Archivi per la categoria ‘Urgenze’

Mendini e Dorfles: Eternità

venerdì, 23 aprile 2010

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antonio marchetti monumenti in scatola2

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Due notizie ci colpiscono e le mettiamo in relazione. Il centesimo compleanno di Gillo Dorfles e la nomina del nuovo direttore della storica rivista “Domus”, Alessandro Mendini.

Due notizie che attivano memorie post-adolescenziali di molti di noi. In effetti in libreria e negli scaffali tiriamo fuori i numeri di “Casabella” degli anni Settanta, ove Mendini era direttore, e i vecchi libri Einaudi di Dorfles, e non possiamo non provare un senso di benessere.

Il tempo si è fermato in Italia e questo tranquillizza non poco.

Che bello rivivere quegli anni senza la vertigine della contemporaneità! Che bello vedere questi vecchi ancora in trincea a ricordarci le avanguardie e la nostra gioventù!

Che bello non pensare ma solo ri-pensare!

Non so cosa provano i giovani ma il messaggio è molto chiaro: il nuovo sarà mediato dai vecchi, che non riposano mai, ed apparirà più accettabile e sedato. La fatica dei giovani troverà spazio solo nella mediazione con il vecchio, con i vecchi. Ma a cosa servirà?

Niki Vendola. Governare, o morire, in versi

martedì, 30 marzo 2010

antonio marchetti costruzione del dolore

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Forse nel sangue di Niki Vendola scorre un po’ di quel genio salentino che è stato Carmelo Bene.

C’è qualcosa di majakovskiano nel suo look, che ci ricorda il famoso “Quattro modi di morire in versi” del grande Carmelo. Vendola viene dalla terra dove i santi decollano, levitano poeticamente. La sua lingua si esilia da quella mediatico-fascista dell’imperatore e da quella greve, ripetitiva e impotente di sora Bersani. Almeno sino ad oggi.

La nostra faccia (faccetta) nera

domenica, 7 marzo 2010

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antonio marchetti serious persons

In questo Journal non lo abbiamo mai nominato. Lo abbiamo chiamato, spesso, l’imperatore porno-pop. Imperatore in quanto dominus incontrastato dei media e uomo ricchissimo; porno perchè frequenta puttane, simboleggia l’aspetto più retrivo della sessualità e accredita politicamente donne che provengono da quella filiera e che lui alimenta; pop perchè è scultura virtuale iconica che ripesca nell’immaginario fascista, nazista e stalinista. Non lo nominiamo ancora ma accettiamo la versione di Franco Cordero: “Il signor B”.

Jaqueline Risset, in un recente articolo su Le monde dal titolo “La face noir de l’Italie” descrive il nostro paese da un punto di vista “esterno” ed interno insieme, lasciando scorrere l’aria fresca delle nostre sorgenti culturali che la nostra faccia scura contemporanea (evidentemente condannati ad una anomalia orbitale) non riconosce più.

La Risset, studiosa e traduttrice di Dante, vive ed insegna da molti anni in Italia, la sua docenza a  Roma subentrava a quella di Giovanni Macchia . Chi ama la Francia, la sua poesia e la sua letteratura, avrà sicuramente negli scaffali gli  scritti della Risset. Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso c’era molta sintonia tra l’Italia e la Francia, ciascuno prendeva dall’altro: cinema, filosofia, psicoanalisi, critica letteraria, politica, poesia. Coloro che “interfacciavano” quella ricchezza o sono morti o sono dormienti. “Dormienti”, parola che la Risset pare apprezzi. Oggi tutto è in frantumi. La Risset, molto italiana, registra questa frantumazione. Giustamente Jaqueline Risset vede in Italia un virus che potrebbe diffondersi in altri paesi, in Europa soprattutto. In questo l’Italia, anche quando era minoritaria, ha cucinato nel suo laboratorio modelli esportabili. Mussolini era un modello sempre presente al tavolo dei progetti dittarioriali, non solo europei.

