Archive for the ‘Scrittura’ Category

Il ricordo di Guido

Martedì, Novembre 27th, 2007


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Pare che i muratori pugliesi siano i migliori, meticolosi e precisi; maestranze pugliesi lavorano nei cantieri più prestigiosi d’Europa; nelle architetture più ardite e alla moda degli ultimi anni troverete sempre un piccolo ma fondamentale tocco salentino. Michele, di Galatina, ormai pensionato, svolgeva ancora qualche lavoro ed era un referente fidato di Villa Gioia, la casa di cura ove Guido ha passato i suoi ultimi anni.
Come si potesse dare il nome “Gioia” ad un ricovero di malati di mente non deve stupire più di tanto. Le parole che spesso designano la felicità, in queste latitudini, si accompagnano alle esperienze del dolore e se la vita è una valle di lacrime essa va affrontata con rassegnazione e fiducia, con elettrochoc, camicie di forza e demolizioni chimiche della persona, non c’è Basaglia che tenga. Per il resto c’è Padre Pio, le cappelle votive, le attese di miracoli, le Madonne con le lacrime che ancora non arrivano allestite nei giardinetti in grotticine insieme ai sette nani, le gite a Sarsina, all’Averno, al Volto Santo, tutte le autogiustificazioni e autoassoluzioni per parcheggiare il parente qui, in attesa di portenti sacri accompagnati da una fiducia cieca totale e acritica nei confronti dei demolitori in camice bianco che sostituiscono la loro incapacità professionale e scientifica con la comunicazione vuota e ripetitiva, cinicamente speranzosa e ottimistica, con i parenti, scendendo al loro livello, cercando almeno di farsi accettare sul piano umano, vista la loro terrificante inutilità e pigrizia macinate nel sempre uguale delle giornate a Villa Gioia.
Ma finalmente qualcosa di tardivamente nuovo accade anche a Villa Gioia, si cominciano ad allestire le case-famiglia, spazi abitativi ove gli sfortunati vivranno in piccole comunità con progressive autonomie e conquiste di libertà.
Un medico persiano si dà molto da fare per accellerare il progetto e distribuisce ottimismo tra assemblee sindacali su capziose interpretazioni contrattuali, conflitti sui turni di lavoro e gestione delle ferie tra strategie mafiosette assenteistiche mentre lui, il persiano, il più italiano tra gli stranieri, per due anni rinuncia alle ferie e si butta eroicamente e sobriamente su quel che s’ha da fare. Inviso e invidiato dalla cricca dei colleghi medici è stimato dai pazienti e dai loro famigliari, ed è pienamente appoggiato dalle suore, pur professando una religione diversa.
Si raccomanda persino con Michele, ci sono da finire solo i bagni, montare le docce, ma Michele non ha bisogno di niente, sa il fatto suo.
Guido è sdraiato sul letto di quella che sarà la sua cameretta mentre Michele fissa al muro la doccia e va a mangiare, mentre il suo cemento con impasto salentino farà il suo lavoro.
Nel pomeriggio torna a controllare il lavoro e l’uomo prima sdraiato sul letto ora se lo vede appeso alla sua doccia per il collo con la cintura dei pantaloni e con tutta la lingua di fuori.
Ci ritroviamo una manopolina in mano quando ruotiamo un cilindretto dello stereo, le lampadine si fulminano appena le avvitiamo, la stampante del computer non va mai quando occorre, i quadri sul muro si staccano da soli, le automobili sono a scadenza limitata, il climatizzatore si rompe nel giorno in cui stiamo morendo, siamo circondati da piccole catastrofi tecnologiche e non c’è giorno in cui non possiamo fare a meno di urlare impronunciabili bestemmie contro la Madonna, a Dio onnipotente e a tutti quei Santi a cui siamo devoti per questo quotidiano che non va nonostante le stronzissime voci che con facce da culo ci ricordano la perfezione in cui viviamo. Per Michele invece le cose devono durare, vanno fatte per bene, è una sua sfida col mondo. Su una doccia così, caro il mio persiano, ti ci puoi appendere anche con i tuoi novanta chili e i tuoi un metro e ottantacinque che tiene, cazzo se tiene, ti ci puoi anche impiccare con una doccia così.

