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Il suicidio ordinato.

mercoledì, 28 luglio 2010

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marchetti 3 torri.

Tra i vari tipi di suicidi oggi parleremo del suicidio ordinato. Per suicidio ordinato intendiamo il suicidio pensato, pianificato, curato nei minimi dettagli. Evidentemente anche la vostra immagine da morto deve essere ordinata e pulita, persino elegante. Dell’abito da indossare tratteremo più avanti. Evitate farmaci, che potrebbero dare problemi antiestetici dopo, o il retorico taglio dei polsi con tutto quel sangue, e poi è un suicidio troppo lungo, potreste annoiarvi. Sconsiglierei anche l’impiccagione perchè è una mancanza di rispetto per chi vi vedrà per primo. La pistola è sempre il mezzo migliore. Va bene anche il fucile ma dovete avere braccia molto lunghe per raggiungere il grilletto. Evitate il colpo alla tempia o al cuore, potreste sopravvivere e restare magari menomati a vita; direzionate l’arma nella parte interna della bocca, verso l’alto, in modo che il proiettile trapassi il cervello e fuoriesca dal cranio. Ci sarà sangue, ma voi vi munirete di protezione indossando ed esempio un impermeabile o forando una grossa busta di plastica infilandoci la testa e facendo attenzione affinchè il corpo ne sia avvolto. Sotto indosserete il vostro abito migliore, che resterà pulito. Consiglierei un colore grigio scuro, camicia bianca e scarpe nere, mocassini, con la suola intonsa. Niente cravatta. Dovete evitare di farvi vestire da altri, questo è molto importante. Non sparatevi in macchina o in luoghi poco sicuri meglio a casa vostra, non in piedi o a letto ma in poltrona, in modo da avere un rilascio del corpo contenuto e accettabile. Fate delle prove. Se siete soli lascerete accanto a voi in busta chiusa le indicazioni circa il dopo. La persona a cui destinerete la lettera dovrà essere scelta con cura, qualcuno di cui vi fidate e che svolgerà le procedure dai voi indicate con ordine e la minore partecipazione emotiva possibile. Se non avete nessuno a cui ricorrere scriverete una lettera qualche giorno prima alle onoranze funebri con cui avevate già stipulato un contratto e pagato in contanti. Se avete famiglia lasciate più lettere, diversificate e personalizzate, questo farà sentire i vostri familiari molto gratificati. In questo ultimo anno avrete messo da parte del danaro, che lascerete alla famiglia; danaro che la famiglia non si aspettava. In questo modo sarete molto apprezzati a differenza di tanti che se ne dipartono lasciando debiti. Ricordatevi di ripulire computer e hard disk lasciando le cose meritevoli di essere ricordate. Cestinate le foto in cui siete venuti male. Se intendete esporre il vostro corpo scegliete un allestimento sobrio, ravvivato da colori ed una tivù accesa, con della musica, magari potete farvi sistemare in poltrona, per ricordare il modo in cui avete lasciato questo mondo. Vorrei insistere sul fatto che ad un suicidio ordinato ci si arriva col tempo e tanta pazienza e che nulla deve essere lasciato al caso; la cosa più importante è il prima e il dopo, l’atto in sè è semplice. Il dopo lo è di più, in  quando non ci sarete e non potrete più intervenire su situazioni che non vi soddisfino (come saperlo poi?), ecco perchè una buona programmazione è di importanza vitale, direi “mortale”.

Marina Mannucci in quattro numeri

venerdì, 19 marzo 2010

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antonio marchetti madre.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Polifonia del femminile.


Numero uno

Sono ormai 12 anni che tutte le mattine prendo la corriera per recarmi a scuola, ieri con il grembiulino bianco e il fiocco, oggi con i jeans e la felpa con il cappuccio. Quando è ancora buio, ed il freddo irrigidisce anche i pensieri, sono tra le prime a salire, tra i posti ancora vuoti scelgo il penultimo in fondo a destra, lì, anonima, passo inosservata, il cappuccio sempre sollevato, volgo lo sguardo fuori dal finestrino. Finita la scuola risalgo sulla corriera, verso le quattro e mezza del pomeriggio giungo alla mia fermata, una sporca pensilina sotto l’arco di un cavalcavia. M’incammino verso casa, alzo il volume del lettore mp3 e sistemo gli auricolari, il clacson delle automobili in sottofondo. Nelle pozzanghere formatesi nei crateri d’asfalto della strada dissestata si riflettono ed ondeggiano le sagome dei grattacieli. Da un  distributore dismesso annuso l’odore rancido della nafta, manca poco, sono quasi arrivata.Tra i letti della mattina da rifare prima che tornino a casa gli altri, l’acqua da mettere a bollire, è presto sera e si consuma in fretta la cena. Mentre loro in cucina litigano sul canale della televisione da guardare, mio fratello è assorto in un videogioco; da sotto il materasso sfilo le bombolette spray, le infilo nello zaino ed esco, tiro su il cappuccio e mi dirigo verso la stazione.Finalmente è mercoledì sera, alle 20 e quarantotto arriva un convoglio dall’Austria e non posso perdermerlo, mi hanno detto che c’è una carrozza che non è whole car, devo arrivare per prima, il mio bombing deve essere rapido e incisivo e questa volta non sarà necessario crossare il lavoro delle altre crew. Ho comprato anche dei nuovi tappi e ho uno skinny che dovrebbe dare un getto sottile perfetto e senza sbavature.