Anche il signor B potrebbe diventare un modello esportabile, e visto lo stato di impotenza italiana, l’Europa potrebbe intervenire. Potrebbe iniziare da subito a porre un problema di conflitto di interessi nelle elezioni per il parlamento europeo. Il partito del signor B non vi può partecipare perchè è proprietario di televisioni e giornali.

La miniatura di Milano ha colpito il Capo

venerdì, 8 gennaio 2010

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L’evento del ferimento del Capo si diluisce nello spazio mediatico, viene assorbito e metabolizzato troppo in fretta. Dobbiamo acciuffarne il senso, e se non si tiene stretta una qualche analisi si lascia spazio alla manipolazione storica. Come nel caso di  Bettino Craxi: esibizione di un martire, eroe, vittima sacrificale.

Se non la trascriviamo oggi la Storia, con qualche strumento freddo e distaccato, quasi chirurgico, accadrà lo stesso per colui che si è autodefinito l’Unto del Signore.

Una miniatura del simbolo di Milano ha colpito il Capo. Oggetto banale.

Poteva essere un piccolo panettone in bronzo ma si tratta di un simbolo temporale, per quanto accettabile: la sua diffusione si limita alle feste natalizie e poi scompare per tutto l’anno.

Il Duomo invece rappresenta storicamente la città di Milano.

È stata dunque una miniaturizzazione di Milano a colpire il Capo milanese.

Il signor Tartaglia è uno psicolabile pensoso, che sa maneggiare i simboli, sa che i simboli sono armi, anche se in questo caso ha pericolosamente accorciato le distanze simboliche, a suo danno e a nostro danno.

Se il gesto viene valutato come l’atto poco significativo di una persona disturbata il suo disturbo tuttavia disegna un percorso logico impressionante.

Il signor Tartaglia ha espresso il suo odio per il Capo e questi, specularmente, ha sentito il colpo, rispondendo con vaneggiamenti ideologici sull’amore in un rovesciamento mimetico immediato, quasi animale.

Il colpo non è psicologico, visto che la “vittima” sacrale che lo ha ricevuto ha risorse su questo versante pressochè illimitate.

È fisico, corporale, è uno sfregio all’equilibrio chirurgico-estetico, e soprattutto il colpo ha prodotto dolore, realtà. Forse aperitivo di un incubo di realtà che irrompe nell’irreale corpo porno-pop.

Il colpo ha prodotto anche una sospensione temporanea dell’esposizione  mediatica del Capo, al di là di quella ostensiva immediata e sanguinolenta subito dopo il ferimento di cui ha parlato Marco Belpoliti – ma anche prima ne abbiamo accennato in forma letteraria  in questo  stesso Journal –  uno spazio vuoto occupato da figure minori, orfane, non per questo meno pericolose, anzi, portatori del classico complesso da clone e dunque aggressive, in preda ad un delirio di perdita e, per quanto momentanea, precarietà.

Purtroppo il sangue del Capo rimarrà una icona che rimanda ad altre, per chi ne ha memoria.

Il ricamo, su questo, lo lasciamo libero.

Va comunque detto che al tramonto del Capo seguirà un pasto cannibale.

Caro Tartaglia

martedì, 15 dicembre 2009

 

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Caro Tartaglia,

tu sei la banalità del male, hai fatto male a tutti noi, ci hai fatto fare passi indietro incommensurabili.

Perchè lo hai fatto? Perchè i tuoi quadretti luminosi non hanno avuto successo?

Aleggiano leggi speciali, come ai tempi del terrorismo, tra non molto la tua cazzata la pagheremo in molti, e si giustificheranno, con la solita manipolazione dell’imperatore e i suoi lacchè, limitazioni delle libertà individuali nell’esprimere proprie opinioni.

Ci mancava l’idiota, mancava questa figura nella patetica storia di questo quasi ventennio.

E poi, diciamolo, tutto l’apparato protettivo dell’imperatore ha fatto fiasco; mentre i ministri preposti si autoassolvono, impegnati in questioni finedimondo non sono in grado di difendere il loro padrone dall’idiota qualunque, espressione della regressione aggressiva italiana. Su questo idiota gli ex e post fascisti giustificheranno leggi speciali, anche contro questo Journal, di tipo iraniano.