Il vuoto

Lunedì, Ottobre 15th, 2007

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Che cos’è un vuoto?
Un’assenza circondata di presenza.
La definizione è ripresa dal “patafisico” René Daumal a proposito dei fantasmi.
Il fantasma, per Daumal, è assenza circondata di presenza.
I fantasmi esistono perché ci siamo noi che con la nostra presenza li definiamo, contorniamo, evochiamo.
I vuoti si comprendono più facilmente con i buchi.
I bambini adorano il formaggio con i buchi, quello “svizzero”, e credono che i buchi siano più saporiti di tutto il resto. Beati loro.
I buchi hanno forma. Per forare un volume occorre una forma vuota, i cosiddetti oggetti booleani, che chi ha pratica con i modellatori digitali conosce bene.
Se vuoi creare un vuoto lo devi modellare come un pieno assente. Modificando l’assente modifichi la forma presente.
Per l’ebreo il vuoto è vivo, e scandito, nella vita quotidiana; è lo shabbat, il sabato, giorno del riposo. Dio ad un certo punto si ritirò dalla creazione ed andò a riposarsi; dove andò non lo sappiamo.
Le cose create tuttavia dovettero darsi una mossa e responsabilizzarsi visto il ritrarsi del padre creatore.
Il sabato non si fa nulla, è giorno dedicato al vuoto.
In genere, per quanto riguarda l’estetica del vuoto, vengono spesso considerate fondamentali le esperienze artistiche provenienti dalla cultura orientale come se noi, minorati occidentali, non avessimo mai praticato il vuoto. Leonardo, Caravaggio, Fontana, Burri, Fabro, Paolini, Boetti… non sono mai esistiti per i cultori dell’”altrove” che di solito conoscono poco il “proprio”, ritenuto o troppo impegnativo o poco fashion-seduttivo.
Il vuoto è anche una condizione dell’essere, rappresentato dalla noia, più o meno profonda, che rappresenta uno stato di sospensione nella continuità funzionale dell’esistenza. In genere si rifugge dalla noia e si riempie il vuoto come si può e non sempre in maniera utile ed efficace.
Spesso lasciare il vuoto a se stesso potrebbe produrre una qualche “chiamata” (da non confondere con uno squillo del cellulare) che ci rimette in gioco nella vita attiva.
I vuoti sono anche i vuoti di senso che ci appaiono ogni giorno, sono vuoti i nostri giochi linguistici, ironici, spesso feroci e cinici, la cui pratica e ginnastica ci salvano dal vuoto vero di senso e significato che ci assale quando ci viene richiesto un serio impegno per qualcosa cui non crediamo autenticamente o che confligge con il nostro buon senso.
Sul vuoto inciampiamo spesso ma non tutti lo vedono.
La pratica comune consiste nel riempirlo subito, muniti di palette e secchielli come bambini sulla spiaggia.
Ascoltare più o meno il vuoto, insomma, ci differenzia come persone.

L’estate

Sabato, Luglio 28th, 2007

oietre

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Guido abitava in una delle strade più eleganti ed enigmatiche della città gioiosa. Le case, non più di tre piani, erano arretrate rispetto alla strada, con gli ingressi resi più umbratili da palme nane, magnolie e pini marittimi che ne raddoppiavano la sequenza presente per tutto il viale. Qui abitavano esseri plasmati con altre sostanze biologiche e con movenze da semidei.
Oltre i bassi muretti vedevi a terra un paio di pattini a rotelle lasciati in fretta per entrare in un nuovo capitolo della vita giocosa, una coppia di biciclette di sesso diverso stremate da infaticabili pedalate che si sfiorano piantate sui loro cavalletti, i primi motorini lucidi e gialli, un telo da mare, caduto forse dal primo terrazzo, striato di blu e azzurro che se anche lo compri uguale sai che non potrai mai comprare tutte le storie che quel telo contiene; poi la sabbia del mare che avverti tra le fessure delle piatte e serene lastre di pietra degli ombrosi cortili, la sabbia di quella stagione, di quel mare a due passi, a est, proprio dietro la casa di Guido. Lo invidiavo per questi odori estivi che queste case conservavano restituendole ai corpi, la salsedine forte che ti rimane addosso la sera sotto il golfino blu. Lo invidiavo perché lui aveva accarezzato, prima di me, prima della sua follia, la peluria bionda di una pelle abbronzata ed era felicemente immerso in questo mondo di geometrie perfette.

