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Biblioterapia erotica. Lorella Barlaan

sabato, 3 dicembre 2011

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antonio marchetti biblioteca gambalunga

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A Rimini si affastellano tantissime iniziative culturali e questo “tantissime” sta ad indicare una città viva e ricca di curiosità intellettuali, ma allo stesso tempo anche una mancanza di concertazione, di regia, di armonizzazione, di caratterizzazione delle alterità, cosicchè non si fa differenza tra la divulgazione di basso livello dalle altezze e raffinatezze per palati fini. Inevitabilmente, i delusi, abitano in entrambe le parti. A questo si aggiunge la vocazione cittadina ad una cultura di massa, derivata dal turismo consumistico ove la quantità fa la qualità. Una di queste altezze cittadine l’ho ritrovata ier sera al Liceo Musicale Lettimi, in via Cairoli; uno spazio che è sempre un piacere visitare. Attraversando i lunghi corridoi con le travature a vista, accompagnato dai suoni degli strumenti degli ultimi studenti che si attardavano allo studio, sono arrivato nella saletta ove Lorella Barlaan teneva una conferenza sul tema “Etica ed erotica del lettore”, nell’ambito dell’iniziativa “Biblioterapia”. Le parole della Barlaan erano intervallate dalla lettura, svolta da un attore, di brani scelti: Wladimir Nabokov, Virginia Wolf, Paul Celan… Una narrazione testuale efficace. L’intervento della Barlaan, molto denso, mi ha fatto pensare molto, soprattutto per gli autori citati. Riappare Roland Barthes, oggi un po’ dimenticato e sgualcito, ma che merita di essere riacciuffato. Per la mia generazione è stato importante. Poi mi è venuto in mente ciò che Hemingway pensava degli italiani: una metà scrive libri mentre l’altra  è analfabeta. Si può desumere che chi scrive è anche colui che legge, e che chi legge scrive, in una relazione di tipo sociologico e per certi versi autoreferenziale, e ci si chiede chi sono i lettori, dov’è il lettore puro. Anche Barthes in fondo dichiarava di aver cominciato a scrivere perchè si accorgeva di non trovare scritto ciò che lo interessava. Chi legge, scrive, in qualche modo. Lo si può dire? Non saprei.

La comunità dei lettori – ed il termine comunità è improprio perchè la lettura si fa in solitudine, con una voce interiore e ciascuno ha la sua – è, o dovrebbe, essere silenziosa. La lettura è un diletto, che si custodisce con pudore, non va esibito ed esaltato e non può diventare terapia. Terapia è parola opposta a diletto o piacere. Troverei bizzarro chi, sottoponendosi ad una terapia, provi diletto e piacere da essa.

Il vero lettore, l’autentico lettore, è il “dilettante”. Naturalmente ci sono forme “dilettantistiche” (il contrario di “dilettantesco”) di alto livello, come in Savinio o Flaiano o Carmelo Bene. Ciò che mi accomunava alle parole della Barlaan e al suo labirinto citazionista (come in Borges, ove la carta geografica sostituisce il mondo), e alla passione per lo studio ove non ci si ferma mai, è la dimensione dell’autodidatta, del dilettante. Io sono come lei. Eroi dilettanti ed autodidatti, che “ogni volta” devono dimostrare il loro essere al mondo. Da lettori, leggeri, quotidiani. Senza terapie.

Tre punti Einaudi a Rimini

venerdì, 18 marzo 2011

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antonio marchetti e 99 malattie

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La libreria Einaudi di Rimini si è spostata di alcune decine di metri, al civico 17, nella stessa via Bertola. Spazio ampio e funzionale e più disponibile ad accogliere gli incontri con gli autori, letture e altre attività, non ultime le periodiche esposizioni d’arte contemporanea che qui faranno meno fatica a competere con lo spazio dei libri. Per rimanere al 17, in questo caso il giorno del festeggiamento del 150° anno dell’unità d’Italia, la libreria ha pre-inaugurato il nuovo spazio, ormai quasi pronto, ospitando due autori einaudiani, Michela Murgia e Marcello Fois, entrambi diversamente sardi. Grande successo, grande voglia di ascoltare, di partecipare, di leggere. La città felliniana-mortifera si arricchisce di un ulteriore luogo ove esercitare il proprio esserci autentico e spontaneo, a dispetto della vacuità e distanza degli amministratori e politici impegnati tra notti rosa, capodanni, fondazioni e rifondazioni varie a colpi di cambiali in protesto. Non c’è altro modo, la città bisogna costruirsela, o una parte di essa, e difenderla con le unghie. Il pomeriggio con Murgia & Fois è scivolato via piacevolmente e non è certo mancata la politica e la polemica, nel senso etimologico alto, visto che i due scrittori si sono autodefiniti “scrittori antagonisti”. Il nervo scoperto di scrivere per una casa editrice la cui proprietà pone problemi di coscienza (un mal di denti aperto da Vito Mancuso mesi fa) non è stato affatto rimosso, anzi, ciascuno ha ribadito la propria posizione motivandola con chiarezza e onestà. Tuttavia si dovrebbe parlare più di letteratura, la propria, o quella che si ama, per evitare quella  tendenza che ormai ha preso piede nei talk-show televisivi o nelle interviste ove si parla sempre d’altro; se si è attore, regista, scrittore, pittore (raro) tutto in ogni caso si sposta nella richiesta o nel fornire opinione su tutto, e raramente si entra nello specifico di ciò che si fa, se non altro per capire di cinema, di letteratura, di arte.

Si può essere antagonista, forse,  parlando un pochino più di letteratura, e trovare in essa la forza scardinante e rivoluzionaria da contrapporre alla cultura piatta e manipolatoria del glamour. Michela Murgia ha posto una domanda molto importante, e le sono grato per questo, circa gli scrittori italiani in un confronto con gli americani. Chi narra la nostra storia così come la sanno ben narrare gli scrittori americani? Una domanda che risuonerà per lungo tempo. Lo so, avrei dovuto alzare il ditino e dire che forse Sebastiano Vassalli, anche lui einaudiano, qualcosa ha pur fatto. Forse gli americani hanno una identità e appartenenza, almeno a tavola, davanti all’annuale tacchino? Può essere!

In bocca al lupo ai nostri giovani librai.

Fellini e Flaiano

domenica, 13 febbraio 2011

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il bidone

Copertina originale de ‘Il bidone’ con schizzi e disegni di Flaiano e di Fellini. Fondo Flaiano, Lugano (dal numero monografico di “Cartevive” – catalogo della mostra di Lugano in omaggio al centenario della nascita di E. Flaiano – n.45, novembre 2010, p.66)

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A cosa serve una Fondazione? Ad indebitarsi. Ennio Flaiano in questo caso direbbe che Fellini non riposa in pace, almeno a Fellinia, con le cambiali da pagare. Tuttavia anche lui, a Pescara, con l’Associazione  ed il Premio a lui intitolato, non se la passa tanto bene. La Fondazione Fellini lavora, non c’è dubbio; il maestro cerimoniere Dott. Boarini, mi ricordo, si dava un gran da fare. Con il nuovo Direttore vedremo; ma con i Professori e i Dottori bisogna andarci cauti. Il mio disamore per questa Fondazione nacque diversi anni fa all’anfiteatro romano di Rimini, in una proiezione estiva del Il Bidone restaurato. La “chiacchiera”, per usare una parola alta e filosofica, si esercitava sulle dicerie del tasso alcolico del grande attore Broderick Crawford sul set; non venne mai citato Flaiano che aveva lavorato alla sceneggiatura con Tullio Pinelli. Una serata provinciale: parlava chi doveva tacere, chi doveva parlare non c’era. Già allora mi accorsi che si lavorava poco, con il consueto delirio di grandeur, e maluccio. Riportiamo non a caso la copertina originale de Il Bidone con schizzi e disegni di Flaiano e Fellini, conservata nel Fondo Flaiano di Lugano. Si tratta di una sintesi narrativa a quattro mani molto preziosa, che parla da sola.