L’imperatore mafioso

lunedì, 30 novembre 2009

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Abbiamo firmato tutte le petizioni e gli appelli possibili. Abbiamo partecipato a tutto e partecipiamo, nel nostro pane quotidiano, ad un possibile/impossibile “risorgimento”. Piuttosto stanchi, impegnati salvificamente e individualmente ad autoproteggerci. Quando i mafiosi pentiti parleranno dell’imperatore d’Italia aggiorneranno le intuizioni e le intelligenze attivate già da tre lustri. Ma il tempo ci trova impreparati. Giovani italiani potrebbero afferrare il testimonio, ma chi li porge a chi? Come si presenta il cervello dei giovani italiani? Mi riferisco a coloro che restano non a quelli che hanno preso, davvero, sul serio l’Europa e vanno via, buon per loro.

Il nostro agire

lunedì, 26 ottobre 2009

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Un certo silenzio, una rarefazione di interventi su questo Journal sono dovuti a problemi di stomaco più che di testa o di pigrizia intellettuale.  Gli eventi italiani seguono una accellerazione verso la rovina e l’autodistruzione; bisogna lasciar sedimentare il lavoro delle viscere affinchè sorga un qualche pensiero lucido e distaccato. Quanti siamo ad andare di corpo in modo inconsueto o ad essere afferrati da conati di vomito? Molti, una grossa minoranza. Ma ormai l’indignazione è la forma aggiornata della rassegnazione.

Ciascuno può fare molto nel piccolo mondo in cui vive e lavora, nel quotidiano (il “territorio” è il quotidiano spaziale ed esistenziale). La Costituzione sancisce, ancora, la nostra libertà, cominciamo ad applicarla giornalmente, di primo mattino. Ogni autocensura, ogni timidezza, qualsiasi pavidità relativa al nostro agire rappresenta un calpestare i diritti che costituzionalmente ci sono riconosciuti. Così facendo calpestiamo anche quelli degli altri, di quelli che coraggiosamente resistono e tutto alla fine ricadrà su tutti.  La  perdita dei diritti ce la vogliamo anche noi, nei nostri comportamenti spesso ipocriti.

Tra breve potrebbe essere troppo tardi.

COMUNICATO STAMPA

venerdì, 9 ottobre 2009

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COMUNICATO STAMPA

 

Non esistono poteri assoluti

Almeno per ora

 

Non tutto è perduto, in Italia, ALMENO PER ORA.

 

E, ancora una volta, è stata la Costituzione della Repubblica a indicare la strada da percorrere.

 

Non era possibile conciliare la Legge Alfano con l’articolo 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza dei cittadini.

 

Per questa ragione il Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna, con numerose associazioni e alcune forze politiche, aveva, a suo tempo, promosso il Referendum abrogativo della legge Alfano e raccolto le firme necessarie, in provincia di Ravenna e in tutta Italia.

 

Non avevamo dubbi: la suprema Corte avrebbe dichiarato l’incostituzionalità della legge Alfano ma, nel frattempo, chi informava la cittadinanza nel merito della grave aggressione alla legalità costituzionale ancora una volta in atto?  Poche voci libere, nella stampa e nelle TV, lo stavano facendo.

 

Con la raccolta delle firme, che  superò di molto le 10000 nella provincia di Ravenna, abbiamo attivato una ampia e capillare opera di controinformazione e di resistenza civile.

 

Ora ci aspetta un altro compito, non meno urgente del precedente.

 

In primo luogo, vigilare per il pieno rispetto della sentenza della Corte. Inoltre, sono annunciate riforme costituzionali che potrebbero stravolgere la Costituzione e “legalizzare”  il “primus super pares” che l’avvocato Ghedini ha avuto il coraggio di teorizzare di fronte alla Corte. Una aberrazione politica e giuridica che si colloca al di fuori della tradizione liberaldemocratica europea, ma che ha, almeno, il pregio della chiarezza, perché rende esplicito che chi ci governa, oggi, vuole superare l’equilibrio dei poteri, e dare vita a un esecutivo da cui dipendano sia il Parlamento che l’ordine giudiziario.