Luoghi

Lunedì, Luglio 23rd, 2007

toscana

C’è una parte della Toscana meno nota, una campagna che sino a trent’anni fa era molto depressa e povera, andandosi a spopolare spingendo contadini e artigiani a trovare lavoro al Nord e oltr’alpe, lasciando disabitati caseggiati di pietra oggi ancora in buono stato e restaurate con semplicità, lasciandovi l’impronta trecentesca e quattrocentesca. Ci sono piccole mandrie ordinate che pascolano beatamente, magre e sane, puoi andare a cavallo se vuoi e se ti va di nuotare c’è la piscina, boschi fitti per passeggiare, lunghi sentieri tra i campi di foraggio per correre, querce e faggi secolari per riposarti all’ombra; a due chilometri c’è il paese e la sera, se ne hai voglia, puoi andare a berti qualcosa in un bar-pizzeria sotto i faggi, un posto tranquillo frequentato dai locali e con pochi turisti, qui puoi chiedere un Jack Daniel’s liscio e te lo porteranno sempre con ghiaccio e non puoi farci niente; ci puoi venire a piedi o in bicicletta se ti piacciono le salite; se non ti va di mangiar sempre fuori la cucina è grande e attrezzata, con un bel tavolo al centro con le sue sei sedie impagliate, una credenza del Cinquanta con dentro tutto quello che ti serve per cucinare.
Puoi farti una pasta crudaiola con i pomodori freschi tagliati a pezzettini insieme alla mozzarella, un po’ d’olio d’oliva e qualche foglia di basilico.
Puoi mettere lì sul tavolo, coperto con un tovagliolo, un bel pezzo di formaggio di fossa che ti vai a tagliare quando ti viene voglia e lo mandi giù con qualche sorsata di rosso ma, niente di speciale, niente di fenomenale, un vino normale, non siamo nel patinato e americano Chianti.
Qui tutto è più antico ma nessuno te lo fa pesare.
Se non vuoi far nulla questo posto è l’ideale per non far nulla, cominci a oziare ma poi raccogli qualche mela e pera caduti dall’albero e li ordini sul ripiano di pietra sotto l’ulivo davanti la casa, poi decidi di dare un poco di acqua alle rose assetate che si appoggiano sul muro di pietra dell’ingresso o scardini il vecchio portellone della legnaia decidendo di dargli una riassettata, vai in Paese a comprare stucco, vernice, carta smeriglia, spatola, ti metti a lavorare; l’ozio diventa lavoro senza che tu te ne accorga e ti ritrovi a ripetere i gesti di qualche tuo antenato.
La tua camera da letto e la stanza all’ingresso con il grande camino sono esposte ad ovest; puoi svegliarti e lavorare al fresco. Al mattino, guardando verso Firenze, puoi capire come andrà la giornata, se il brutto non viene da lì la pioggia gira sui paesi vicini lasciandoti all’asciutto.
Quando passeggerai nel bosco, con il caldo che ogni anno aumenta incredibilmente, sarai attaccato dagli insetti, guardati dal tafano, la mosca cavallina, che potrebbe rovinare la tua pelle e sicuramente resterai affascinato dagli incredibili progetti di ragnatele che velano il bosco chiedendoti anche tu se per caso questa bava cristallina dei ragni non sia eccessiva, sproporzionata allo scopo, come se questi animaletti fossero impazziti cercando di segnalarci qualcosa.
La notte, le stelle ed i grilli sono tutti per te e c’è tanto fresco che potresti sentire persino freddo in agosto mentre altrove si frigge.
La casa si trova su di un magnifico poggeto che si scopre da un vialetto che, almeno inizialmente, pare introdurti nella densa boscaglia.
Ad un’ora di auto puoi visitare luoghi sacri, ove sassi e pietre sono animate da energie positive, puoi toccare o sdraiarti sul giaciglio di pietra di Francesco, ti ci puoi strofinare se vuoi, assimilando nel corpo tutto il buono di questo grande Santo.
La pietra per Lui si è fatta casa corporea salvandolo dagli attacchi forsennati del Demonio che lo spingeva nel precipizio. La dura pietra si è come aperta, come svuotata, modellandosi al corpo di Francesco, sigillandolo e salvandolo dal male aggressivo del demoniaco.
Potresti accorgerti che l’inanimato ha anima e discernimento.

I nostri morti

Venerdì, Luglio 13th, 2007

cervia

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I morti ci parlano? E, soprattutto, sono più buoni che da vivi?
Provatevi voi a rispondere a simili difficili domande.
Alla prima domanda io risponderei affermativamente.
Naturalmente non parlano la nostra stessa lingua e non in maniera diretta. Bisogna tener presente poi che la maggior parte dei morti sono timidi e un pò complessati e le loro strategie di avvicinamento sono sempre un pò farraginose ed infantili.
Se andiamo di fretta e siamo con altra gente non se ne parla nemmeno che essi comunichino con noi e poichè vogliono uno spazio tutto loro, ed essere al centro di molta attenzione, appunto come i bambini, se ne stanno lontano in attesa del momento buono.
Quando essi ci parlano ce ne accorgiamo immediatamente ed i segnali possono essere tra i più disparati. Ad esempio un brividino leggero dietro alla schiena, oppure l’apparizione di un oggetto dimenticato che si mette all’improvviso in evidenza, uno strano scompiglìo nella soffitta o in cantina a seconda delle preferenze ora aeree e ora viscerali di queste anime viaggiatrici.
Quando incorniciamo un loro ritratto nella nostra casa o erigiamo una lapide nella città dei morti o, per i più prestigiosi, addirittura un monumento, essi cominciano ad accasarsi e trovano in questi luoghi un ritrovo, vengono di tanto in tanto e vi aleggiano sopra, si danno appuntamento con altri loro amici defunti, vantandosi dei nostri omaggi, ricambiandoci con la loro protezione.
Volano sempre, anche sotto la pioggia, perché le anime sono fatte d’aria. Può bagnarsi l’aria?
Noi forse non lo sappiamo ma la mano che spesso ci solleva dalle nostre fosse esistenziali è la loro. Il loro aiuto, come la loro protezione, viene elargita con parsimonia.
La loro efficacia trova il vero successo quando le nostre risorse individuali ed autonome vengono meno e ci avvicianiamo a quel confine lamellare che ci separa da loro, quando siamo più vicini a loro da vivi. E’ allora che sentiamo il loro fiato, e loro il nostro. E’ il confine il punto d’incontro.
Attribuiamo spesso alla fortuna o ai miracoli simili accadimenti ma in realtà sono loro che, con grande sforzo, mettendo in atto indescrivibili energie, spostano, seppure leggermente, il percorso del nostro destino.
Dunque essi sono buoni?
Andiamoci cauti.
Prima di tutto essi devono superare la grande invidia che hanno per noi vivi, come gli dei di una volta per i mortali.
Invidiano la nostra finitezza.
Ci considerano stupidi perché dall’alto dei loro svolazzi sanno tutto, ed è facile per loro, ma nello stesso tempo sono in preda a desideri mimetici fortissimi. Per fortuna viene impedito loro che questa mimesi irriducibile si trasformi in vera e propria cattiveria e caos, a parte alcuni casi incredibili di maleficio che forse andrebbero presi in considerazione.
Se i morti erano inevoluti da vivi molto spesso vi rimangono anche da morti.
Ma molti di loro superano l’invidia per la nostra seppur stupida sostanza vitale e diventano buoni, saggi, persino più intelligenti di quanto lo fossero prima del trapasso.
Se essi sono cattivi con noi vuol dire che è la nostra accoglienza cattiva.
Se rivolgiamo loro i nostri pensieri e se nella lapide della memoria scolpiamo parole giuste, ospitali e pacificanti, essi massageranno il nostro corpo e la nostra mente con le intenzioni più bonificanti.

