe nascoste. Si tratta in questo caso di acanthus mollis. Purtroppo quel frammento di capitello non appartiene all’ordine corinzio, che qui sarebbe stato perfetto. Come ci ricorda Joseph Rykwert quest’ordine racchiude lo schema: la fanciulla, la morte, l’offerta sulla tomba, il monumento, l’acanto, la primavera, la ri-nascita. Ma la chiave è l’acanto.

Nel cimitero “diffuso” tanti gatti. Ne vorrei ricordare qualcuno: Maggi, un gatto  con le zampe posteriori lunghissime e che saltava e correva come una lepre; Guercino, con un solo occhio e che ha vissuto quasi sempre in casa e il giardino lo guardava con distacco dall’uscio di casa; Mattio, il gatto letterario; Martino, bianco e bello come Gandalf; Topazio, tutto nero appena conosciuto e subito morto, e tanti… tanti altri…

E così, gli ultimi Titani, consigliavano nei tempi bui il “passaggio al bosco”,  mentre in piccolo c’è chi cerca oggi di passare al giardino.

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antinoo@variosondamestesso.com

Biblioterapia erotica. Lorella Barlaan

sabato, dicembre 3rd, 2011

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antonio marchetti biblioteca gambalunga

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A Rimini si affastellano tantissime iniziative culturali e questo “tantissime” sta ad indicare una città viva e ricca di curiosità intellettuali, ma allo stesso tempo anche una mancanza di concertazione, di regia, di armonizzazione, di caratterizzazione delle alterità, cosicchè non si fa differenza tra la divulgazione di basso livello dalle altezze e raffinatezze per palati fini. Inevitabilmente, i delusi, abitano in entrambe le parti. A questo si aggiunge la vocazione cittadina ad una cultura di massa, derivata dal turismo consumistico ove la quantità fa la qualità. Una di queste altezze cittadine l’ho ritrovata ier sera al Liceo Musicale Lettimi, in via Cairoli; uno spazio che è sempre un piacere visitare. Attraversando i lunghi corridoi con le travature a vista, accompagnato dai suoni degli strumenti degli ultimi studenti che si attardavano allo studio, sono arrivato nella saletta ove Lorella Barlaan teneva una conferenza sul tema “Etica ed erotica del lettore”, nell’ambito dell’iniziativa “Biblioterapia”. Le parole della Barlaan erano intervallate dalla lettura, svolta da un attore, di brani scelti: Wladimir Nabokov, Virginia Wolf, Paul Celan… Una narrazione testuale efficace. L’intervento della Barlaan, molto denso, mi ha fatto pensare molto, soprattutto per gli autori citati. Riappare Roland Barthes, oggi un po’ dimenticato e sgualcito, ma che merita di essere riacciuffato. Per la mia generazione è stato importante. Poi mi è venuto in mente ciò che Hemingway pensava degli italiani: una metà scrive libri mentre l’altra  è analfabeta. Si può desumere che chi scrive è anche colui che legge, e che chi legge scrive, in una relazione di tipo sociologico e per certi versi autoreferenziale, e ci si chiede chi sono i lettori, dov’è il lettore puro. Anche Barthes in fondo dichiarava di aver cominciato a scrivere perchè si accorgeva di non trovare scritto ciò che lo interessava. Chi legge, scrive, in qualche modo. Lo si può dire? Non saprei.

La comunità dei lettori – ed il termine comunità è improprio perchè la lettura si fa in solitudine, con una voce interiore e ciascuno ha la sua – è, o dovrebbe, essere silenziosa. La lettura è un diletto, che si custodisce con pudore, non va esibito ed esaltato e non può diventare terapia. Terapia è parola opposta a diletto o piacere. Troverei bizzarro chi, sottoponendosi ad una terapia, provi diletto e piacere da essa.

