Archive for the ‘Urgenze’ Category

Cultura. Bar dello Sport

Venerdì, Marzo 9th, 2007

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Già da qualche sera al Bar dello Sport si parla poco di filosofia, anche la morte di Jean Baudrillard non ha stimolato un gran dibattito; forse il filosofo rispunterà all’improvviso quando meno te lo aspetti, qui al bar c’è poco da programmare, sapete come va lo sport del pensiero.
Ieri sembravano tutti appassionarsi della prossima Biennale d’arte di Venezia e sulle scelte di Robert Storr.
A parte i soliti due sfigati che sono antiamericani su tutto, anche quando si parla di cinema francese, la discussione, abbastanza pettegola, da bar appunto, verteva sulla storia dei “vecchi” invitati a questa nuova edizione.
«È la Biennale del Viagra».
«Veramente ti confondi con Sanremo»
«Già, è vero, comunque son tutti decrepiti»
«Cosa c’entra l’arte con l’età; “giovane” non è certo una categoria che possa valere sempre»
«Sta bono, cominciamo a chiarire: giovane arte, arte giovane o arte dei giovani?»
«Adesso non cominciare a parlare da quel contadino che sei»
«Sarò contadino ma vent’anni anni fa chi ti ha spiegato i “mangiatori di patate” di Van Gogh?»
«Adesso non ricominciate a litigare, qui il problema è capire se l’ospizio dell’arte è una provocazione oppure no»
«Ma come ti permetti di parlare di ospizio quando Picasso a ottant’anni si scopava già tua moglie che ne aveva venticinque»
«Per me è una scelta di mercato»
«Sì, il mercatino dei polacchi»
«Guarda che i paesi dell’est non ci sono più, datti una sveglia!»
«A me Anselmo piace anche da morto»
«Il fatto è che gli americani in questa fase storica…»
«Guarda che della guerra parliamo la prossima settimana (bugia) e tu faresti bene ad andartene in ferie»
«Certo che la Louise Bourgeois, insomma…»
«Comunque certi suoi lavori sono un pugno allo stomaco»
«Oddio, uno schiaffetto, non esagerare, ha 95 anni, anche se fa palestra…»
«Questo modo di affrontare i problemi non mi piace»
«Dai, dì la verità, ammettilo che la Bourgeois ti piace fisicamente»
«Certo che sei proprio stronzo, comunque Gabriel Garcia Marquez compie ottant’anni e per gli scrittori non si fanno tutte queste storie»
«Per la Bourgeois Marquez sarebbe troppo giovane, questa si chiama pedofilia»
«Francooo!!! Dai portaci altri sette “americani”, anzi no cinque, a questi altri due portagli il marsala»

Amare

Mercoledì, Marzo 7th, 2007

italia

L’incipit del manifesto del Partito Democratico (il nuovo partito che unirà la sinistra riformista e la Margherita) recita così:
“Noi, i democratici, amiamo l’Italia”.
Anche l’ex Presidente del Consiglio, la scultura pop, esordiva allo stesso modo, ma al singolare: “L’Italia è il paese che amo.”
Dunque l’amore diventa una nuova categoria politica, ove si sviluppano gli aspetti fondativi di un partito nuovo o il programma di governo di un uomo innamorato – in realtà innamorato solo di se stesso e che ha sconciato il Paese. Ma, come ben sappiamo, l’amore spesso è volubile e capriccioso e nel migliore dei casi, affinchè duri, dovrà presupporre rispetto, amicizia, solidarietà, altrimenti potrebbe rivelare il suo rovescio.
In una lettera, piuttosto polemica, scritta a Gershom Scholem relativa a questioni ebraiche e sullo Stato di Israele Hannah Arendt chiarisce la sua posizione e scrive:

Nella mia vita non ho mai “amato” nessun popolo o collettività - né il popolo tedesco, né quello francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere. Io amo “solo” i miei amici e la sola specie d’amore che conosco e in cui credo è l’amore per le persone. In secondo luogo, questo “amore per gli ebrei” mi sembrerebbe, essendo io stessa ebrea, qualcosa di piuttosto sospetto. Non posso amare me stessa o qualcosa che so essere una parte essenziale della mia stessa persona.