Il lato B

Lunedì, Luglio 9th, 2007

rock

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Ci fu un giorno in cui scoprii il famoso lato B.
Mettevo su continuamente gli stessi famosi 45 giri e sempre dallo stesso lato, il lato A.
Ad un certo punto provai ad ascoltare il retro, che presentava canzoni particolari e diverse, forse più sperimentali e a volte in forte contraddizione con il suo lato maggiore.
Capii che ogni disco si presentava in due facce.
Il lato minore delle cose, il suo lato B, è sempre una rivelazione e ne tenni conto anche per la vita futura, anche se devo ammettere che non sempre mi è servito.

Il comodino

Venerdì, Giugno 15th, 2007

tavoli

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In un giorno nuovo ebbi finalmente un comodino.
Venne svuotato dalle vecchie cianfrusaglie del nonno, pace all’anima sua, rivestito all’interno con carta Firenze e messo a fianco del mio letto-divano di vilpelle nero. Il libro di economia domestica di mia sorella diceva che accanto al letto niente più comodini da notte, ma un tavolino basso con un ripiano per libri e riviste e con un grazioso lume. Felice di contraddire quello stupido libro io avevo invece un comodino ottocentesco tutto mio, quello che hanno sempre avuto le persone grandi, con il piano di marmo verde, un cassetto e lo sportello. Il mio altare, la mia banca, il mio magazzino e, nel cassetto, il mare: stelle marine, sassi, conchiglie e biglie colorate.
Certo non poteva competere con lo spazietto sacro dedicato a Balzac dal giovane Antoine Doinel ma, se siete di bocca buona, capirete che non potevo certo lamentarmi. Insieme al mare c’erano i miei 45 giri che prendevo da mia madre; nello sportello ove una volta veniva riposto il vaso da notte avevo sistemato il mio mangiadischi arancione insieme a Capitan Miki e al Grande Blek.
Da giovanissimi e da vecchi si raccoglie e si miniaturizza il mondo possedendone una parte troppo vasta per poi trattenerlo insieme ai ricordi.
Nel mezzo, pare, solo dispendio e insensatezza, impegnati come siamo a viverlo il mondo.