Il vero lettore, l’autentico lettore, è il “dilettante”. Naturalmente ci sono forme “dilettantistiche” (il contrario di “dilettantesco”) di alto livello, come in Savinio o Flaiano o Carmelo Bene. Ciò che mi accomunava alle parole della Barlaan e al suo labirinto citazionista (come in Borges, ove la carta geografica sostituisce il mondo), e alla passione per lo studio ove non ci si ferma mai, è la dimensione dell’autodidatta, del dilettante. Io sono come lei. Eroi dilettanti ed autodidatti, che “ogni volta” devono dimostrare il loro essere al mondo. Da lettori, leggeri, quotidiani. Senza terapie.

Tre punti Einaudi a Rimini

venerdì, marzo 18th, 2011

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antonio marchetti e 99 malattie

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La libreria Einaudi di Rimini si è spostata di alcune decine di metri, al civico 17, nella stessa via Bertola. Spazio ampio e funzionale e più disponibile ad accogliere gli incontri con gli autori, letture e altre attività, non ultime le periodiche esposizioni d’arte contemporanea che qui faranno meno fatica a competere con lo spazio dei libri. Per rimanere al 17, in questo caso il giorno del festeggiamento del 150° anno dell’unità d’Italia, la libreria ha pre-inaugurato il nuovo spazio, ormai quasi pronto, ospitando due autori einaudiani, Michela Murgia e Marcello Fois, entrambi diversamente sardi. Grande successo, grande voglia di ascoltare, di partecipare, di leggere. La città felliniana-mortifera si arricchisce di un ulteriore luogo ove esercitare il proprio esserci autentico e spontaneo, a dispetto della vacuità e distanza degli amministratori e politici impegnati tra notti rosa, capodanni, fondazioni e rifondazioni varie a colpi di cambiali in protesto. Non c’è altro modo, la città bisogna costruirsela, o una parte di essa, e difenderla con le unghie. Il pomeriggio con Murgia & Fois è scivolato via piacevolmente e non è certo mancata la politica e la polemica, nel senso etimologico alto, visto che i due scrittori si sono autodefiniti “scrittori antagonisti”. Il nervo scoperto di scrivere per una casa editrice la cui proprietà pone problemi di coscienza (un mal di denti aperto da Vito Mancuso mesi fa) non è stato affatto rimosso, anzi, ciascuno ha ribadito la propria posizione motivandola con chiarezza e onestà. Tuttavia si dovrebbe parlare più di letteratura, la propria, o quella che si ama, per evitare quella  tendenza che ormai ha preso piede nei talk-show televisivi o nelle interviste ove si parla sempre d’altro; se si è attore, regista, scrittore, pittore (raro) tutto in ogni caso si sposta nella richiesta o nel fornire opinione su tutto, e raramente si entra nello specifico di ciò che si fa, se non altro per capire di cinema, di letteratura, di arte.

Si può essere antagonista, forse,  parlando un pochino più di letteratura, e trovare in essa la forza scardinante e rivoluzionaria da contrapporre alla cultura piatta e manipolatoria del glamour. Michela Murgia ha posto una domanda molto importante, e le sono grato per questo, circa gli scrittori italiani in un confronto con gli americani. Chi narra la nostra storia così come la sanno ben narrare gli scrittori americani? Una domanda che risuonerà per lungo tempo. Lo so, avrei dovuto alzare il ditino e dire che forse Sebastiano Vassalli, anche lui einaudiano, qualcosa ha pur fatto. Forse gli americani hanno una identità e appartenenza, almeno a tavola, davanti all’annuale tacchino? Può essere!

In bocca al lupo ai nostri giovani librai.