Probabilmente la responsabilità, per una “piccola” parte  –  dipende dai punti di vista – ce l’ha il Morto da vivo. La prima edizione delle sceneggiature dei films di Fellini, nelle edizioni Cappelli del 1963, conteneva i nomi degli sceneggiatori; in quella einaudiana del 1974 gli sceneggiatori spariscono. Perchè? Flaiano era morto (1972). Più recentemente la Fondazione Fellini ha organizzato un convegno dal titolo “Pinelli e gli altri”, ove Flaiano evidentemente stava dentro “altri”. Flaiano, intimamente,   considerava Fellini un uomo futile. Forse in forma inconscia Rimini-Fellinia non può permetterlo, per quanto della futilità questa città con vocazione turistica ne è diventata  la capitale. La Fondazione riminese e l’Associazione pescarese hanno in comune, per i reciproci morti, i premi e il mare Adriatico anche se, per ironia della sorte, i nostri Maestri si sono ritrovati vicini nel Tirreno, bagnandosi spesso insieme in un mare opposto.

Il Premio Fellini e il Premio Flaiano, come tanti altri in Italia, hanno l’obiettivo di raggiungere massimi risultati con il minimo sforzo intellettuale. Con sforzo economico notevole. Si punta al glamour, con le prospettate “ricadute” “turistiche” ed economiche per la città. Le “ricadute”, per i residenti e le cosiddette nuove generazioni di riminesi, sono dubbie. Sul piano formativo scarse.  La Fondazione Fellini ha lavorato poco con le scuole. Saccenteria e snobismo animano la ricerca del glamour, ove intelligenti e cretini operano insieme. I nostri ragazzi poco sanno dei films o delle colonne sonore di Nino Rota. I Premi puntano a qualcosa di grande, mirano all’evento, e credo che la parola “Evento” abbia origine nell’antico postmoderno proprio a Riminum. Ancora oggi è oggetto di convegni, tipo “L’evento che verrà”. Stanchi post damsisti fanno ancora giochini di enunciati anni Ottanta del secolo scorso: “Eventi del futuro e futuro degli eventi”. Ma chi le pensa queste cose? Il presente? Cancellato, obsoleto, scapolato; si punta al futuro. La “macchina” del futuro indebolisce noi desueti viventi, che si tenta di costruire qualcosina, così poco glamour, per l’oggi. Ecco perchè ci si indebita e si rischia il fallimento; perchè si pensa in grande. Quando si pensa in grande si sciala, si sciala e ci si diverte. Ci si diverte e si dibatte con lo specchio. E si fa deserto. Incapaci nel nuovo (troppo rischioso), si preferisce triturare il corpo morto del grande innovatore del passato interrogandolo con le tecniche di Mesmer. Fellini e Flaiano hanno lavorato e prodotto le cose migliori nell’Italia del benessere. In quell’Italia si annidava il futuro che è stato; lo hanno visto, in gradazioni diverse. Nell’Italia del malessere, i Grandi Morti sono diventati merce politica, pretesti per lo sperpero, alibi per narcisismi fallimentari, Icone usate nell’autoreferenzialità intellettuale. La Fondazione Fellini forse dovrebbe sparire. In una edizione della Sagra Malatestiana vedrei volentieri le proiezioni dei films di Fellini con l’orchestra dal vivo che esegue le colonne sonore di Nino Rota. Non si tratta solo di creare un climax particolare, ma mettere in contatto due manifestazioni, che hanno in comune anche gli stessi soldi, Fondazione Cassa di Risparmio e Carim che, oggi, mentre scriviamo, è commissariata e sottoposta ad indagini penali e fiscali. Unire musica e cinema in omaggio a Fellini è difficile perchè “connettere” due “lobby” significa mangiare meno. Infine: costruire una memoria felliniana partendo dalle scuole.

E ancora: mi affiderei alla Biblioteca Gambalunga, e aprire qui un Fondo Fellini, gestito da personale competente ed in grado di “custodire” e “valorizzare” il patrimonio del nostro Maestro.

Restituire ad una grande biblioteca pubblica ciò che è memoria documentale di un concittadino celebre. Affidarla, insomma, a professionisti, riunendo un fondo biblioteca e cineteca Felini in un unico luogo.

I parassiti diminuirebbero, la politica ci perderebbe. Ma la città ci guadagnerebbe. Ma quale città?

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Ottimo e abbondante. Una riflessione dai pensieri lunghi. Ciao.

Massimo Palladini

Pittori riminesi. Orgogliosi con pregiudizio

lunedì, 18 ottobre 2010

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marchetti per  pascali

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Il catalogo, il “turista”, lo riceve gratuitamente in edicola, insieme all’acquisto di un quotidiano. La Confartigianato, che promuove l’iniziativa, ha fatto le cose in grande, ed il sistema di diffusione è molto efficace, capillare. La mostra si svolge nel “cuore”, nell’agorà della città, con grande visibilità. Si tratta della mostra d’arte di pittori riminesi, dal titolo “rimin’essenza, le distintive genialità dell’orgoglio riminese”.

Ne parliamo per farla finita con lo snobismo ed il distacco cinico, con la malcelata superiorità culturale che alla fine rischia di dare una mano all’ “invasione degli ultracorpi”.

Questo catalogo (dalla grafica discutibile, è una “faccia”) non dovrebbe dispiacere alla cultura leghista, o forse, in queste latitudini romagnole, il leghismo antelitteram c’è da sempre.

I “pittori” esaltano il mito della piada, del mare e del pescatore, dell’ombrellone e dello stabilimento balneare insieme alle notti riminesi degli anni Sessanta mentre è  immancabile l’icona felliniana, con la solita sciarpa (che riscalda sempre meno e ci indebita sempre più). Il successo di “pubblico” è assicurato.

Ci si guarda allo specchio, uno specchio rassicurante, largamente condiviso.

L’intento “culturale” è orgogliosamente annunciato nel catalogo: “Impreparati, spaventati, frastornati e smarriti, ci sentiamo, a volte, come naufraghi alla ricerca di quelle sorgenti esistenziali che possono ancora farci ritrovare e rivivere l’eperienza rassicurante di essere attori e testimonianza di una storia e di valori comuni che continuano e si affermano nel tempo”.

Anche se questo testo di presentazione è costellato da termini come “forum”, “format”, “motore di ricerca”, “villaggio globale”, tale aggiornamento puramente di facciata non cancella l’idea che il “contemporaneo” qui è affrontato con spavento, smarrimento, naufragio. L’obiettivo, in realtà, di questa iniziativa è sinceramente spiegato dagli stessi promotori: si tratta del “core business” del fatturato turistico condito “anche” dalla cultura. Ma lo straniero si chiede: è questa ( o solo questa) la proposta culturale che dovrebbe accompagnare l’”offerta turistica”? Ad un avanzamento progressivo della cultura economica e dell’iniziativa d’impresa perchè si accompagna una cultura “regressiva”, di scarsa qualità (anche pittorica!) e squallidamente provinciale? Come mai c’è questa frattura che pare insanabile tra il ceto produttivo e professionale della città (”territorio” si dice per sancire ormai il lutto della parola “paesaggio”) e l’arte contemporanea? Le responsabilità sono solo da una parte o sono nella reciprocità? Se le estetiche e le tecniche di questi quadri “riminesi”, in forma traslata, si applicassero ai meccanismi economici saremmo ancora alla prima pensione Kelly di Tondelli (che non dispiace tra l’altro…).

Invece i “nostri” imprenditori” sono dinamici, ma arretrati culturalmente.

Le loro associazioni di categoria lo dimostrano.

In fondo portarsi a casa un quadro “riminese”, doc, costa pochi euro; l’arte, oltre ad essere facile, è anche molto economica e ci si affranca un pò di cultura nel salotto di casa, di fianco all’home cinema.