Un giorno

Domenica, Giugno 3rd, 2007

cielo

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Un giorno si udì come un suono di campanellino o un colpetto con le dita dato ad un bicchiere di cristallo, tin, insomma un suono magico che annunciava un cambio di scena o di regia… Tutti all’improvviso erano diventati tristi. Nelle feste da ballo, ove accompagnavo mia sorella più grande di me, i dischi che avevo il compito di mettere su erano diventati tristissimi; sui quartieri popolari era scesa una coperta funerea e melanconica che riscaldava i suoi giovani, infreddoliti all’improvviso. Qualcuno se ne stava nell’angolo lontano del soggiorno con le spalle rattrappite a fumare Gaulois ritmando con lenti movimenti della testa la canzone di Tenco:
Un giorno dopo l’altro la vita se ne va un giorno dopo l’altro la stessa vita…
Alcuni maschi si alternavano alla finestra volgendo le spalle agli altri scrutando attraverso i vetri chissà quali orizzonti lontani in attesa che una Dalida o una Jiuliette Greco si avvicinasse gli mettesse una mano sulla spalla sussurrandogli: «parliamone, non fare così», ma anche le ragazze recitavano una loro tristezza personale. Il gioco della incomunicabilità, che esse praticavano meglio, non prevedeva l’accettazione dellle nuove reti seduttive dei ragazzi così ognuno se ne stava per i fatti suoi in attesa che succedesse qualcosa senza quasi ballare più. Io mettevo i dischi e guardavo stupefatto questo strano teatro fatto di lenti movimenti e continui cambiamenti nella disposizione dei corpi tra il divano le sedie e la finestra e non capivo. Indossavano quasi tutti dei grossi maglioni, la brillantina era sparita e i capelli sembravano incolti, non ci si faceva più la barba tutti i giorni e la maggior parte di loro aveva le sopracciglia aggrottate e tristi, come se avessero perso i genitori il giorno prima o non mangiassero più da settimane con i frigoriferi svuotati di colpo, forse una carestia, il ritorno alla povertà e alle famose pezze al culo, forse la terza guerra mondiale, un’altra Hiroshima. Non si capiva.
Mentre tornavamo a casa chiesi a mia sorella perché dovevo mettere sempre quei dischi tristi e perché non si ballava più. «Non puoi capire, ci sono dei problemi, ci sono crisi esistenziali» – mi rispose aggrottando la fronte come facevano gli altri.

Vanna

Venerdì, Giugno 1st, 2007

game

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Nel quartiere popolare della mia infanzia, dentro il famoso palazzo-treno, ci abitava anche Vanna: l’impossibile. Splendida e inarrivabile ragazza dai capelli lunghi e castani. Il suo nome era tutto nei capelli. Se mi si chiedesse qual’è la tipica ragazza dei primi anni Sessanta risponderei: Vanna.
Anche lei, come me, veniva mandata a fare la spesa e ci incontravamo - direi che io la incontravo perché lei mi ignorava - dalla fruttivendola Olimpia (che nomi cari miei!) o da Vincenzo, dall’alimentari. Entrambi bravi ragazzi con in mano la lista della spesa.
Io aspettavo il suo turno, con le fiamme in faccia, o lei il mio, astratta e lontana. Eravamo entrambi ammirati. Allora perché non ci siamo mai parlati?
Nel quartiere ci si misurava sempre con la lotta fisica, si stava sempre a fare a botte e Vanna veniva fuori da tutto questo come il paradiso irraggiungibile.
Altra razza, altra materia corporea, congiunzione perfetta e fortunosa di geometrie genetiche irripetibili ed inquietanti per eccesso di risultato. Ecco perché me ne stavo ammutolito e pietrificato.
Il Grande Fornaio del quartiere, tra le tante varietà di pane, un giorno decise di passare alla storia sfornando questa delizia profumata e perfetta mostrandomela sotto il naso quasi ogni giorno insieme al lampeggiare del neon dello Yomo: “Yomo ogni giorno”, diceva la luminosa pubblicità. Vanna era l’impossibile impastato con l’indicibile.
Non ci siamo mai parlati io e Vanna perché ero troppo un bravo ragazzo. Quando alla fine della terza media il mio amico Quirino mi disse che Vanna si era messa con quel falso bugiardo e stronzo di Ennio, mentre contemporaneamente andava a letto con quelli più grandi, non crollò solo un mito ma, contemporaneamente, si eresse la coscienza della mia stupidità. La prima suonata di sveglia.
Le divinità amano le forme spurie, l’indifferenziato, prediligono la soglia uomo-animale e il bello si accompagna spesso con la sua sprezzatura; in quella pasta meravigliosa approntata dal Grande Fornaio io cominciavo a vedervi qualcosa che assomigliava alla lordura. Con il tempo il panificio si fece sempre più malefico sotto le spoglie del meraviglioso e del viaggio afrodisiaco e dobbiamo aspettare gli anni Settanta per una immagine più dettagliata della Gòrgone: una giovane sforacchiata dagli aghi e sdentata, con radi capelli in testa, sbattuta su un marciapiede, la cui unica realizzazione è la riappropriazione completa del suo nome: Giovanna.

Un giorno

Sabato, Aprile 28th, 2007

donna e barca
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Ogni mattino è l’annucio del nuovo. Tutto può accadere. Ci pensa il resto della giornata a normalizzare ed ad affossare l’assurda pretesa del nuovo. Comunque, godiamoci almeno le prime ore, le migliori per lavorare e sperare.

