Archive for the ‘Urgenze’ Category

Untitled

domenica, luglio 17th, 2011

the end

Locus solus

lunedì, febbraio 28th, 2011

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marchetti-gambalunga

Una felicità semplice, fatta di un lavoro dignitoso, della possibilità dell’individuo di provare quanto vale. Di ricevere quanto merita. Non è il sogno di un paradiso inesistente ma di un luogo un po’ diverso, dove l’ingiustizia, il favore, la raccomandazione del potente di turno o addirittura un posto in consiglio regionale o in parlamento, non esistano più.

Roberto Saviano

Saremo costretti a mangiarci anche noi i maestri, gli eroi, i portavoce della legalità; già si comincia. Un cannibalismo inevitabile, contenuto nei media e determinato dall’esposizione stessa degli eroi, soprattutto se gli eroi si incamminano verso il  mito, con la loro funzione riparatrice, di ricomposizione sociale e di attivazione di coscienze; miti necessari. Sarò sempre dalla parte di Roberto Saviano. Già questo mio enunciato lo trovo stupido ed impoverente. È la gabbia in cui sono costretto a scegliere, una limitazione della mente, una condizione tutta italiana ove sono libero, ma in uno spazio pressurizzato. Nelle grandi opzioni (Bene/Male, Mafia/Legalità, Giudici/Imperatore porno-pop, Saviano/Presidente della Mondadori e così via) c’è poco da discutere, stiamo dove siamo sempre stati, già da adolescenti: nel giusto e nella verità, anche con quegli antichi paraocchi ideologici. Non si può ignorare il fatto che in questo modo ci si impoverisce; subiamo perenni bicromie a stesura piatta, non per scelta stilistica, ma per imposizione del negozio di colori. Mi impoverisco nel compulsivo bisogno di informazione; più sono informato è più mi inaridisco mentre nei talk-show mi si invita a prendere coscienza acquistando un libro che viene pubblicizzato, o per andare a vedere quel film, quel teatro. È alquanto raro che un ospite televisivo non sia legato ad un business editoriale o mediatico, in senso buono, come sono buoni il successo ed il glamour. In queste barricate mediatiche tra grandi semplificazioni oppositive, dopo che sono scomparsi i partiti e le ideologie che ci chiamavano a prendere posizione, in questa immediata richiesta di una scelta sembra contenuta una forma di dominio di massa, la creazione di menti prigioniere. D’altra parte ad impoverirsi è la letteratura stessa, che deve soccombere a quella “eroica”, di “indignazione”, mobilitante, che si vende di più.

È impressionante la mole di energia economica, pubblicitaria, editoriale  e mediatica, che il declino italiano mette in campo. Per non parlare delle grandi manifestazioni di massa, sempre più originali e già confezionate per il  messaggio-massaggio dei media. Allo stupore della stampa internazionale circa l’accettazione passiva degli italiani dello stato esistente, corrisponde il mio stupore circa il grande business della “vergogna” e dell’”indignazione”, con le alte percentuali di share televisivo ove sono protagonisti gli eroi, con imponenti investimenti pubblicitari. L’accellerazione antropologica degli italiani, distorta e drammaticamente devastante, è stata determinata dalla televisione; tale rimane. Gli anni ideologici ci spingevano sino al conflitto interiore, sconciavano identità. Le grandi narrazioni televisive oggi semplificano i conflitti e ricompongono identità falsamente semplici. Identità spendibili nel mercato. Non eravamo così. Eravamo complessi. L’Italia è un disastro anche per questo: il sistema democratico collassa, ma sul collasso si fanno affari. Abbiamo firmato di tutto sul web, tutte le petizioni possibili. Non scendo in piazza da anni, per me la piazza è il caffè la domenica, o il mercato del sabato e a volte quello dell’antiquariato una volta al mese. Basta, la piazza delle nostre città è fatta per la vita e non per la controvita. Vorrei  una felicità semplice, alla Saviano. Desidero essere normale, quasi un qualunquista, un qualunquista informato, un qualunquista responsabile. Con un’etica, parola magica. Le grandi opposizioni valgono ora, ma domani, quando questo laboratorio italiano della latrina eliogabalesca forse verrà smantellato, nella speranza di un ricominciamento di cui dubito, chi mi garantirà la libertà, la sfumatura, la voce fuori dei due cori, l’autonomia di pensiero, l’audacia di essere contro per dire finalmente a qualcosa? Chi, chi lo garantirà? Coloro che oggi si professano i “conservatori” della legalità? Quale lingua parleremo? Quella piana ed equilibrata, moralmente depurata ed eticamente corretta (corretta dall’editor, anche), quella che oggi è lingua oppositiva e che contiene una prefigurazione di futuro e di nuovo ma che forse è solo movimentazione resistenziale e conservativa di norme costituzionali, a cui sino a ieri prestavamo una distratta attenzione? Nondimeno, la facilità con la quale viene sconciata ed attaccata da virus letali la regolamentazione istituzionale, dimostra non solo la nostra consueta distrazione storica concernente la “cittadinanza”, ma anche la debolezza degli anticorpi, oggi sfibrati in una estenuante e sorprendente “testimonianza”, spesso perdente ma che tuttavia deve farsi carico di carenze fondative. Gustavo Zagrebelsky ci mette in guardia circa l’uniformità della lingua, spia di una degenerazione della vita pubblica, e di quella politica. Ma la lingua che si contrappone alla degenerazione ed alla corruzione della vita pubblica è anch’essa spia di qualcosa: debolezza e monotonia, slogans e ripetitività, nuovi ricatti ideologico-consumistici, riduzione del cittadino a spettatore-consumatore, riduzione della tavolozza cromatica della lingua.