Numero due

Questo piccolo scrittoio in un angolo del soggiorno è l’unico spazio mio di tutta la casa.Quand’ero adolescente è morta mia madre, era stanca di vivere.

A ventiquattro anni è morto anche mio padre, ed io, sposata da poco, aspettavo un figlio. La rabbia ha sempre ostacolato la mia creatività, mi ha reso fiacca, incapace di ridere e divertirmi, se avessi saputo scegliere avrei impresso sul mio volto smorfie meno gravi, i miei occhi lampeggerebbero invece di perdersi vuoti verso un passato che mi si è rovesciato addosso senza che avessi il tempo di sceglierlo. Mio rifugio ed unica certezza, gli astri, legati alle azioni dell’uomo in una catena sottile di azioni e reazioni. Su di me incombe Antinous, costellazione vicina all’equatore, una delle sue raffigurazioni che lo vedono intrappolato fra gli artigli dell’Aquila mi accompagna dalla nascita, ma continuo a sperare che un giorno riuscirò a liberarmi dalla presa lacerante di quelle sgrinfie. Ora malgrado io ben sia consapevole che “è vano sperare quell’eternità che non è accordata né agli uomini né alle cose e che i più saggi negano persino agli dei…”, m’ immergo nelle effemeredi e studio per ore i temi natali, ed attraverso quest’indagine scrupolosa di rappresentazione di valori ed idee raggiungo l’estasi nel constatare ogni volta che tutte le varie psicologie e filosofie possibili si uniscono in un solo quadro perché il cosmo contiene tutti i possibili punti di vista.

Numero tre

Sulla credenza appoggiato alla vecchia radio il libro consunto delle ricette, pagine e pagine scritte con una calligrafia i cui segni sono cambiati nel tempo, ogni tanto uno schizzo a margine, pochi sono i fogli rimasti ancora da annotare. Con la mano abbasso la maniglia della porta che si affaccia al giardino, è autunno, mi soffermo ancora un attimo ad osservare il prezioso taccuino. Ogni ricetta racchiude i segreti della mia anima: quest’antica alchimia che trasforma la materia in cibo, mi ha permesso di assecondare i miei slanci creativi per tutta la vita. Quando tutti dormivano, mi sollevavo e scalza scendevo in cucina, aprivo la credenza e ricoprivo il tavolo delle ciotole colme di spezie, accendevo il fuoco e preparavo la trippa con il melograno, il battuto di manzo con cous cous di castagne, guancetta di vitellone con composta di topinambur e ristretto di parmigiano. Il lavello si riempiva di traballanti stoviglie unte, da detergere prima che sorgesse il sole. Mia madre era una Sinti-Drabarni, ed era nata ai margini della città, vestiva con lunghe gonne fiorite, e quando la carovana ripartiva le ruote del carro scricchiolavano. Giunti alla nuova destinazione, il gruppo si accampava e mio padre la sera suonava il violino. Io correvo libera e spettinata.Un giorno poi è finito tutto e ci hanno fermati, ci hanno imposto una casa.Sono sopravvissuta. Ed è stato allora che è iniziato il mio duetto clandestino dei sensi con il cibo, è stata la zuppa scacciapensieri che mi ha salvato dall’annientamento, ho staccato il grembiule dal chiodo della cucina e ho ritrovato l’antica ironia del vivere, del divorare il cibo e la vita. Nutrendo gli altri mi sono divertita a pungolare i loro desideri, attraverso i procedimenti scientifici della materia, uniti all’impulso dell’immaginazione. La notte trasformavo e di giorno poi creavo le giuste atmosfere, imbandivo la tavola, discreta ma sensuale e la illuminavo con candele; l’odore delle spezie si diffondeva, il sedano conferiva alla mia pelle un odore eccitante e a fine pasto mi sedevo tra gli ospiti: con un piccolo cucchiaino d’argento versavo fine cioccolato nelle tazze di caffè.