Amministratori e politici hanno responsabilità assai gravi. Assecondano, e pensano all’elettorato, regrediscono volentieri se occorre, ammesso che abbiano una qualche competenza di base sull’arte.

Gli stanieri tuttavia tali rimangono. Il loro voto è ininfluente.

Ogni tanto si promuove una conferenza sulla cultura, ove si recita il futuro ed il mea culpa sul contemporaneo.

Ma già domani, nell’indifferenza più appassionata, sorvolano su questo tema: “Piccole cose in città: non spaventati, oltre il naufragio, per nulla smarriti, fiduciosi nel materiale dell’arte guardiamo in faccia il villaggio globale e lo rappresentiamo, ci mettiamo in gioco, oggi; alla nostalgia preferiamo la melanconia di un futuro che è già stato”.

Questo ha un costo, in tanti sensi.

Artisti quarantenni (o quasi) in via di distinzione.

lunedì, 9 agosto 2010

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marchetti tappeto

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Diverse cose interessanti in via Serperi a Rimini in queste estive ultime settimane. (percorsiestravaganti)

Récit poetico di Sabrina Foschini, conferenza e interventi del genial-picaresco Alessandro Giovanardi; i due curano una doppia mostra “amorevole” (amor sacro). Incontri e ritrovamenti piacevoli alle inaugurazioni, quasi una risposta all’invasione degli autori in spiaggia a ricordarmi il bellissimo racconto fantascientifico di Flaiano sull’”invasione dei capolavori” nelle città. Intermezzo installativo di Franco Pozzi durante le letture poetiche: tutti seduti in doppia fila uno di fronte all’altro nel corridoio-acquario della galleria, come nelle feste private dei primi anni Sessanta, ma qui nessuno invita a ballare; piccoli ceri che Pozzi spegne tra un verso e l’altro.

Tutto elegante e un po’ fané, come petali di rose a suggello di un amore di appena ieri.

Tra i vari “giovani” artisti che espongono in questa doppiezza dell’amore, a parte le bellissime “lavagne” di Federico Guerri ed il “magister” Massimo Pulini, è il femminile a farsi largo, in un crinale storico oggi per le donne abbastanza difficile ed ambiguo. Sono le foglie fotosensibili al naturale di Lucia Baldini o le stoffe e ricami di Monica Pratelli che si muovono con i passi della lentezza, non tanto nell’esecuzione tecnica delle opere ma in una temporalità femminile che nell’arte, o forse ormai solo nell’arte, presenta una “resistenza”, un “rattrappirsi” del tempo, in una inattualità contemporanea che potrebbe aiutare tutti noi se solo ci si liberasse da vecchi stereotipi di nicchia e di vetuste alterità nostalgiche presso cui questi artisti quarantenni (o quasi) sembrano spesso rifugiarsi. Rifugio post- naufragio.

Più in generale (ammesso che ogni mostra abbia una certa cromìa), tra le variazioni del nero, si declina ancora  la memoria del “nero punk”, forse meno luttuoso e orfano di allora ma che continua ancora a segnalare, con una certa preoccupazione, la sparizione del colore.

Il collezionista si è fermato a Rimini

martedì, 6 aprile 2010

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quarto potere variosondamestesso

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Nel leggere il testo di presentazione sul ciclo di incontri sul collezionismo promosso dalla galleria Percorsi/Arte Contemporanea di Rimini – il titolo è : “Collezionismo. La magnifica ossessione” – immediatamente mi sono tornate alla memoria alcune immagini di Citizen Kane di Orson Welles:  le lunghe sequenze dei magazzini della dimora-castello di Charles Foster Kane, Xanadu. La mostruosa collezione di oggetti d’arte del magnate americano, molti dei quali ancora imballati e piombati in enormi casse di legno.

Per questa lunga, delirante, panoramica piranesiana quasi finale valgono le considerazioni di Walter Benjamin circa la liberazione dell’oggetto dall’insieme delle sue relazioni funzionali attuata dal collezionista.

Il castello Xanadu è in realtà quello di San Simeone del collezionista Hearst, e la sua patologia predatoria dimostra che la realtà supera l’immaginazione di Welles. Lo stoccaggio delle opere messo in pratica da William Randolph Hearst, negli innumerevoli suoi magazzini sparsi per il mondo, ci ricorda un cimitero. E i cimiteri hanno sempre avuto un fascino a cui è molto difficile sottrarsi.

Facciamo un piccolo esempio attraverso la miniaturizzazione di una collezione.

Ammettiamo che io decida di collezionare matite, con alcune caratteristiche che dovranno “marcare” la mia raccolta: essere matite che provengono da tutti i paesi del mondo e che rechino un segno grafico che definisca la loro provenienza (città, luogo, museo, istituzione, negozio). Terrò le mie matite appuntite in un cassetto, o in bacheca, o allineate in piedi come tante piccole lapidi che si ergono nel mio “campo” sacro, nel mio cimitero. Non mi sognerò mai di usarle per disegnare o scriverci. Ho raccolto le matite organizzandole seguendo un Rigor mortis tutto mio. Ho salvato e conservato le matite dal consumo e dalla dispersione, ma al tempo stesso ho sottratto loro la funzione. Chiunque decida di collezionare qualcosa, anche acquistando qualcosina dal giornalaio, dovrà prima o poi munirsi di “vetrinetta” o camposanto domestico. È solo questione di scala.

Che sia l’ala della morte (nelle sue infinite “nuances”) a volteggiare sulla testa di un collezionista lo scopriamo nelle forme estreme, come in quelle di Ryoei Saito che voleva essere rinchiuso nella bara insieme al suo “Gachet” di Van Gogh e con questi bruciato. Qui l’idea di sottrarre al mondo la funzione di un’opera d’arte (o almeno la sua “esponibilità”) si affastellava in epoca ancora pre-globale alla tradizione giapponese di rendere “invisibile” le collezioni, di coprire e conservare gli oggetti preservandoli dallo sguardo “pubblico”.

Fortunatamente i grandi collezionisti sognano cimiteri più grandi, fondazioni e musei aperti a tutti, progettati da archistars che garantiscono l’immortalità della loro avventura. Soprattutto l’immortalità del loro nome.

I Musei di oggi sono, e saranno, i nuovi cimiteri della contemporaneità?

Rimini. Percorsi arte contemporanea: Materia è Memoria

mercoledì, 27 gennaio 2010

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collezione Cardi-Fagnani

Un nuovo spazio espositivo a Rimini. Uno spazio aperto al possibile: mostre, libri e incontri con autori, performances, musica.

Siamo in via Serpieri, al numero civico 17. Inaugurazione davvero gremita di gente; c’era la parte migliore della città, o almeno quella sensibile alle imprese culturali originali e nuove che hanno il coraggio di mettere tenda in un deserto che, dicono in molti, sembra crescere in città.

“Materia è memoria” è il titolo della mostra inaugurale ove, evidentemente, si è voluto trasformare la congiunzione bergsoniana in un “essere” contemporaneo, perentorio, immanente.

Tre gli artisti in mostra, uniti dal tema, ma in qualche modo catturati dalla curatrice nella rete delle suggestioni e dalle tecniche con le quali hanno tradotto quell’”è” tra materia e memoria.

Due piccole tele mi hanno colpito.

Erano confezionate in quello stile irresistibile del fané e sgarbato ma posteriore all’autentico (ma dove trovare oggi l’autentico?), tendente ad una sapiente eleganza tecnico-teorica. Esibivano due immagini primarie. Nella prima un bosco, l’altra blocchi di materia geometrica,  pietre,  o forse menhir realizzati da archistars in psicoanalisi.

Penso che questo artista, e l’ho pensato subito, viva le suggestioni del Nord, nelle nuances culturali e geografiche che lascio ai vostri giochi delle “nuove ” perle di vetro.