 

Prossima probabile mossa, la Repubblica presidenziale, con il presidente eletto direttamente dal popolo.

 

Ieri sera il presidente del Consiglio è stato chiaro, con una aggressione al Presidente della Repubblica inaudita e con una tremenda invettiva, che dice tutto della sua concezione del potere: “viva l’Italia, viva Berlusconi”.

 

Tutto chiaro.

 

Talmente chiaro che ci chiediamo: E’ COMPATIBILE CON LA NOSTRA REPUBBLICA CHE E’ ANCORA UNA REPUBBLICA PARLAMENTARE un presidente del Consiglio che si esprime e che agisce così?

 

Riteniamo di NO.

 

Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna

8 ottobre 2009

Morte di un imperatore pornopop

giovedì, 17 settembre 2009

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Come immaginare la morte dell’imperatore oggi? Come potrebbe morire nell’immaginario individuale, il mio, l’egoarca (come lo definisce sofisticatamente Giuseppe D’Avanzo)?

Mi verrà in aiuto Maurizio Cattelan e una sua opera: Papa Giovanni Paolo II schiacciato a terra da un meteorite. Per l’attuale imperatore pornopop egoarca la morte la vedrei comunque causata da portento celeste, una traiettoria altrettanto verticale, improvvisa e implacabile, transpolitica e aideologica. Penso al fulmine. Un fulmine che colpisce solo Lui e risparmia le bodyguard. Un fulmine piccolo e potente, circoscritto in una rara fenomenologia di elettrica sventura. Il corpo probabilmente verrà carbonizzato e quasi polverizzato, una nerezza insostenibile allo sguardo per qualche attimo contornerà una dentatura bianca che ricorderà il gatto del Ceshire di Alice.

Il reporter che catturerà questo attimo vincerà il Premio Pulitzer o lo venderà a El Pais. La Chiesa cattolica cercherà di minimizzare l’evento cercando di allontanare per quanto possibile qualsiasi interpretazione che possa coinvolgere l’intervento divino. La conferenza episcopale negherà la mano di Dio; il Papa farà riferimento a casualità tragiche dovute alla metereologia e farà citazioni scientifiche per dimostrare che Dio non c’entra. I laici e le frange atee della società al contrario esibiranno striscioni e lanceranno slogans nelle piazze e banner sul web molto semplici: Dio esiste.

Passare al bosco o l’Isola delle Rose?

giovedì, 25 giugno 2009

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Italia calcificata; già dieci anni fa una ultima dinamizzazione possibile, ora è sostanza inorganica che si aggrappa al passato. Saluti fascisti, faccetta nera cantata in qualche scuola in culo al mondo (fare mondi), giovani invisibili e muti, pre-iraniani, il femminile in offerta, come sempre. Non siamo fermi ma in retromovimento progressivo. Svergognati ma senza vergogna.

 

Marina centro a Rimini: tutti i negozietti vendono le stesse immagini: Mussolini e gagliardetti littori.

 

I bambini e i ragazzi vogliono il fuciletto nelle colonie estive del ministro della gioventù, e anche la divisa.

 

E noi? La nostra generazione? La memoria è una nicchia, una trappola o un fallimento? E il presente, dov’è, qual’è? C’è il successo di chi marcia questo presente ma non ci sarà memoria per ridimensionarli, mentre l’insuccesso di oggi sarà ANCHE l’insuccesso di domani. Cominciare a tener presente quella famosa ipotesi di Ernst Jünger, oggi attuale? Passare al bosco?

 

O ricostruire al largo del mare di Rimini l’Insulo de la Rozoj (l’Isola delle Rose) dell’estate del 68?

 

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Tra gli articoli sul caso Berlusconi pubblicati da altri giornali britannici, spicca poi la vignetta del Sun: un parcheggio pieno di limousine per il summit del G8, ciascuna con una bandierina della nazione che rappresenta sul cofano; quella italiana è letteralmente ricoperta di giovani ragazze maggiorate e seminude, che lavano la macchina brindando con calici di champagne.