Numero quattro

Questo sabato dovrebbero venire a trovarmi i miei figli, devo assolutamente ricordarmi di fargli sistemare meglio la poltrona sotto la finestra, da sola non riesco più a fare certi sforzi ed i miei occhi deboli hanno sempre più fame di luce. Ho iniziato un pizzo e non riesco ad andare avanti; se mi dimentico di chiederglielo dovrò aspettare un mese intero prima che tornino, forse due. Il cuscino del tombolo è appoggiato sul telaio ed anche tutte le coppie di fuselli, ma le mie mani faticano a stare ferme a lungo, è da ottant’anni che cuciono, tessono, intrecciano, decorano e ricamano. Quando a quattordici anni rimasi incinta, ero sola, mi diedero ricovero le Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue, all’interno del convento avevano istituito una “scuola-laboratorio” imparai a ricamare; le suore guardavano il mio bambino. A Sacile le ragazze avevano solo due possibilità: imparare a ricamare o apprendere il mestiere di sarta. Questo lavoro è stata l’unica mia risorsa per sopravvivere e per mantenere il mio primo figlio, poi anche la mia seconda figlia; durante la guerra ho cucito centinaia di divise. Con le altre ricamatrici, sedute lungo la via su piccole sedie impagliate, tra lini e rocchetti di sete, i pezzi delle nostre vite si intrecciavano con i fili sui canovacci del telaio; il tempo impiegato a ricamare non ci è mai stato sufficientemente ricompensato, ma non avevamo alternativa ed era l’unica cosa che sapevamo fare. Col filo realizzavamo opere d’arte, e tenevamo unite le nostre vite, il telaio tutto sommato ci aiutava a dimenticare i nostri guai. Le nostre mani hanno creato preziosissimi ricami anonimi che palazzi lussuosi ora custodiscono con cura.Speriamo che sabato i miei figli si ricordino di passare a salutarmi.

©Marina Mannucci


Il nostro vecchio professore

sabato, 11 luglio 2009

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«Lei rimanga se stesso, sia fedele a ciò che è veramente. Le cose sue che mi manda le leggo volentieri. Lei deve decidersi. C’è in lei una tensione lirica, mascherata troppo da problemi di forma e stile, che dovrebbe decidersi a coltivare. Mi ha fatto piacere rivederla, adesso mi scuso che prendo posto, sono già in ritardo.»

 

Vecchio professore, rimarrà sempre tale. Chissà come lei, in tutti questi anni, sia rimasto se stesso, “fedele a ciò che è veramente”.  Come accade spesso si danno consigli rischiosi a coloro che rappresentano la possibilità di un volo a cui noi abbiamo abdicato. Il vecchio professore, sempre più sovente, parla di se stesso quando si rivolge agli altri, a me.

Il vecchio professore non dovrebbe più presentarsi in pubblico, “parlare”, in pubblico, andare in televisione. Ciascuno di noi porta in sè un “proprio” secolo e dovrebbe trarne le debite conseguenze.

JOSÉ SARAMAGO La cosa Berlusconi

domenica, 7 giugno 2009

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EL PAIS.COM

No veo qué otro nombre le podría dar. Una cosa peligrosamente parecida a un ser humano, una cosa que da fiestas, organiza orgías y manda en un país llamado Italia. Esta cosa, esta enfermedad, este virus amenaza con ser la causa de la muerte moral del país de Verdi si un vómito profundo no consigue arrancarlo de la conciencia de los italianos antes de que el veneno acabe corroyéndole las venas y destrozando el corazón de una de las más ricas culturas europeas. Los valores básicos de la convivencia humana son pisoteados todos los días por las patas viscosas de la cosa Berlusconi que, entre sus múltiples talentos, tiene una habilidad funambulesca para abusar de las palabras, pervirtiéndoles la intención y el sentido, como en el caso del Polo de la Libertad, que así se llama el partido con que asaltó el poder. Le llamé delincuente a esta cosa y no me arrepiento. Por razones de naturaleza semántica y social que otros podrán explicar mejor que yo, el término delincuente tiene en Italia una carga negativa mucho más fuerte que en cualquier otro idioma hablado en Europa. Para traducir de forma clara y contundente lo que pienso de la cosa Berlusconi utilizo el término en la acepción que la lengua de Dante le viene dando habitualmente, aunque sea más que dudoso que Dante lo haya usado alguna vez. Delincuencia, en mi portugués, significa, de acuerdo con los diccionarios y la práctica corriente de la comunicación, “acto de cometer delitos, desobedecer leyes o padrones morales”. La definición asienta en la cosa Berlusconi sin una arruga, sin una tirantez, hasta el punto de parecerse más a una segunda piel que la ropa que se pone encima. Desde hace años la cosa Berlusconi viene cometiendo delitos de variable aunque siempre demostrada gravedad. Para colmo, no es que desobedezca leyes sino, peor todavía, las manda fabricar para salvaguarda de sus intereses públicos y privados, de político, empresario y acompañante de menores, y en cuanto a los patrones morales, ni merece la pena hablar, no hay quien no sepa en Italia y en el mundo que la cosa Berlusconi hace mucho tiempo que cayó en la más completa abyección. Este es el primer ministro italiano, esta es la cosa que el pueblo italiano dos veces ha elegido para que le sirva de modelo, este es el camino de la ruina al que, por arrastramiento, están siendo llevados los valores de libertad y dignidad que impregnaron la música de Verdi y la acción política de Garibaldi, esos que hicieron de la Italia del siglo XIX, durante la lucha por la unificación, una guía espiritual de Europa y de los europeos. Es esto lo que la cosa Berlusconi quiere lanzar al cubo de la basura de la Historia. ¿Lo acabarán permitiendo los italianos?