Quel bosco, certo, rimandava ad Anselm Kiefer ma lo scapolavo per arrivare ad un libro, che conteneva l’immagine di un bosco molto importante, “tedesco”, di Kiefer. Il libro ha per titolo “Paesaggio e memoria”, l’autore si chiama Simon Shama.

Siamo, a quanto pare, in una porzione di spazio comune con il  tema di questa mostra inaugurale.

Credo che si chiami Tempo il serpente che esalta ed insidia questa mostra.

Si spera, vista la grande affluenza di pubblico, che questi artisti vendano qualche loro opera.

La “pulsione”, che la città ha esibito nel suo correre in massa all’inaugurazione, dovrà prima o poi  esprimersi – dopo naturalmente aver sgranato il rosario del bello e delle iperboli -  e decidere di mettere nelle proprie case un po’ di anima; insomma comprare qualcosa di ciò che nel rituale sembrano adorare (io consiglio i neo- menhir mentre il boschetto per un buon collezionista potrebbe risultare troppo trafficato) ma che il giorno dopo dimentica.

Bella serata. Perfetta organizzazione. Discreti aperitivi.

Da  domani tutto è in gioco e gli attori partecipanti di appena oggi dovranno dimostrare di “essere” la città,  nell’alba del giorno dopo.

Per durare bisogna custodire e curare.

L’isteria momentanea del bello (patologia che colpisce spesso gli stupidi) dovrà essere lavorata come “materia” , riportata all’immanenza primitiva  del quotidiano, per essere poi trasformata in “memoria”. Tutto ciò che facciamo oggi è materia e memoria di domani. Proprio adesso.

Clandestini a Rimini

martedì, 19 gennaio 2010

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Un carabiniere e due giovani dell’esercito passeggiano per Corso D’Augusto a Rimini e spalmano nel loro passeggio, mentre guardano le vetrine dei saldi, l’immagine della “sicurezza”.

Altrove, fuori dalla città-immagine, siamo invece prigionieri del labirinto, ove tutto è possibile. L’imponderabile delle periferie “produttive” e dei nuovi centri che si spengono a tarda sera lasciano deserti notturni, di cupa e dura letteratura, volendola scrivere. Rimini va esperita con il navigatore satellitare le cui mappe vanno continuamente aggiornate se vuoi accedere a servizi, consumi, tempo libero. In due decenni lo spostamento nevrotico si è sovrapposto a se stesso conquistando nuove aree;  l’obsoleto di ieri appena post nuovo coesiste con il non finito di oggi proiettato nel futuro, tutto risolto nell’ondivago tragitto automobilistico, in un cantiere a cielo aperto di una città che non comprendiamo più, una città in cui ci sentiamo stranieri. La durezza di questa città la sentiamo noi, mentre chi viene qui per lavoro la conosce meglio, si muove meglio – per necessità e per abitudine alla durezza – in questa città così ambiguamente accogliente (a parte l’accoglienza turistica “vocazionale”). Può sembrare cinica e paradossale questa considerazione che vede negli immigrati stranieri una città più a loro misura che non alla “nostra”.

Sono loro che usano i mezzi pubblici, loro si prestano alla mobilità urbana ed extra urbana con paziente accettazione e puntuale utenza. Loro, infine, tracciano nuove mappe di geografia urbana. Ma quando diciamo “nostra” cosa intendiamo? Intendiamo, siamo sinceri,  un senso di perdita. Tutte le nostre pulsioni appropiative sono perdenti. La voce grossa neo razzista o leghista è voce irrilevante rispetto al moto epocale. Le voci razziste, insieme al perbenismo ipocrita, servono a far dimenticare che le difficoltà, ormai, saranno per tutti noi. Il problema della sicurezza in Italia sta diventando un problema di paranoia, di distonia mentale, di servilismo mediatico, di ipocrisia nazionale.

Rimini è il paradigma della trappola. Qui si è trovata una formula nuova: si pubblicizza un “bon vivre” che verrà prima o poi sanzionato. Si fa cassa. Qui puoi fare tutto, basta pagare e avere buoni avvocati. Rimini è la città degli avvocati. Chi ci vive è preso nella morsa. La nostra vita “normale” ne è stravolta, siamo irrigimentati, e cominceremo a vivere da clandestini a casa nostra.

Siamo tutti clandestini. Rimini vende tutto, contro di noi che ci viviamo, vende l’oggettistica vintage di Mussolini in tutti i negozietti di Marina Centro, per i turisti, ma contro di noi; come se commercio e fatturato fossero valori così alti da rendere i residenti inutili e desueti.

A Rimini letteratura in cucina.

giovedì, 17 dicembre 2009

 

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A Roma, nei piccoli ristoranti grotticine per turisti di Via del Pellegrino o intorno a quell’isola precaria e in parte ancora felice, che si estende idealmente sino al ghetto, non si parla più come  sorpassati ristoratori ma si fa letteratura. Per l’ordinazione vi si dice: “ora vi narro le cose salienti della giornata” e di seguito la lista del mangiare. Leggere il menu è come leggere un racconto minimalista. Qui a Rimini nella serata del 21 dicembre, in una cantina dal nome affascinante, letterati si incontrano per dialogare su un libro. L’invito che ho ricevuto prevede l’adesione ad una cena successiva che si presenta allettante. Il menu viene presentato, anche qui, come “un succinto racconto”. La cosa a colpirmi è la prima offerta, l’entrèe: L’uovo e la cipolla.

Tutto è riportato alla separazione degli elementi, ricondotti a immagini primarie come in un libro illustrato per bambini. Non si tratta di uovo e cipolla, non identitari e mescolati in un unico piatto (o unica parola) e neppure di uovo con cipolla. Noi non sappiamo come gli elementi saranno giocati tra loro nel piatto su cui mangeremo. Per saperlo, dobbiamo leggere la narrazione, e dunque ordinare quel piatto. In ristoranti con clientele selezionate ci sono menu con brani di Baricco o di Hemingway. Insomma la letteratura si è sempre occupata della cucina, gli stessi termini sono interscambiabili nei reciproci mestieri ma qui è la cucina che si occupa di letteratura, che l’ha ben compresa facendola propria. Tutto dunque andrebbe allora rovesciato. La letteratura dovrebbe essere il menu stesso mentre per la cena si elencano gli ospiti letterari i quali, anche se non trovano nulla da mangiare, si mangiano tra loro per la gioia del pubblico già sazio di geniali e narrativi menu.

Fellini a Fellinia

lunedì, 12 novembre 2007

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Ogni anno, a Fellinia, qualcosa s’ha da fare per il nostro illustre concittadino Federico Fellini. Quest’anno convegno internazionale sul “Libro dei miei sogni” del Maestro. Erano tre libroni neri chiusi in un un armadio ma ne restano solo due, il terzo pare perso o rubato in un trasloco e comunque su tale misteriosa scomparsa c’è da lavorare per la Fondazione. Naturalmente, trattandosi di trascrizioni grafico-letterarie di sogni, gli psicoanalisti, o l’approccio psicoanalitico, pare abbiano avuto la meglio, salvo poi essere elegantemente e saggiamente opacizzati da Ermanno Olmi nel suo intervento conclusivo, in occasione del premio Fellini a lui insignito quest’anno.
Il regista si è augurato di non sognare per un po’ di tempo e di lasciar perdere l’interpretazione dei sogni di Fellini.
Malauguratamente per lui il trapassato maestro, in un allegro disegnino di molti anni fa, auspica che Olmi giri un film ispirato al contenuto onirico espresso dal disegno-raccontino.
Il premio, dunque, assume il valore di un “ricattino” ad Olmi che aveva già deciso di chiudere con il cinema, anche perchè lo sogna, sì, ma nell’aspetto ormai di un vero incubo.
Il morto potrebbe quasi perseguitarlo, visitandolo la notte, sino a quando non girerà il film ingiuntogli sia prima che dopo il trapasso.
Jaqueline Risset acuta, leggera, affascinante come sempre, Boatto interessante ma era stanco, Lodoli, che ci piace poco quando lo leggiamo su “La Repubblica”, è stato abile e divertente circa le “bugie” del maestro. Lodoli ha “veramente”, lo avevamo dimenticato, il phyisique du rôle dell’intellettuale di sinistra-professore-scrittore romano, è perfetto, persino con giacca di velluto stazzonata giusta. Va protetto. È bravo.
Pupi Avati, con il cronometro incorporato, arriva tre minuti prima del finale di Olmi per consegnare il premio; poi apoteotico finale di partita serale, in allegria internazionale.
Per il resto un Vittorio Boarini-Groucho Marx ansiosamente saltellante qua e là come un ciambellano.
Saluti da Fellinia.