Una vera decostruzione della lingua del tempo presente la si fa con una lingua “altra”, che non abbiamo.

Malati alla ribalta

giovedì, gennaio 27th, 2011

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Aredt Marchetti

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La psicoanalisi e la psichiatria difettano nelle analisi nell’era dell’Imperatore porno-pop. Sulla schizofrenia dei sostenitori del Capo, sulla scissione della personalità di chi mente per obbedienza o per paura della ricattabilità, sulla rimozione persino visiva di ciò che “è” ne leggiamo dal grande giornalismo ma non dalla letteratura medica. Vero è che le riviste sono tramontate e quelle che restano, in tale settore disciplinare, si sono rattrappite in ambiti specialistici e poco diffusi. Qualche decennio fa, grazie alla “politica”, psicoanalisi e psichiatria erano diffuse ed i lettori di tali problematiche non erano necessariamente specialisti ma vivevano la politica nell’esistenza. Appare il deserto rispetto ad un recente passato e ad un presente vuoto. Quotidianamente siamo di fronte a casi clinici eclatanti che la politica italiana offre attraverso la televisione; primi piani indicativi, fratture tra volti e parole, tra le parole e le cose, tra verità e menzogna. Colpisce la ripetizione degli stessi sintomi in soggetti diversi, come se si trattasse di menti prigioniere dello stesso meccanismo. La psicoanalisi e la psichiatria potrebbero aiutarci, al di là delle semplificazioni dei media, ad entrare in profondità e far emergere una verità, quella umana, e a liberarci da ciò che forse tiene prigionieri anche noi che ci consideriamo esenti o non appartenenti al mondo dell’Eliogabalo contemporaneo che domina l’Italia. Le grandi scritture sui meccanismi totalitari, vittimari, le decostruzioni del reale che ci aiutavano a vivere paiono scomparse. Dobbiamo fare tutto da soli e ci distacchiamo giorno dopo giorno dai nostri simili, che cominceremo a non riconoscere più come nostri simili. Sarebbe necessario mettere in piedi una nuova Costituente del senso comportamentale comune che ancora rimane, prima che tutto vada perduto. E stigmatizzare le patologie.

L’omino tenero e untuoso

lunedì, dicembre 6th, 2010

marchetti pinocchio

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Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare il più piccolo rumore, perchè le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci.

Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza, ma di diverso pelame.

Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e altri rigati da grandi strisce gialle e turchine.

Ma la cosa più singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutte le altre bestie da tiro o da soma, avevano in piedi degli stivaletti da uomo fatti di pelle bianca.

E il conduttore del carro?…

Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto, che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.

Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna, conosciuta nella carta geografica col seducente nome di «Paese de’ balocchi».

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Così milioni di italiani divennero asini.

Quando ancora erano uomini salirono entusiasti sul carro, non potendo resistere alla voce suadente dell’omino di burro: – Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu, in quel fortunato paese?

Grandi feste, affari sesso e “maffia” in quel bel Paese ove tutto era facile, bastava piegarsi alla vocina. E le bambine, soprattutto, erano il più bel trastullo.

Gli asini ricchi e gli asini imprenditori avevano riso delle barzellette del conduttore; ridevano e ridevano, applaudivano e applaudivano, credendo di trovarsi in “quel fortunato, paese”. Divennero ciuchini anche coloro che si indignavano e si scandalizzavano e salirono su un carro condotto da un omone più lungo che largo, secco come una noce, con una boccona che non rideva mai e una voce dura e seriosa.

Gli indignati facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti nel “Paese de’ tarocchi”.

– Voi che non arrivate alla fine del mese, voi che volete un futuro migliore, voi che non credete al “Paese de’ balocchi”, volete venire in quel fortunato paese?

Tra tanti somari non si riusciva più a distinguere i baloccanti dai taroccanti.