Sproloquio

Giovedì, Aprile 19th, 2007
pescara
Avevamo pochi anni quando scoprimmo l’aspetto spurio opaco e ambiguo del mondo quando il mondo erano i nostri simili della stessa età eri frocio se avevi la erre moscia simildonna se con il culo tondo vigliacco se non davi cazzotti femminuccia se non mostravi il cazzetto figlio di puttana se avevi la mamma bona perseguitato se parlavi italiano ancora frocio se indossavi il cappottino o il pantalone corto all’inglese con i calzettoni anzi frocetto tua sorella appena più grande bona anche lei crocefissa da verbose perversioni sessuali continuamente sputate in faccia a te se orfano e senza sorelle potevi anche cavartela ma se eri piagnone era finita per te il cerchio del linciaggio collettivo poteva avvolgerti da un momento all’altro se non ti costruivi alleanze forti erano cazzi amari alleanze casuali perchè eri simpatico a uno forte pure sensibile ma si vergognava e comunque tirava mazzate da far paura oppure non ne aveva bisogno perchè aveva una stazza enorme e tutti credevano che fosse tosto e magari frocio era lui mentre tu eri forte nella lotta ma coi cazzotti hai poco da fare e poi lo stupretto di gruppo con la simildonna in cambio di un ghiacciolo potevamo organizzare un suicidio di massa ma non ci arrivavamo e mi venite a dire idioti contemporanei che avete scoperto la violenza giovanile il suicidio adolescenziale la scorreggina in classe o il ruttino anime belle che avete scoperto il presente giovanile tutto buonismo veltroniano bertinottiano giovani nuovi valori disagio fragilità problemi sociali familiari genitori separati risposati traslochi psicologhe e grafologhe a scuola sportelli didattici recuperi in itinere seminari colloqui cecati in tutti e due gli occhi furboni carrieristi sulle spalle giovanili noi poi scoprimmo la sinistra il movimentismo lotta continua tutto molto immobile mobile ma creativo e con bei tipi che la sapevano lunga e belle tipe inarrivabili e i fighetti cervelloni del manifesto con belle femministe appena appena quasi separate dopo il libro di Cooper e Laing da arraffare al momento dopo naturalmente le dovute sedute psicoanalitiche strategiche dove il maschio è morto sono dolce rinuncio a me stesso rimesso in discussione sono in crisi facciamoci una canna qui sul divano meglio il lettino singolo mi sento in culo al mondo oppure quei fantasmi di avanguardia operaia chi li ha mai conosciuti ma con il nome forte si pensava ai pretoriani forti e intelligenti che arrivavano al momento opportuno tralasciamo gli scoppiati moralisti del partitomarxistaleninistaservireilpopolo Brandirale mi pare odierno ciellinomovimentopopolaremilanoassessoreformigoni fate voi ma che importa al minestrone consigliava la parità tra maschio e femmina nello scopare di fianco dunque non si cambia stesso binario e la figgiccì bravini con le famiglie a posto con giacche a spacchettini camicie tutto quadrettini con i bottoncini sul colletto tuttavia senso collettivo amicizia scambio casa certo qualche furtarello col solito tossico e poi spinello per ridere per vivere magari incontrati per caso tra diversi in qualche casa festa sbagliata ma insieme per qualcosa forse nuove amicizie e sesso interetnico interclassista insomma dal frocetto ci eravamo pur liberati non sapendo dove saremmo arrivati ma qui che si fa si ricomincia daccapo e dobbiamo diventare noi minori minoritari marginali operosi fuori moda di nuda vita ormai cattivisti alquanto cinici agenti speciali mentre chi dovrebbe pensare tutto questo se ne lava ormai le mani sognando mondi inesistenti sempre in ritardo all’appuntamento scapolando persino la propria storia?
Amen

Alberto Savinio e il formaggio.

Mercoledì, Aprile 4th, 2007

piano1
«Il Parmigiano è un formaggio base. È nella famiglia dei formaggi ciò che il contrabasso è nella famiglia degli strumenti a corda. Ai bassi profondi, fondamentali, paterni del Parmigiano, si appoggiano gl’individui più leggeri del quartetto caseario: i Taleggi e le Crescenze, viole e contralti della famiglia, la schiera delle Robiole e degli Stracchini (Stracchino: formaggio “stanco” che, come fanciulla sullo sviluppo, sviene nel piatto) al che si aggiunge la minutaglia degli acuti, i colleghi sottili dei flauti e degli ottavini, quei formaggini bianchi di Montevecchia, piccoli e tracagnotti, che macerano, occhiuti di pepe, in un verde lago d’olio.
Stella Alpina è un formaggio virginale, in abito di prima comunicanda. Quanto al Mascarpone, questo compromesso tra il burro e la panna, esso è il cappone dei formaggi: un grasso eunuco che, per voluttà, ha rinunciato alla voluttà.
S’intende che la parte del violoncello nel quartetto dell’orchestra casearia, la fa la Groviera. A Siena la Groviera la chiamano Emmenthal, e ignorano che Emmenthal e Groviera sono la medesima cosa. Gino il famoso trattore di via Calzoleria[Milano], alla mia richiesta di un pezzo di Groviera a fin di pasto, mi rispose che in fede di galantuomo la sua Groviera preferiva non darmela, “essendo la stagione della Groviera già passata”; in compenso mi consigliava un Emmenthal di gran classe. Quanti conflitti nascono dal modo diverso d’intendere la stessa parola…
Il Parmigiano è grave, robusto, fidato. La sua forma a ruota di camion attesta la solidità del suo sapore. È il Morgante Maggiore dei formaggi.
Il Parmigiano non è figlio unico. Ha due fratelli: il Reggiano e il Lodigiano, tre giganti della casearia. Si ammiri la ieratica disposizione di questa trinità caceresca. Tre gravi fratelli collocati a breve distanza uno dall’altro sulla stessa via consolare, schierati da Settentrione a Mezzogiorno, “appoggiati” ciascuno a una forte città, come l’armata alla sua base: a Lodi il Lodigiano, a Reggio Emilia il Reggiano, a Parma il Parmigiano.
Presto però questi tre fratelli rimarranno in due: il Lodigiano va scomparendo. Se spacchi con la coltella corta e triangolare la buccia di uno degli ultimi esemplari di questo formaggio illustre e predestinato, scoprirai nel suo poroso e cavernoso viscere un odoroso paesaggio di stalattiti: umide boccuzze di quei suoi alveoli onde a questo patriarca della casearia viene il detto che “il Lodigiano ha dentro la goccia”.
Ma puossi chiamare buccia il rivestimento esterno di questo formaggio querciaiolo, e non sarebbe più giusto chiamarlo corteccia?…»