Notti Malatestiane

giovedì, 6 settembre 2007

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Sul “maggiore” e sul “minore” si sono sempre intrecciati innumerevoli equivoci.
Il “maggiore” di oggi potrebbe svaporare domani, mentre il “minore” crescere, conquistarsi un futuro, se qualcuno lo riattualizza. Anche parole come “marginale”, “inattuale”, “sommerso”, “residuale”, “locale” sono sottoposte alla variabilità delle prospettive storiche ed al piacere della ricerca. C’è, infatti, una tendenza glocal – sì, la parola non è un granchè – che segnala un “trattenere” ciò che ci è vicino in una prospettiva spaziale estesa, colta, sensibile.
Nell’ambito artistico, poi, come si sa, le verità si susseguono come abiti di collezione in passerella, mutuandosi poi nel prêt-à-porter; di conseguenza nulla è dato una volta per tutte. Forse Fellinia non ci farà precipitare tutti in una Global City indifferenziata, visto che qualcuno ci ricorda il nome originario, Rimini, e gli uomini che la abitavano; e che la abitavano, soprattutto, artisticamente, poeticamente, musicalmente.
Coraggio artisti! Sperate, lavorate, create! Create nel quotidiano, nel “minore”, come se il vostro fosse un mestiere, molto bello, ma come tanti altri.
Meglio un futuro da minore di successo dopo morti, accolto da persone intelligenti, che un’onnipotenza fallita oggi, appena appena percepita da contemporanei cretini distratti, che contribuiscono al vostro insuccesso.

Sofferenza a Fellinia

giovedì, 5 luglio 2007

totem

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Siamo al pronto soccorso dell’ospedale di Fellinia, in una mattina di un giorno estivo qualsiasi, non di un fine settimana (per fortuna); un giorno qualunque ove un milione e mezzo di persone circolano variamente in questa capitale del divertimento e della gioia. A fine estate gli amministratori-teatranti urleranno di gioia, contandone sei o sette milioni.
Là fuori le notti rosa e la vacanza, qui invece si soffre e si viene per essere assistiti, aiutati, alleviati, risanati.
Su dieci donne che tra qualche ora dovrà partorire otto sono turiste, venute qui in vacanza al nono mese, forse con auspici anagrafici tutti da decifrare.
Già si narrano saghe ove nella famosa notte rosa donne abbiano partorito nei prati.
L’ottimo personale medico e paramedico ti fa capire che solo le risorse umane, e professionali, riescono miracolosamente e generosamente a far funzionare una macchina che altrimenti potrebbe implodere da un momento all’altro.
Lo stesso spazio fisico è inadeguato: i corpi, distesi nelle lettighe, sono esposti allo sguardo, offesi nella loro dignità e nel loro privato più intimo.
Vedi un conoscente, ora fragile ed indifeso; gravi e meno gravi si alternano in uno spostamento continuo nel corridoio di pochi metri quadri tra intrecci di flebo tra familiari accusati di ostruire il passaggio e di ostacolare il lavoro sanitario.
Ma questi familiari sono lì per provvedere ad uno stato di necessità elementare: acqua, una bibita zuccherata, una coperta, spostare autonomamente un letto mobile per allontanarlo da una corrente d’aria, assistenza psicologica, conforto durante le lunghe ore di attesa, cinque, sei ore, e qualcuno preferisce andar via non potendone più.
Questa macchina parallela riesce a fatica a funzionare, così come continua a funzionare quella del piacere, la grande Fellinia a poche centinaia di metri da qui.
Questo pronto soccorso non è in grado di accogliere la città del dolore, è, oltre ogni evidenza, assolutamente inadeguato. È come un fortilizio in miniatura che osa fronteggiare una megalopoli vera e potenziale che lievita in questi mesi estivi.
Sapere che ogni giorno, ogni notte, si possa dire: “anche oggi ce l’abbiamo fatta” (vale per un turno) non è confortevole, ma è solo il linguaggio autosalvifico e parziale di una emergenza dopo ventiquattro ore di emergenze ormai quasi incontenibili.
Qui non siamo in un luogo ove vige l’armonizzazione e la razionalità, ma in quello del limite, del border-line, ove si congiungono le fatiche dei medici degli infermieri e di tutti gli altri (tutti quelli che ti “salvano”, indipendentemente dalla qualifica) e la estenuante attesa dei sofferenti, soprattutto gli anziani, insomma noi, io, tu; tutti siamo anziani, è solo un problema temporale.
Alla città del piacere, che accoglie turisticamente il buco del culo del mondo, non corrisponde una adeguata accoglienza del dolore.
Siamo in un luogo, stamattina, che rappresenta la nostra verità, nuda, reale, nera, dura, secca.
Da questa postazione, ne siamo certi, tutto è così poco rosa!

Fellinia 8. Paesaggi

martedì, 3 aprile 2007

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Fellinia 7. Un Museo

martedì, 27 marzo 2007

uomini

Mi sono spesso chiesto ultimamante se sia utile e fattibile un Museo d’Arte moderna e contemporanea per la città accompagnandomi a retropensieri, dopo qualche dibattito della primavera passata – sociointeressante, spesso mal posto, vocazionalmente autodistruttivo, intimidatorio – scivolati sulle colonne di alcuni quotidiani molto local.
Inevitabilmente il mio ricordo è andato alla Grande Madre delle questioni, il Teatro Galli, a quel non c’è che c’è, che tanto ci ha appassionato come tutti ricordano.
Vi chiederete cosa c’entra il Teatro con un Museo d’arte contemporanea ma l’accostamento è meno peregrino di quel che sembra.
Dopo sfibranti bizantinismi sul dove e come, ove il mio nobile macellaio si è scoperto ingegnere acustico ed il mio medico un restauratore filologico, il rudere è ancora là e sarebbe ora di trasformarlo in monumento alla pace come la rovina della Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche a Berlino.
Ora, per volere un teatro, occorre un pubblico e una sensibilità cittadina per la musica e la scena, musica di ieri e di oggi, occorre cioè che ci sia il “desiderio” di un luogo che, vissuto come “mancante”, si vuole costruire.
La mia impressione, vista l’annosa questione cittadina afflitta dal perenne garbino, è che probabilmente i fellinesi non sentono la mancanza di un teatro, inconsciamente forse non lo vogliono ma amano parlarne; allo stesso modo non sentono la mancanza di una passata borghesia, irricostruibile, che volle quel teatro, soprattutto quel “tipo” di teatro e che ben gli si adattava.
Il fellinese ha più dimestichezza con la nostalgia che con la malinconia, sentimento quest’ultimo più pensoso e laborioso.
Per il Museo la questione è affine e rischia anch’essa di essere implosiva perché il luogo non può essere l’espressione solo di pochi singoli volenterosi o di eroiche, appassionate consorterie ma, volando alto, farsi magnete, unendo le ragioni di mercato (ormai globalizzato) e spirito di ricerca e sperimentazione, concertare locale e globale. In una parolaccia: glocal.
Il cocktail composto da Sistema, narcisismo degli artisti, interessi di galleristi e collezionisti, vari “parvenues”, qualità e professionalità, successo di pubblico, servizio culturale, ricerca, storia, è sicuramente per stomaci forti e occorrono barman di scuola. In queste latitudini non ne vedo.
L’arte è sempre anticipatrice, anche di conflitti d’interesse e di protezionismo economico nonchè di questioni e scontri “religiosi”: è la religione dell’arte, con la casta sacerdotale dei suoi adepti, una setta secessionista che, molto spesso, recita l’avanguardia.
Staremo a vedere, si spera, se i fellinesi vogliono e “desiderano” davvero un Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, a risarcimento del teatro che ancora non c’è.
Da cittadino fellinese, per ora dimissionario, mi piacerebbe così:
1 – Un Museo ove non ruotano i “furbetti del quartierino”.
2 – Un Museo alle cui inaugurazioni vadano molti giovani e meno autorità.
3 – Un Museo che mi faccia pensare e sognare non obbligandomi al dibattito, per quello c’è già la tivù, andate a Ballarò benedettoiddio.
4 – Un Museo che non ricicli roba di seconda e terza mano pensando che noi siamo tutti idioti che tanto l’arte non la capisce nessuno.
5 – Un Museo che piaccia ai bambini.
6 – Un Museo con una collezione permanente e in continua evoluzione che, acquisita in parte con i nostri soldi, non ci faccia vergognare di noi stessi.
7 – Un Museo da cui si viene e non solo si va.
8 – Un Museo progettato da un semplice bravo architetto, e non necessariamente da un’archistar.
9 – Un Museo ove si possa fotografare tutto.
10 – Un Museo dove non si paga il biglietto ma si fanno libere offerte.