Fellini e Flaiano

domenica, febbraio 13th, 2011

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il bidone

Copertina originale de ‘Il bidone’ con schizzi e disegni di Flaiano e di Fellini. Fondo Flaiano, Lugano (dal numero monografico di “Cartevive” – catalogo della mostra di Lugano in omaggio al centenario della nascita di E. Flaiano – n.45, novembre 2010, p.66)

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A cosa serve una Fondazione? Ad indebitarsi. Ennio Flaiano in questo caso direbbe che Fellini non riposa in pace, almeno a Fellinia, con le cambiali da pagare. Tuttavia anche lui, a Pescara, con l’Associazione  ed il Premio a lui intitolato, non se la passa tanto bene. La Fondazione Fellini lavora, non c’è dubbio; il maestro cerimoniere Dott. Boarini, mi ricordo, si dava un gran da fare. Con il nuovo Direttore vedremo; ma con i Professori e i Dottori bisogna andarci cauti. Il mio disamore per questa Fondazione nacque diversi anni fa all’anfiteatro romano di Rimini, in una proiezione estiva del Il Bidone restaurato. La “chiacchiera”, per usare una parola alta e filosofica, si esercitava sulle dicerie del tasso alcolico del grande attore Broderick Crawford sul set; non venne mai citato Flaiano che aveva lavorato alla sceneggiatura con Tullio Pinelli. Una serata provinciale: parlava chi doveva tacere, chi doveva parlare non c’era. Già allora mi accorsi che si lavorava poco, con il consueto delirio di grandeur, e maluccio. Riportiamo non a caso la copertina originale de Il Bidone con schizzi e disegni di Flaiano e Fellini, conservata nel Fondo Flaiano di Lugano. Si tratta di una sintesi narrativa a quattro mani molto preziosa, che parla da sola.

Probabilmente la responsabilità, per una “piccola” parte  –  dipende dai punti di vista – ce l’ha il Morto da vivo. La prima edizione delle sceneggiature dei films di Fellini, nelle edizioni Cappelli del 1963, conteneva i nomi degli sceneggiatori; in quella einaudiana del 1974 gli sceneggiatori spariscono. Perchè? Flaiano era morto (1972). Più recentemente la Fondazione Fellini ha organizzato un convegno dal titolo “Pinelli e gli altri”, ove Flaiano evidentemente stava dentro “altri”. Flaiano, intimamente,   considerava Fellini un uomo futile. Forse in forma inconscia Rimini-Fellinia non può permetterlo, per quanto della futilità questa città con vocazione turistica ne è diventata  la capitale. La Fondazione riminese e l’Associazione pescarese hanno in comune, per i reciproci morti, i premi e il mare Adriatico anche se, per ironia della sorte, i nostri Maestri si sono ritrovati vicini nel Tirreno, bagnandosi spesso insieme in un mare opposto.

Il Premio Fellini e il Premio Flaiano, come tanti altri in Italia, hanno l’obiettivo di raggiungere massimi risultati con il minimo sforzo intellettuale. Con sforzo economico notevole. Si punta al glamour, con le prospettate “ricadute” “turistiche” ed economiche per la città. Le “ricadute”, per i residenti e le cosiddette nuove generazioni di riminesi, sono dubbie. Sul piano formativo scarse.  La Fondazione Fellini ha lavorato poco con le scuole. Saccenteria e snobismo animano la ricerca del glamour, ove intelligenti e cretini operano insieme. I nostri ragazzi poco sanno dei films o delle colonne sonore di Nino Rota. I Premi puntano a qualcosa di grande, mirano all’evento, e credo che la parola “Evento” abbia origine nell’antico postmoderno proprio a Riminum. Ancora oggi è oggetto di convegni, tipo “L’evento che verrà”. Stanchi post damsisti fanno ancora giochini di enunciati anni Ottanta del secolo scorso: “Eventi del futuro e futuro degli eventi”. Ma chi le pensa queste cose? Il presente? Cancellato, obsoleto, scapolato; si punta al futuro. La “macchina” del futuro indebolisce noi desueti viventi, che si tenta di costruire qualcosina, così poco glamour, per l’oggi. Ecco perchè ci si indebita e si rischia il fallimento; perchè si pensa in grande. Quando si pensa in grande si sciala, si sciala e ci si diverte. Ci si diverte e si dibatte con lo specchio. E si fa deserto. Incapaci nel nuovo (troppo rischioso), si preferisce triturare il corpo morto del grande innovatore del passato interrogandolo con le tecniche di Mesmer. Fellini e Flaiano hanno lavorato e prodotto le cose migliori nell’Italia del benessere. In quell’Italia si annidava il futuro che è stato; lo hanno visto, in gradazioni diverse. Nell’Italia del malessere, i Grandi Morti sono diventati merce politica, pretesti per lo sperpero, alibi per narcisismi fallimentari, Icone usate nell’autoreferenzialità intellettuale. La Fondazione Fellini forse dovrebbe sparire. In una edizione della Sagra Malatestiana vedrei volentieri le proiezioni dei films di Fellini con l’orchestra dal vivo che esegue le colonne sonore di Nino Rota. Non si tratta solo di creare un climax particolare, ma mettere in contatto due manifestazioni, che hanno in comune anche gli stessi soldi, Fondazione Cassa di Risparmio e Carim che, oggi, mentre scriviamo, è commissariata e sottoposta ad indagini penali e fiscali. Unire musica e cinema in omaggio a Fellini è difficile perchè “connettere” due “lobby” significa mangiare meno. Infine: costruire una memoria felliniana partendo dalle scuole.