Alberto Savinio, Ascolto il tuo cuore città

(editore Adelphi)

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(Non c’è scrittore italiano per gli italiani più “straniero” di Savinio, scriveva Leonardo Sciascia. In effetti, per sentirmi italiano, io Savinio lo leggo e lo rileggo, seguendo il consiglio di Flaiano, e scopro sempre cose nuove mentre l’attualità italiana mi sospinge al vecchio. Certo, per leggere Savinio è necessario provare prima l’accordo, e decidersi nella tonalità dell’ascolto. dopo però tutto fila liscio, con divertimento e delizia. Dopo Leopardi, per i formaggi italiani, viene Savinio, credo )

Interrogativi

Domenica, Marzo 25th, 2007

ciminiere

Che ci facevano tre civette sul comò nella casa del Dottore? Quale dottore poi?
Cosa mai voleva dire amaramacicìcocò che Marla ripeteva in continuazione facendo roteare con la testa la sua nerissima coda di cavallo? Erano tre civette o tre sciimmiette? Tre civette. Tre civette sul comò che facevano l’amore con la figlia del Dottore, il Dottore si ammalò amaramacicìcocò. Indecifrabile. Le civette facevano l’amore! Lunga è la storia stretta è la via dite la vostra che ho detto la mia, dannazione, cosa vuol dire? Qualcuno me lo spieghi per favore. No, non lo voglio sapere.
E quell’un due tre stella delle femminuccie, te bambina appoggiata al muro che ti voltavi di scatto e se notavi il minimo spostamento dell’amichetta la rimandavavi indietro di un passo; vinceva chi riusciva a toccare il tuo muro urlando: Stellaaa!!! Cosa si era conquistato mai! Un muro. Un muro chiamato stella che immusonita e triste tu cedevi alla nuova sculettante vincitrice neanche avessi perso un principato o una guerra punica.
E quei due antipatici di Gigino e Gigetto? Incollavi con lo sputo un pezzettino di carta sulle unghie dell’indice della mano destra e sinistra e ritmicamente li facevi apparire e sparire sul tavolo sostituendoli a sorpresa con il dito medio. Il leit motiv ossessivo era:
Gigino e Gigetto stanno sul tetto
Vola Gigino vola Gigetto
Torna Gigino torna Gigetto.

Gigino e Gigetto, insopportabili gemelli con la giacchettina stretta a due spacchi che si sollevava sui due culoni da viziati con la boccuccia rossa da cui colavano tonnellate di Nipiol e Nutella, erano un tormento.
Ma chi credevano di essere? Gilbert & George? E poi tutti quei amblemblò e amblemblà, le cucuzze e il cucuzzaro e le belle statuine e tutte quelle assurde penitenze!
Eravamo deficienti? Avevamo un quoziente intellettivo che all’epoca era più basso di quello odierno? Inevoluti beoni beoti che venivano presi per il culo dalla mattina alla sera?