Pochi uomini avevano ancora orecchie umane ed erano passati al bosco, metaforicamente. Vivendo alla luce del sole, tra milioni di ciuchini, in una mimetica normalità, questi uomini raccontano ai ragazzi delle storie più belle di quelle raccontate dai conduttori di carri perchè non si parte mai, sembra di star fermi ma ci si muove, di poco, ma ci si muove, un pochino al giorno. In un anno questi ragazzi hanno fatto 360 passettini.

Mendini e Dorfles: Eternità

venerdì, aprile 23rd, 2010

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antonio marchetti monumenti in scatola2

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Due notizie ci colpiscono e le mettiamo in relazione. Il centesimo compleanno di Gillo Dorfles e la nomina del nuovo direttore della storica rivista “Domus”, Alessandro Mendini.

Due notizie che attivano memorie post-adolescenziali di molti di noi. In effetti in libreria e negli scaffali tiriamo fuori i numeri di “Casabella” degli anni Settanta, ove Mendini era direttore, e i vecchi libri Einaudi di Dorfles, e non possiamo non provare un senso di benessere.

Il tempo si è fermato in Italia e questo tranquillizza non poco.

Che bello rivivere quegli anni senza la vertigine della contemporaneità! Che bello vedere questi vecchi ancora in trincea a ricordarci le avanguardie e la nostra gioventù!

Che bello non pensare ma solo ri-pensare!

Non so cosa provano i giovani ma il messaggio è molto chiaro: il nuovo sarà mediato dai vecchi, che non riposano mai, ed apparirà più accettabile e sedato. La fatica dei giovani troverà spazio solo nella mediazione con il vecchio, con i vecchi. Ma a cosa servirà?

Niki Vendola. Governare, o morire, in versi

martedì, marzo 30th, 2010

antonio marchetti costruzione del dolore

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Forse nel sangue di Niki Vendola scorre un po’ di quel genio salentino che è stato Carmelo Bene.

C’è qualcosa di majakovskiano nel suo look, che ci ricorda il famoso “Quattro modi di morire in versi” del grande Carmelo. Vendola viene dalla terra dove i santi decollano, levitano poeticamente. La sua lingua si esilia da quella mediatico-fascista dell’imperatore e da quella greve, ripetitiva e impotente di sora Bersani. Almeno sino ad oggi.

La nostra faccia (faccetta) nera

domenica, marzo 7th, 2010

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antonio marchetti serious persons

In questo Journal non lo abbiamo mai nominato. Lo abbiamo chiamato, spesso, l’imperatore porno-pop. Imperatore in quanto dominus incontrastato dei media e uomo ricchissimo; porno perchè frequenta puttane, simboleggia l’aspetto più retrivo della sessualità e accredita politicamente donne che provengono da quella filiera e che lui alimenta; pop perchè è scultura virtuale iconica che ripesca nell’immaginario fascista, nazista e stalinista. Non lo nominiamo ancora ma accettiamo la versione di Franco Cordero: “Il signor B”.

Jaqueline Risset, in un recente articolo su Le monde dal titolo “La face noir de l’Italie” descrive il nostro paese da un punto di vista “esterno” ed interno insieme, lasciando scorrere l’aria fresca delle nostre sorgenti culturali che la nostra faccia scura contemporanea (evidentemente condannati ad una anomalia orbitale) non riconosce più.

La Risset, studiosa e traduttrice di Dante, vive ed insegna da molti anni in Italia, la sua docenza a  Roma subentrava a quella di Giovanni Macchia . Chi ama la Francia, la sua poesia e la sua letteratura, avrà sicuramente negli scaffali gli  scritti della Risset. Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso c’era molta sintonia tra l’Italia e la Francia, ciascuno prendeva dall’altro: cinema, filosofia, psicoanalisi, critica letteraria, politica, poesia. Coloro che “interfacciavano” quella ricchezza o sono morti o sono dormienti. “Dormienti”, parola che la Risset pare apprezzi. Oggi tutto è in frantumi. La Risset, molto italiana, registra questa frantumazione. Giustamente Jaqueline Risset vede in Italia un virus che potrebbe diffondersi in altri paesi, in Europa soprattutto. In questo l’Italia, anche quando era minoritaria, ha cucinato nel suo laboratorio modelli esportabili. Mussolini era un modello sempre presente al tavolo dei progetti dittarioriali, non solo europei.

Anche il signor B potrebbe diventare un modello esportabile, e visto lo stato di impotenza italiana, l’Europa potrebbe intervenire. Potrebbe iniziare da subito a porre un problema di conflitto di interessi nelle elezioni per il parlamento europeo. Il partito del signor B non vi può partecipare perchè è proprietario di televisioni e giornali.