E ancora: mi affiderei alla Biblioteca Gambalunga, e aprire qui un Fondo Fellini, gestito da personale competente ed in grado di “custodire” e “valorizzare” il patrimonio del nostro Maestro.

Restituire ad una grande biblioteca pubblica ciò che è memoria documentale di un concittadino celebre. Affidarla, insomma, a professionisti, riunendo un fondo biblioteca e cineteca Felini in un unico luogo.

I parassiti diminuirebbero, la politica ci perderebbe. Ma la città ci guadagnerebbe. Ma quale città?

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Ottimo e abbondante. Una riflessione dai pensieri lunghi. Ciao.

Massimo Palladini

Pittori riminesi. Orgogliosi con pregiudizio

lunedì, ottobre 18th, 2010

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marchetti per  pascali

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Il catalogo, il “turista”, lo riceve gratuitamente in edicola, insieme all’acquisto di un quotidiano. La Confartigianato, che promuove l’iniziativa, ha fatto le cose in grande, ed il sistema di diffusione è molto efficace, capillare. La mostra si svolge nel “cuore”, nell’agorà della città, con grande visibilità. Si tratta della mostra d’arte di pittori riminesi, dal titolo “rimin’essenza, le distintive genialità dell’orgoglio riminese”.

Ne parliamo per farla finita con lo snobismo ed il distacco cinico, con la malcelata superiorità culturale che alla fine rischia di dare una mano all’ “invasione degli ultracorpi”.

Questo catalogo (dalla grafica discutibile, è una “faccia”) non dovrebbe dispiacere alla cultura leghista, o forse, in queste latitudini romagnole, il leghismo antelitteram c’è da sempre.

I “pittori” esaltano il mito della piada, del mare e del pescatore, dell’ombrellone e dello stabilimento balneare insieme alle notti riminesi degli anni Sessanta mentre è  immancabile l’icona felliniana, con la solita sciarpa (che riscalda sempre meno e ci indebita sempre più). Il successo di “pubblico” è assicurato.

Ci si guarda allo specchio, uno specchio rassicurante, largamente condiviso.

L’intento “culturale” è orgogliosamente annunciato nel catalogo: “Impreparati, spaventati, frastornati e smarriti, ci sentiamo, a volte, come naufraghi alla ricerca di quelle sorgenti esistenziali che possono ancora farci ritrovare e rivivere l’eperienza rassicurante di essere attori e testimonianza di una storia e di valori comuni che continuano e si affermano nel tempo”.