Fellinia 6. Periferie

mercoledì, 14 marzo 2007

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Le periferie non esistono; se avete nostalgia delle periferie guardatevi i quadri di Mario Sironi e respirate una buona pittura italiana con un catalogo sulle ginocchia seduti nel vostro living room.
Le periferie a Fellinia non esistono, ormai tutti i vuoti sono accupati, tutte le caselle riempite. Rimangono residui melanconici, esili prede in attesa del morso predatorio.
La luce ormai pervade gli angoli più occulti; Fellinia è una radiosa ville lumiere.
Nuove mappe, spaesanti persino ad un residente di appena un anno fa, segnalano luoghi ove si accumulano centri benessere, poliambulatori arredati come discoteche (ma senza rispettare normative per disabili e piene di barriere architettoniche), centri commerciali e multisale, involucri per concerti, indecifrabili edifici con vite intruse, parcheggi sconnessi; tutto segmentato da labirinti di strade – che ricordano l’inestricabile sistema nervoso piuttosto che quello arterioso – che contornano distrattamente qualche “campetto” o residuo patetico, una specie di dente cariato in una proresi dentaria.
Le funzioni della città parallela devono tuttavia rispettare la scansione del tempo e accettare zone morte della fruizione occupate da «altro».
Piccoli gruppi di giovani saettano con i motorini organizzando raid provocatori contro gli “abitanti della notte” in questa città radiosa costretta a spegnersi fisiologicamente in certe ore. Vengono chiamati “travoni”, indicando transessuali, gay, probabilmente muscolosi e palestrati in grado di difendersi. In una città che offre tutto bisogna inventarsi qualcosa per non annoiarsi, poveri ragazzi. Di conseguenza, spesso, i “travoni” lanciano pietre anche ad un ragazzino per bene che alle ore 21 attraversa le strade radiose della nuova città. Il boy-scout, il ragazzo appena uscito dall’attività della parrocchia, la futura promessa del calcio di ritorno dagli allenamenti, si chiede perché mai quei giganti vestiti da donna gli lanciano pietre solo perché lui è costretto a passare di lì, ci abita. Naturalmente si invocherà l’ordine ed il rispetto della morale, si chiederà il controllo poliziesco per la difesa del cittadino, il controllo del territorio, quel territorio aggredito in modo immorale violento e affaristico, “legale” tuttavia devastante, che non concede interstizi alla nuda vita e che di conseguenza non può ammettere periferie urbane o esistenziali. L’ordine viene evocato, spesso, e tardivamente, dai costruttori del torbido.

Fellinia 5. Strade musicali

sabato, 3 marzo 2007

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Nel centro storico di Fellinia – città godereccia spiaggereccia ove è bandito il dolore e sono accolti solo il sorriso il piacere ed il consumo – c’è un’antica strada romana, ora intitolata ad un eroe patrio, che è arredata acusticamente da una musica perenne, gioiosa.
L’acustic-design accompagna la vita quotidiana di questa via felice e canzoniera. Forse c’è un art director della strada.
Il Signor Giovanni, di ritorno da una visita medica in cui gli viene prescritta una biopsia con un probabile e prossimo intervento chirurgico, attraversa questa strada felice ascoltando Elvis Presley che gli racconta una storia diversa e molto curativa:

Gonna tell Aunt Mary about Uncle John
He claims he got the misery but
He’s havin’ a lotta fun
Oh baby yeah baby whoo-oo-oo-oo baby
Havin’ me some fun tonight
Well long tall Sally she’s built sweet
She’s got everything that Uncle John needs

(Racconterò alla zia Mary dello zio John
Lui afferma di essere caduto in miseria invece
Si sta divertendo molto
Oh piccola, sì piccola, whoo-oo-oo-oo piccola
Fammi divertire un po’ stanotte
Ebbene Sally la spilungona è stata creata per essere dolce
Lei ha tutto ciò di cui ha bisogno lo zio John)

La signorina Fanny invece ha da pochi giorni perso il padre ma verrà consolata da Otis Redding (vi piace il Vintage vero?) e sarà distolta dal pensiero della morte.
Tutti i depressi, gli infelici, o coloro che sono stati sanzionati dal fisco per un errore modulistico, i supermultati dalle guardie svizzere municipali, gli afflitti dall’assegno di mantenimento, i collezionisti di bollette, i grassi, i marginali e i desueti, gli inattuali, i vecchi, i poveri affetti da una falsa rappresentazione di sé, i malati, i pensosi, insomma tutti coloro che non si sentono “a posto” dovrebbero passeggiare in questa bella strada, farsi massaggiare dalla musica e lasciarsi ipnotizzare dalle vetrine dei negozi. E poi, questa strada, mantiene ancora qualcosa del profumo dell’antico borgo natìo, che fa la differenza con altre strade del centro!

Fellinia 4.