Libri Scheiwiller: Alberto Boatto

giovedì, 19 febbraio 2009

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Il libro “Della ghigliottina considerata come una macchina celibe” di Alberto Boatto, pubblicato in varie edizioni in Europa e in Italia e continuamente rimaneggiato ampliato e riscritto dall’autore (così come inconsapevolmente si ritorna sempre nel luogo del delitto), non rappresenta solo uno dei paradigmi più affascinanti del moderno ma anche una sorta di autoritratto letterario e di percorso dell’autore stesso.

A questo punto, tra le varie stesure, della “machine à décoller” di Boatto non ci resta che decifrarne le varianti, sottili e minimali, azionate da un pantografo che registra alcune trascrizioni restituendole in dimensioni e latidudini sempre in altra scala e diverse. Solo un collezionista mosso da una sorta di “indifferenza appassionata” potrebbe raccoglierle tutte. Il sottoscritto è tra questi.

Tuttavia per un lettore che si trovasse per le mani questa ultima e nuova redazione del testo, potrebbe accadere l’inverso, di andarsi a cercare a ritroso le edizioni precedenti.

Buon divertimento.

 

Antonio Marchetti

Il ricordo di Guido

martedì, 27 novembre 2007


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Pare che i muratori pugliesi siano i migliori, meticolosi e precisi; maestranze pugliesi lavorano nei cantieri più prestigiosi d’Europa; nelle architetture più ardite e alla moda degli ultimi anni troverete sempre un piccolo ma fondamentale tocco salentino. Michele, di Galatina, ormai pensionato, svolgeva ancora qualche lavoro ed era un referente fidato di Villa Gioia, la casa di cura ove Guido ha passato i suoi ultimi anni.
Come si potesse dare il nome “Gioia” ad un ricovero di malati di mente non deve stupire più di tanto. Le parole che spesso designano la felicità, in queste latitudini, si accompagnano alle esperienze del dolore e se la vita è una valle di lacrime essa va affrontata con rassegnazione e fiducia, con elettrochoc, camicie di forza e demolizioni chimiche della persona, non c’è Basaglia che tenga. Per il resto c’è Padre Pio, le cappelle votive, le attese di miracoli, le Madonne con le lacrime che ancora non arrivano allestite nei giardinetti in grotticine insieme ai sette nani, le gite a Sarsina, all’Averno, al Volto Santo, tutte le autogiustificazioni e autoassoluzioni per parcheggiare il parente qui, in attesa di portenti sacri accompagnati da una fiducia cieca totale e acritica nei confronti dei demolitori in camice bianco che sostituiscono la loro incapacità professionale e scientifica con la comunicazione vuota e ripetitiva, cinicamente speranzosa e ottimistica, con i parenti, scendendo al loro livello, cercando almeno di farsi accettare sul piano umano, vista la loro terrificante inutilità e pigrizia macinate nel sempre uguale delle giornate a Villa Gioia.
Ma finalmente qualcosa di tardivamente nuovo accade anche a Villa Gioia, si cominciano ad allestire le case-famiglia, spazi abitativi ove gli sfortunati vivranno in piccole comunità con progressive autonomie e conquiste di libertà.
Un medico persiano si dà molto da fare per accellerare il progetto e distribuisce ottimismo tra assemblee sindacali su capziose interpretazioni contrattuali, conflitti sui turni di lavoro e gestione delle ferie tra strategie mafiosette assenteistiche mentre lui, il persiano, il più italiano tra gli stranieri, per due anni rinuncia alle ferie e si butta eroicamente e sobriamente su quel che s’ha da fare. Inviso e invidiato dalla cricca dei colleghi medici è stimato dai pazienti e dai loro famigliari, ed è pienamente appoggiato dalle suore, pur professando una religione diversa.
Si raccomanda persino con Michele, ci sono da finire solo i bagni, montare le docce, ma Michele non ha bisogno di niente, sa il fatto suo.
Guido è sdraiato sul letto di quella che sarà la sua cameretta mentre Michele fissa al muro la doccia e va a mangiare, mentre il suo cemento con impasto salentino farà il suo lavoro.
Nel pomeriggio torna a controllare il lavoro e l’uomo prima sdraiato sul letto ora se lo vede appeso alla sua doccia per il collo con la cintura dei pantaloni e con tutta la lingua di fuori.
Ci ritroviamo una manopolina in mano quando ruotiamo un cilindretto dello stereo, le lampadine si fulminano appena le avvitiamo, la stampante del computer non va mai quando occorre, i quadri sul muro si staccano da soli, le automobili sono a scadenza limitata, il climatizzatore si rompe nel giorno in cui stiamo morendo, siamo circondati da piccole catastrofi tecnologiche e non c’è giorno in cui non possiamo fare a meno di urlare impronunciabili bestemmie contro la Madonna, a Dio onnipotente e a tutti quei Santi a cui siamo devoti per questo quotidiano che non va nonostante le stronzissime voci che con facce da culo ci ricordano la perfezione in cui viviamo. Per Michele invece le cose devono durare, vanno fatte per bene, è una sua sfida col mondo. Su una doccia così, caro il mio persiano, ti ci puoi appendere anche con i tuoi novanta chili e i tuoi un metro e ottantacinque che tiene, cazzo se tiene, ti ci puoi anche impiccare con una doccia così.