Anche se questo testo di presentazione è costellato da termini come “forum”, “format”, “motore di ricerca”, “villaggio globale”, tale aggiornamento puramente di facciata non cancella l’idea che il “contemporaneo” qui è affrontato con spavento, smarrimento, naufragio. L’obiettivo, in realtà, di questa iniziativa è sinceramente spiegato dagli stessi promotori: si tratta del “core business” del fatturato turistico condito “anche” dalla cultura. Ma lo straniero si chiede: è questa ( o solo questa) la proposta culturale che dovrebbe accompagnare l'”offerta turistica”? Ad un avanzamento progressivo della cultura economica e dell’iniziativa d’impresa perchè si accompagna una cultura “regressiva”, di scarsa qualità (anche pittorica!) e squallidamente provinciale? Come mai c’è questa frattura che pare insanabile tra il ceto produttivo e professionale della città (“territorio” si dice per sancire ormai il lutto della parola “paesaggio”) e l’arte contemporanea? Le responsabilità sono solo da una parte o sono nella reciprocità? Se le estetiche e le tecniche di questi quadri “riminesi”, in forma traslata, si applicassero ai meccanismi economici saremmo ancora alla prima pensione Kelly di Tondelli (che non dispiace tra l’altro…).

Invece i “nostri” imprenditori” sono dinamici, ma arretrati culturalmente.

Le loro associazioni di categoria lo dimostrano.

In fondo portarsi a casa un quadro “riminese”, doc, costa pochi euro; l’arte, oltre ad essere facile, è anche molto economica e ci si affranca un pò di cultura nel salotto di casa, di fianco all’home cinema.

Amministratori e politici hanno responsabilità assai gravi. Assecondano, e pensano all’elettorato, regrediscono volentieri se occorre, ammesso che abbiano una qualche competenza di base sull’arte.

Gli stanieri tuttavia tali rimangono. Il loro voto è ininfluente.

Ogni tanto si promuove una conferenza sulla cultura, ove si recita il futuro ed il mea culpa sul contemporaneo.

Ma già domani, nell’indifferenza più appassionata, sorvolano su questo tema: “Piccole cose in città: non spaventati, oltre il naufragio, per nulla smarriti, fiduciosi nel materiale dell’arte guardiamo in faccia il villaggio globale e lo rappresentiamo, ci mettiamo in gioco, oggi; alla nostalgia preferiamo la melanconia di un futuro che è già stato”.

Questo ha un costo, in tanti sensi.

Artisti quarantenni (o quasi) in via di distinzione.

lunedì, agosto 9th, 2010

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marchetti tappeto

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Diverse cose interessanti in via Serperi a Rimini in queste estive ultime settimane. (percorsiestravaganti)

Récit poetico di Sabrina Foschini, conferenza e interventi del genial-picaresco Alessandro Giovanardi; i due curano una doppia mostra “amorevole” (amor sacro). Incontri e ritrovamenti piacevoli alle inaugurazioni, quasi una risposta all’invasione degli autori in spiaggia a ricordarmi il bellissimo racconto fantascientifico di Flaiano sull'”invasione dei capolavori” nelle città. Intermezzo installativo di Franco Pozzi durante le letture poetiche: tutti seduti in doppia fila uno di fronte all’altro nel corridoio-acquario della galleria, come nelle feste private dei primi anni Sessanta, ma qui nessuno invita a ballare; piccoli ceri che Pozzi spegne tra un verso e l’altro.

Tutto elegante e un po’ fané, come petali di rose a suggello di un amore di appena ieri.

Tra i vari “giovani” artisti che espongono in questa doppiezza dell’amore, a parte le bellissime “lavagne” di Federico Guerri ed il “magister” Massimo Pulini, è il femminile a farsi largo, in un crinale storico oggi per le donne abbastanza difficile ed ambiguo. Sono le foglie fotosensibili al naturale di Lucia Baldini o le stoffe e ricami di Monica Pratelli che si muovono con i passi della lentezza, non tanto nell’esecuzione tecnica delle opere ma in una temporalità femminile che nell’arte, o forse ormai solo nell’arte, presenta una “resistenza”, un “rattrappirsi” del tempo, in una inattualità contemporanea che potrebbe aiutare tutti noi se solo ci si liberasse da vecchi stereotipi di nicchia e di vetuste alterità nostalgiche presso cui questi artisti quarantenni (o quasi) sembrano spesso rifugiarsi. Rifugio post- naufragio.