lunedì, 12 febbraio 2007

mare

Le attività espositive d’arte nella città, quelle che si svolgono negli spazi pubblici, come la Galleria dell’Immagine in via Gambalunga, un tempo prestigiosa, o negli spazi che si collocano nella visibilità del nucleo storico, nella “piazza”, lasciano trasparire un’idea dell’arte molto “democratica”, impostata su un’idea sociologica e populista piuttosto discutibile che mescola confusamente, o furbamente, un concetto di creatività a cui tutti avrebbero diritto, con quello dell’esponibilità, che riguarderebbe invece il “mostrarsi”, l”esserci”, attività pulsionali anch’esse rattrappite dentro il buco psico-sociologico, oggi diffusissimo, che in definitiva si traduce più o meno nell’imperativo dal rifuggire dall’anonimato e nel desiderio di apparire: emergere dal fondo anonimo della città di provincia, del quartiere, persino del condominio, contro ogni pudore, quindi “spudoratamente”. Distonìe esistenziali che molto spesso con l’arte non hanno nulla a che vedere.
Il motivo rap è: io esisto, ci sono, io valgo, io ho diritto ad esserci, se lo fai tu lo faccio anch’io, spostati stronzo/a che ci sono anch’io.
Tutti vogliono essere qualcuno come profetizzava il grande ”idiota” del XX secolo Andy Warhol. Solo che quella manciata di minuti profetizzati dal maestro pop si allungano sconsideratamente.
La città iperrealista per eccellenza, Fellinia, per suo destino, deve soddisfare questo imperativo democratico-mediatico fatto di comparse e caratteristi d’occasione: tutti devono apparire prima o poi. Basta mettersi in fila.
Il vero Monumento a Fellini è la città stessa, che ha preso per vere le città fantastiche del “Maestro”.
Per paradosso, se tutti appaiono, alla fine sono tutti anonimi. Todos caballeros.
Non so bene come funzioni la lista dell’apparire, immagino domande in carta semplice ad un ufficio preposto ove un impiegato comunale, in assenza di scelte sulla qualità, si arrangia come può e cerca di districarsi, magari sopravvalutandosi assumendo, suo malgrado, un ruolo che non gli compete.
La presenza da alcuni anni dell’Accademia di Belle Arti in città, istituzione privata, non ha aggiunto nulla di nuovo, anzi, ha acuito e accelerato tale implosione estetico-mediatica. Le mostre degli studenti dell’Accademia invadono gli spazi pubblici più per forme pubblicitarie che per esibizione di percorsi didattici, attraverso ginnastiche prodotte da studenti post-artisti che già dopo il giorno dell’inaugurazione ripiombano nell’afasia avendo già goduto del loro esser-ci autorappresentativo.
Anche per loro una mostra, dentro spazi pur prestigiosi della città che vanno tuttavia degradandosi per la qualità espositiva – offendendo l’anima che gli edifici storici silenziosamente custodiscono non potendo reagire – hanno la durata dell’apparire. Hanno capito tutto. Studenti del primo o secondo anno espongono libere creatività e installazioni tirate su alla meglio nelle vetrine più visibili della città e hanno già consumato, virtualmente, annoiandosi, una carriera, ove tutto appare facile e gestito. Eppure così si fa loro solo del male.
O forse le carriere si costruiscono oggi proprio così, sbadigliando e operando sul vuoto, avvoltolandoci sensualmente nella sicurezza e nel benessere consumistico del “tutto ci è dato” e del “non ne ho voglia più”. Ben vengano allora i “nuovi” italiani stranieri che ci danno la sveglia.
Quest’idea socio-politica che vede l’uomo creativo rotolarsi per terra tra pennarelli e colori, invaso da un delirio espressivo che non si capisce ove venga attinto, che si è insinuata nella testa di alcuni amministratori che hanno tardivamente scoperto l’arte senza mai averla attraversata, è pienamente visualizzata nei manifesti che di anno in anno rappresentano Rimini, alcuni brutti ma che piacciono al mondo “facile” e di bocca buona.
In genere si chiede, in accanimento terapeutico, di realizzare queste opere grafiche a persone che non sono in grado di realizzarle perché svolgono altro mestiere pur essendo vip, marginalizzando così i professionisti. Per fortuna, mi pare, che per il 2006 si è scelto un artista, riminese; molto meglio così.
In mezzo a questa esplosione di creatività pubblica ci sono i privati, le gallerie, qualcuna giustamente si “ritira” nelle sue vetrine minimaliste, tuttavia stimolo di desiderio per amatori e collezionisti. Isola giusta, che ristabilisce le regole. Quelle del mercato. Naturalmente qui le velleità culturali non mancano, invitandoci a dibattiti sull’arte di Picasso e altre “novità contemporanee” dell’ultima ora.
Evidentemente tra sociologismo populista pubblico e alterità del mercato privato sembra ci sia un rapporto reciproco e funzionale, come tra il vuoto e il pieno, e le carriere percorrono strade impensate, pur di abbeverare qualche Narciso frustrato e il portafoglio di qualche finto invisibile.

neve rimini

Rimini in blu oltremare. ©

martedì, 23 gennaio 2007

blu

Traccia

La storia è ambientata a Rimini.

Un delitto. La vittima è Melluso, professore e direttore dell’Accademia di Belle Arti della città.
Uomo dai mille traffici, di origini calabresi. L’attività principale, semiclandestina, è il traffico di quadri (a volte falsi).
Il commissario Antonio Guerrera, di Napoli, è a Rimini per ferie forzate; alle spalle una storia poco pulita nel napoletano. Potremmo anche dirla, ma non ora.
Suo malgrado Guerrera indaga sul delitto.

I personaggi:
Mara, la proprietaria del forno di fronte la questura, che insinua ipotesi su Melluso.
Vittoria D’Annunzio, di Pescara, studentessa dell’Accademia; si è trasferita a Rimini per via del fidanzato di Santarcangelo con cui litiga sempre; pittrice di grande talento produce dei falsi e false autentiche per Melluso; forse iniziale relazione con questi.

La segretaria dell’Accademia, moldava, una sfinge che è tutt’uno con Melluso, deve continuamente rinnovare il permesso di soggiorno, forse Melluso la ricatta.

La prostituta che scopre il cadavere di Melluso alla Cagnona, giovane ragazza rumena, ha fatto la scuola d’arte nel suo paese, suona il pianoforte, si chiama Andrea; brava ragazza.

Il proprietario della discoteca che aveva sempre un tavolo per la cricca di Sciarra.

L’amico di Guerrera, compagno di corso nella Polizia, riminese, è il collegamento tra Guerrera e la questura di Rimini.

Alcuni studenti dell’Accademia.

I luoghi:

Il bagno 16
Corso d’Augusto, sede della questura e della bottega del pane
La sede dell’Accademia
Le colline di Covignano
La Cagnona a pochi chilometri da Rimini
Forse la Fiera
Il borgo di San Giuliano
Riccione, viale Ceccarini
Marina centro e il Bar delle rose
La discoteca Villa delle rose
Il Grand’Hotel di Rimini (prostitute lituane frequentate da Melluso ed altro…)
Una domenica di fuga a Ravenna

IL BLU

Il blu è il colore dei falsi pastelli attribuiti a Mario Schifano che Melluso vende ai notabili della città.
La polvere blu si trova nel volante dell’auto del professore e sotto le sue unghie.
Frammenti dello stesso blu (stessa marca tedesca, Faber Castell – Polycromos) in altri luoghi. Nella scatola di colori della D’Annunzio manca il blu tipo oltremare trovato invece a casa del Melluso.
Vanno descritti i falsi pastelli, il loro ritrovamento tracciano profili dei personaggi.

Il personaggio principale:
Il commissario Guerrera; è un melanconico ma non depressivo.
Parla in modo desueto e ricercato.
La sua lettura preferita è il dizionario.
Bell’uomo, alto, quarantotto anni, single genetico, elegante ma trasandato, bravo in cucina ma pigro, gli piacciono molto le donne mature e preferisce lasciarsi prendere piuttosto che faticare, nel suo piccolo è collezionista d’arte, preferibilmente disegni e acquerelli di paesaggio fine Ottocento, ironico e cinico senza farsene troppo accorgere, bravissimo nelle indagini.
Molto spesso i suoi viaggi melanconici lo distolgono dalla realtà e di frequente filosofeggia. Sembra parlare tra sé e sé.
Guerrera arriva a Rimini dopo una lunga astinenza sessuale.

Guerrera è già all’opera per l’omicidio Melluso.
La signora del forno gli darà alcune informazioni.
Qui di seguito incontro e il resto.