Il vuoto

lunedì, 15 ottobre 2007

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Che cos’è un vuoto?
Un’assenza circondata di presenza.
La definizione è ripresa dal “patafisico” René Daumal a proposito dei fantasmi.
Il fantasma, per Daumal, è assenza circondata di presenza.
I fantasmi esistono perché ci siamo noi che con la nostra presenza li definiamo, contorniamo, evochiamo.
I vuoti si comprendono più facilmente con i buchi.
I bambini adorano il formaggio con i buchi, quello “svizzero”, e credono che i buchi siano più saporiti di tutto il resto. Beati loro.
I buchi hanno forma. Per forare un volume occorre una forma vuota, i cosiddetti oggetti booleani, che chi ha pratica con i modellatori digitali conosce bene.
Se vuoi creare un vuoto lo devi modellare come un pieno assente. Modificando l’assente modifichi la forma presente.
Per l’ebreo il vuoto è vivo, e scandito, nella vita quotidiana; è lo shabbat, il sabato, giorno del riposo. Dio ad un certo punto si ritirò dalla creazione ed andò a riposarsi; dove andò non lo sappiamo.
Le cose create tuttavia dovettero darsi una mossa e responsabilizzarsi visto il ritrarsi del padre creatore.
Il sabato non si fa nulla, è giorno dedicato al vuoto.
In genere, per quanto riguarda l’estetica del vuoto, vengono spesso considerate fondamentali le esperienze artistiche provenienti dalla cultura orientale come se noi, minorati occidentali, non avessimo mai praticato il vuoto. Leonardo, Caravaggio, Fontana, Burri, Fabro, Paolini, Boetti… non sono mai esistiti per i cultori dell’”altrove” che di solito conoscono poco il “proprio”, ritenuto o troppo impegnativo o poco fashion-seduttivo.
Il vuoto è anche una condizione dell’essere, rappresentato dalla noia, più o meno profonda, che rappresenta uno stato di sospensione nella continuità funzionale dell’esistenza. In genere si rifugge dalla noia e si riempie il vuoto come si può e non sempre in maniera utile ed efficace.
Spesso lasciare il vuoto a se stesso potrebbe produrre una qualche “chiamata” (da non confondere con uno squillo del cellulare) che ci rimette in gioco nella vita attiva.
I vuoti sono anche i vuoti di senso che ci appaiono ogni giorno, sono vuoti i nostri giochi linguistici, ironici, spesso feroci e cinici, la cui pratica e ginnastica ci salvano dal vuoto vero di senso e significato che ci assale quando ci viene richiesto un serio impegno per qualcosa cui non crediamo autenticamente o che confligge con il nostro buon senso.
Sul vuoto inciampiamo spesso ma non tutti lo vedono.
La pratica comune consiste nel riempirlo subito, muniti di palette e secchielli come bambini sulla spiaggia.
Ascoltare più o meno il vuoto, insomma, ci differenzia come persone.

L’estate

sabato, 28 luglio 2007

oietre

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Guido abitava in una delle strade più eleganti ed enigmatiche della città gioiosa. Le case, non più di tre piani, erano arretrate rispetto alla strada, con gli ingressi resi più umbratili da palme nane, magnolie e pini marittimi che ne raddoppiavano la sequenza presente per tutto il viale. Qui abitavano esseri plasmati con altre sostanze biologiche e con movenze da semidei.
Oltre i bassi muretti vedevi a terra un paio di pattini a rotelle lasciati in fretta per entrare in un nuovo capitolo della vita giocosa, una coppia di biciclette di sesso diverso stremate da infaticabili pedalate che si sfiorano piantate sui loro cavalletti, i primi motorini lucidi e gialli, un telo da mare, caduto forse dal primo terrazzo, striato di blu e azzurro che se anche lo compri uguale sai che non potrai mai comprare tutte le storie che quel telo contiene; poi la sabbia del mare che avverti tra le fessure delle piatte e serene lastre di pietra degli ombrosi cortili, la sabbia di quella stagione, di quel mare a due passi, a est, proprio dietro la casa di Guido. Lo invidiavo per questi odori estivi che queste case conservavano restituendole ai corpi, la salsedine forte che ti rimane addosso la sera sotto il golfino blu. Lo invidiavo perché lui aveva accarezzato, prima di me, prima della sua follia, la peluria bionda di una pelle abbronzata ed era felicemente immerso in questo mondo di geometrie perfette.