Più in generale (ammesso che ogni mostra abbia una certa cromìa), tra le variazioni del nero, si declina ancora  la memoria del “nero punk”, forse meno luttuoso e orfano di allora ma che continua ancora a segnalare, con una certa preoccupazione, la sparizione del colore.

Il collezionista si è fermato a Rimini

martedì, aprile 6th, 2010

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quarto potere variosondamestesso

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Nel leggere il testo di presentazione sul ciclo di incontri sul collezionismo promosso dalla galleria Percorsi/Arte Contemporanea di Rimini – il titolo è : “Collezionismo. La magnifica ossessione” – immediatamente mi sono tornate alla memoria alcune immagini di Citizen Kane di Orson Welles:  le lunghe sequenze dei magazzini della dimora-castello di Charles Foster Kane, Xanadu. La mostruosa collezione di oggetti d’arte del magnate americano, molti dei quali ancora imballati e piombati in enormi casse di legno.

Per questa lunga, delirante, panoramica piranesiana quasi finale valgono le considerazioni di Walter Benjamin circa la liberazione dell’oggetto dall’insieme delle sue relazioni funzionali attuata dal collezionista.

Il castello Xanadu è in realtà quello di San Simeone del collezionista Hearst, e la sua patologia predatoria dimostra che la realtà supera l’immaginazione di Welles. Lo stoccaggio delle opere messo in pratica da William Randolph Hearst, negli innumerevoli suoi magazzini sparsi per il mondo, ci ricorda un cimitero. E i cimiteri hanno sempre avuto un fascino a cui è molto difficile sottrarsi.

Facciamo un piccolo esempio attraverso la miniaturizzazione di una collezione.

Ammettiamo che io decida di collezionare matite, con alcune caratteristiche che dovranno “marcare” la mia raccolta: essere matite che provengono da tutti i paesi del mondo e che rechino un segno grafico che definisca la loro provenienza (città, luogo, museo, istituzione, negozio). Terrò le mie matite appuntite in un cassetto, o in bacheca, o allineate in piedi come tante piccole lapidi che si ergono nel mio “campo” sacro, nel mio cimitero. Non mi sognerò mai di usarle per disegnare o scriverci. Ho raccolto le matite organizzandole seguendo un Rigor mortis tutto mio. Ho salvato e conservato le matite dal consumo e dalla dispersione, ma al tempo stesso ho sottratto loro la funzione. Chiunque decida di collezionare qualcosa, anche acquistando qualcosina dal giornalaio, dovrà prima o poi munirsi di “vetrinetta” o camposanto domestico. È solo questione di scala.

Che sia l’ala della morte (nelle sue infinite “nuances”) a volteggiare sulla testa di un collezionista lo scopriamo nelle forme estreme, come in quelle di Ryoei Saito che voleva essere rinchiuso nella bara insieme al suo “Gachet” di Van Gogh e con questi bruciato. Qui l’idea di sottrarre al mondo la funzione di un’opera d’arte (o almeno la sua “esponibilità”) si affastellava in epoca ancora pre-globale alla tradizione giapponese di rendere “invisibile” le collezioni, di coprire e conservare gli oggetti preservandoli dallo sguardo “pubblico”.

Fortunatamente i grandi collezionisti sognano cimiteri più grandi, fondazioni e musei aperti a tutti, progettati da archistars che garantiscono l’immortalità della loro avventura. Soprattutto l’immortalità del loro nome.

I Musei di oggi sono, e saranno, i nuovi cimiteri della contemporaneità?

Rimini. Percorsi arte contemporanea: Materia è Memoria

mercoledì, gennaio 27th, 2010

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collezione Cardi-Fagnani

Un nuovo spazio espositivo a Rimini. Uno spazio aperto al possibile: mostre, libri e incontri con autori, performances, musica.