Artisti. Lettera ritrovata

Lunedì, Marzo 19th, 2007

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Caro A. B.
Da diversi anni mi ritrovo ad emozionarmi sempre meno di fronte ad opere d’arte. Mi accorgo di rannicchiarmi nella riscoperta (o forse di vera autentica scoperta) di Goya, Rembrandt, Boetti, Kounellis, alcuni americani degli anni Quaranta e Cinquanta dell’altro secolo; ma ti risparmio la lista completa ed alcune stravaganze. Il contemporaneo e l’”istante” si stanno allontanando da me ma il movimento è reciproco, io stesso mi allontano dal presente, divorzio consensuale con melanconie in affidamento congiunto, e pur rammaricandomene mi chiedo se forse oggi di sbagliato non ci sia null’altro che il mio accostarmi alle cose: forse non mi si chiede più un’emozione, o relazione sognante e aperta, un invito a nuovi viaggi. Mi si vuole inchiodare qui, nel banale, nell’orrore quotidiano molto
trendy. L’arte riproduce il repulsivo e avendone già abbastanza di mio, non ho bisogno di propedeutiche estetiche. Ho già visto. Ho già dato.
Insomma le cose sono andate così. Aggiungiamoci anche la noia, la ripetitività di stanchi rituali, di teatri già visti,
vernissages ed eventi in prima assoluta nel secessionismo del mondano e del glamour, globalizzati e rintracciabili oramai anche nei luoghi in culo al mondo.
Sarà anche l’età, avendo doppiato più volte la linea d’ombra per entrare nella luce cruda del disincanto e del cinismo critico, pur appassionati, o la consapevolezza di aver fatto uso poco scaltro di
navicule esperte nel destreggiarsi tra i flutti opachi ed insidiosi della Società dell’Arte, per cui, dovendo scegliere tra la brevità della brace di una giovane vita di talento spezzata – sono infatti artista vivente – e la nicchia dell’autocompiacimento narcisistico e spettrale alla lunga frustrante e depressiva, mi sono trovato a scegliere, dopo anni alla macchia, il distacco con margini di libertà anche se vocazionalmente mortiferi.
Non mi aspetto nulla dal mondo, mi aspetto tutto dal mondo; tutto è possibile. Io e il mondo in comune abbiamo l’incomprensibilità reciproca.
Volevo anche dirti che mia moglie Federica ( te la ricordi?) è morta quattro mesi fa. Aggiungiamoci anche questo.

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Caro T. M.
Ho letto la tua
mail di fretta, mi ha fatto piacere risentirti.
Sono in partenza per New York, ci rimango qualche mese, sono in trattativa per prendere un grande studio che divido con un tedesco, il mio lavoro va alla grande, sono incasinato e non so come fare a soddisfare le richieste, mi è scoppiata una bomba, cazzo ce l’ho fatta.
A cinquant’anni cazzo! Voglio vedere quelle merde milanesi adesso! Gli sputo in faccia! Dai che cazzo fai lì, vieni a New York. Tu non hai idea come si vive qui.
Non ho capito molto di quello che hai scritto, magari perchè ero di fretta.
Salutami tua moglie Elisa, come sta?
Ciao stammi bene

A. B.

Ricordo di una Cinquecento ©

Domenica, Marzo 4th, 2007

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Ho finalmente la Cinquecento, il futuro e quarantotto rate davanti. La Cinquecento L, blu come il mio golf da sera, marce sincronizzate niente più doppietta, manubrio nero e sportivo, sedili ribaltabili, tettuccio apribile, deflettori, radio, tappetini rosso scuro comprati a parte e tremila lire dentro il serbatoio che ti spedisce dove vuoi e poi hai la barba, tutta la barba che sognavi, una barba che devi farti ogni giorno se non vuoi raspare le ragazze uomo fatto che sorgi al mattino sempre con una bella erezione. Sai cosa vuol dire avere una Cinquecento così? Che sei appena un gradino sotto Sua Divinità Renault Quattro, dunque in un bel posto per ora.
Le Mini Minor non mi sono mai piaciute sapevano di magnaccia e donne da Night.
Avere i sedili ribaltabili vuol dire avere un progetto, una possibilità, una risorsa, una sicurezza che ti è affidata affinché venga usata con accortezza tempismo e velocità accompagnati da sensibilità e morbidezza dissimulando con scioltezza il gesto tecnico, scegliendo l’attimo, quell’attimo risolutore che raggruma successo e fallimento insieme, ricordatelo.
Sai infine cosa vuol dire la lettera L dopo il magico numero 500? Vuol dire “Lusso”, vuol dire che la paghi il dieci per cento in più del modello normale e dunque sei nella lussuria.
Vent’anni. Con un’età così puoi anche accostare sul Corso e startene dentro quel blu lucente ad ascoltare la radio con il finestrino aperto ed il braccio di fuori a fumarti una Malboro perché se hai deciso di lasciare puoi permetterti una sosta fredda e distaccata dove guardi il mondo dal tuo abitacolo per trattenerlo nella memoria o per lasciarlo in anticipo dentro gli occhi già da ora. Ti va di mettere in moto perché ti piace il rumore ma anche solo per vedere il lunottino illuminarsi che svolge sempre bene la sua magia da abitacolo notturno, parti in prima e riparcheggi qualche metro avanti, più vicino al mare e alla piazza gioiosa ora deserta.
Ma cosa lasci alla fine? Quasi nulla. Devi persino costruirti la sceneggiatura di una partenza ove nessuno ti trattiene né lo farà mai, ciò che ancora tiene il motore non ancora rodato fermo al confine tra la città e il mare è proprio il nulla che lasci perché tu sei e sei stato nulla per le persone che lasci. Valigia, dischi, libri, l’inseparabile Nikon, panini col tonno e il piatto Lenco stipati dentro la tua nuova casa mobile, la prima che hai avuto, ma cosa aspetti!
Vai via!