(Enrico Franceschini, La Repubblica)

I pre-moderni

domenica, 17 maggio 2009

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Indietro su tutti ma in grado di elaborare modelli politici esportabili, poi gli “anni del boom”, lo sviluppo economico ma a modernità quasi nulla.
Ora siamo entrati nell’età pre-moderna e tutte le budella ancora devono essere rivoltate e fatte parlare.
L’imperatore pop non rappresenta le viscere; viene da lì e conosce se stesso molto bene. Il Vaticano sinora conferma e appoggia lo sbudellamento anche perchè ne ha di suoi e non pochi.
Cordiali saluti

Abruzzo. Terremoto Rimozione

martedì, 14 aprile 2009

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Dopo 48 ore dal terremoto nel territorio aquilano il ministro Sacconi aveva consigliato ai terremotati di lavarsi accuratamente le mani, forse per prevenire infezioni. Sacconi pensava di rivolgersi a paesi stranieri, forse africani. Sacconi, ricordiamolo, è il ministro che manda gli ispettori nell’ospedale ove si è conclusa l’agonia di Eluana Englaro. È un ministro inquietante, ma è anche un ministro inutile, vacuo, insignificante, è insignificante come persona ancor prima che come ministro. Ma gli insignificanti sono pericolosi. Questo governo è pieno di insignificanti.

Dopo una settimana dal terremoto abruzzese possiamo dire qualcosa. Dopo il silenzio del cordoglio qualcosa s’ha da dire.

È stata l’esaltazione del governo, dello Stato, della protezione civile, dei vigili del fuoco, del volontariato, delle istituzioni…

A L’Aquila sono arrivati tutti, per fortuna; il sostegno e la solidarietà ci sono stati questa volta davvero. Sono arrivati registi famosi per filmare, clown e maghi per rallegrare i bambini, psicoterapisti per curare, animatori per de-pensare, frati e preti per le anime, cucine da campo per una Pasqua decente e, insieme, come ricorda Roberto Saviano, un esercito di tecnici per stendere relazioni sullo stato edilizio dopo il terremoto. C’è stata un’ondata di solidarietà ammirevole. Ma, ammantata da tanto fare, si scorge all’orizzonte qualcosa di conosciuto e di antico che si chiama “rimozione”. Non si tratta della rimozione delle macerie ma qualcosa che attiene alla psicoanalisi. Tutto spinge verso la rimozione dell’accaduto. Non si dà tregua ai sopravvissuti e senza casa. L’obiettivo è quello di non lasciare spazio all’elaborazione del lutto e della perdita. Tanto attivismo lascerà, prima o poi, un vuoto. L’emergenza è stata affrontata molto positivamente, ma questa emergenza vorrebbe “sedare” la nuda vita. Questo non è possibile. Qualcosa ricorda il nostro ultimo dopoguerra.

I tempi di elaborazione della perdita sono molto più lunghi da quelli immaginati dagli ideologi dell’emergenza. Qui si rivela la vecchia doppia natura italiana, il suo cattolicesimo ipocrita: buoni oggi ma cinici domani. A questo si dovrebbe aggiungere una certa natura abruzzese, esaltata dai media per fierezza e coraggio ma che in realtà è corresponsabile di tutti gli scandali politici, degli sperperi e della corruzione politica-amministrativa. Il Presidente, come al solito, si è comportato da scultura pop, iperreale, adorato da donne anziane e da mamme (il suo maggior elettorato)seguendo uno scenario prevedibile.

Ma tra emergenza ed idee ce ne corre. L’emergenza (l’attimo, l’immanenza) è funzionale a questo Presidente televisivo, il Progetto molto meno. 

Santo Stefano di Sessanio (AQ)

martedì, 14 aprile 2009

 

Qualche mese fa, in dicembre, insieme all’amico Francesco Lucantoni, architetto e artista di Sulmona, sono salito a Santo Stefano di Sessanio, provincia de L’Aquila, a 1.250 metri metri di altezza. 

Ho rivisto, dopo molti anni, anche Rocca Calascio, ci siamo saliti immersi nella neve ma in una giornata splendida con tutto il teatro di montagne protagoniste assolute.