Siamo in via Serpieri, al numero civico 17. Inaugurazione davvero gremita di gente; c’era la parte migliore della città, o almeno quella sensibile alle imprese culturali originali e nuove che hanno il coraggio di mettere tenda in un deserto che, dicono in molti, sembra crescere in città.

“Materia è memoria” è il titolo della mostra inaugurale ove, evidentemente, si è voluto trasformare la congiunzione bergsoniana in un “essere” contemporaneo, perentorio, immanente.

Tre gli artisti in mostra, uniti dal tema, ma in qualche modo catturati dalla curatrice nella rete delle suggestioni e dalle tecniche con le quali hanno tradotto quell'”è” tra materia e memoria.

Due piccole tele mi hanno colpito.

Erano confezionate in quello stile irresistibile del fané e sgarbato ma posteriore all’autentico (ma dove trovare oggi l’autentico?), tendente ad una sapiente eleganza tecnico-teorica. Esibivano due immagini primarie. Nella prima un bosco, l’altra blocchi di materia geometrica,  pietre,  o forse menhir realizzati da archistars in psicoanalisi.

Penso che questo artista, e l’ho pensato subito, viva le suggestioni del Nord, nelle nuances culturali e geografiche che lascio ai vostri giochi delle “nuove ” perle di vetro.

Quel bosco, certo, rimandava ad Anselm Kiefer ma lo scapolavo per arrivare ad un libro, che conteneva l’immagine di un bosco molto importante, “tedesco”, di Kiefer. Il libro ha per titolo “Paesaggio e memoria”, l’autore si chiama Simon Shama.

Siamo, a quanto pare, in una porzione di spazio comune con il  tema di questa mostra inaugurale.

Credo che si chiami Tempo il serpente che esalta ed insidia questa mostra.

Si spera, vista la grande affluenza di pubblico, che questi artisti vendano qualche loro opera.

La “pulsione”, che la città ha esibito nel suo correre in massa all’inaugurazione, dovrà prima o poi  esprimersi – dopo naturalmente aver sgranato il rosario del bello e delle iperboli –  e decidere di mettere nelle proprie case un po’ di anima; insomma comprare qualcosa di ciò che nel rituale sembrano adorare (io consiglio i neo- menhir mentre il boschetto per un buon collezionista potrebbe risultare troppo trafficato) ma che il giorno dopo dimentica.

Bella serata. Perfetta organizzazione. Discreti aperitivi.

Da  domani tutto è in gioco e gli attori partecipanti di appena oggi dovranno dimostrare di “essere” la città,  nell’alba del giorno dopo.

Per durare bisogna custodire e curare.

L’isteria momentanea del bello (patologia che colpisce spesso gli stupidi) dovrà essere lavorata come “materia”, riportata all’immanenza primitiva  del quotidiano, per essere poi trasformata in “memoria”.

Tutto ciò che facciamo oggi è materia e memoria di domani. Proprio adesso.

Clandestini a Rimini

martedì, gennaio 19th, 2010

antonio-marchetti-rimini.jpg

 

Un carabiniere e due giovani dell’esercito passeggiano per Corso D’Augusto a Rimini e spalmano nel loro passeggio, mentre guardano le vetrine dei saldi, l’immagine della “sicurezza”.

Altrove, fuori dalla città-immagine, siamo invece prigionieri del labirinto, ove tutto è possibile. L’imponderabile delle periferie “produttive” e dei nuovi centri che si spengono a tarda sera lasciano deserti notturni, di cupa e dura letteratura, volendola scrivere. Rimini va esperita con il navigatore satellitare le cui mappe vanno continuamente aggiornate se vuoi accedere a servizi, consumi, tempo libero. In due decenni lo spostamento nevrotico si è sovrapposto a se stesso conquistando nuove aree;  l’obsoleto di ieri appena post nuovo coesiste con il non finito di oggi proiettato nel futuro, tutto risolto nell’ondivago tragitto automobilistico, in un cantiere a cielo aperto di una città che non comprendiamo più, una città in cui ci sentiamo stranieri. La durezza di questa città la sentiamo noi, mentre chi viene qui per lavoro la conosce meglio, si muove meglio – per necessità e per abitudine alla durezza – in questa città così ambiguamente accogliente (a parte l’accoglienza turistica “vocazionale”). Può sembrare cinica e paradossale questa considerazione che vede negli immigrati stranieri una città più a loro misura che non alla “nostra”.