Luoghi

lunedì, 23 luglio 2007

toscana

C’è una parte della Toscana meno nota, una campagna che sino a trent’anni fa era molto depressa e povera, andandosi a spopolare spingendo contadini e artigiani a trovare lavoro al Nord e oltr’alpe, lasciando disabitati caseggiati di pietra oggi ancora in buono stato e restaurate con semplicità, lasciandovi l’impronta trecentesca e quattrocentesca. Ci sono piccole mandrie ordinate che pascolano beatamente, magre e sane, puoi andare a cavallo se vuoi e se ti va di nuotare c’è la piscina, boschi fitti per passeggiare, lunghi sentieri tra i campi di foraggio per correre, querce e faggi secolari per riposarti all’ombra; a due chilometri c’è il paese e la sera, se ne hai voglia, puoi andare a berti qualcosa in un bar-pizzeria sotto i faggi, un posto tranquillo frequentato dai locali e con pochi turisti, qui puoi chiedere un Jack Daniel’s liscio e te lo porteranno sempre con ghiaccio e non puoi farci niente; ci puoi venire a piedi o in bicicletta se ti piacciono le salite; se non ti va di mangiar sempre fuori la cucina è grande e attrezzata, con un bel tavolo al centro con le sue sei sedie impagliate, una credenza del Cinquanta con dentro tutto quello che ti serve per cucinare.
Puoi farti una pasta crudaiola con i pomodori freschi tagliati a pezzettini insieme alla mozzarella, un po’ d’olio d’oliva e qualche foglia di basilico.
Puoi mettere lì sul tavolo, coperto con un tovagliolo, un bel pezzo di formaggio di fossa che ti vai a tagliare quando ti viene voglia e lo mandi giù con qualche sorsata di rosso ma, niente di speciale, niente di fenomenale, un vino normale, non siamo nel patinato e americano Chianti.
Qui tutto è più antico ma nessuno te lo fa pesare.
Se non vuoi far nulla questo posto è l’ideale per non far nulla, cominci a oziare ma poi raccogli qualche mela e pera caduti dall’albero e li ordini sul ripiano di pietra sotto l’ulivo davanti la casa, poi decidi di dare un poco di acqua alle rose assetate che si appoggiano sul muro di pietra dell’ingresso o scardini il vecchio portellone della legnaia decidendo di dargli una riassettata, vai in Paese a comprare stucco, vernice, carta smeriglia, spatola, ti metti a lavorare; l’ozio diventa lavoro senza che tu te ne accorga e ti ritrovi a ripetere i gesti di qualche tuo antenato.
La tua camera da letto e la stanza all’ingresso con il grande camino sono esposte ad ovest; puoi svegliarti e lavorare al fresco. Al mattino, guardando verso Firenze, puoi capire come andrà la giornata, se il brutto non viene da lì la pioggia gira sui paesi vicini lasciandoti all’asciutto.
Quando passeggerai nel bosco, con il caldo che ogni anno aumenta incredibilmente, sarai attaccato dagli insetti, guardati dal tafano, la mosca cavallina, che potrebbe rovinare la tua pelle e sicuramente resterai affascinato dagli incredibili progetti di ragnatele che velano il bosco chiedendoti anche tu se per caso questa bava cristallina dei ragni non sia eccessiva, sproporzionata allo scopo, come se questi animaletti fossero impazziti cercando di segnalarci qualcosa.
La notte, le stelle ed i grilli sono tutti per te e c’è tanto fresco che potresti sentire persino freddo in agosto mentre altrove si frigge.
La casa si trova su di un magnifico poggeto che si scopre da un vialetto che, almeno inizialmente, pare introdurti nella densa boscaglia.
Ad un’ora di auto puoi visitare luoghi sacri, ove sassi e pietre sono animate da energie positive, puoi toccare o sdraiarti sul giaciglio di pietra di Francesco, ti ci puoi strofinare se vuoi, assimilando nel corpo tutto il buono di questo grande Santo.
La pietra per Lui si è fatta casa corporea salvandolo dagli attacchi forsennati del Demonio che lo spingeva nel precipizio. La dura pietra si è come aperta, come svuotata, modellandosi al corpo di Francesco, sigillandolo e salvandolo dal male aggressivo del demoniaco.
Potresti accorgerti che l’inanimato ha anima e discernimento.