La miniatura di Milano ha colpito il Capo

venerdì, gennaio 8th, 2010

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L’evento del ferimento del Capo si diluisce nello spazio mediatico, viene assorbito e metabolizzato troppo in fretta. Dobbiamo acciuffarne il senso, e se non si tiene stretta una qualche analisi si lascia spazio alla manipolazione storica. Come nel caso di  Bettino Craxi: esibizione di un martire, eroe, vittima sacrificale.

Se non la trascriviamo oggi la Storia, con qualche strumento freddo e distaccato, quasi chirurgico, accadrà lo stesso per colui che si è autodefinito l’Unto del Signore.

Una miniatura del simbolo di Milano ha colpito il Capo. Oggetto banale.

Poteva essere un piccolo panettone in bronzo ma si tratta di un simbolo temporale, per quanto accettabile: la sua diffusione si limita alle feste natalizie e poi scompare per tutto l’anno.

Il Duomo invece rappresenta storicamente la città di Milano.

È stata dunque una miniaturizzazione di Milano a colpire il Capo milanese.

Il signor Tartaglia è uno psicolabile pensoso, che sa maneggiare i simboli, sa che i simboli sono armi, anche se in questo caso ha pericolosamente accorciato le distanze simboliche, a suo danno e a nostro danno.

Se il gesto viene valutato come l’atto poco significativo di una persona disturbata il suo disturbo tuttavia disegna un percorso logico impressionante.

Il signor Tartaglia ha espresso il suo odio per il Capo e questi, specularmente, ha sentito il colpo, rispondendo con vaneggiamenti ideologici sull’amore in un rovesciamento mimetico immediato, quasi animale.

Il colpo non è psicologico, visto che la “vittima” sacrale che lo ha ricevuto ha risorse su questo versante pressochè illimitate.

È fisico, corporale, è uno sfregio all’equilibrio chirurgico-estetico, e soprattutto il colpo ha prodotto dolore, realtà. Forse aperitivo di un incubo di realtà che irrompe nell’irreale corpo porno-pop.

Il colpo ha prodotto anche una sospensione temporanea dell’esposizione  mediatica del Capo, al di là di quella ostensiva immediata e sanguinolenta subito dopo il ferimento di cui ha parlato Marco Belpoliti – ma anche prima ne abbiamo accennato in forma letteraria  in questo  stesso Journal –  uno spazio vuoto occupato da figure minori, orfane, non per questo meno pericolose, anzi, portatori del classico complesso da clone e dunque aggressive, in preda ad un delirio di perdita e, per quanto momentanea, precarietà.

Purtroppo il sangue del Capo rimarrà una icona che rimanda ad altre, per chi ne ha memoria.

Il ricamo, su questo, lo lasciamo libero.

Va comunque detto che al tramonto del Capo seguirà un pasto cannibale.

Caro Tartaglia

martedì, dicembre 15th, 2009

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Caro Tartaglia,

tu sei la banalità del male, hai fatto male a tutti noi, ci hai fatto fare passi indietro incommensurabili.

Perchè lo hai fatto? Forse perchè i tuoi quadretti luminosi non hanno avuto successo?

Aleggiano leggi speciali, come ai tempi del terrorismo, tra non molto la tua cazzata la pagheremo in molti, e si giustificheranno, con la solita manipolazione dell’imperatore e i suoi lacchè, limitazioni delle libertà individuali nell’esprimere proprie opinioni.

Ci mancava l’idiota, mancava questa figura nella patetica storia di questo quasi ventennio.

E poi, diciamolo, tutto l’apparato protettivo dell’imperatore ha fatto fiasco; mentre i ministri preposti si autoassolvono, impegnati in questioni finedimondo non sono in grado di difendere il loro padrone dall’idiota qualunque, espressione della regressione aggressiva italiana. Su questo idiota gli ex e post fascisti giustificheranno leggi speciali, anche contro questo Journal, di tipo iraniano.

L’imperatore mafioso

lunedì, novembre 30th, 2009

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Abbiamo firmato tutte le petizioni e gli appelli possibili. Abbiamo partecipato a tutto e partecipiamo, nel nostro pane quotidiano, ad un possibile/impossibile “risorgimento”. Piuttosto stanchi, impegnati salvificamente e individualmente ad autoproteggerci. Quando i mafiosi pentiti parleranno dell’imperatore d’Italia aggiorneranno le intuizioni e le intelligenze attivate già da tre lustri. Ma il tempo ci trova impreparati. Giovani italiani potrebbero afferrare il testimonio, ma chi li porge a chi? Come si presenta il cervello dei giovani italiani? Mi riferisco a coloro che restano non a quelli che hanno preso, davvero, sul serio l’Europa e vanno via, buon per loro.