Sono loro che usano i mezzi pubblici, loro si prestano alla mobilità urbana ed extra urbana con paziente accettazione e puntuale utenza. Loro, infine, tracciano nuove mappe di geografia urbana. Ma quando diciamo “nostra” cosa intendiamo? Intendiamo, siamo sinceri,  un senso di perdita. Tutte le nostre pulsioni appropiative sono perdenti. La voce grossa neo razzista o leghista è voce irrilevante rispetto al moto epocale. Le voci razziste, insieme al perbenismo ipocrita, servono a far dimenticare che le difficoltà, ormai, saranno per tutti noi. Il problema della sicurezza in Italia sta diventando un problema di paranoia, di distonia mentale, di servilismo mediatico, di ipocrisia nazionale.

Rimini è il paradigma della trappola. Qui si è trovata una formula nuova: si pubblicizza un “bon vivre” che verrà prima o poi sanzionato. Si fa cassa. Qui puoi fare tutto, basta pagare e avere buoni avvocati. Rimini è la città degli avvocati. Chi ci vive è preso nella morsa. La nostra vita “normale” ne è stravolta, siamo irrigimentati, e cominceremo a vivere da clandestini a casa nostra.

Siamo tutti clandestini. Rimini vende tutto, contro di noi che ci viviamo, vende l’oggettistica vintage di Mussolini in tutti i negozietti di Marina Centro, per i turisti, ma contro di noi; come se commercio e fatturato fossero valori così alti da rendere i residenti inutili e desueti.

A Rimini letteratura in cucina.

giovedì, dicembre 17th, 2009

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A Roma, nei piccoli ristoranti-grotticine per turisti di Via del Pellegrino o intorno a quell’isola precaria e in parte ancora felice, che si estende idealmente sino al ghetto, non si parla più come  sorpassati ristoratori ma si fa letteratura. Per l’ordinazione vi si dice: “ora vi narro le cose salienti della giornata” e di seguito la lista del mangiare. Leggere il menu è come leggere un racconto minimalista. Qui a Rimini nella serata del 21 dicembre, in una cantina dal nome affascinante, letterati si incontrano per dialogare su un libro. L’invito che ho ricevuto prevede l’adesione ad una cena successiva che si presenta allettante. Il menu viene presentato, anche qui, come “un succinto racconto”. La cosa a colpirmi è la prima offerta, l’entrèe: L’uovo e la cipolla.

Tutto è riportato alla separazione degli elementi, ricondotti a immagini primarie come in un libro illustrato per bambini. Non si tratta di uovo e cipolla, non identitari e mescolati in un unico piatto (o unica parola) e neppure di uovo con cipolla. Noi non sappiamo come gli elementi saranno giocati tra loro nel piatto su cui mangeremo. Per saperlo, dobbiamo leggere la narrazione, e dunque ordinare quel piatto. In ristoranti con clientele selezionate ci sono menu con brani di Baricco o di Hemingway. Insomma la letteratura si è sempre occupata della cucina, gli stessi termini sono interscambiabili nei reciproci mestieri ma qui è la cucina che si occupa di letteratura, che l’ha ben compresa facendola propria. Tutto dunque andrebbe allora rovesciato. La letteratura dovrebbe essere il menu stesso mentre per la cena si elencano gli ospiti letterari i quali, anche se non trovano nulla da mangiare, si mangiano tra loro per la gioia del pubblico già sazio di geniali e narrativi menu.