I nostri morti

venerdì, 13 luglio 2007

cervia

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I morti ci parlano? E, soprattutto, sono più buoni che da vivi?
Provatevi voi a rispondere a simili difficili domande.
Alla prima domanda io risponderei affermativamente.
Naturalmente non parlano la nostra stessa lingua e non in maniera diretta. Bisogna tener presente poi che la maggior parte dei morti sono timidi e un pò complessati e le loro strategie di avvicinamento sono sempre un pò farraginose ed infantili.
Se andiamo di fretta e siamo con altra gente non se ne parla nemmeno che essi comunichino con noi e poichè vogliono uno spazio tutto loro, ed essere al centro di molta attenzione, appunto come i bambini, se ne stanno lontano in attesa del momento buono.
Quando essi ci parlano ce ne accorgiamo immediatamente ed i segnali possono essere tra i più disparati. Ad esempio un brividino leggero dietro alla schiena, oppure l’apparizione di un oggetto dimenticato che si mette all’improvviso in evidenza, uno strano scompiglìo nella soffitta o in cantina a seconda delle preferenze ora aeree e ora viscerali di queste anime viaggiatrici.
Quando incorniciamo un loro ritratto nella nostra casa o erigiamo una lapide nella città dei morti o, per i più prestigiosi, addirittura un monumento, essi cominciano ad accasarsi e trovano in questi luoghi un ritrovo, vengono di tanto in tanto e vi aleggiano sopra, si danno appuntamento con altri loro amici defunti, vantandosi dei nostri omaggi, ricambiandoci con la loro protezione.
Volano sempre, anche sotto la pioggia, perché le anime sono fatte d’aria. Può bagnarsi l’aria?
Noi forse non lo sappiamo ma la mano che spesso ci solleva dalle nostre fosse esistenziali è la loro. Il loro aiuto, come la loro protezione, viene elargita con parsimonia.
La loro efficacia trova il vero successo quando le nostre risorse individuali ed autonome vengono meno e ci avvicianiamo a quel confine lamellare che ci separa da loro, quando siamo più vicini a loro da vivi. E’ allora che sentiamo il loro fiato, e loro il nostro. E’ il confine il punto d’incontro.
Attribuiamo spesso alla fortuna o ai miracoli simili accadimenti ma in realtà sono loro che, con grande sforzo, mettendo in atto indescrivibili energie, spostano, seppure leggermente, il percorso del nostro destino.
Dunque essi sono buoni?
Andiamoci cauti.
Prima di tutto essi devono superare la grande invidia che hanno per noi vivi, come gli dei di una volta per i mortali.
Invidiano la nostra finitezza.
Ci considerano stupidi perché dall’alto dei loro svolazzi sanno tutto, ed è facile per loro, ma nello stesso tempo sono in preda a desideri mimetici fortissimi. Per fortuna viene impedito loro che questa mimesi irriducibile si trasformi in vera e propria cattiveria e caos, a parte alcuni casi incredibili di maleficio che forse andrebbero presi in considerazione.
Se i morti erano inevoluti da vivi molto spesso vi rimangono anche da morti.
Ma molti di loro superano l’invidia per la nostra seppur stupida sostanza vitale e diventano buoni, saggi, persino più intelligenti di quanto lo fossero prima del trapasso.
Se essi sono cattivi con noi vuol dire che è la nostra accoglienza cattiva.
Se rivolgiamo loro i nostri pensieri e se nella lapide della memoria scolpiamo parole giuste, ospitali e pacificanti, essi massageranno il nostro corpo e la nostra mente con le intenzioni più bonificanti.

Il lato B

lunedì, 9 luglio 2007

rock

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Ci fu un giorno in cui scoprii il famoso lato B.
Mettevo su continuamente gli stessi famosi 45 giri e sempre dallo stesso lato, il lato A.
Ad un certo punto provai ad ascoltare il retro, che presentava canzoni particolari e diverse, forse più sperimentali e a volte in forte contraddizione con il suo lato maggiore.
Capii che ogni disco si presentava in due facce.
Il lato minore delle cose, il suo lato B, è sempre una rivelazione e ne tenni conto anche per la vita futura, anche se devo ammettere che non sempre mi è servito.

Il comodino

venerdì, 15 giugno 2007

tavoli

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In un giorno nuovo ebbi finalmente un comodino.
Venne svuotato dalle vecchie cianfrusaglie del nonno, pace all’anima sua, rivestito all’interno con carta Firenze e messo a fianco del mio letto-divano di vilpelle nero. Il libro di economia domestica di mia sorella diceva che accanto al letto niente più comodini da notte, ma un tavolino basso con un ripiano per libri e riviste e con un grazioso lume. Felice di contraddire quello stupido libro io avevo invece un comodino ottocentesco tutto mio, quello che hanno sempre avuto le persone grandi, con il piano di marmo verde, un cassetto e lo sportello. Il mio altare, la mia banca, il mio magazzino e, nel cassetto, il mare: stelle marine, sassi, conchiglie e biglie colorate.
Certo non poteva competere con lo spazietto sacro dedicato a Balzac dal giovane Antoine Doinel ma, se siete di bocca buona, capirete che non potevo certo lamentarmi. Insieme al mare c’erano i miei 45 giri che prendevo da mia madre; nello sportello ove una volta veniva riposto il vaso da notte avevo sistemato il mio mangiadischi arancione insieme a Capitan Miki e al Grande Blek.
Da giovanissimi e da vecchi si raccoglie e si miniaturizza il mondo possedendone una parte troppo vasta per poi trattenerlo insieme ai ricordi.
Nel mezzo, pare, solo dispendio e insensatezza, impegnati come siamo a viverlo il mondo.