Personalmente trovo non solo sospetto chi dichiara di amare un popolo (come se all’interno del popolo non ci fosse la complessità delle differenze, risolvendo tutto in un ecumenismo amorevolmente piatto) ma lo trovo addirittura perverso e pericoloso.
Non voglio essere amato e non vi amo, lascerei queste cose alla sfera privata ma, razionalmente, nel senso comune della sfera pubblica, vorrei considerazione, solidarietà e rispetto. Altrimenti, per ogni giorno scuro e critico della mia vita, il vostro amore dichiarato mi sembrerà come uno schiaffo beffardo e cinico.
Potrò anche votare il nuovo Partito Democratico ma, vi prego, lasciate perdere l’amore e togliete quell’incipit veltronistico.

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Crisi

Mercoledì, Febbraio 21st, 2007

aspettando la crisi

Sì, la crisi è drammatica. Ma ancora più drammatico è stato per me, seguendo e vedendo il dibattito al Senato, aver scambiato Franca Rame per Sandra Mondaini.

E ADESSO?

Quando i Talibani distrussero quella meraviglia rappresentata dalle statue giganti del Budda in Afghanistan, qualcuno in segreto avrà goduto. Deve essergli piaciuto quel gesto drastico e distruttivo del cannoneggiamento contro la bellezza realizzata dall’uomo.
Al trotzkista (esistono, sì… sì, non siate così tristi suvvia) sotto sotto piacciono i gesti duri e puri. E così ha cannoneggiato il governo. Al bambinone regaliamogli una volta per tutte la macchina del film Ritorno al Futuro e spediamolo a razzo nel Novecento, facciamolo subito, anzi se la comprasse da sola, con quel fior di stipendio trotzkista che ha intascato sinora.
E adesso? Come sarà questa primavera-estate?
Avremo la donna morbida e burrosa; basta con i sacrifici e gli esaurimenti nervosi e le prove costume, gli stilisti propongono taglie più rilassanti, ritornano le 95-58-94, avremo tecnologiche trasparenze con nuovi materiali ma non si dimenticherà lo chiffon e la seta.
Tornano alla grande le gonne, corte, cortissime, già le chiamano maxi-mutande. Basta sbirciare nel jeans vita bassa le pieghe del fondo più fondo del fondoschiena. Guarderemo dal basso, ricominceremo a far cadere forchette e tovaglioli per sbirciare sotto il tavolo.
Sono tornate le gambe!
«Le gambe delle donne – sentenziava un personaggio di Truffaut – sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia.»

Ormai solo una gamba ci può salvare, ci ricordava Martin Heidegger.

(p.s. pensavamo, afflitti da internet che mortifica gli uomini, che la citazione del senatore Buttiglione fosse di Flaiano ma è stata attribuita con autorevolezza a Karl Kraus!
Seguirà un dibattito?)

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Lettere ricevute rubate a commenti:

“Dice il Senatore Boselli, che non è un imbecille, ‘la corda a forza di tirarla si spezza’. Come analisi non mi sembra male. Il Senatore Boselli il Calendario di Frate Indovino lo conosce alla perfezione. Scusa l’intrusione, ma sai ho acceso la tv mentre cenavo (dicono i medici che non bisognerebbe farlo!). Ho spento ancor prima di finire di cenare.
Buonanotte. Claudio”

Stessa impressionante gaffe riguardo alla Rame/Mondaini! allora si somigliano davvero!
In ogni caso sono tutte due “binarie” (pochi semplici concetti, tutt’al più due, e una purezza “identitaria” integra e immarcescibile da 40 anni, nonostante le alterne vicende del mondo….)
Ma almeno Franca Rame ha votato sì…”per non far tornare Berlusconi”… (è uno dei “due” concetti di cui sopra: basteranno questi impulsi elementari per governare il paese?).
Con affetto. Donata

Lo sapevo che avresti scritto un post come questo! Diciamo che l’immagine associata è a dir poco eloquente!
Luca