Se c’era una cosa che non doveva mai mancare a casa e sulla tavola era il pane.
Per il commissario Guerrera la spesa del pane veniva prima di ogni cosa, in qualunque situazione si trovasse, anche nel mezzo di una retata, si fermava a comprare il pane. Dopo la Questura di Rimini venne subito il forno, proprio lì di fronte, sul Corso.
Una boutique del pane a dire il vero: Panificio Pinelli. Dell’antico forno manteneva solo l’insegna, dipinta a mano, svolazzante e pre-felliniana. Di autenticamente felliniano, in un pigro giro di memorie cinematografiche, Guerrera vedeva solo la cassiera, forse signora Pinelli, esageratamente stagliata dal resto dell’arredo, quasi un esperimento ottico teso a dimostrare che gli altri, le sue commesse e i suoi clienti, sono entità minori, mentre chi cliente non lo è ancora, come Antonio Guerrera, presto entrerà nella sua rete prensile e possessiva.
La signora Pinelli. Di quelle romagnole quasi cinquantenni che t’ingannano, con il loro aspetto puttanesco. Dietro l’immagine troiesca potrebbero riservarti romanticherie, una cultura, l’assiduità a teatro e ai concerti, un’arcaica saggezza, persino lunghe conversazioni, mentre tu aspetti che ti succhi anche l’anima. E di esercizi dell’anima, Guerrera, ne sperimentava da mesi una nervosa astinenza.
Con donne così guai a far coincidere immagine e azione. L’immagine va tenuta a distanza e gustata in segreto, negarla quasi, mente l’azione va intrapresa attraverso aggiramenti concentrici, utilizzando le armi della gentilezza e della poesia; devi sempre usare lo spirito se vuoi ottenere la carne.
«Buongiorno Dottore, se ha venti centesimi le do un’Euro, ecco tenga, le auguro buona giornata.» Il sorriso era largo facendo concentrare lo sguardo di Guerrera solo sulla bocca, plastica, carnosa, bellissima. Il corpo della donna lo leggeva attraverso la bocca, come un macrosegno che conteneva tutto il resto.
«Grazie signora Pinelli, il vostro pane è proprio buono, ve lo dice un napoletano. »
«Che bel complimento, l’ho capito subito che lei è un signore. Lo so che lei è di Napoli, tutta la questura viene qui, e si parla e si racconta, qui vengono le persone migliori della città.
Non sempre veramente. Non mi fraintenda, in genere sono discreta, ma Melluso, il direttore dell’Accademia, un mio cliente assiduo, per me non è che fosse tanto una brava persona. Pace all’anima dei morti ma non è che da morti poi migliorano. Sì, va bene, era in vista, conosceva bene i politici, riusciva ad ottenere quello che voleva ma io l’uomo lo giudico per quello che è veramente, per quello che c’è dietro la facciata, io lo capisco al momento, subito, e raramente mi sbaglio. »
«Signora io penso che i miei colleghi vengano tutti qui da lei a fare spesa anche per la piacevolezza della sua conversazione e non da ultimo per il suo indubbio fascino. »
«Lei Dottore ha un modo di parlare che sa colpire le donne. Mi chiami Mara, se ha bisogno di me per qualche informazione innocente io sono a disposizione, magari ci prendiamo un caffè, un gelato, come vuole lei. »
«Grazie, forse la disturberò, lei è molto gentile. Io mi chiamo Antonio, arrivederci. »
Ma dopo due giorni di spesa, fatta anche di pomeriggio per tutta quella fame di pane, le cose non andarono nel verso del caffè o del gelato.
Si incontrarono di notte sulle colline di Covignano. Arrivarono ognuno con la propria auto, lei salì su quella di lui e ne fece di tutti i colori.
Guerrera non si sbagliava, il suo fine corteggiamento alla fine otteneva il risultato voluto, debordandolo. Mara era uno stantuffo, instancabile, lo liberò due volte dalla lunga astinenza dell’anima ed alla fine era sopraffatto, annullato, annichilito, lui, che uomo lo era sino in fondo ma che non si aspettava questa macchina sessuale.
E Mara poi, dolcemente, accovacciandosi su di lui ormai rattrappito sul sedile dell’auto, iniziò a parlare.
«Antonio, io ti devo dire una cosa, ma non lo so se questo ti può servire, comunque non credo che io possa essere coinvolta più di tanto. »
Fece una tirata di Camel mentre con l’altra mano giocava con il pene del commissario, conservandolo nel dormiveglia, nel non si sa mai.
«È una cosa che riguarda il professor Melluso e me. Non quello che puoi pensare, io sono riservata e le storie me le so scegliere, no, la cosa riguarda un rapporto di affari, anzi di un certo affare che Melluso mi propose l’anno scorso. All’inizio non gli diedi molto credito ma visto che certe persone amiche mie, tra cui il notaio Farinelli, avevano comprato da Melluso alcuni quadri, io mi fidai e accettai di acquistare da lui dei disegni, pastelli per la precisione, di Schifano.
A casa di miei conoscenti di quadri di Schifano ne ho visti diversi ma qui si trattava di un affare, di cose rare, perché di pastelli di Schifano, che lui avrebbe fatto negli ultimi anni della sua vita, diceva Melluso, non ce n’erano tanti. Poi l’altra cosa che rendeva questa roba di valore è che i pastelli erano tutti blu. Venti in tutto. Io ne comprai tre, il notaio Farinelli cinque, il direttore della biblioteca due, il resto non lo so. Il fatto è che un paio di mesi fa vennero in negozio due studenti, una coppia, che litigavano. Sentii fare il nome di Melluso e lo studente disse alla ragazza quasi urlando: “te se non te la smetti con quel cazzo di Melluso e la storia dei pastelli di Schifano ti vai a ficcare in qualche guaio” e lei gli risponde “te pensa a quel mazzo di stronzi del teatro che frequenti e tornatene a Santarcangelo e non mi rompere il cazzo”. Insomma a me m’è venuto qualche dubbio. E se fossi stata fregata?»
«Cara mia, da quello che abbiamo appurato, e nel dirtelo confermo il rapporto fiduciario che vado intrattenendo con te, di fregature il nostro professore ne ha spalmate in abbondanza. Ma la reticenza è ancora un muro gommoso. Gli studenti per esempio. Lo chiamavano tutti per nome dandogli del tu, ciascuno è implicato in qualche imbroglietto e furberia, vuoi per le firme di presenza alle lezioni, per gli esami, per il materiale della scuola non inventariato e disponibile al furtarello, insomma i primi veri complici sono proprio questi ragazzi, lagnosi e aggressivi insieme, vittime ma solidali verso l’illegalità diffusa, per opportunismo, perché hanno sempre qualcosa da nascondere.»
«Ma Antonio, questo però accade ovunque, è il costume italiano.»
«Pensavo fosse quello napoletano… fa lo stesso. Qui non me lo aspettavo, nessuno collabora. Poi hai letto i giornali? Sono poveri studenti, la condizione giovanile. Se tu avessi visto le cose a Napoli. Qui sono tutti viziatelli mi pare. Ma la resistenza allo stato puro è la ragazza pescarese, la D’Annunzio. Lei ha addosso una cotta di maglia. Ma come fa ad essere così sicura di sé? Si paga un prezzo o i mostri sono proprio così, al naturale? Non dice nulla, non ci aiuta in nulla.»
Mara viveva nei doppi registri e arabescava con la mano con il pene di Guerrera e in questi momenti, rugosamente più pensosa, dava il meglio di sé, donna intelligente mascherata da gran troia, riponeva tutta la sua saggezza per lui, uomo vero come solo nella fragilità si può veramente esserlo, rispondendo pazientemente ad ogni suo pensiero tendente al nero, com’era sua abitudine.»
«Queste sono persone normali Antonio, non mostri. Con i disadattati, gli incazzati, gli imperfetti io mi sono sempre trovata bene. I normali mi spaventano, quelli che dopo aver commesso una strage i vicini di casa dicono di loro: “era normale, una persona tranquilla”. Dimmi tu.»
«Ma la ragazza non è sospettata, è solo che non vuole definire il quadro, vuole essere solo cornice ma non lo è.»
In collina arrivava l’alba della marina e la signora Pinelli ormai manducava mollemente il pene anch’esso albeggiante del commissario che alla fine le riservò una milite ed esangue ultima sorpresa.

martedì, 16 gennaio 2007

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lunedì, 15 gennaio 2007

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