Un giorno

domenica, 3 giugno 2007

cielo

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Un giorno si udì come un suono di campanellino o un colpetto con le dita dato ad un bicchiere di cristallo, tin, insomma un suono magico che annunciava un cambio di scena o di regia… Tutti all’improvviso erano diventati tristi. Nelle feste da ballo, ove accompagnavo mia sorella più grande di me, i dischi che avevo il compito di mettere su erano diventati tristissimi; sui quartieri popolari era scesa una coperta funerea e melanconica che riscaldava i suoi giovani, infreddoliti all’improvviso. Qualcuno se ne stava nell’angolo lontano del soggiorno con le spalle rattrappite a fumare Gaulois ritmando con lenti movimenti della testa la canzone di Tenco:
Un giorno dopo l’altro la vita se ne va un giorno dopo l’altro la stessa vita…
Alcuni maschi si alternavano alla finestra volgendo le spalle agli altri scrutando attraverso i vetri chissà quali orizzonti lontani in attesa che una Dalida o una Jiuliette Greco si avvicinasse gli mettesse una mano sulla spalla sussurrandogli: «parliamone, non fare così», ma anche le ragazze recitavano una loro tristezza personale. Il gioco della incomunicabilità, che esse praticavano meglio, non prevedeva l’accettazione dellle nuove reti seduttive dei ragazzi così ognuno se ne stava per i fatti suoi in attesa che succedesse qualcosa senza quasi ballare più. Io mettevo i dischi e guardavo stupefatto questo strano teatro fatto di lenti movimenti e continui cambiamenti nella disposizione dei corpi tra il divano le sedie e la finestra e non capivo. Indossavano quasi tutti dei grossi maglioni, la brillantina era sparita e i capelli sembravano incolti, non ci si faceva più la barba tutti i giorni e la maggior parte di loro aveva le sopracciglia aggrottate e tristi, come se avessero perso i genitori il giorno prima o non mangiassero più da settimane con i frigoriferi svuotati di colpo, forse una carestia, il ritorno alla povertà e alle famose pezze al culo, forse la terza guerra mondiale, un’altra Hiroshima. Non si capiva.
Mentre tornavamo a casa chiesi a mia sorella perché dovevo mettere sempre quei dischi tristi e perché non si ballava più. «Non puoi capire, ci sono dei problemi, ci sono crisi esistenziali» – mi rispose aggrottando la fronte come facevano gli altri.

Vanna

venerdì, 1 giugno 2007

game

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Nel quartiere popolare della mia infanzia, dentro il famoso palazzo-treno, ci abitava anche Vanna: l’impossibile. Splendida e inarrivabile ragazza dai capelli lunghi e castani. Il suo nome era tutto nei capelli. Se mi si chiedesse qual’è la tipica ragazza dei primi anni Sessanta risponderei: Vanna.
Anche lei, come me, veniva mandata a fare la spesa e ci incontravamo – direi che io la incontravo perché lei mi ignorava – dalla fruttivendola Olimpia (che nomi cari miei!) o da Vincenzo, dall’alimentari. Entrambi bravi ragazzi con in mano la lista della spesa.
Io aspettavo il suo turno, con le fiamme in faccia, o lei il mio, astratta e lontana. Eravamo entrambi ammirati. Allora perché non ci siamo mai parlati?
Nel quartiere ci si misurava sempre con la lotta fisica, si stava sempre a fare a botte e Vanna veniva fuori da tutto questo come il paradiso irraggiungibile.
Altra razza, altra materia corporea, congiunzione perfetta e fortunosa di geometrie genetiche irripetibili ed inquietanti per eccesso di risultato. Ecco perché me ne stavo ammutolito e pietrificato.
Il Grande Fornaio del quartiere, tra le tante varietà di pane, un giorno decise di passare alla storia sfornando questa delizia profumata e perfetta mostrandomela sotto il naso quasi ogni giorno insieme al lampeggiare del neon dello Yomo: “Yomo ogni giorno”, diceva la luminosa pubblicità. Vanna era l’impossibile impastato con l’indicibile.
Non ci siamo mai parlati io e Vanna perché ero troppo un bravo ragazzo. Quando alla fine della terza media il mio amico Quirino mi disse che Vanna si era messa con quel falso bugiardo e stronzo di Ennio, mentre contemporaneamente andava a letto con quelli più grandi, non crollò solo un mito ma, contemporaneamente, si eresse la coscienza della mia stupidità. La prima suonata di sveglia.
Le divinità amano le forme spurie, l’indifferenziato, prediligono la soglia uomo-animale e il bello si accompagna spesso con la sua sprezzatura; in quella pasta meravigliosa approntata dal Grande Fornaio io cominciavo a vedervi qualcosa che assomigliava alla lordura. Con il tempo il panificio si fece sempre più malefico sotto le spoglie del meraviglioso e del viaggio afrodisiaco e dobbiamo aspettare gli anni Settanta per una immagine più dettagliata della Gòrgone: una giovane sforacchiata dagli aghi e sdentata, con radi capelli in testa, sbattuta su un marciapiede, la cui unica realizzazione è la riappropriazione completa del suo nome: Giovanna.

Un giorno

sabato, 28 aprile 2007

donna e barca
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Ogni mattino è l’annucio del nuovo. Tutto può accadere. Ci pensa il resto della giornata a normalizzare ed ad affossare l’assurda pretesa del nuovo. Comunque, godiamoci almeno le prime ore, le migliori per lavorare e sperare.