Caro Deputato Comunista

Lunedì, Febbraio 19th, 2007

yomo

Caro Deputato Comunista,
abbiamo visto la sua foto alla manifestazione; finalmente con la postura che tanto sognava con nostalgia.
Il pugno alzato, la faccia con l’espressione furbetta e soddisfatta che dice: “te l’ho fatta!” (a chi?), come un bambino viziato e satollo di cibo in procinto del ruttino. Ci faccia anche un bel ruttino Deputato. Infantile, poco incline al lavoro che lascia volentieri ai lavoratori, scisso nella personalità e in attesa che qualcuno intraprenda finalmente un’analisi patografica dei politici, sotterrando l’alibi ideologico della rendita catastale; futuro pensionato da favola con il cruccio delle pensioni che lascia volentieri ai pensionati, ex ministro che ha provato il brivido delle auto blu, autisti, scorte, telecamere; Lei, Deputato Comunista, ha inaugurato una nuova maschera italiana che si aggiunge a quelle, ancora attuali, di Arlecchino e Pulcinella.
Bisognerà darle un nome.
Lei non è di sinistra, come siamo noi, cresciuti adulti e maturi immersi nel quotidiano, nel presente.
Lei lascia a noi il lavoro duro e anonimo del giorno dopo giorno, mentre Lei vive la sua eterna Vacanza Comunista.
Lei vive il domani e il passato allo stesso modo.
È un nulla stipendiato, un narcisista che vive alle spalle della storia, la nostra.
La visione ottica umana si aggira intorno ai sessanta gradi circa, e grazie alla mobilità bi-oculare abbiamo una vista di insieme.
Il suo cono ottico si aggira intorno ai quindici gradi, nonostante le sue vacanze internazionali, e peraltro il suo occhio non è mobile ma è inchiodato ad un punto fisso, posto nello specchio che restituisce la sua immagine, come nella fotografia del bambino adulto con il pugno alzato.

La testa nel pallone

Martedì, Febbraio 6th, 2007

gol

Eravamo quattro amici al bar.
In verità eravamo cinque, la canzone mi ha escluso; gli amici mi hanno escluso.
Mi hanno escluso per via del calcio.
Non partecipavo a tutti quei dibattiti quotidiani, alle polemiche, alla filologia delle compravendite dei giocatori, alle sottigliezze demenziali degli esperti di arbitri, allenatori, sponsor e società calcistiche. Mi sentivo escluso dai filosofi del pallone. Poi, per ogni Mondiale, mi ritrovavo solo, senza nessuno con cui commentare un gesto atletico, una squadra emergente, una strategia calcistica innovativa. Io vedevo tutte le partite, mi interessavo di nuove scuole calcistiche (e nuove Nazioni) che si affacciavano nel mondo sportivo, ricordavo nomi e reti memorabili. Ma i quattro amici al bar mi dicevano che vedevano e seguivano solo le partite in cui giocava l’Italia. Tutto il resto non contava.
Io, ignorante e ingenuo, straniero di bar, me ne stavo mattina pomeriggio e sera a guardare i Mondiali. Loro, gli ermeneuti del gol, gli esoterici della domenica sportiva, non si sprecavano, andavano al sodo, al risultato. A me interessava il viaggio, a loro la mèta; a me il gioco, a loro il risultato.
Allora ho cominciato ad emanciparmi, ho capito che gli uomini stupidi esistono anche nel mondo del calcio; forse “soprattutto” nel mondo del calcio.
Ho cominciato a credere che gli “amici” del bar sono in qualche modo “complici” delle assurdità del calcio, le alimentano, perché sono scarsi di neuroni e non capiscono il capolavoro atletico di un gol. Forse la parola “atletico” per loro è troppo, è una parolaccia, non è “maschia” abbastanza.
Mi sono ritagliato il mio gioco del calcio, lo custodisco amorevolmente e clandestinamente, non ne parlo con nessuno perché troppo pericoloso: potrei rischiare la vita.

Sabato 27 Gennaio. La fretta di Dio

Venerdì, Gennaio 26th, 2007

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Bruno Zevi si era chiesto anni fa per quale ragione Dio impiegò sei giorni a creare il mondo e il settimo si riposò (Ebraismo e architettura, Firenze 1993).
“Non era soggetto ad un lavoro a cottimo, poteva prendersela con calma, metterci magari quindici giorni, ciò che forse non sarebbe stato disutile per apportare alcuni ritocchi alla psiche dell’uomo e della donna. Oppure, visto che, in fondo, era non solo un padre eterno, ma il Padre Eterno, poteva creare il mondo, se non in ventiquatt’ore, diciamo in cinque giorni, poi “fare il ponte” allungando il week-end. Comunque ci mise del tempo, non lo creò di getto, si impegnò con fatica, altrimenti non avrebbe sentito il bisogno di riposare, elaborò il manufatto per tappe successive, cioè non partì da un a priori, da una idea preconcetta e cristallizzata. Iniziò l’opera empiricamente, senza saper bene dove andasse a finire, l’abbozzò in sei giorni, poi si fermò – e non è escluso che, vagliandola, non ne fosse troppo soddisfatto. Allora, perché non ricominciò daccapo? Sei giorni sono pochi anche per riformare il mondo, figuriamoci per crearlo: perché questa fretta?… Forse per lasciare al fruitore il compito di integrare la sua opera, di cooperare con Lui…”