A Santo Stefano un giovane imprenditore abruzzese di formazione europea, Daniele Kihlgren, ha trasformato il paese in una serie di residenze (il cosiddetto “albergo diffuso”) recuperando genius loci, botteghe e silenzio. Si è avvalso di un bravo architetto, di validi tecnici e di motivazioni etico-imprenditoriali.

La torre, abbattuta dal terremoto, potrà essere ricostruita. 

Il paradigma di un altro Abruzzo possibile è qui, a Santo Stefano.

Nuovo cinema purgatorio

sabato, 21 febbraio 2009

 antonio-marchetticostruzione-del-dolore.jpg  Non vorrei sentire più l’enfatismo, ormai stanco, di uno stacco musicale, di un inno. Non funziona più, funziona però con l’uomo mortale Berlusconi. Ivano Fossati me lo voglio sentire a casa, in auto, con gli amici, non più al termine o all’inizio di una assemblea già crepuscolare in età giovane. È patetico. Basta, sono per la fusione a freddo, aspetto animali politici. Non scrivete più libri, lasciateli agli scrittori, non siate artisti, lasciate all’arte il mestiere che gli compete, non siate attori o personaggi televisivi, lasciate spazio a chi lo sa fare, siate politici, ascoltate e state zitti, ascoltate elaborate e AGITE, agite politicamente, guadagnatevi il salario. Usate l’arma sottile della politica, siate intelligenti, la poesia la letteratura l’arte lasciatela a noi oppure mettetevi in gioco senza utilizzare il potere mediatico. Siate politici e basta. Invitate ad uscire i destabilizzatori. La pluralità lasciatela a noi voi pensate a perseguire obiettivi chiari e certi. Per tagliare il capello ci pensiamo noi voi pensate a fare legna e a lavorare per coloro che vi hanno votato. Ma è già tardi, per tante volte è stato tardi, almeno per chi ne ha memoria.

La morte di un uomo chiamato Berlusconi

giovedì, 19 febbraio 2009

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l’Italia è attraversata da profondi temi etici che riguardano la vita e la morte. Questi temi, in effetti, non riguardano i viventi ma i pre-nati e i pre-morti (sospensione in vitro di embrioni ed alimentazione artificiale di comatosi, una vita “tecnica”), qualcosa che si sottrae alla vita come la concepiamo abitualmente e materialmente.

Mi sono chiesto se la morte di un uomo di nome Silvio Berlusconi, un vivente tra gli uomini, potesse produrmi una profonda riflessione sulla morte e la vita dal punto di vista etico. Mi vergogno a confessarlo e pur cercando dentro di me corde sensibili e di civiltà mi vedo costretto a rispondere di no. La morte del signor Berlusconi non produrrebbe in me nessun sentimento di lutto e di perdita. Essendo un uomo che incarna l’Italia contemporanea la sua morte potrei vederla come la morte di una parte dell’Italia stessa e siccome l’Italia che incarna non mi piace potrei provare un senso incoffessato di piacere, addirittura – quasi me ne vergogno – alla notizia di una sua morte. Le sue orrende barzellette sulla morte degli altri  che ama raccontare potrebbero stavolta riguardare lui. Nondimeno la scomparsa di un uomo non cancella le strutture di potere e i sistemi di pensiero che intorno all’uomo si sono ormai create. Ma è pur vero che molti dicono che è proprio quest’uomo a tenere presso di sè la totalità del consenso, del potere pubblico e determinare modelli mimetici comportamentali diffusi.

Dunque la morte di uomo potrebbe rappresentare la morte di un sistema, che potrebbe polverizzarsi e sciogliersi o modificarsi  come un fenomeno termico o chimico. Desiderare la morte di qualcuno è ripugnante e confligge con la coscienza e l’etica, per i cattolici poi è un peccato mortale. Dal punto di vista politico infine desiderare la morte è segno di sconfitta, vuol dire che ormai non si ha più nulla da opporre. Ma se in una utopica ipotesi non si avesse più nulla  da opporre non dico desiderare, ma pensare, la morte di un uomo è l’impensato che potrebbe insinuarsi nella mente di molte persone normali.