Stefano Levi Della Torre ha dedicato al sabato ebraico, il giorno del “riposo”, il giorno “vuoto”, alcune riflessioni affascinanti (Mosaico, Torino 1994).
“…nel silenzio, nella pausa, nel riposo ascoltiamo la voce dialogante… Il sabato è un movimento di ritrazione che si apre. La tentazione della totalità aspira ad un mondo dove, per così dire, tutti si siano impossessati del sabato, o dove nessuno lo celebri più: un mondo fusionale che incorpora le divergenze annullandole, o le esaspera e le espelle. La vocazione alla totalità, a fondersi in un tutto unificato, è una vocazione totalitaria che nega l’universalità delle relazioni: universalità contro totalità”.

Il silenzio dialogante non si ottiene attraverso celebrazioni, tantomeno per legge.

Mercoledì, Gennaio 24th, 2007

amateursamateursamateurs

Testamento biologico

Mercoledì, Gennaio 24th, 2007

punto esclamativo

Io sottoscritto, A. M., nato a …
in pieno possesso delle mie capacità mentali scelgo e dispongo liberamente quanto segue.
In caso di malattia o lesione celebrale irreversibile e invalidante e dunque costretto a trattamenti permanenti con l’ausilio di macchine o qualsiasi sistema virtuale e artificiale che impedisca alla mia vita veramente di essere vissuta (vita relazionale), chiedo di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico, idratazione, alimentazione forzata e artificiale nel caso non potessi alimentarmi da solo.
Queste volontà potranno essere revocate in qualsiasi momento da me medesimo.

Data

Firma

aerei camera

Giovedì, Gennaio 18th, 2007

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Settimana

Giovedì, Gennaio 18th, 2007

Ricordo una scultura, una lupa romana parlante, di Franco Angeli.
Anche oggi abbiamo una scultura pop che parla e che dice: “questo governo è antiamericano”.
Forse questo governo è critico con l’”attuale” amministrazione americana. Così va già meglio.
Così come non si è contro Israele, o addirittura antisemiti, ma critici nei confronti dell’attuale governo di Tel Aviv, e allo stesso modo non erano antitaliani coloro ai quali non piaceva la nostra scultura pop e i suoi lacché.
Essere antiamericani significherebbe poi essere un po’ contro noi stessi; non ce ne sarebbe nemmeno bisogno perché lo siamo già per conto nostro.
La voce registrata dentro la lupa lombarda si sta esaurendo? Speriamo.

Si avvicina il 27 gennaio, Giorno della Memoria. Nel 1945 furono aperti i cancelli di Auschwitz. Ma il viaggio descritto da Primo Levi, durato dieci mesi, dopo la liberazione, è terribile quasi quanto la vita nel campo; è l’angoscia della “libertà” nel deserto.
Sul quotidiano La Repubblica di oggi c’è una bella testimonianza di Paolo Rumiz in proposito; ha ripercorso il viaggio di Primo Levi, mescolando passato e presente in uno stile spaesante e perturbante.

Il suicidio (?) di Primo Levi si è riavvicinato qualche settimana fa, quando il Presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, ha organizzato un convegno “internazionale” sulla negazione della Shoah, continuando a minacciare la distruzione di Israele.
“Voglio un mondo senza Israele”, dice lui.
“Lui” vuole un mondo, tutto suo, ma oltre a volerlo lo vuole anche senza qualcuno.

Quest’uomo, dal look così insignificante e anonimo, che indossa una specie di divisa della banalità, a qualcuno potrebbe apparire improbabile e patetico, come poteva apparire Adolf Hitler negli anni di Monaco.
La sottovalutazione è uno dei nostri migliori difetti; su eventi quotidiani e minimi tendiamo ad un eccesso di drammatizzazione, mentre davanti ad annunci di uso dell’atomica, o minacce di nuove pulizie etniche, tendiamo a schivare o a rimuovere.
Siamo fuori scala.

Al di là delle retoriche commemorative, quello che ancora mi riecheggia, in questo nuovo 27 Gennaio, è quella parola incomprensibile che nessun testimone riusciva a comprendere, la parola di Hurbinek, che Primo Levi ricorda ne La tregua:
Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva.

Giovedì, Gennaio 11th, 2007

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